cinemavistodame.com di Roberto Bernabò

Hiroshima Mon Amour – di Alain Resnais

Il tempo stimato per la lettura di questo post è di 7 minuti e di 7 secondi

1959 | Francia – Giappone

analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo

Hiroshima Mon Amour

Regia: Alain Resnais
interpreti: Emmanuele Riva, Eiji Okada

E’ molto tempo che non trovo il tempo di fare un post.

Lavoro, impegni, diffidenze che ogni tanto nutro verso internet.

Ma ho deciso che se ho un blog, ed in questo mese, esattamente il giorno 11 maggio, ricorrerà un anno dalla sua apertura, allora, mi sono detto, bisognerà pur festeggiare con un bel film di annata.

Come con il vino. Bisogna aprire, per l’occasione del primo anno di vita, una “bottiglia di quello buono” (sto parlando sotto metafora non sotto l’effetto del vino ;-)), così tanto per non discostarmi troppo dalle ambientazioni del post precedente.

Ed allora, grazie ad un amico che ha il DVD, ho visto una proiezione del film Hiroshima Mon Amour.

La visione risale al 25 aprile perché, mi ero detto, dietro tanta retorica in giro nei giornali, nelle televisioni, volevo andare alla radice del problema delle guerre, e forse anche dei temi razziali.

Cibarmi di questi orrori.

E’ necessario, ogni tanto, secondo me, più che ricordare, riflettere.

Deng.

Riflettere.

Una delle chiavi di lettura per decodificare un’opera sicuramente complessa ed innovativa come questo film.

Siamo sul finire degli anni ’50 e ad Alain Reanis viene commissionato un film su Hiroshima (il film uscirà nel 1959).

Voglio dire “mica una chiacchiera” come si usa dire da queste parti.

Il rischio di cadere nel banale e nel documentaristico abusato, è, dietro, in un progetto del genere, ad ogni minimo tentativo di approcciare la cosa.

Ed infatti il film ha vicissitudini molto tortuose prima della sua realizzazione.

Solo pochi dati reali di quella che fu l’ecatombe vengono evocati nel film come il numero impressionante di morti che la prima esplosione atomica realizzò in soli 9 secondi, o le immagini qua e là dei superstiti e di altri rari inserti realistici.

In realtà il film di Renais fu qualcosa di molto più ampio ed, al tempo stesso, rivoluzionario.

Alain, infatti, era coetaneo del cartello di registi che, in quello stesso anno, si sarebbero imposti al mondo sotto il fenomeno catalogato Nouvelle Vogue.

Analisi di eventi ed esistenti del film

Alain Renais, in quel tempo, non faceva parte, peraltro, dei registi dei “Cahiers”, ma di quelli della “Rive Gauche” che, mediamente più anziani e assai meno cinefili, tendevano ad assimilare il cinema ad altre arti, ed in particolare alla letteratura (ma tu pensa le affinità elettive alle volte …).

Anche il loro cinema era d’impronta moderna (si dice così no?), probabilmente favorito dall’interesse del pubblico giovane alla sperimentazione (e, forse, dalla assoluta inesistenza della televisione).

Gli eventi narrati nella pellicola si svolgono, molto lenti, e possono essere sintetizzati nel viaggio di un’attrice francese giunta ad Hiroshima per girare un film contro la guerra. Sicuramente Renais s’imbattè nel romanzo (ma tu guarda la mia ossessione per le ibridazioni tra cinema e romanzo, forse mi dovrei fare curare), non certo per caso, in quanto questo era esattamente l’obiettivo del progetto affidatogli dalla produzione.

Cosa avviene?

Avviene che il film, presentato al Festival di Cannes, vince il premio della critica internazionale.

Di cosa parla il film?

Di un incontro tra l’attrice ed il suo amante conosciuto lì.

Sicuramente il film trasla, pertanto, grazie al linguaggio dato dal romanzo, subito, la narrazione su di un piano che si separa dal reale.

Non è reale la bomba, non è reale l’amore tra gli amanti, non è reale null’altro se non la parentesi di riflessione che il film induce durante tutto il suo svolgersi.

Circa il linguaggio audiovisivo – Riflessioni frammentate e frammentarie

Un film pulviscolare in cui Renais agisce un linguaggio assolutamente stravolgente.

Non esistono rigide concatenazioni né sul piano dell’asse spazio tempo, ma in verità in questo non vi sarebbe nulla di rivoluzionario, essendo quella del flashback un tecnica abbondantemente già sperimentata nel cinema egli anni ’40 e ’50, né sul piano della stretta relazione tra gli eventi.

Tra le decisioni degli esistenti.

Tra lo stesso svolgersi di alcune sequenze.

Un personaggio, ad esempio, ho notato si alza da un tavolo, in una sequenza, dalla sinistra dello schermo, la mdp stacca in un altro posto, ma lo stesso personaggio, nella stessa sequenza, si ritrova, quasi come in un’immagine kafkiana, nello stesso punto dell’inquadratura a sinistra dello schermo.

Il film generò mille attacchi da parte degli stessi cineasti dell’avanguardia francese, come Jan Luc Godard, che lo criticò duramente, per le scene di sesso quasi esplicito (soprattutto se rapportate all’epoca).

Eppure la critica lo esaltò.

Il cinema di Renais fu accostato a quello di Ejsenstejn per i tentativi di far toccare gli estremi contrari, al fine di rendere la loro inconfutabile dialettica, come pure nell’arte, così importante, del montaggio. Tema a me sempre più caro da quando, nel mio piccolo, un po’ me ne occupo.

Eric Rohmer definì il cinema di Renais “cubista”.

Perché?

Ma perché, proprio come i cubisti nella pittura, Renais tenta di ricostruire, frammentandola, una certa realtà che può sembrare arbitraria ai più, o meglio, ai profani.

La sequenza evocata prima, ne è un fulgido esempio.

Renais cerca un equilibrio superiore a tutti gli elementi della creazione, proprio attraverso i contrasti, mette in luce ciò che li unisce.

Forse è per questo che il film è piaciuto così tanto sia a me quanto ad A.S., grazie al quale ho avuto modo di vederlo.

Il suo stile cubista, lo ritroviamo anche nel brusco susseguirsi di carrellate ad improvvise riprese con macchina fissa.

Anche nel linguaggio formale Renais utilizza la tecnica della frammentazione.

Renais “scompone” il tempo cinematografico (la sua durata nella sequenza), in particelle minime, e lo “ricompone” secondo la cronologia fluttuante della memoria.

Cerca, in pratica, un effetto di opposizione ed, al tempo stesso, di unione profonda.

Partire (dall’amante verso il marito) o restare (con l’amante senza il marito)?

La frammentarietà o pulviscolarità del film è genialmente annunciata nella immaginifica sequenza iniziale, nella quale i corpi degli amanti vengono coperti dalla “cenere atomica”, che si trasforma in sudore.

Il linguaggio degli estremi che si toccano emerge, ad esempio, nei ricordi di Nevers, di Rivette quando rievoca, all’amante, di un amore giovanile con un soldato tedesco.

Oltre ad i già evocati salti temporali, il cubismo di Renais è rintracciabile in altre forme di frammentazione, come l’ambiguo saltare tra ricordi e fantasie.

Lo sforzo è, in pratica, quello di contrapporre, ed al tempo stesso mettere in relazione, presente con passato, ricordo con fantasia, unione con separazione, incontro con scontro, velocità con rallentamenti, quasi improponibili cinematograficamente.

L’accostamento alla Nouvelle Vogue è certamente pregnante nella nuova assenza di psicologia che caratterizza gli esistenti, e soprattutto il personaggio di Rivette, interpretata straordinariamente dall’attrice prevalentemente teatrale: Emmanuele Riva, fortemente voluta per la parte da Renais.

Proprio come in alcuni personaggi di Françoise Truffaut, Rivette non ha un comportamento da adulta.

In questo, sicuramente lo stacco dallo stile imperante nelle sceneggiature dell’epoca è netto, come lo fu per tutti i registi della NV.

Così come pure nella complessa scelta di ciò che muove all’azione gli esistenti del romanzo, non certo coerente con la morale borghese del finire degli anni ’50, a cui notoriamente la N.V. si opponeva.

Il romanzo, peraltro, di certo era un’opera letteraria ritenuta scadente, all’epoca, così come ambiziosa era ritenuta la sua autrice, Marguerite Duras.

L’opera, però, fu completamente riscattata dal film di Renais, il quale riuscì a sublimarne il contenuto intrinseco di “volgare  melodramma“, restituendo allo spettatore, ed al mondo, un film che rimane una perla di assoluta bellezza.

E non è importante, ai fini di questa analisi, indagare poi tanto se Rivette, lascerà il suo amante, giacché nella circolarità della storia la fine potrebbe coincidere con l’inizio, come in alcuni bellissimi racconti di Borges.

Una questione non secondaria per chi ha visto il film

Chi ha assistito alla proiezione del film sa che i due protagonisti, nelle sequenze finali, è come se varcassero una soglia.

Nelle reciproche affermazioni “tu sarai Hiroshima” di Rivette e “tu sarai Nevers”, del suo amante, dialogano, infatti, su un piano che non è più quello dello spettatore.

Pongo allora subito la questione.

Cosa hanno effettivamente compreso nella polverizzazione del tempo?

C’è chi sostiene che arrivino a conoscere, addirittura, una verità oggettiva.

AS, con cui ha visto il film, ha addirittura fatto riferimento al correlativo oggettivo” di Eliot e Montale, ma credo, che i riferimenti stilistici siano una cosa, mentre ciò che i due esistenti abbiano realmente compreso ne sia un’altra.

Io non ho risposte.

Posso solo dire, per averlo raramente provato, che l’amore è una condizione di elevazione.

Il piacere che troviamo nell’altro quando amiamo, sublima verso qualcosa di assoluto.

Magari banale, sicuramente non esaustivo.

Oggi sentivo un commento al libro “Alla cieca” di Claudio Magris dove si è parlato di relativismo.

Cioè, sosteneva Magris, che anche gli stalinisti che seguivano alla cieca le folli intenzioni di Stalin avevano un agire verso un assoluto che è, relativamente, interessante.

E’ stimolante, pertanto, a mio avviso, comprendere effettivamente come i protagonisti passino da una condizione relativa (amanti a Hiroshima), ad ad una condizione assoluta (la verità ho fatto accenno), che si decodifica dalle sequenze e dai dialoghi finali.

Non è forse attraverso il discorso che comprendiamo la storia, secondo Seymour Chatman?

Ed allora chiedo formalmente, su questo interessantissimo tema, l’intervento dei lettori di questo spazio.

9 commenti

  1. Roberto Bernabò ha detto:

    grazie rukert è sempre un piacere avere una tua visita ;-))

  2. ruckert ha detto:

    Ho letto solo una volta e mi sa tanto che non basta. Non ho visto il film ma dalla tua descrizione delle tematiche sembra essere affascinante, specialmente quando parli della ricerca della verità ogettiva … gli assoluti mi affascinano e spaventano nello stesso tempo. Cercherò il film Ciao e ben trovato (posso dire era ora? ;)))

  3. Roberto Bernabò ha detto:

    Chi ha visto il film sa che i due protagonisti, alla fine del film, è come se varcassero una soglia.

    Nelle reciproche affermazioni “tu sarai Hiroshima” di Rivette e “tu sarai Nevers”, del suo amante, i due protagonisti dialogano su un piano che non è più quello dello spettatore.

    Cosa hanno effettivamente compreso nella polverizzazione del tempo?

    Nella nostra chiacchierata hai fatto riferimento al “correlativo oggettivo” di Eliot e Montale, ma credo, che i riferimenti stilistici siano una cosa, mentre ciò che i due esistenti abbiano realmente compreso ne sia un’altra.

    Io non ho risposte.

    Posso solo dire, per averlo raramente provato, che l’amore è una condizione di elevazione.

    Il piacere che troviamo nell’altro quando amiamo, sublima verso qualcosa di assoluto.

    Oggi sentivo un commento al libro “Alla cieca” di Claudio Magris dove si è parlato di relativismo.

    Cioè sosteneva Magris che anche gli stalinisti che seguivano alla cieca le folli intenzioni di Stalin avevano un agire verso un assoluto che è, relativamente, interessante.

    E’ stimolante, pertanto, a mio avviso, comprendere effettivamente come i protagonisti passino da una condizione relativa (amanti a Hiroshima), ad ad una condizione assoluta (la verità a cui tu accenni), che si decodifica dalle sequenze e dai dialoghi finali.

    Non è forse attraverso il discorso che comprendiamo la storia, secondo Seymour Chatman?

    Ed allora chiedo formalmente, su questo interessantissimo tema, l’intervento dei lettori di questo spazio.

    Grazie.

  4. utente anonimo ha detto:

    però la domanda del mio secondo commento non era retorica, vorrei davvero che qualcuno mi spiegasse che cosa hanno compreso/dove sono arrivati i protagonisti quando il tempo della memoria, ed il tempo dell’esistenza, si è dissolto. cos’è che c’è dopo? qualcuno lo sa?

  5. Roberto Bernabò ha detto:

    Non ringrazierò mai abbastanza Ant per la sua sensibilità.

    Vedere come soluzione al problema esistenziale l’accezione data nel tuo commento è semplicemente geniale.

    Mi ha inoltre colpito anche il verso di Montale nell’accostamento dei contrari la vita che muore e la morte che vive.

    Assolutamente centrale come chiave di lettura di Hiroshima Mon Amour (anche quì sicuramente una sottolineatura che accenna al tema del ribaltamento).

    Paco come al solito bentornato nel mio blog. Vedrò il da farsi. Ma non so se metterò un banner. E’ giusto aiutare il cinema indipendente questo è certo ma credo anche che il discorso è molto complesso.

    Il cinema è come l’editoria una cosa che bisogno anche essere venduta.

    E’ una macchina in cui alle volte le cose commerciali sostengono quelle di altro spessore. Non voglio diventare un fondamentalista di una sola prospettiva. Alle volte film commerciali hanno dato fondi per girare cose diverse, è stato così per De Sica ed è così anche per molte case editrici che pubblicando autori commerciali, possono pubblicare anche autori per pubblici più raffinati. Anzi alle volte è come addirittura come se i primi dessero da vivere ai secondi.

    Insomma alterare gli equilibri del mercato dimenticando che spesso i pubblici fanno cose assai diverse da quelle che ci aspetteremmo potrebbe anche essere dannoso.

    Finito lo sproloquio sull’ecologia delle forze in campo, condivido che il film che tu pubblicizzi merita attenzioni speciali, perché sicuramente da luce ad una prospettiva verso la quale provo affinità maggiori, che non verso “il Monnezza” dei fratelli Vanzina che, peraltro, non si sono premurati neanche di far fare una cameo a Tomas Milian che, forse, qualcosa a quel film ha dato perché se la gente lo va a vedere, ed ahimé ci va, è anche grazie all’attore cubano.

    Un saluto. Rob.

  6. pacociak ha detto:

    Ciao,

    ben ritrovato…pure con un grande film. ;-)

    Ti rompo con un appello:

    Appello ai blogger cinefili: aiutiamo a diffondere “Come prima” di Mirko Locatelli.

    Un nuovo modo di distrubuire.

    Grazie

    http://mipassaperlatesta.splinder.com/post/4707148

    Ciao

  7. utente anonimo ha detto:

    ancora qualcosa sul commento precedente: se il tempo è la determinazione dell’essere e ne è la sua manifestazione primaria, a cosa sono giunti i protagonisti mentre il fiume di hiroshima scorre alle loro spalle, e il fiume di nevers si scioglie nella memoria, quando il tempo ormai si è già liquefatto?

  8. utente anonimo ha detto:

    c’è un tema centrale nel film, che si traduce tra l’altro nell’atomizzazione del montaggio, ed è il tempo che si scioglie, si liquefa – cfr i continui riferimenti all’acqua, che accompagnano tutte le scene – ed è questo dissolvimento che è la premessa del riscatto dalla prigionia della sequenzialità e della causalità della vita. in fondo quella storia è stata una “storia da quattro soldi”. nel tempo dissolto i protagonisti trovano la via di fuga, e la soluzione è ovviamente sospesa e atemporale, per l’appunto è una “soluzione”, dal verbo greco “luo” ovvero sciogliersi. sciogliersi in ciò che il tempo non comprende. cito dei versi di montale che possono chiarire meglio il tema . “il gocciolio che scende a rilento, il tempo fatto acqua, il lungo colloquio coi poveri morti, la cenere, il vento, il vento che tarda, la morte, la morte che vive!”.

    mi piacerebbe se tu e i bloggers sviluppassero quetso tema.

    ciao, ant

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