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Fino all’ultimo respiro – di Jean Luc Godard

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Francia | 1960

analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo

Fino all’ultimo respiro

titolo originale: À bout de souffle
nazione: Francia
anno: 1960
regia: Jean-Luc Godard
genere: Drammatico
durata: 90 min.
distribuzione: Euro International Films
cast: J. Belmondo (Michel Poiccard alias Laszlo Kovacs) • J. Seberg (Patricia Franchini) • D. Boulanger (Ispettore di polizia) • J. Melville (Parvulesco) • H. Huet (Antonio Berrutti)
sceneggiatura: F. Truffaut • J. Godard
musiche: M. Solal
fotografia: R. Coutard
montaggio: C. Decugis • L. Herman

Sinossi: A Marsiglia, Michel Poiccard, un giovane delinquente ruba una macchina e uccide l’agente della polizia che lo inseguiva in moto. A Parigi ritrova una giovane americana che vende il “New York Herald Tribune”, e gli propone di seguirlo in Italia.

Ieri all’Azzurro Scipioni sala Lumière ho rivisto “Fino all’ultimo respiro” titolo originale “A bout de souffle”. Francia 1959. Di Jean Luc Godard.

Sceneggiatura di Françoise Truffaut e assistenza di Claude Chabrol. Insomma c’erano proprio tutti i padri della Nouvelle Vougue. Ed il film è effettivamente un inno alla Nouvelle Vogue. Non si può comprendere la “Leggerezza” di Françoise Truffaut se non si vede il Jean Paul Belmondo di quel film.

Non si può comprendere l’intento rivoluzionario di un’intera generazione di cineasti se non si studiano i dialoghi, le inquadrature, gli obiettivi dei personaggi del film. Rivoluzione pura ad ogni fotogramma. Solo per citare una delle più famose: Belmondo che dialoga con il pubblico in un paio di occasioni, la sua morte mentre tenta di replicare le smorfie che tanto lo divertivano, e mentre apostrofa la sua compagna come “schifosa“.

Belmondo di questo film rivela al mondo le sue capacità di attore con disinvoltura, facilità e cinismo.

Non ha nulla del fisico da attor giovane alla Jaques Charrier, ma la sua virilità provocante corrisponde assai di più ai gusti dell’epoca. Mostra una spontaneità straordinaria al volante delle sue auto rubate, come fa nel seguito nel ruolo più complesso dell’innamorato, un po’ grossolano, nella celebre sequenza della stanza dell’Hotel de Seude (“m’interesso sempre alle ragazze che non sono fatte per me … perché non ti metti nuda?).

La donna di Godard nel film è tutto il contrario degli archetipi fino a quel momento utilizzati dal cinema francese e non solo. Non è fatale ma è fatale. Non è oggetto ma è oggetto. Non è madonna ma è madonna. E’ rivoluzionaria la tensione esistenzialista che la predomina, la sua insicurezza, la sua triste, ostinata, travagliata e disperata ricerca.

Ciò che vi è, di profondamente innovativo, nella regia di Godard, è che la macchina da presa non smette mai di tallonare gli attori, inquadrando ogni loro spostamento, gesto, espressione. ll film è, non a caso, diventato una sorta di documentario sulla recitazione. Ed è questo che da ai personaggi la loro straordinaria forza.

Belmondo, su indicazione di Godard, può permettersi di tutto: apostrofare lo spettatore, canticchiare insieme alla radio, insultare le autostoppiste, alzare le gonne alle ragazze per strada, chiedere di pisciare nel lavabo, rubare soldi dalla borsetta dell’amica.

Tutte azioni agite con grande naturalezza, ma, assolutamente fuori dall’ambito di quelle consentite dal cinema francese, e non solo, fino a quel momento.

Il film non è irriguardoso verso i benpensanti, non sarebbe giusto affermare questo. Va però detto che la borghesia è ignorata del tutto.

Improvvisamente non è più l’oggetto del film commedia.

Tange i protagonisti e le loro vite. Serve solo per case, auto, occasioni di lavoro, ma è cosa altra da loro, inavvicinabile ed irraggiungibile.

Essi anelano ben altro.

Cercano, senza trovarlo, un senso. Forse la felicità, forse l’amore.

Ma senza strategie precise.

Vedendo un po’ ciò che accade, guidati all’azione da bisogni primari, tra i quali il motore di tutto è l’amore.

Pur nella loro cialtroneria i personaggi, attraverso i loro dialoghi, (anche e soprattutto in quelli interiori), non scadono mai nel materiale.

Anche se Belmondo ruba, l’atto è sempre un mezzo mai un fine.

Ma il vero intento rivoluzionario non è tanto nel cosa ma nel come.

La trama, la storia improvvisamente non è più al primo piano.

Non è lei no il fulcro dell’impianto narrativo (pur presente e pregevole, a dire il vero), quanto, piuttosto, l’impressione dei protagonisti.

Oserei, se non rischiassi di cadere nella citazione abusata, che “A bout de souffle” è un film impressionista, nella misura in cui è l’impressione dei personaggi a rimanerci dentro assai più dell’intreccio drammatico, quanto mai, della drammaturgia trama.

Non viviamo, con Belmondo, accanto e dalla parte, di uno sciagurato delinquente. Anche se lo vediamo uccidere, rubare, scappare per l’intero film.

Ciò non di meno sublimiamo in lui, affascinati dal suo appassionante modo di prendere la vita.

Ridiventiamo bambino con lui. Fuggiamo ogni responsabilità sperando, sempre con lui, di trovare una borsetta dove frugare, un’auto da rubare, un amore da vivere, un amico vero a cui chiedere aiuto, certi che lui ce l’offrirà.

Un clima che non respiriamo più in nessun regista. Il cinema ha smesso di osare. E’ solo brutta copia di se stesso, manierismo.

Salvo di queste ultime stagioni solo Lars von Trier ed il film Dogville in particolare.

4 commenti

  1. […] Mia recensione al film: “Fino all’ultimo respiro – A bout de souffle” – di Jean Luc Godard: qui. […]

  2. Roberto Bernabò ha detto:

    @Beppe Che onore un tuo commento sul mio blog. Devo però anche dire dire lo stesso andrebbe, come dire, esplicitato meglio.

    Non è molto chiaro, almeno a me, l’obiettivo di questa osservazione. Sincermante prendo atto, ma non ho molto ben capito cosa intendi dire.

    In ogni caso grazie del commento, magari una prossima volta cerca di essere più chiaro.

    Lo dico, oltre che per me, anche per gli utenti di questo blog … sai in senso metaconcettuale anche se non tanto virulento.

    Quello che intendo è che dovresti far trasparire e/o estrinsecare meglio i tuoi pensieri che peraltro, ti ricordo, non sono supportati dalla natura istintiva delle immagini, magari con delle argomentazioni semplificative.

    Ok?

    Grazie.

    Stai bene,

    Rob.

  3. Beppe Grillo ha detto:

    sai, io credo che la natura istintiva e virulenta nella trasposizione emessa dalle immagini, non consenta a gran parte della tua recenzione di trasparire e/o estrinsecare la mera lucidità visiva e metaconcettuale di Truffaut, Godard, Chabrol e in piccola parte anche in Luis Malle, nonostante il suo distaccamento dalla Nouvelle Vague. Ciao.

  4. utente anonimo ha detto:

    finalmente un post sulla nouvelle vauge .uno dei film più significativi di quel periodo. Bravo cinemavistodame tornerò spesso !!

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