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The Wrestler – di Darren Aronofsky

USA – 2009

breve analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo

Amore e caduta di un campione fragile – a cura di Roberto Bernabò

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The Wrestler

titolo originale: The Wrestler
nazione: U.S.A.
anno: 2008
regia: Darren Aronofsky
genere: Drammatico
durata: 105 min.
distribuzione: Lucky Red Distribuzione
cast: M. Rourke (Randy ‘The Ram’ Robinson) • M. Tomei (Cassidy) • E. Wood (Stephanie) • J. Friedlander (Scott Brumberg) • A. Naidu (medico) • M. Margolis (Lenny) • T. Barry (Wayne) • W. Stevens (Nick Volpe)
sceneggiatura: R. Siegel
musiche: C. Mansell
fotografia: M. Alberti
montaggio: A. Weisblum

Trama: Randy Robinson era un wrestler professionista di rinomata fama alla fine degli anni ‘80. Randy, per arrotondare è costretto a lavorare anche come magazziniere in un supermercato e nel fine settimana partecipa ad incontri di wrestling dove interpreta il personaggio che lo ha reso famoso anni prima: The Ram. Colto da un infarto durante un combattimento e costretto a lasciare lo show-business, comincia a riflettere sulla sua vita. Riuscirà a mettere a posto le cose?

“Sono un vecchio pezzo di carne maciullata, me lo merito di restare
da solo … voglio soltanto che tu non mi odi.”
Randy ‘The Ram’ Robinson alla figlia Stephanie

§§§

L’unica cosa che pensi mentre assisti, in una cinema pieno solo di palestrati, anche un po’ sfigati, intorno a te, ad una proiezione di “The Wrestler” di Darren Aronofsky, non è se il film sia bello o se ti piace o se e quanto le scelte formali siano coerenti con la drammaturgia degli eventi, e tutte quelle menate di cui sono solito riempire le mie analisi.

No.

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E nemmeno quanto sia fedele la ricostruzione del vero mondo del Wrestling (visto che, fra l’altro, tutte le stars di quello sport erano alla prima californiana del film).

E non ti chiedi nemmeno perché Mickey Rourke abbia accettato di mettere su 14 chili di muscoli a 56 anni per accettare questo film.

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Perché l’unica, ma, davvero, credetemi, l’unica cosa che ti chiedi è: Dove finisca l’uomo Mickey Rourke e dove inizi il personaggio Randy carne maciullata ‘The Ram’ Robinson. O anche, naturalmente, il contrario. Nell’interno di una verità palindroma e di una interpretazione bilaterale.”

§§§

L’altra cosa che pensi è che puoi entrare in empatia con questo film solo e soltanto se hai definitivamente perso qualcosa d’importante, almeno una volta nella vita ed in maniera irreparabile.

Qualcosa che ti rendeva felice.

Qualcosa che ti regalerà, ed era ora, finalmente, un senso profondo ai versi di una celebre canzone di Fiorella MannoiaNon sono un cantautore“:

Cammino e vivo capovolto, dissoluto e dissolto sono la felicità che mi hai dato e poi tolto”.

Parlo di quel senso di perdita, definitivo, che in psicanalisi gli esegeti del termine definiscono “lutto“.

Quelle perdite che mentre tutti sono normalmente felici e infelici, per cose futili e meno futili, intorno a te, dentro di te fanno morire qualcosa dentro, forse per sempre.

E non parlo di cose banali.

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Parlo di una figlia.

Parlo di cose per le quali non abbiamo nemmeno una cazzo di scusa.

Una cosa che se solo eravamo più accorti nel gestire la nostra vita avremmo conservato.

§§§

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Non basta ancora.

Devi immaginare di essere invecchiato così tanto e male, che anche la salute diventa un ostacolo insormontabile alla tua, quanto meno dentro di te, strameritata rivincita, alla tua cavolo di seconda occasione. Il tuo strafottuto e sacrosanto riscatto.

§§§

Vi sentirete dire che in questo film esiste come una sorta di solita americanata col doppio processo di redenzione.

Lasciate perdere. Davvero lasciate perdere.

Ma magari, aggiungo.

Magari.

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The Wrestler è una storia talmente legata al personaggio – uomo – interpretazione – transfert: Randy carne maciullata ‘The Ram’ Robinson – Mickey Rourke che persino il regista Darren Aronofsky, più dimesso che mai, attraverso l’uso quasi esclusivo di camera a mano, pellicola sgranata, soggettiva, cede il passo all’incedere assolutamente e definitivamente bukowskiano, come lo era stato, del resto, da giovane, in pellicole del calibro di “Barfly“  “L’Anno Del Dragone” e “Angel Heart“, non so quanto all’attore, quanto, piuttosto all’esperienza della disperazione conosciuta dall‘uomo-attore-personaggio-Mickey Rourke.

In una intervista è lo stesso Rourke a confessare:

Si ho messo 14 chili ma la cosa più difficile non è stata imparare a cadere (sono finito all’ospedale più volte), o cambiare la mia idea su questo sport (prima pensavo che fingessero tutto invece si fanno male davvero), ma entrare in relazione con alcuni luoghi della mia anima che non amo frequentare.”

Quei luoghi che non ama frequentare si riassumono nella frase che gli ho, più volte, ascoltato ripetere: “Dio ha un progetto per ognuno di noi, ma io ho preferito seguire il mio, solo che il mio faceva schifo“.

§§§

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Aggiungeteci, speculare e parallela, la progressione della storia di una spogliarellista splendida ed intensa come Marisa Tomei (era lei che meritava l’Oscar come migliore attrice non protagonista, altro che Penelope Cruz per l’interpretazione di Vicky Cristina Barcelona di Woody Allen), che assiste, anche lei, tra mille sensi di colpa, alla caduta del campione, ed anche lei all’inizio del suo personale viale del tramonto.

Completate il quadro degli esistenti con una figlia costantemente delusa da un padre inesistente.

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Sequenze quasi metafisiche in cui la vecchiaia e l’assenza di decenni di rapporto tra genitore e figlia si sublimano in una passeggiata su una spiaggia, e culminano in un ballo tanto struggente e leggero quanto inutile, oramai, nella sequenza nella quale Randy e la figlia lo fanno (il ballo) in una enorme sala abbandonata, vuota, sui resti di un passato condiviso, di una felicità che solo lui ricorda, ma che riesce comunque a riunirli in un ultimo atto, in un altro requiem for a dream. In un desiderio, confessato in un pianto struggente e inconsolabile, di non essere odiati.

§§§

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Dipingeteci, infine, su il più classico degli incontri (match) impossibili, che replichi dopo, vent’anni, un altro incontro (quello si mitico) tra due giovani campioni di Wrestling nell’acme della loro potenza fisica e gloria, ed avrete tutto il materiale con il quale Mickey Rourke ha dovuto semplicemente fingere di essere un lottatore di Wrestling e non lui stesso, che interpretava lui stesso, sotto le sembianze di un lottatore di Wrestling.

Negli eventi, creati con la progressione classica di genere, che culmina, come abbiamo detto, con l’incontro clou che tutti attendono, tutti tranne forse proprio The ‘The Ram’ Robinson, consapevole dei rischi che comporta, e che frugano grazie all’espediente della soggettiva e della macchina a mano in tutti i luoghi minimalisti e decadenti di cui è fatta la vita del campione morente, saremo letteralmente rapiti dalla sensibile e fragile e delicata poetica, sempre sul bilico della disperazione, umanità di questo personaggio che guarisce, accollandoseli tutti lui, i dolori di tutti noi, e di tutti gli altri esistenti che incontra, e con i quali è sempre dolcissimo, compreso nei confronti dei suoi avversari (quanta pietas e solidarietà tra questi sportivi del wrestling), tranne sicuramente (ma più per limiti umani, che non per cinico calcolo) ovviamente verso la figlia, ma non voglio svelare troppo.

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Negli aspetti di linguaggio audiovisivo, oltre agli espedienti formali volti ad esaltare la prospettiva individualista colma di solitudine, abilitata dalla soggettiva, degna di sottolineatura è questa esaltazione o’contraire del corpo muscoloso.

Più il campione tenterà il suo recupero esteriore, più morirà dentro, fino all’allineamento estremo di queste prospettive disassate tra forza e debolezza che culmineranno nella sequenza finale.

Quasi come in un paradossale ossimoro visivo di un campione che riunisce, in un unica icona martoriata e martoriante, tanto un uomo spossato e fragile quanto un atleta pompato di uno sport, il wrestling, che, guarda caso, proprio come il cinema, è fatto, prevalentemente di finzione.

Tranne in casi come questo dove l’interpretazione supera la realtà o quanto meno la raggiunge.

Cosa rarissima che vale i tanti riconoscimenti ottenuti dal film e da Rourke, oltre che, datemi retta, il prezzo del biglietto.

Una storia che risulta, per dire, esattamente l’opposto della scontata e banale epica buonista di Rocky Balboa, opera speriamo davvero ultima della saga del pugile interpretato da Sylvester Stallone, che affronta un tema sostanzialmente analogo, con una prospettiva talmente ribaltata nei suoi assolutamente già visti messaggi verso l’alto, educativi e didascalici, da risultare irrimediabilmente ed inesorabilmente irritante.

§§§

E non è importante capire la possibile risposta alla domanda, legittima, che un bambino, in sala, ha rivolto al padre alla fine del film (senza peraltro ottenere una risposta): “Papi, ma non ho capito, alla fine The “Ram’ Robinson ha vinto?

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Importante è capire che l’ultima sequenza è il volo di Randy carne maciullata ‘The Ram’ Robinson – Mickey Rourke verso l’unico suo possibile destino.

Un volo liberatorio, definitivo, vero unico epilogo credibile di una vita vissuta come una candela che brucia da entrambi i lati.

Seguito da una dissolvenza in nero che si prolunga fino ai titoli di coda.

Game Over … si insomma fine del post.

Da leggere ascoltando: Il valzer di un giorno di Gianmaria Testa

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I film in uscita dal 27 febbraio 2009

Giulia non esce la sera, forse per via di una siciliana ribelle … o un onda di nazismo glielo impedirà?

Non lo so cosa consigliarvi.

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I film italiani, per una volta, andranno meglio di quelli tedeschi e americani?

Non lo so.

Anzi si.

Certo che lo so.

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