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L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford – di Andrew Dominik

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L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford – di Andrew Dominik

analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo

L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford

Come realizzare un film di cui si conosce già la fine – a cura di Roberto Bernabo’

Chi narra in un film, chi racconta? […]
in campo cinematografico questo problema,
non appena lo si esamina da vicino, si
ramifica in un’enorme quantità di nuove questioni …
François Jost, "CinémAction" n. 20, pag. 115

Titolo originale: The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford
Nazione: U.S.A.
Anno: 2007
Regia: Andrew Dominik
Sceneggiatura: Andrew Dominik (screenplay); Ron Hansen (novel)
Direzione della fotografia: Roger Deakins
Durata: 158′
Genere: Biography / Crime / Drama / Western
Sito ufficiale: www.jessejamesmovie.warnerbros.com
Produzione: Scott Free Productions, Plan B Entertainment
Distribuzione: Warner Bros
Data di uscita: Venezia 2007
21 Dicembre 2007 (cinema)
Awards: Coppa Volpi per Brad Pitt alla 64^ mostra internazionale del cinema di Venezia
Altri premi e nominations: su IMDB cliccando qui 
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Interpreti e personaggi:


Brad Pitt                  …   Jesse James
Mary-Louise Parker         …   Zee James
Brooklynn Proulx           …   Mary James
Dustin Bollinger           …   Tim James
Casey Affleck              …   Robert Ford
Sam Rockwell               …   Charley Ford
Jeremy Renner              …   Wood Hite
Sam Shepard                …   Frank James
Garret Dillahunt           …   Ed Miller
Paul Schneider             …   Dick Liddil
Joel McNichol              …   Express Messenger
James Defelice             …   Baggagemaster
J.C. Roberts               …   Engineer
Darrell Orydzuk            …   Ukranian Train Passenger
Jonathan Erich Drachenberg …      Young Train Passenger

Plot key words: rapporto tra cugini; ammirazione; codardia; coraggio; tradimento; omicidio; narcisismo; eroismo; fiducia;
lealtà; banditismo; realizzazione di se; amore; suicidio; morte.


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Premessa

Assistendo ad una proiezione del film "L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford" la prima cosa che mi è venuta in mente è stata: "ma come riuscirò a vedere un film di 158 minuti conoscendo già come andrà a finire?"

Cioè è buffa come cosa, no?

Non voglio dire che un espediente narrativo del genere non sia mai stato utilizzato nel cinema, tutt’altro, solo che ieri me lo sono chiesto di nuovo.

Ovviamente la risposta non ha tardato ad arrivare.

Eh già perché il problema ontologico di tutte le trasposizioni dal letterario al filmico non è nella scelta del titolo (che in questo caso dimostra una ortodossia assoluta verso il romanzo), ma è come riuscirà l’operazione di trasposizione?

Ora qui il problema a dire la verità, un pò, si complica.

Perché leggendo i titoli di coda (che fanno ancora parte della proiezione, anche se ieri sera, anche al Quattro Fontane di Roma, hanno acceso le luci prima della loro fine), non puoi non accorgerti di quanta gente abbia prodotto il film, e non puoi non accorgerti tra questi di un certo signor Ridley Scott, che, guarda caso, in tema di rapporto tra carnefice e vittima è, come dire, una sorta di faro assoluto nel cinema made in USA e non solo.

La mia mente è andata subito a pellicole che rappresentano dei veri e propri cult movie del genere partendo ovviamente da "Blade Runner", passando per "I Duellanti", ed arrivando ad "Alien" e forse anche a "The Gladiator" e "Thelma e Luise".

Ho letto, peraltro, a parziale conferma di questa mia non tanto peregrina ipotesi, che il regista del film, Andrew Dominik, sicuramente bravo, aveva però in mente un film, in parte diverso, basato di più sul rapporto tra codardia e coraggio. E pare siano stati proprio Brad Pitt, prima e Ridley Scott, in un secondo momento, che lo abbiano, invece, convinto a modificare il plot originario, aggiungendo un pò più di azione.

Figurarsi che film ancora più lento aveva in mente il regista.

Va beh.

In questo post:

1. La dilatazione o estensione, quale elemento alchemico necessario alla progressione della storia
2. Lo sviluppo del conflitto ed il rapporto protagonismo – antagonismo, due temi più ifrapersonali che non interpersonali
3. Le ricostruzioni storiche, le citazioni cinefile, la fotografia quali elementi caratterizzanti lo specifico filmico dell’opera
4. Le rese attoriali e il rapporto tra le interpretazioni di Brad Pitt e di Casey Affleck  – anatognisti anche in questo
5. Conclusioni e una domanda per Ridley Scott

1. La dilatazione o estensione quale elento alchemico necessario alla progressione della storia

Avevo accennato nella premessa al problema del come è stata realizzata la trasposizione dal letterario al filmico del romanzo di Ron Hansen.

Bene attraverso un’opzione (che fa poi dire a tutti gli spettatori che il film è lento).

Quella cioè della dilatazione (o meglio estensione) del tempo filmico di un pò tutta la storia. 



Qui si entra nello specifico di un tema complesso di screenplay quello dell’adesso della storia e dell’adesso dello spettatore.

Con un’ulteriore complessità: la voce narrante. Che introduce un’altro tema complesso quello attinente il rapporto tra Mimesis "imitazione dell’azione" contro Diegesis "racconto di un narratore".

Sono due temi spesso molto interrelati tra loro.

Assistendo ad un film ci troviamo, rispetto al tempo reale che viviamo nella sala (nel caso di specie i 158 minuti), in relazione con un altro tempo. Quello della narrazione.

In un film possiamo assistere per il 50% del tempo agli accadimenti di 1 giorno e magari il resto del film ad uno svolgersi in un tempo assai più lungo.

Solo agli albori del cinema, e parlo dei fratelli Lumière, questi due tempi coincidevano. Ma erano sequenze molto brevi, girate a macchina fissa, che narravano quello che entrava (o usciva) dal campo di ripresa.

Nel caso delle trasposizioni dal letterario al filmico questo del tempo della narrazione diventa, alle volte, una questione assai complessa.

Dovrei accennare a problemi complicati e forse anche noiosi, attinenti il rapporto tra profilmico e filmico, ed in particolare a concetti quali la manipolazione del dispositivo profilmico [profilmico], la manipolazione del dispositivo di ripresa e la manipolazione del dispositivo di trattamento delle immagini già girate [filmico], ma la trattazione diventerebbe troppo articolata per un post di un blog.

In questo contesto ci limiteremo a dire che – così come nel romanzo è possibile estendere il tempo con descrizioni molto articolate, che possono durare pagine e pagine – anche nel linguaggio audiovisivo usato con sapienza è possibile realizzare un’analoga estensione.

Lo si può fare in tanti modi, e facendo riferimento ad un tipico espediente utilizzato nell’ambito della manipolazione del dispositivo di trattamento delle immagini già girate, quello più largamente utilizzato e semplice da usare è lo slow motion o rallenty.

Un accorgimento, però, che rischia, spesso, se utilizzato con faciloneria, di rendere troppo evidente, anche allo spettatore meno smaliziato, questa intenzione drammaturgica. 

Molto spesso si fa ricorso ad una voce narrante che, come dire, colma certi elementi di descrizione, di psicologia dei personaggi, e che rende da una parte più semplice per lo spettatore l’operazione d’infralettura narrativa (capire cioè tutti i bit della storia non ripresi dalla macchina da presa, problema tipico della trasposizione), ma, dall’altra, complica ulteriormente il rapporto tra l’adesso filmico, l’adesso della narrazione, e l’adesso dello spettatore.

Ma si può fare di più e di meglio.

E nel caso del film "L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford", questo espediente è quello che in termine tecnico si chiama estensione.

Una dilatazione dell’adesso filmico realizzata senza alterare l’adesso dello spettatore. Ma semplicemente non rallentando le immagini (manipolazione del materiale girato) ma l’azione dei personaggi (manipolazione del dispositivo di ripresa).

Ora, intendiamoci bene, questo tema è talmente centrale in quest’opera che il regista non solo ha utilizzato l’espediente della voce narrante, che gioca un alternanza tra Mimesis e Diegesis, e che altera, irrimediabilmente, anche il tempo della narrazione rispetto a quello dello spettatore, ma ha anche utilizzato lo "slow motion" ed addirittura il "fermo immagine", uno degli elementi formali introdotti dalla "nouvelle vogue", senza volutamente accennare al tema del cantastorie, in una delle ultime sequenze della pellicola, che in questo contesto può e deve essere considerata una sorta di dotta e cinefila citazione del tema della narrazione.

La funzione drammaturgica della dilatazione e della estensione, è quella di spostare l’attenzione dagli eventi, dalla storia, dalla novella, alla psicologia dei personaggi, a ciò che intimamente accade dentro di loro, nelle loro menti, nelle relazioni che non attengono alle liturgia delle battute dei dialoghi, ma ad un alchimia fatta di sguardi, di sottendimenti, di sorrisi, di lagrime, e di progressione psicologica riconducibile ontologicamente allo psicodramma, se è vero, come è vero, che tutto si compie quasi come lo svelamento di una profezia.

Eccellente non c’è che dire.

2. Lo sviluppo del conflitto ed il rapporto protagonismo – antagonismo, due temi più ifra-personali che non inter-personali

L’approccio psicologico piuttosto che narrativo (che ripeto rende proprio per questo lenta l’azione), viene poi ulteriormente suggellato e confermato nella definizione del tema dello sviluppo del conflitto e del rapporto protagonismo – antagonismo.

Si noti, al riguardo, che pur trattando la pellicola di un omicidio tra rivali, ogni esistente sviluppa, essenzialmente, un rapporto di conflitto infra-personale, ogni esistente è cioè, essenzialmente in crisi con se stesso.

Lo è il bandito Jesse James come spesso egli stesso rivelerà ai suoi cugini, roso dalla paura del mito e della mancanza di fiducia nel prossimo, che vive male una condizione di eroe che potrebbe, invece, dargli grandezza e superiorità.

Lo è il codardo (?) Robert Ford preso dall’ossessione di dimostrare a se stesso, più che agli altri, la sua emancipazione di adulto e di coraggioso.

Lo è suo fratello che finirà per suicidarsi … ed a guardare lo sono tutti gli altri esistenti dell’intreccio.

Considerazioni, peraltro e pertanto, del tutto analoghe sono riconducibili al rapporto protagonismo – antagonismo, se è vero che Jesse James viene si ucciso da Robert Ford, ma dopo che si tolto il cinturone, disarmandosi, e dopo avere volutamente dato le spalle a quello che sapeva, quasi con matematica certezza, essere il suo potenziale assassino.

3. Le ricostruzioni storiche, le citazioni cinefile, la fotografia quali elementi caratterizzanti lo specifico filmico dell’opera



Alcuni elementi di questo film sono di assoluto pregio quasi storico – documentarista. Come la ricostruzione scenografica  dell’America di fine ottocento, ho molto apprezzato, al riguardo, oltre e più che i costumi, la fontana a pompa di una sequenza che inquadra solo Robert Ford, in primissimo piano (altro elemento largamente usato a suggello della prospettiva intimista psicologica delle riprese), mentre si lava con un acqua quasi pura, in perfetta armonia con il suo viso quasi femmineo, ed in stridente contrasto, invece, con le sue intime intenzioni omicide.




La sequenza del treno che arriva nella notte prima del suo assalto da parte della banda dei James, mi ha riportato alla mente ancora l’archeologia dell’immagine in movimento, e non si può non intravedere una citazione cinéphile dei fratelli Lumière.

Notevole anche, sia in questa sequenza che in molte altre, ma soprattutto in quelle di raccordo (i cieli bassi, le nuvole che passano al rallenty, i campi fioriti, la neve, certe scene in controluce), la direzione della fotografia di Roger Deakins, messosi già in luce per molte delle pellicole dei fratelli Coen.

Penso alle sequenze in cui certi contorni vanno a sfumarsi, quasi a dare l’impressione di una carenza nella proiezione, e non posso non riconoscere a questo elemento uno di quelli fondanti lo specifico filmico di quest’opera.

4. Le rese attoriali e il rapporto tra le interpretazioni di Brad Pitt e di Casey Affleck  – anatognisti anche in questo



Nel dramma psicologico di un bandito e del suo quasi predestinato assassino, un tema che quasi riconduce al tradimento di Giuda, non si può non arrivare a esprimersi circa le rese attoriali di Brad Pitt, che a Venezia 64 si è aggiudicato la coppa Volpi, e quella di
Casey Affleck, tra le polemiche dei critici che ravvedevano, in quest’ultima, quella più meritevole dell’ambito riconoscimento italiano.

Poco male, sono entrambe notevoli, e Casey Affleck rimarrà, sicuramente, l’attore dell’anno 2007, e non mi sembra peraltro nemmeno che sia rimasto all’asciutto di premi, tutt’altro.

Direi che entrambi gli esistenti non erano facili da rendere attorialmente per motivi molto diversi.

Impersonare un mito del banditismo americano, realmente esistito, rappresentato e raccontato addirittura nei fumetti d’epoca, è senz’altro nelle corde di un sempre bravissimo Brad Pitt, quasi ossessionato, però, dalla necessità di rimanere all’altezza del suo mito (sarà per questo che il personaggio di Jesse James gli è riuscito così bene?), ed il suo altrettanto celeberrimo, giovane, efebico, insicuro quanto coraggioso e tormentato carnefice, forse lo era di più, ed è per questo che Casey Affleck ha dimostrato di essere un vero talento da seguire con attenzione.



Una nota particolare la darei, personalmente, a Sam Shepard ed alla sua sempre straordinaria capacità interpretativa, anche se il personaggio di Frank James non è sicuramente uno di quelli più difficili della sua carriera.

5. Conclusioni e una domanda per Ridley Scott

In conclusione il film mi ha convinto molto, anche se in qualcosa che non saprei dire, non al cento per cento.

Questo qualcosa è un qualcosa che attiene al lavoro di promozione, allo sforzo di tanti personaggi nella produzione, quasi come se la pellicola dovesse essere una sorta di colpo sicuro oltre che di critica, anche di box office, ma dovrei avere molti più elementi a disposizione per affrontare e dimostrare questo tipo di considerazione.



Un ultima cosa su Ridley Scott … mi domando spesso perchè mai sia così attratto da rapporti tra un esistente più forte ed un esistente più debole che pur rimanendo tale alla fine vince.

Nell’anno che ha visto rientrare nelle sale l’ennesimo final cut di "Blade Runner" è un qualcosa di sapore freudiano, che mi piacerebbe chiedergli di persona, qualcuno di voi, per caso, lo conosce?

Alla prossima.

4 commenti

  1. Nonostantetutto ha detto:

    @gahan Caro Alberto che dire se non … grazie per i complimenti e che è importante che un film generi percezioni differenti in ogni spettatore.

    Montare questo film non è certo stata un’operazione semplice.

    Poteva durare di meno?

    Forse si ma probabilmente ripeto le intenzioni legato all’espediente della dilatazione hanno prevalso nelle scelte finali.

    Grazie del passaggio.

    Con stima.

    Rob.

  2. gahan ha detto:

    Ogni tanto (non spesso) mi capita di leggere qualcosa riguardo un film che non ho troppo apprezzato che mi mette in dubbio. La tua recensione è uno di questi casi. Mi complimento. Eppure considerando la progressione narrativa penso sempre che le due ore e quaranta, il troppo indugiare sui secondari, rimanga il problema di questo film. Insomma penso che l’operazione di dilatazione ed estensione si riveli ai fatti meno pregna di quanto potesse essere sulla carta, perché non sempre è funzionale al suo nucleo tematico.

  3. Nonostantetutto ha detto:

    @Alderaban … il film non è di Ridley Scott, è di Andrew Dominik come scritto anche nel titolo.

    Non lo so … non credo che non ci siano grandi storie, non è quello il problema.

    In Italia il problema è nell’assenza di coraggio dei produttori ed in un cinema casta che non cerca nuovi talenti. E’ difficile entrarvi ed è impossibile uscirne, e questo non è un bene.

    Negli USA il problema, ammesso che ci sia, è sempre quello della eccessiva enfasi verso la commercializzazione del prodotto.

    Ma il cinema è da sempre soprattutto un’industria.

    Manca una scuola in Italia.

    Mancano persone come Elio Petri che decideva lui che film fare e si cercava il modo di finanziarseli.

    Le storie ci sono e se il mondo si sta inaridendo anche le storie ne risentono, forse. Questo si.

    Grazie del passggio e a presto ti ricambio anche da qui gli auguri.

    Rob.

  4. Alderaban ha detto:

    Mi spiace Roberto ma non conosco il signor Scott :D.

    La tua recensione è ineccepibile e invita comunque a vedere l’ultimo lavoro di R. Scott;

    però una sensazione (collaterale) mi è sorta intorno al cinema attuale: ovvero che sia in atto una tendenza generale in ci si rifugia sulla tecnica e nella valorizzazione delle immagini (senza parlare dei tanti remake e sequel) perché di grandi storie da raccontare non ce ne siano più tante in giro.

    Solo la sensazione di uno spettatore distratto?

    A rileggerci e tanti auguri di buon anno

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