cinemavistodame.com di Roberto Bernabò

Babel | di Alejandro González Iñárritu

U.S.A. – 2006

analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo

Alejandro González Iñárritu

Babel – Circa l’incomunicabilità delle solitudini ed il crash tra culture – a cura di Roberto Bernabò

Babel

Titolo originale: Babel
Nazione: U.S.A.
Anno: 2006
Genere: Drammatico
Durata: 135′
Regia: Alejandro González Iñárritu
Cast: Cate Blanchett, Brad Pitt, Gael García Bernal, Mahima Chaudhry, Mahima Chaudhry, Kôji Yakusho, Shilpa Shetty, Lynsey Beauchamp
Produzione: Anonymous Content, Dune Films
Distribuzione: 01 Distribution
Data di uscita: Cannes 2006 – 27 Ottobre 2006

Sinossi: In Marocco due adolescenti nel mezzo del deserto provano un fucile che il padre ha dato loro per tenere lontano gli sciacalli dalle capre, ma la pallottola sparata arriva molto più in là di quanto si sarebbero aspettati. A colpire una donna americana in crisi con il marito e in viaggio, su un autobus di un viaggio organizzato. La coppia ha lasciato a San Diego i figli che sono affidati ad una tata messicana che però non può mancare al matrimonio del figlio. Nel mentre in Giappone una ragazza sordomuta vive il disagio di un adolescenza particolarmente difficile.

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

Eugenio Montale

Introduzione

Devo aggiornare il blog per due buoni motivi.

Il primo è che la mia operazione di cataratta è riuscita molto bene e tutto procede per il meglio, grazie a tutti quelli che si sono interessati.

Il secondo è che sono finalmente riuscito a vedere il film Babel, il terzo lungometraggio del regista messicano Alejandro González Iñárritu che avevo già molto apprezzato in 21 grammi.

Capita, a volte, come capita con cose della vita, che si perda l’attimo giusto, e certe occasioni svaniscano, fortunatamente non è stato così per questo film.

Ho letto che Alejandro González Iñárritu ha lavorato a lungo come produttore e come DJ della più grande radio rock messicana: WFM

Ha un senso parlare di contaminazione djistica?

Forse si, se è vero che il cinema di González Iñárritu è un cinema che affronta problematiche d’informazione e di documentazione sociale, etnica, e che esprime, nei suoi eventi e nei suoi esistenti, intime relazioni agli sviluppi storici, sociologici ed antropologici arrivo a dire, ma si, della società contemporanea.

In questo post:

  1. le specificità della struttura narrativa e le innovative soluzioni adottate dal regista per l’utilizzo delle anacronie completive
  2. le metafore della incomunicabilità e della solitudine
  3. le specificità dei piani di sviluppo del conflitto
  4. le variazioni del linguaggio audiovisivo in funzione delle diverse ambientazioni geografiche / etniche
  5. una Babel evitabile?
  6. controcampo – le voci altre della critica

§§§

1. Le specificità della struttura narrativa e le innovative soluzioni adottate dal regista per l’utilizzo delle anacronie completive

Lo so che state pensando che questa delle anacronie è un po’ una mia fissazione. Magari forse un po’ è anche vero ma c’è un motivo.

Il motivo è che quando un regista decide di utilizzare questo escamotage, vuole dire che, rispetto ai legami tra storia e discorso, dimostra di porsi problematiche d’intreccio di una certa qual complessità.

Complessità, va aggiunto, già di non facile soluzione in fase di definizione dello screenplay, nel caso di specie, realizzata dal regista messicano, sempre in tandem con lo sceneggiatore Guillermo Arriaga Jordán, suo fido collaboratore anche nelle precedenti due opere, figurarsi in quella della realizzazione delle riprese e conseguente trasposizione filmica.

Va detto pertanto che Alejandro González Iñárritu dimostra non solo di padroneggiare, e con estrema disinvoltura, le problematiche connesse ad un sapiente utilizzo delle anacronie completive, ma di saperlo fare con molta accuratezza, denotando, anche, indiscutibili e notevoli capacità innovative nella loro risoluzione.

Anche lo spettatore meno esperto, infatti, assistendo ad una proiezione di Babel, si rende conto che certi eventi chiave della pellicola, si ripetono, nel corso dello svolgersi della storia, più volte.

Questa ripetizione risulta essere sempre, peraltro, integrativa e completiva, rispetto alla visione antecedente. Come se l’anacronia non fosse concepita – così come tradizionalmente fatto nel linguaggio audiovisivo attraverso espliciti spostamenti all’indietro (flash-back) o in avanti (flash-forward) nell’intreccio narrativo – quanto, piuttosto, come elemento non lineare, ma progressivo, del racconto usato da  González Iñárritu per trasferire allo spettatore un livello più profondo, anche su un piano drammaturgico, di comprensione dello stesso.

In questo svolgimento non lineare, ma ripeto progressivo, dello sviluppo temporale della storia che, come abbiamo compreso, González Iñárritu realizza, con estrema chiarezza, per lo spettatore, ritengo si debba apprezzare uno degli elementi caratterizzanti lo specifico filmico del suo cinema.

§§§

2. Le metafore della incomunicabilità e della solitudine

Assistendo a Babel non si può non rimanere incantati di fronte alla capacità del regista d’intrecciare in poche ore (nel piano di sviluppo della storia, non nella durata del film), vite tanto diverse ed, apparentemente, tanto distanti tra loro.

Ma esiste un fil rouge che lega tutti gli eventi, e gli esistenti del film, oltre a quello che appare essere solo una serie interminabile di casi?

Ovviamente si, come in tutte le opere corali, e sono i due temi centrali affrontati dalla/dalle storie:

  1. quello dell’incomunicabilità,
  2. e quello della solitudine,

quasi come se questi due elementi fondanti dell’intreccio fossero, a guardarli bene, un po’ l’uno lo specchio ed il dante causa dell’altro.

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2.1. L’incomunicabilità

Dobbiamo ammetterlo proprio noi blogger che lavoriamo con questi nuovi mezzi di comunicazione. Più, paradossalmente, aumentano i media, e meno le persone riescono a comunicare tra loro, ed a comprendersi. Questa è, peraltro, la metafora, infondo, usata anche nel titolo dell’opera.

Ecco allora che il regista, ex DJ, ci compone, gradualmente, un quadro in cui il tema centrale dell’opera, quello della incomunicabilità (che giustifica, peraltro, pienamente il titolo), viene sviluppato intrecciando storie che vivono, nel medesimo momento, le conseguenze dell’incapacità dell’uomo contemporaneo, di ascoltare e di comprendere l’altro.

Michelangelo Antonioni – forse il più importante regista italiano che ha affrontato, nel suo cinema, il tema della incomunicabilità – utilizzava, spesso, nei suoi film la metafora della nebbia, quale elemento formale di suggello di tale condizione umana.

González Iñárritu invece usa la sordità.

In questo altro escamotage, in questa assenza di fratellanza fra le genti, a volte persino all’interno di una coppia di sposi, si palesa forse l’intento primario di comunicazione del regista.

Nessuno degli esistenti è in grado, forse, anche avendone la potenzialità, di comunicare con gli altri.

Ogni gesto, ogni piccolo accadimento, è foriero di equivoci, di errate interpretazioni.

Kôji Yakusho - Yasujiro

La principale funzione drammaturgica dell’esistente Yasujiro, splendidamente interpretato dalla giovane attrice Kôji Yakusho, e della sua menomazione, è, quindi, proprio quella di creare una storia centrale in cui l’handicap della ragazza fornisce spunti filmici molto evocativi, grazie alle sequenze in cui il linguaggio audiovisivo si priva della traccia sonora, per trasmetterci, amplificandolo, lo stato d’incomunicabilità di quell’esistente, quale metafora unificante un po’ tutti gli altri eventi, e gli altri esistenti del film.

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2.2. La solitudine

Ma perché nessuno degli esistenti viene compreso?

Perché, dietro il velo dell’incomunicabilità, si cela il tema quasi filosofico ed esistenziale della solitudine.

Ognuno degli esistenti è solo, nella sua particolare lotta nell’intreccio narrativo.

Lo è Richard – Brad Pitt che deve lottare contro i suoi compagni di viaggio, l’ambasciata, sua moglie Susan – Cate Blanchett, forse addirittura con se stesso ed i suoi errori. Lo sono i bambini marocchini che vivranno la storia forse più tragica della pellicola.

Lo è Amelia – Adriana Barraza, la madre messicana, e baby sitter dei bambini americani, che dovrà prima combattere contro l’egoismo e la stupidità del nipote Santiago – Gael García Bernal, e poi con l’incomprensione della polizia statunitense, che non perdonerà, alla donna, la superficialità (solo apparente), del suo comportamento, nei confronti dei bambini (i figli di Richard a Susan), americani a Lei affidati, e che pagherà, con l’espulsione dagli USA, il gesto di amore di presenziare le nozze del figlio, l’unico esistente dal quale, nel catartico finale del film, riceverà, finalmente, un minimo di comprensione e di ascolto.

E potremmo continuare descrivendo la solitudine di Yasujiro  o quella della stessa Susan ma non servirebbe a rendere ulteriormente esplicito questo aspetto della nostra analisi.

§§§

3. Le specificità dei piani di sviluppo del conflitto

Qui s’introduce di fatto un altro elemento caratterizzante il cinema di González Iñárritu che è il piano, o meglio i piani, di sviluppo del conflitto.

Così come nel mondo contemporaneo, dilaniato dai crash tra i fondamentalismi religiosi ed etnici, il conflitto è ormai sempre più ahimè un elemento caratterizzante la difficoltà del dialogo tra le genti, (ed è di oggi l’ennesimo appello del Papa per la Pace nella striscia di Gaza), così parallelamente, nel cinema di González Iñárritu scorrono i conflitti drammaturgici necessari allo sviluppo della storia.

Questi ultimi, come in tutte le migliori sceneggiature, sono sempre agiti su più piani.

Io ho ravvisato un piano etnico.

Le etnie sono in conflitto tra loro, e non è il solito discorso anti-americano trito e ritrito, perché il conflitto è spesso agito nell’ambito della stessa etnia (si prenda ad esempio il comportamento della polizia marocchina nei confronti dei locali).

Ma certo il piano etnico è anche quello dell’informazione dei mass media.

Spesso leggiamo, nella storia del film, distorsioni ai reali accadimenti, così come li ascoltiamo riportati dagli organi di stampa e dalle ambasciate. Tutto diventa nel film simbolico, metaforico, allegorico, in questa accezione e colpisce pensare che il regista si sia occupato, in prima persona, d’informazione radiofonica nel suo passato.

Altri piani di sviluppo del conflitto sono:

Intra-personali (si pensi a Brad Pitt ed alla moglie, o alla madre messicana ed il suo nipote).

Infra-personali (si pensi a quello che muove all’azione proprio l’esistente di Brad Pitt).

Etici (si pensi alla diversa prospettiva che muove all’azione il padre dei due bambini marocchini rispetto alla polizia).

Volendo se ne potrebbero trovare infiniti altri (morali, sociali, e, volendo ripetermi, etnici).

Insomma chiudo questo paragrafo confermando che sviluppato il tema del conflitto, tanto più l’opera è da considerarsi di pregio sotto il profilo della definizione dell’impianto narrativo.

§§§

4. Le variazioni del linguaggio audiovisivo in funzione delle diverse ambientazioni geografiche / etniche

Un altro piano che ritengo caratterizzante quest’opera, e forse l’intero cinema di González Iñárritu, è la capacità, di questo regista, di girare più film dentro lo stesso film.

Grazie alla competenza acquisita in ordine alle anacronie completive, ed alle alchimie nel disassamento tra storia e discorso, González Iñárritu, infatti, riesce a raccontarci la stessa storia, da punti di vista complementari.

Nel fare questo, e per sottolineare questo, cambia, volutamente, le ambientazioni geografiche ed etniche dell’intreccio.

Questa escamotage gli consente non solo di amplificare il senso di allontanamento delle genti, (quasi come se una improvvisa forza centrifuga le scaraventasse le une lontane dalle altre), ma, anche, di variare le tecniche di ripresa e le atmosfere del linguaggio audiovisivo.

Personalmente questa la ritengo la cosa che ho maggiormente apprezzato in questo film.

Questa sorta di virtuosismo eclettico negli specifici filmici, mi sia consentito dire, di queste sotto opere (messicana, marocchina, giapponese, americana) è forse la cosa che più ho considerato straordinaria in Babel e peculiare dello stile filmico del regista.

§§§

5. Una Babel evitabile?

Mi sono chiesto, uscendo dal cinema, perché girare un film così apparentemente pessimista sugli uomini e sulla loro reale capacità di comprendersi.

Forse, però, il messaggio verso l’alto dell’opera non è parlarci di questo, forse questo è quello che vediamo continuando a fissare un indice che c’invita  di guardare la luna.

Mentre, invece, il film è, alla fine, un grande messaggio di speranza, sia per il catartico finale – in cui tutte le tragedie che sembrava dovessero accadere si risolvono (tranne una: la morte del ragazzo marocchino), con epiloghi assai meno drammatici del possibile – e sia perché l’invito che continuiamo ad ignorare è quello di ascoltarci di più, di compiere quei piccoli passi che creano la concordia, la fratellanza, e che potrebbero pertanto evitare all’umanità dolente del film (che siamo infondo tutti noi), tutta quella dose di sofferenza frutto solo della nostra disattenzione e del nostro egoismo.

Banale, retorico? Forse si, ma reale, o meglio realistico.

§§§

6. Controcampo – le voci altre della critica

Il film, presentato all’ultima rassegna di Cannes, ha diviso la critica.

Secondo i detrattori della coppia Iñarritu/Arriaga la tensione emotiva dell’opera lascerebbe troppo spazio a una programmatica cerebralità, ad un estetismo fin troppo raffinato e compiaciuto, e ad una costruzione macchinosamente architettata, in cui nulla può essere lasciato al caso (anche a costo di forzare i legami tra le storie: vedi l’episodio giapponese).

Questo, di contro, è il momento delle storie corali che piacciono a Hollywood, (ma anche al pubblico), a giudicare, anche, dal successo del pluripremiato Crash di Paul Haggis, altra (sempre secondo i detrattori) artificiosa e meccanica degenerazione della coralità sbandata e alla deriva dell’America oggi altmaniana.

Ragione in più per per cui noi, ovviamente, non siamo d’accordo con loro e difendiamo tanto Guillermo Arriaga Jordán / González Iñárritu, quanto Paul Haggis.

Links

Wikipedia – Alejandro González Iñárritu
IMDB – Babel

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12 commenti

  1. […] conferma della definitiva maturazione di questo regista, che già tanto ci era piaciuto in “Babel“, ed in “21 […]

  2. […] González Iñárritu sceneggiato damm’ormai mitico writer non lineare: Guillermo Arriga (qui la mia recensione), Bradd Pitt (Benjamin Button) • Cate Blanchett (Daisy) […]

  3. […] González Iñárritu sceneggiato damm’ormai mitico writer non lineare: Guillermo Arriga (qui la mia recensione), Bradd Pitt (Benjamin Button) • Cate Blanchett (Daisy) […]

  4. Nonostantetutto ha detto:

    @www.maldamore.it Che dire, caro direttore, se non che sono lusingato.

    Grazie per le belle cose che mi dice e a presto, verrò senz’altro sul suo sito per aderire al suo cotese invito.

    Un saluto.

    Rob.

  5. utente anonimo ha detto:

    Salve. Sono il responsabile del sito http://www.maldamore.it, sito sulle dipendenze affettive e sulle problematiche legate al mal d’amore. Ho avuto modo d’apprezzare il suo blog e la invito a lasciare un suo contributo sul mio sito o una recensione sul suo blog. Grazie e cordiali saluti.

  6. Nonostantetutto ha detto:

    @Petarda hai proprio ragione ;-), immagina che sono arrivato a pensare che persino il regista abbia la presunzione di surrogarsi a Dio (e questa potrebbe essere un’altra chiave di lettura del titolo), constatando, come dici tu, la superficialità del genere umano.

    Ma qui magari esagero io.

    In ogni caso superficialità ed egoismo sono parte integrante di questa pellicola concordo pienamente.

    :-(

    Un saluto.

    Rob.

  7. Petarda ha detto:

    analisi molto interessante, sulla quale concordo.

    di suo avevo visto solo 21 grammi, e rispetto a quello babel ha un montaggio più generoso, vari particolari della storia – come noti anche tu – vengono ripetuti più volte.

    per me il denominatore comune di tutte le storie è l’imbattersi dei vari personaggi (anche in coppia, come la blanchett e pitt o i due ragazzini marocchini) in una realtà con cui non avevano nemmeno fatto i conti. con il caso, o l’inaspettato, ma in realtà un caso se non probabile, almeno possibile… cioè si cacciano nei casini (ma tutti, eh) con un’ingenuità che è quasi superficialità, pensando che non succederà nulla di nulla e tutto andrà liscio come l’olio…

    che dire poi del comportamento dei babbioni compagni di viaggio di pitt-blanchett, che volevano ripartire a tutti i costi? anche quella è una bella storia: gente piena di soldi che viaggia solo imbozzolata nell’aria condizionata del bus.

  8. Petarda ha detto:

    questo l’ho visto e non me lo perderò. torno più tardi con calma a leggermelo…

  9. Nonostantetutto ha detto:

    @minstrel Basta aggiungere una stringa di codice nel template ed il gioco è fatto.

    Rob.

  10. utente anonimo ha detto:

    Accidenti! Mò scarico il pdf, ma prima voglio chiederti come fai a fare i link con snap!

    Davvero belli!

    Complimenti e a presto

    yours

    MAURO

    PS: dammi tempo di capire cosa hai scritto e torno se Dio vuole! ^__^

  11. Nonostantetutto ha detto:

    @Kulturedimazza ;-)) Grazie delle belle cose che dici e del link.

    Sono felice di vedere crescere la comunità italiana di blog dedicati al cinema.

    Un saluto.

    Rob.

  12. utente anonimo ha detto:

    caspita…

    scrivi davvero molto bene… hai una fissazione vera e propria per l’argomentazione. il tuo metodo di scrittura mi piace assai. dunque ti linko sul mio blog così da poterti venire a trovare molto più spesso.

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