cinemavistodame.com di Roberto Bernabò

Melancholia | di Lars von Trier

2011 | Danimarca | Svezia | Francia | Germania | Italia

analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo

L’Apocalisse secondo Lars – a cura di Roberto Bernabò

Melancholia

titolo originale: Melancholia
nazione: Danimarca / Svezia / Francia / Germania / Italia
anno: 2011
regia: Lars von Trier
genere: Drammatico / Fantascienza
durata: 130 min.
distribuzione: Bim Distribuzione
cast: K. Dunst (Justine) • C. Gainsbourg (Claire) • K. Sutherland (John) • C. Rampling (Gaby) • J. Hurt (Dexter) • A. Skarsgård (Michael) • S. Skarsgård (Jack) • B. Corbet (Tim) • U. Kier (Wedding planner) • J. Christensen (padrino) • C. Spurr (Leo) • D. Fronko (madre di Michael)
sceneggiatura: Lars von Trier
fotografia: M. Claro
montaggio: M. Højbjerg • M. Stensgaard

Sinossi: Due sorelle, Justine e Claire, un tempo unite, si stanno allontanando sempre di più l’una dall’altra. Poco dopo la cerimonia in cui Justine ha sposato Michael, la donna piomba in un improvviso stato di malinconia che la rende particolarmente calma. Claire, invece, è terrorizzata per la minaccia che incombe dallo spazio: Melancholia, un misterioso pianeta apparso da dietro il sole, è in rotta di collisione con la Terra.

Siamo soli, la vita è soltanto sulla terra, … e per poco ancora …
Justine



§§§

In questo post:

  1. Premessa | dedicata alla comprensione di un’opera cinematografica com’esperienza, inevitabilmente, parziale
  2. Circa significante e significato nell’opera di Lars von Trier
  3. Circa i riferimenti seminali all’immagine della Melencoliah incisa a bulino da Albrecht Dürer
  4. Melancholia e la Terra – circa la dimensione del problema
  5. Circa il commento sonoro del prologo
  6. Circa il lungo indugiare sulla cerimonia del Matrimonio di Justine e Michael, la famiglia di Justine, promessa sposa mancata
    • 5.1. Perché, è, invece, necessario, secondo noi, questo tempo
  7. Circa i capitoli di Justine e Claire
  8. Circa le rese attoriali
  9. Conclusioni
  10. Award
  11. Links

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1. Premessa | dedicata alla comprensione di un’opera cinematografica com’esperienza, inevitabilmente, parziale

Vorrei premettere che è difficile entrare nel merito di questo film, senza avere seguito negli anni, con ostinata abnegazione, e sempre rinnovato stupore, e mai taciuta ammirazione, un regista – che, come pochi al mondo, ed aggiungerei, senza tema di essere smentito, nella storia del Cinema, dalla sua nascita ai giorni nostri – sa utilizzare il materiale filmico, e l’allegorico e metaforico linguaggio delle immagini.

Vorrei anche precisare che la comprensione, profonda, di un’opera di simile portata è sempre, come dire, un’operazione sicuramente parziale, presuntuosa, persino, arrivo a dire, per certi versi, perché, quando la macchina da presa, la direzione degli attori, gli effetti speciali, ricercati, e creati, con una cura così perfetta, il sincronismo tra tracce video al rallenty e accompagnamento musicale, vengono utilizzati con la maestria di questo regista danese, che, ad ogni film, fa sempre incetta di riconoscimenti clamorosi, pur essendo un personaggio, per molti versi, scomodo per le sue dichiarazioni sempre un po’ sopra le righe, (come quelle rilasciate all’ultimo Festival di Cannes, sugli ebrei), beh … risulta difficile (se non addirittura impossibile), riuscire veramente a dire tutto quello che ci sarebbe da dire, o, meglio, tutto quello che pleonastico risulterebbe dire, rispetto all’esperienza della visone dell’opera, a cui, da sempre, Lars, affida il compito di consegnarci le sue demoniache inquietudini.

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2. Circa significante e significato nell’opera di Lars von Trier

Trovo utile, prima di addentrarci in questa analisi, richiamare, all’attenzione del lettore, questi due concetti, molto pertinenti l’opera di Lars von Trier.

Nella sua definizione di segno linguistico, Ferdinand de Saussure, distingue:

  • un elemento formale, o esterno, costituito dal significante;
  • ed un elemento intrinseco, concettuale, costituito dal significato.

Qualsiasi segno esiste, solo, grazie alla relazione tra significante e significato.

In altre parole, il significante è la forma, fonica o grafica, utilizzata per richiamare l’immagine che, nella nostra mente, è associata a un determinato concetto, o significato.

Significante e significato esistono, solo, l’uno in rapporto all’altro, e questo rapporto, non è determinato a priori, ma è, bensì, arbitrario:

  • ogni lingua crea i propri segni convenzionali, ed, il significato, può variare in base a fattori sociali o soggettivi.

I significanti (i fonemi) che compongono il segno linguistico, sono numericamente limitati.

L’immagine mentale del cane, ad esempio, può essere richiamata da grafemi e fonemi assai diversi fra loro.

Ritegno che, per comprendere l’opera di Lars von Trier, sia necessario addentrarsi nelle relazioni, da lui create, tra significanti e loro significati, in un’accezione molto specifica. In quanto è come se l’intera opera di questo regista, avesse, in qualche modo, definito, o, magari, semplicemente ri-definito, la relazione tra i significanti da lui utilizzati ed i significati che lui ha inteso, a tali, segni linguistici, associare.

E’ per questo specifico motivo, che, a molti l’opera, di questo regista appare fastidiosa, se non, spesso, addirittura, incomprensibile.

Perché la materia di queste associazioni, convenzionali, soggettive, sono, in qualche misura, da collegare con la storia personale di questo regista, con la sua malattia mentale, la depressione, ed, infine, con i suoi temi, sempre più ossessivi, e che trovano, in quest’opera, una sorta di akmè oltre la quale, potrei dire, sin da ora, non si andrà.

Perché questa opera, definitiva, assoluta, di straordinario potere evocativo, è come se concludesse un ciclo che in “Antichrist “ed in “Melancholia“, ha raggiunto, come dire, un suo compimento.

Lars doveva concludere questo ciclo con l’Apocalisse.

Un’Apocalisse con la quale fa, definitivamente, i conti, anche, con la sua personale visione dispregiativa della borghesia, con l’inutilità della visione scientifica della vita, con l’inutilità della vita stessa, con la sua visione nichilista, ma non per questo angosciante, anzi direi incantevole, e disperatamente bella, dell’esperienza dell’esistenza terrena.

Melancholia è un luogo mentale, visivo, cromatico.

Melancholia è una dimensione altra.

Melancholia è, al tempo stesso, unica e molteplice.

Melancholia ci parla del karma, e di come, noi tutti noi, reagiamo ai medesimi stimoli, in maniera differente, ma lo fa all’interno di una visione allegorica del tema dell’Apocalisse, che ha diversi gradi di lettura, di cui, quello appena enunciato, è solo il più superficiale.

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3. Circa i riferimenti seminali all’immagine della Melencoliah (Melanconia) incisa a bulino da Albrecht Dürer

Lars von Trier si è sempre ispirato, nelle sue opere, ad autori che, prima di lui, hanno affrontato, o in chiave letteraria, o in chiave pittorica, i temi che, guidato dalla sua personale ispirazione, egli stesso, successivamente ai suoi studi, sviluppa nei suoi film.

Nel caso di specie l’opera esplicitamente cita un’immagine seminale:

la “Melencoliah” (Melanconia) incisa a bulino da Albrecht Dürer, riportata nella figura in alto.

Metafora del potere di Saturno e dei suoi figli, creature geniali, ma condannate ad una sorta di male dell’anima.

Un’opera di soli 24 centimetri per 28, che da circa cinquecento anni fa letteralmente impazzire gli iconologi alla ricerca di chiavi d’interpretazione univoche.

[La figura femminile è da identificare, come indicato anche dalla scritta presente sulle ali del pipistrello, come la personificazione della Malinconia. Il termine, derivante dal sostantivo greco composto da µev¬å~ (nero) e colhv (bile), significa “bile nera”, ovvero uno dei quattro umori (sangue, linfa, bile e bile nera) che secondo Ippocrate concorrevano alla formazione del carattere ma, qualora uno di questi fosse prevalso sugli altri creando squilibrio, avrebbero causato i temperamenti anomali, ovvero sanguigno, flemmatico, bilioso o melanconico.]

Lars, che da sempre, tenta di emulare i suoi maestri (vedi i riferimenti all’“Inferno” dello scrittore e drammaturgo svedese August Strindberg in Antichrist), probabilmente anche solo per divertirsi a far scervellare, anche lui, gli iconologi contemporanei, non si è risparmiato nel seminare simboli e sottotesti ermetici, alchemici ed esoterici (come suo solito, peraltro).

A cominciare, ad esempio, dalla costruzione dei quadri, come amo definire certe sue inquadrature, che, nonostante il digitale, Lars riesce quasi a far sembrare, (sopratutto quelle al rallenty del prologo e dell’epilogo), incisi anche loro a bulino, tanto nettamente si stagliano, in essi, le prospettive, e nitidi appaiono i contorni delle cose, e degli esistenti.

In questo scenario fermo quasi come un quadro, si muove, invece, la cosmogoniale danza dei pianeti, ed ecco che le lune si raddoppiano nel cielo, e che l’eterna consolatrice, irrompe, improvvisa, sterminando cavalli neri, mentre sulla scena inizia a piovere cenere, e l’inquadratura mette a fuoco alcuni dipinti di Pieter Bruegel il Vecchio che, mi si perdoni il giuoco cacofonico di parole, prendono fuoco da soli.

Ma Lars non si ferma qui.

Dall’omaggio a Dürer passa, praticamente, alla citazione ossessiva di quasi tutti gli elementi che compongono la celeberrima incisione:

  • la casa sul lago;
  • il poliedro-pietra filosofale che nel film di von Trier si trasforma in una mongolfiera;
  • il “sol niger”, nel film invece un’eclisse, simbolo che, in alchimia, evoca lo stato inconscio della materia;
  • il misterioso pianeta che in un tempo liquefatto, porta dal cielo la fine;
  • mentre la figura alata, avvolta e corrucciata di Dürer nel film si trasforma in “promessa” sposa.

Ovvero Justine-Kirsten Dunst, protagonista del primo dei due capitoli narrativi, e sorella bionda della bruna Claire-Charlotte Gainsbourg, protagonista, invece, come vedremo, del secondo capitolo.

Un dittico, sviluppato, nello stile tipico e specifico del regista danese, sugli opposti, e tenuto insieme da un prologo, che nel suo svolgersi visivo, già ci anticipa, e ci narra, l’inevitabile conclusione.

Va aggiunto, in conclusione di questo paragrafo, che lo stesso Lars von Trier ha dichiarato, come suo solito, in maniera dissacrante, e, per lo più, al fine di dissimulare i suoi intenti esoterici:

“È un disaster movie. Ho preso spunto dal Titanic, il successo planetario dove tutti già sanno, prima di recarsi al cinema, che, alla fine, il transatlantico affonderà…”.

Perché, è evidente, che in questo film, nulla è, in alcun modo, accostabile alla Hollywood di James Cameron, dai costosi e sfavillanti effetti speciali, dalle folle che, numerose, urlano e scappano verso ogni possibile direzione, dalle onde alte come grattacieli.

In Melancholia, direi, piuttosto, tutto si compie, e si contiene, in una sorta di lusso fatto di “calma-voluttà”, di baudeleriana memoria, della ricca borghesia del Nord Europa, presa, dal regista von Trier, a modello universale platonico, dell’intera borghesia dei paesi, chiamiamoli, civilizzati, di stampo occidentale, del pianeta.

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4. Melancholia e la Terra – circa la dimensione del problema

Sono difficili da trovare, persino in internet, immagini che raffigurino il Pianeta Terra ed il Pianeta Melancholia.

Una cosa, però, è certa.

Ed attiene alla diverse proporzioni tra i due.

Melanacholia è smisuratamente più grande della Terra.

Ed è evidente che, riprendendo la relazione tra significante (scontro tra pianeti), e significato (come cioè Lars ce lo mostra), come diventi chiaro, anche allo spettatore meno accorto, di quanto, e come, l’intero Pianeta Terra, con tutte le sue infinite problematiche, risulti ben poca cosa, difronte al disastro planetario che lo travolge.

Questa straordinaria semplicità nel messaggio, arriva con una potenza visiva, filosofica, e concettuale, che non lascia spazio, né alternative, all’interpretazione del pensiero del regista.

Interessanti sono, peraltro, al riguardo, i riferimenti alle teorie di Zecharia Sitchin alle quali, secondo molti attenti studiosi dei riferimenti visivi, ed iconografici, dell’opera, Lars si sarebbe ispirato, se non, addirittura, rifatto.

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5. Circa il commento sonoro del prologo


Il film inizia con una straordinariamente evocativa sequenza al rallenty.

L’intera scena, è da precisare, sempre con riferimento al paragrafo 2 di questo post, apparirà comprensibile allo spettatore, solo grazie al progressivo svelamento della relazione tra i significanti (i fili di lana grigi trascinati dalla sposa, il ramoscello sbucciato dal bambino, l’energia con le quale si congiungono le mani della sposa Justine), ed i significati, che il regista inserisce nello svolgimento della trama, nonché, in maniera ancora più esplicita, al momento in cui il prologo si fonde con l’epilogo del film.

Un epilogo che coincide, collima, e racchiude, contenendola tutta, la sintesi del Lars von Trier pensiero sull’Apocalisse.

Un epilogo, lo ammettiamo, forse un po’ scontato, visto il tema, ma di uno straordinario potere evocativo.

Mi sono pertanto chiesto, conoscendo la maniacale precisione di Lars von Trier ai riferimenti, che musica avesse scelto per il commento sonoro a quelle straordinarie immagini, che lascio come inserto video del post.

Il commento, altro non è, che: il “Preludio” del “Tristano e Isotta” di Richard Wagner.

E’ stata come una folgorazione.

Accesa la lampadina, la mente è andata, velocissima, al mito dell’Amor Cortese dei due amanti adulteri, alla controversa opera di Wagner, citata, che fu considerata scandalosa per i tradizionalisti, ed inneggiata, invece, a capolavoro, da un altro mito, sicuramente uno dei più importanti, ed al tempo stesso, ossessivi, riferimenti filosofici del regista, Friedrich Nietzsche, che ebbe a dire, tra le altre cose, su quest’opera:

Vorrei immaginare un uomo capace di ascoltare il terzo atto del Tristano, senza il supporto del canto, come una gigantesca sinfonia, senza che la sua anima esali l’ultimo respiro, in un doloroso spasimo”.

Poi uno si meraviglia che questo regista sia considerato un genio.

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6. Circa il lungo indugiare sulla cerimonia del Matrimonio di Justine e Michael, la famiglia di Justine, promessa sposa mancata


Molte critiche al film muovono dal lungo svolgimento della cerimonia nuziale (che non culmina con il matrimonio dei due promessi, peraltro), che separa, per un lasso di tempo, secondo molti critici, troppo lungo, il prologo, dall’epilogo.

Lars von Trier ha dichiarato di essersi inspirato all’opera del commediografo francese Jean Genet ed, in particolare, alla sua pièce “Le Serve“, per costruire le atmosfere, e gli esistenti della festa.

Ma, anche ammesso che questo fosse vero, è evidente che Lars ha operato una sua personale ri-lettura di eventi ed esistenti, portando sopra le righe il registro della narrazione, e dilatando i tempi di azione.

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6.1. Perché, è, invece, necessario, secondo noi, questo tempo

E’ evidente che, nel contesto dell’Apocalisse, a cui si allude in maniera esplicita, è come se Lars avesse avuto la necessità di ripercorrere, e richiamare, molti degli argomenti toccati in “Antichrist“.

Il tema del femmineo, che qui si esplicita in maniera ancora più evidente.

Se in “Antichrist” infatti, il lungo dominare del femmineo, trova una sorta di argine, sul finire del film, in questo film, invece, Lars addirittura lo amplifica, sbinandolo, e attribuendo, alle due sorelle: JustineClaire, il compito di diventare, esse stesse, simboli allegorici, in quanto opposti, rappresentativi e ri-comprensivi dell’intera umanità.

Quasi come se l’umanità stessa, avesse un sesso femminile, ed al maschio non rimarrebbero che due ruoli.

Quello di affidare la sua ragione al dominio della Scienza (fallando la previsione in maniera clamorosa, o, meglio, sapendo sin dal principio che tale previsione poteva essere inadeguata).

E qui l’inadeguatezza del maschio, altro tema ossessivo nel Cinema di questo regista, ritorna. (Altro che misoginia).

Quello d’inserire, nel prologo e nell’epilogo, il maschio, inteso, solo, come bambino, quasi un riferimento psicanalitico, che sottenderebbe, a nostro avviso, l’idea che, il ruolo del maschio, in questa società terrena, sarebbe da ricreare, facendolo formare, non dalla razionalità della madre Claire, debole e “vinta” dalle paure, che, l’improvviso venir meno delle certezze “materialiste” e “borghesi”, palesano.  Né, tanto meno dal razionalista padre, esistente di segno palesemente ambiguo. Ma dall’irrazionalità di chi ha patito la “melancholia“, intesa, qui, non come pianeta, ma come stato d’animo, che allude, anche molto esplicitamente, al male oscuro della depressione, l’unico male che mette, veramente, in relazione la condizione umana, con la sua straordinaria dimensione, da un lato, impermanente, e, per certi versi, inutile, e dall’altro, con quella parte di noi, infinitamente capace di godere di tutti gli attimi, e di tutta la meravigliosa condizione che è la vita, liberata dall’angoscia della morte, l’unica alternativa al mondo materialista e innaturale, contro cui, da sempre, si scaglia il Cinema di questo regista.

Lars passa in rassegna, nel secondo e più lungo tempo del film, quello della cerimonia nuziale, tutti gli archetipi borghesi che da sempre disprezza nei suoi film.

Proprio durante il matrimonio di Justine, quando Melancholia è ancora lontana, solo una stella fissa nel cielo, Lars, come Thomas Vinterberg in Festen (storico film Zentropa, girato in obbedienza totale ai dettami formali di al Dogma ’95 di Von Trier), la forma si scontra con la sostanza.

Claire, sorella di Justine e padrona di casa, ha organizzato un matrimonio apparentemente perfetto.

I fiori sono giusti, l’argenteria brilla, le damigelle hanno il fiocco inamidato.

Ecco, allora, intervenire il ribaltamento alchemico di Lars.

Il padre della sposa (John Hurt) è ubriaco, la madre (Char­lotte Ratnpling) sputa, ferocemente, inopportune verità, lo sposo (Alexander Skarsgard) si rivela un utile idiota, il suo datore di lavoro (suo padre Stellan Skarsgard) un laido. E la sposa poi è già altrove, pronta a tradire, fuggire, perdersi nella luce, malata, ma per lei assolutamente attraente, del nuovo pianeta in avvicinamento.

E’ quasi come se, von Trier, ci ponesse difronte ad un dilemma assoluto.

Che senso ha la nostra vita, il nostro modo di vivere?

Fino a che punto è salvifico, opportuno, ed etico, l’egoismo, del genere umano, difronte all’ineluttabile ed ineludibile fine?

Lars ha bisogno di dilatare i tempi sia del prologo che dell’epilogo della sua Apocalisse, con l’espediente del rallenty, proprio per farci capire quanto inutili siano, nella dilatazione della cerimonia nuziale, al dunque, tutte le preoccupazioni della nostra vita, anche quando la stessa potrebbe scorrere felice e spensierata, in un momento gaio come, appunto, il matrimonio, che, invece, Lars, trasforma, in qualche modo, in una sorta di teatro dell’umanità, in cui da libero sfogo alla sua visione di essa, ed in particolar modo della tanto disprezzata “borghesia“.

Mi è venuto in mente, al riguardo, un verso di Blake, che fu oggetto di studio, al corso di sceneggiatura cinematografica, alla Fandango:

O rose, thou art sick !
The invisible worm
That flies in the night,
In the howling storm,
Has found out thy bed
Of crimson joy:
And his dark secret love
Does thy life destroy.

O rosa, tu sei malata !
L’invisibile verme
Che vola nella notte,
Nella ululante tempesta,
Ha scoperto il tuo letto
di gioia scarlatta:
E il suo oscuro segreto amore
La tua vita distrugge.

Perché il matrimonio non culmini con l’unione tra Justine e Michael, diventa chiaro da quando Justine domanda che stella sia Melancholia, e da quando capisce (lei, e solo lei), che la fine, per lei certa, renderebbe inutile qualunque altro gesto che fosse, in qualche modo, figlio di una visione, ormai, inadeguata della “questione vita”.

Esemplare al riguardo la battuta che rivolge a Michael: “Che ti aspettavi”. E lui di rimando: “Avrebbe potuto essere tutto diverso”. Certo, aggiungo io, se non stesse per incombere l’Apocalisse.

Tema, in qualche modo, ossessivo ed ossessionante, del Cinema del regista danese.

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7. Circa i capitoli di Justine e di Claire

Lars von Trier da tempo ci ha abituato ad assistere a film in cui l’opera è suddivisa in capitoli (ricorderete i ben 9 di Dogville).

Melancholia” non fa eccezione, e si compone, come abbiamo già avuto modo di dire, di un Prologo, di due capitoli narrativi, ciascuno dei quali è incentrato su una delle due protagoniste, e di un Epilogo finale.

Il primo dei capitoli è dedicato a Justine, mentre il secondo a Claire.

I codici narrativi sono nettamente differenti, anche se, assolutamente, complementari.

Queste due figure direi che sono centrali nell’opera.

Esse sono, in qualche modo, il completamento della visione che in “Antichrist“, Lars ci ha consegnato della donna, e della centralità del femmineo, nella sua visione, esoterica, dell’esistenza terrena.

Ma volendo semplificare, due sono le grandi differenze tra Justine e Claire.

1. La relazione con la Natura.

Justine è in connessione con la Natura.

Una connessione pura, come suggellato da questa immagine quasi immacolata. Salvifica. Non contaminata da aneliti materialisti.

Justine entra in relazione con l’energia vitale dell’universo. Forse è per questo che a differenza di Claire, ella non teme la fine.

Claire no.

Claire è la quintessenza di ciò che Lars von Trier disprezza della donna, ma non solo.

Il ruolo allegorico che conferisce a Claire ha una portata più ampia.

Non solo, infatti, Claire, è sposata con un uomo, a sua volta archetipo della razionalità della Scienza, che si paleserà come il più vigliacco di tutti, andando a rubare, per suicidarsi, le pillole di ansiolitico della moglie, ma, nel contesto della narrazione, Claire raffigura quella parte deteriore della borghesia, dove i riferimenti dell’opera di Lars von Trier arrivano a tangere anche il cinema di Luis Buñuel, una borghesia che è tutta contenuta nelle certezze materiali, che si sfaldano, gradualmente, con l’avanzare sia del pianeta Melancholia, che della Verità.

Quasi come se il Pianeta stesso, fosse, in qualche modo, significato e significante delle Verità sulla condizione umana sulla Terra.

Una sorta di abominevole specchio, nel quale l’umanità, distratta dal suo materialismo, dimentica di guardarsi.

2. La paura della morte e della fine.

Ma Lars non riesce a non guardare all’inutilità dei riti nei quali consumiamo la nostra vita.

Lars ha bisogno di dare una forma, ed una materia, alle sue angosce esistenziali, ed allora ecco il significato più intimo di questi due esistenti.

Justine è Lars con la sua visione sgangherata, ma, in qualche modo, lucida della vita. Ella non teme la morte. Perché? Perché è oltre. Perché ha capito che l’essenza della vita non ha nulla a che vedere con la fine. Quella riguarderà tutti, e nella sua visione filosofica, quando ci sarà la morte, lei non ci sarà più.

Claire siamo tutti noi.

Claire è la condizione di chi non ha più nulla di spirituale, e, che, quindi, divora, con l’angoscia, gli ultimi attimi della sua vita.

Teme la fine, perché priva di strumenti gnostici, per penetrare le Verità.

Verità che, invece, abbiamo visto, ed assistito, è già dentro Justine, da quando “vedeMelancholia, senza che vi sia un tramite tra la sua visione e la comprensione di cosa Melancholia rappresenti, per il destino della Terra.

Claire, è, invece, divisa tra le rivelazioni del marito, che le consegna, peraltro, anche lo strumento, che la getterà nel panico più totale, e la disperazione per la perdita delle cose materiali, con le quali ha anestetizzato, e censurato il suo male di esistere.

Non è secondario, in questo ambito, il ruolo d’ideatrice delle diverse fasi dell’evento matrimonio, reso fallimentare, dapprima dal ritardo degli sposi (evento inconcepibile per Lei, e per questo imprevisto da Claire), e, successivamente, dalla progressiva presa di coscienza di Justine, del ruolo di Melancholia sul destino dell’Umanità.

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8. Circa le rese attoriali

Sono tutte straordinarie.

Piacevole sorpresa è risultata essere quella di Kirsten Dunst che ha meritato, per questa sua notevole interpretazione, la Palma d’oro a Cannes, come migliore attrice protagonista, il medesimo riconoscimento che Cannes riservò a Charlotte Gainsbourg, bravissima e bellissima anche in questo film.

Non è secondario considerare che l’attrice ha girato questo film, appena uscita fuori da un lungo periodo di depressione. Siamo certo che Lars ha deciso di proporle questa parte, probabilmente, anche in considerazione di ciò.

Anche i due interpreti maschili:

Alexander Johan Hjalmar Skarsgård (Michael) e Kiefer Sutherland (John) sono assolutamente all’altezza del compito.

Così come, invece, ci ha lasciato, lievemente, perplessi, ed è questo forse l’unico neo del film Charlotte Rampling (Gaby).

Ma sappiamo che Lars utilizza certi attori, proprio per ribaltare, in qualche misura, la loro iconografia classica.

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9. Conclusioni


In conclusione vorrei condividere, ancora, alcune considerazioni sul linguaggio audiovisivo dell’opera.

E’ inutile dire che non esistono molti altri registi, che riflettono sul medium cinematografico, e sull’aspetto, specifico, del linguaggio cinematografico, come questo regista.

In questo film, va detto, si nota una sorta di contiguità visiva, con le composizioni allegoriche di “Antichrist“.

Certe immagini sono, in qualche modo, a nostro modo di vedere, addirittura delle citazioni.

Come quella che raffigura Justine stesa, e ripresa dall’alto.

Immersa nella natura.

Come non intravedere, in questo, un esplicito richiamo ad un’immagine, del tutto simile, di Charlotte  Gainsbourg, in “Antichritst”.

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Che dire, se non che il film ci è piaciuto davvero molto.

Si esce dal cinema con un vago senso di angoscia, estasiati dalla potenza visiva ed evocativa della sequenza finale.

Trovo che Lars consideri davvero questo il destino finale dell’uomo. Aldilà dei mille riferimenti con i quali camuffa, da sempre, il suo di pensiero.

Su questo, ovviamente, non possiamo trovarci d’accordo.

Ma, devo riconoscere, che, rispetto a questa radicale convinzione, Lars abbia saputo trovare dei registri e dei codici visivi, che mi hanno davvero sorpreso.

Non esiste violenza, in questa Apocalisse.

Nessuna cruenza.

Una fine dolce, azzurra, e luminosa, di due donne ed un bambino, superstiti, ed esemplari di una razza umana, che, forse, meriterebbe, davvero, questo epilogo, se non saprà ritrovare la capacità di accontentarsi di molto meno.

L’alternativa ad una decrescita felice dei nostri fabbisogni, e ad un maggiore rispetto della natura, potrebbe, davvero, fare nascere una sorta di ribellione delle potenti forze generatrici della vita, contro un’umanità, che non ha più alcuna considerazione dell’altro, e del rispetto delle risorse di cui può, ragionevolmente, accontentarsi.

E considero geniale, in questo momento di grande crisi del sistema capitalistico, che un regista respiri questa visione apocalittica sul futuro della Terra.

L’unica speranza, flebile, e per certi versi davvero drammatica, ma di vaga ispirazione buddista, potrebbe essere rappresentata dalla figura del bambino nel prologo e nell’epilogo.

L’idea che solo da una coscienza pura, forse, un giorno, potrebbe rinascere una nuova forma di vita, più in armonia con le cosmogonie dell’Universo, ci è balenata nel cervello, per qualche istante.

Anche se sappiamo benissimo che non è così – e che la fine della Terra, per Lars, è definitiva, in questo suo film, così com’è definitiva questa sua opera, rispetto a questa fase del suo Cinema – ci piace pensare che sia, davvero, questo, il criptico messaggio verso l’alto, del film.

Ma, a volere essere onesti fino in fondo, come mi ha fatto notare Marco Bellentani, che ringrazio, nello spazio commenti, non ci può essere questa speranza che auspico.

No. Perché ”Melancholia” non è (solo) la fine del mondo, ma evoca, anche, come ho avuto modo di chiarire in questo lungo post, anche la fine della borghesia occidentale, tutta ormai consacrata ad una planetaria distruzione, nell’indifferenza di pianeti che, ciechi e sordi, nella loro inarrestabile ed inesorabile danza, la annientano, inghiottendola in loro, in un’immagine che richiama l’iconografia dell’11 settembre 2001, per mera legge fisica.

Questa cosmica e feroce banalità del male, o meglio di una natura “maligna”, amplificata dall’ouverture del “Tristano e Isotta“, non arriva, lo ribadisco, con l’impetuosità ed il fragore delle armi.

L’annientamento del mondo contemporaneo, e dell’intera traccia della vita in un Universo sempre più violantato dalla razza umana, si compie nel silenzio, e nella luce indolente di un astro vendicatore, d’incomparabile, azzurra, bellezza.

Sotto la danza, macabra, di potenti forze celesti, gli uomini non hanno più alcun riparo, e, come negli emblematici dipinti di Kaspar David Friedrich, la grandiosità e la potenza e la meraviglia della natura, non potrà fare altro, che annientarli.

Ho voluto tuffarmi nell’abisso del romanticismo tedesco”, ha dichiarato Lars von Trier, questa volta seriamente, in una conferenza stampa.

E nell’abisso saturnino di “Melancholia“, trascina, ogni spettatore, regalandogli il suo incubo probabilmente più bello, misterioso, tanto affascinante, quanto inquietantemente definitivo.

E, con questo atto conclude, crediamo, questo tormentato periodo esoterico della sua opera.

Cosa girerà adesso, è forse il mistero più accattivante, per gli ammiratori della sua arte, come me.

Alla prossima.

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10. Award

Oltre la già citata Palma d’oro a Cannes come migliore attrice, andata a Kristen Dunst, il film si è aggiudicato anche, appena qualche giorno fa, il Premio Efa (European Film Awards).

A ricevere il premio, la moglie del regista danese, che ricordando le polemiche di Cannes per le dichiarazioni del marito, ha ritirato il premio senza fare alcun commento.

Questa la lista dei premiati, della 24/ma edizione degli Efa (European Film Awards), premi votati dagli oltre 2500 membri dell’European Film Academy, consegnati, poche sere fa, a Berlino.

Miglior film: Melancholia di Lars Von Trier;
miglior regista: Susanne Bier per ‘In a Better World’;
migliore attrice: Tilda Swinton per ‘We need to talk about Kevin’;
migliore attore: Colin Firth per ‘Il discorso del Re’;
migliore sceneggiatore: Jean-Pierre Luc Dardenne per ‘Le gamin au velo’;
migliore fotografia: Manuel Alberto Claro per ‘Melancholia;
migliore produttore: Tariq Anwar per ‘Il discorso del Ré;
migliore designer: Jette Lehmann per ‘Melancholia’;
migliore compositore: Ludovic Bource per ‘The artist’;
migliore scoperta 2011: ‘Adem’ di Hans Van Nuffel;
migliore documentario: ‘Pina’ di Win Wenders;
miglior film di animazione: ‘Chico & Rita’ di Tono Errando;
migliore corto 2011: ‘The wolly family’ di Terry Gilliam;
migliore premio alla co-produzione: Mariela Besuievsky;
premio alla carriera: a Stephen Frears;
premio speciale onorario: a Michel Piccoli;
premio del pubblico: al ‘Discorso del Re’.

11. Links

Leggi anche la mia analisi su “Antichrist di Lars von Trier“.

 

10 commenti

  1. [...]  cinemavistodame.com [...]

  2. Andalon1963 scrive:

    Mi complimento, anzitutto, per la profonda analisi semiologica del capolavoro di Lars Von Trier (a mio avviso è questo il capolavoro e non Antichrist, però si sa De gustibus…). Che aggiungere? Sono sostanzialmente d’accordo con tutta la tua analisi. Mi permetto di aggiungere un paio di considerazioni, più che altro per rilanciare la discussione sul grande Lars.

    a) De Saussure afferma che il segno è arbitrario. Il nesso tra significante e significato è puramente convenzionale. Nei sistemi linguistici, posso abbinare al significato “cane” una miriadi di significanti. Tuttavia, se utilizzo il significante “cane” come simbolo, l’arbitrarietà si attenua. Il simbolo “cane” deve esprimere determinate caratteristiche riferite a questo animale, che lo differenziano ad esempio dal simbolo di un uccello, come un’aquila o un gabbiano. Infatti se penso al simbolo “cane”, indipendentemente dal fatto che io sia italiano, tedesco, americano, indiano, cinese o coreano- indipendentemente dal fatto che etnologicamente mi possa nutrire con la carne di cane o meno- all’immagine “cane” io associo certe caratteristiche universali: fedeltà, sottomissione, protezione della casa, amicizia. Se penso al fedele amico dell’uomo penso al cane e non allo squalo bianco. Dunque, i simboli, in quanto archetipi o strutture isomorfiche dell’immaginario non sono arbitrari, sono oggettivi. Come spiegano gli studi di Jung e Gilbert Durand, il simbolo è qualcosa di più di un mero segno. Il simbolo è stratificato nell’Inconscio Collettivo. Tutta questa premessa, per dire che, forse, gratta, gratta, sotto l’apparente disperazione nichilistica il senso del messaggio di Melancholia è un altro…

    2) Infatti, tu stesso parli di esoterismo e gnosi, riferendoti alla visione del mondo del grande regista danese. Ma nella gnosi, l’universo è creato non dal Dio nascosto, ma da esseri inferiori, dal Demiurgo con la sua corte di Arconti. Nello gnosticismo, Sophia (Justine) è salvifica. Allora, se è lecito parlare di gnosi nell’opera di Lars (ed io credo che lo sia), non potrebbe essere che la chiusura apparentemente sconsolante e nichilistica del “Siamo soli, la vita è soltanto sulla terra, … e per poco ancora …” , rimandi soltanto al falso universo creato dal Demiurgo? Non potrebbe essere che Justine traghetti la sorella ed il nipote verso un altro piano di realtà? Finisce un mondo, questo mondo vittima delle tenebre dell’ignoranza e della materia. Non c’è vita in questo universo: in questo universo.

    Non potrebbe essere che, visto tutti i segni apocalittici ed escatologici presenti nell’opera di Von Trier, la disperazione possa concernere soltanto un mondo ormai prossimo alla fine? Qual è questo mondo? Ma è l’Occidente, il mondo del finanz-capitalismo sfrenato… Il nuovo mondo che av-verrà, magari in pellicole successive, la decrescita.

    1. @Andalon1963 ti prego vieni più spesso a commentare questo blog. ;-)
      In effetti, se leggi bene nelle pieghe del mio post, non escludo, del tutto, l’ipotesi da te così dottamente enunciata.
      C’è anche un altro simbolo, come correttamente lo hai definito, infatti, che lascia propendere per una fine, non così definitiva.
      La presenza di un bambino.
      Perché Lars colloca, sulla scena della sua Apocalisse, un bambino?
      Questo elemento che si presta, ovviamente, anche lui, a molteplici interpretazioni, a me ha lasciato pensare, per qualche istante, a quello a cui tu alludi.
      E, del resto, anche in Dogville ed in Manderlay, Lars si scaglia contro il capitalismo di stampo occidentale, altra sua vera ossessione.
      Sarebbe interessante, a questo punto, un parere dell’altro fedele commentatore dei miei post sul genio danese: Marco Bellentani, che chiamo ufficialmente in causa.
      Grazie del bellissimo commento, che impreziosisce, ulteriormente, la mia analisi. Sempre faticosa, nel caso dei lavori di Lars.
      A presto.
      Rob.

      1. Un appassionato di segni e simboli, uno vero intendo, non avrebbe molti dubbi nel definire Antichrist il capolavoro di Lars Von Trier, a braccetto con Dogville ovviamente. Punto.
        Francamente, trovo offensivo il punto b). Offensivo nei confronti del regista.
        Tagliando corto: possibile che lo spirito di conservazione della specie faccia commettere certe eresie?
        Lars non gradirebbe, sicuro! Abbiamo 1, dico 1 artista sincero, pieno, coinvolgente, sofferente e lo abbassiamo a liturgia? Lo offendiamo trovando significati conservatori.
        Da un pò, magicamente, Lars ci dice che esiste solo la vita, che il minerario, in un discorso storia millenaria, ha, per forza, la meglio. E in mezzo ci stanno le emozioni, e proprio perché esse finisco in un battito, così come anche la vita di un bambino, sublime e inutile come quella degli adulti, ha senso, ha “De sassure significato”, ha poesia.

        1. Andalon1963 scrive:

          Rob: In effetti, il bambino può rinviare al Puer Aeternus, ad Eraclito: “La vita è un fanciullo che gioca, che sposta i pezzi della scacchiera: reggimento di un fanciullo”. La Apocatastasi greca è una combustione periodica del cosmo che ritorna allo stato originario, per poi produrre un nuovo universo. Una visione simile è espressa anche dalla teoria indiana degli Yuga.

          Marco Bellentani: qualcuno scrisse: “non esistono fatti, ma solo interpretazioni e forse anche questa è un’interpretazione”. In effetti, oggi, viviamo un’epoca di giudizi perentori e definitivi. Punto. Ovviamente.

          1. Marco Bellentani scrive:

            E’ proprio questo approccio che Lars non gradirebbe.
            Esistono solo i fatti! Le interpretazioni terze sono un’azione di modellismo per sporcare la realtà.
            Se non si parte da questo approccio non si può capire il nocciolo di Lars. Certo, si possono capire i vari segni, simboli, i vari significati e strati, che le opere di Lars come quelle di Bergman lasciano. Tutto è molto pieno e i motivi sono diversi.
            Ma, se non si parte da questa durezza, si vuole ammansire Lars Von Trier, e questo è l’errore più grave di un critico cinematografico, professionista o dilettante che sia. Perché pone il suo modello personale a difesa dell’azione di Lars.
            Ben venga il disquisire sulle emozioni, che stanno in mezzo, come detto. Sulle tecniche ovviamente, ma non facciamo finta che Lars intenda ammorbidimenti come l’orribile punto b) della tua critica.
            E’ un giudizio perentorio, si, che invita a non scendere a compromessi con questo artista. Cosa che ci ha suggerito più volte.

        2. Andalon1963 scrive:

          Marco Bellantini: “Orribile” è, ancora una volta una tua interpretazione del mio commento, che Rob trova addirittura “bellissimo”. Ma, intendi bene, il punto non se la mia chiave di lettura sia bella o orribile, il punto è che stai dando un giudizio- legittimo- dal punto di vista critico su una mia critica spacciandolo per una verità apodittica. Ossia, stai proponendo l’interpretazione ( la Tua) di un’interpretazione (la Mia) come una verità oggettiva. Se ti fossi limitato a dire, “Andalon, il tuo giudizio, a mio avviso, è orribile”, non avrei avuto alcuna obiezione. Ma tu parli di Punti e Giudizi Perentori (i tuoi) che nel 2012, fanno un po’ (a me) ridere. Inoltre è anacronistica la tua posizione sulla “verità” dell’Artista. La verità di un’opera d’arte è aperta, appartiene tanto al Produttore che al fruitore (a Me come a Te). Si deve leggere non soltanto i testi di critica cinematografica, ma anche quelli di semiologia ed ermeneutica.

          Con questo chiudo, ti auguro buon anno, e stammi bene…

          1. Direi che la discussione si può chiudere qui.
            In effetti ci si può dividere sulle interpretazioni.
            Ma eviterei di scadere in giudizi sulle persone.
            Duri con il problema, al limite, ma sempre morbidi con le persone.
            E’ difficile per me non propendere per una fine definitiva, dopo la visione di questo film, conoscendo l’opera di Lars.
            Ma accolgo nel mio blog da sempre chi non la pensa come me. A patto che si usino toni adeguati ad un confronto dialettico.
            Quando si scade nei giudizi di merito, o peggio nelle offese (non è, a mio avviso, questo il caso, ma, certo, ci siamo andati vicini), mi trovo un po’ meno a mio agio.
            Direi che per ora i commenti possano terminare qui.
            Grazie, ad entrambi, per la bella discussione ad un film che merita riflessioni molto profonde, che voi mi avete aiutato a svolgere.
            Franco Battiato cantava, in “Prospettiva Nevski“: “… e il mio maestro m’insegnò come è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire.
            Una frase che, mi sembra, assai appropriata per chiudere questa discussione.
            A presto.
            Rob.

  3. Marco Bellentani scrive:

    Ciao Rob! Condivido la tua analisi del sempre grande Lars.
    Non ho molto d’aggiungere stavolta, nel senso che il film è stato analizzato ed sviscerato ad arte.
    Sicuramente un passo indietro rispetto a Antichrist, forse due … ma quello era IL capolavoro.
    Tutto fila così liscio da sembrare semplice, quasi non profondo. E’ come la vita, che si rende conto della sua futilità solo innanzi al disastro, alla fine.
    E le reazioni qui sono simboliche. Hai notato che i cavalli non oltrepassano mai il ponticello?

    Unico tono polemico: non devi sperare. Non c’è niente e nulla rimane. Non c’è nessuna salvezza e nessuna coscienza pura. E Lars ha l’onestà anti-umana di affermarlo. Come sempre.
    87/100

    1. @Marco … come non essere d’accordo con te.
      Conosco troppo bene i riferimenti di Lars, per non capire che questa è la sua visione dell’Apocalisse.

      La Terra sparisce, inghiottita da Melancholia, e, con essa, ogni forma di vita nell’Universo.
      No, hai ragione tu, e lo so benissimo.
      Non c’è speranza alcuna.
      In questo specifico aspetto, e solo in questo specifico aspetto, questo film, è di una potenza, forse, superiore ad Antichrist.
      Per il resto concordo. Due passi indietro, rispetto al capolavoro come lo definisci. ;-)
      Il film finisce con questo silenzio assordante, che, ti assicuro mi ha lasciato turbato per giorni.
      Forse è per questo che ho tardato, così tanto, a scriverne.
      Ancora qualche spunto.
      Tutti gli esistenti familiari di Justine e Claire, sono trasposti sopra le righe, perché, quello dell’esasperazione, è lo stratagemma che consente a Lars di semplificare, e rendere più agevole, la messa a nudo degli archetipi di questo mondo, chiamiamolo civilizzato.
      E’ questo, proprio perché, troppo spesso, certi abominevoli gioghi, sono agiti in maniera più nascosta ed infingarda, così Lars fa in modo che nell’esemplificazione “esasperata”, i concetti appaiano più chiari.
      Un esempio su tutti. Il padre di Justine e Claire, che pensa solo all’alcol, ed alle donne.
      O la madre che nel giorno del matrimonio augura agli sposi di godere finché dura.
      Anche in questi elementi, apparentemente di contorno, Lars esplicita la sua inflessibile considerazione di come l’uomo abbia, gradualmente, ribaltato i valori per cui sarebbe meraviglioso vivere.
      Lars ama la vita, ma non ama l’assurdità del modo con cui il mondo ha deciso di viverla. O, forse, nel modo in cui è, suo malgrado, costretto a viverla.
      Su questo sai che non sono d’accordo, ma, ammetto, che Lars conduce il suo ragionamento, in maniera impeccabile.
      Dunque, non ci sono alternative.
      Che venga Melancholia, e che spazzi via questa Terra, ormai già in corsa, da sola, peraltro, verso la sua fine.
      E ce ne stiamo accorgendo proprio in questi ultimi tempi.
      Credo che, alla fine, sia questo il vero messaggio verso l’alto del film.
      Grazie del tuo passaggio, è sempre un piacere leggerti.
      Rob.