analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
Produzione: Iran Anno: 2009 Genere: Drammatico durata: 119′ Interpreti: Golshifteh Farahani, Taraneh Alidoosti, Marila Zare’i, Rana Azadvar Sceneggiatura: Asghar Farhadi Fotografia: Hossein Djafarian Montaggio: Haydeh Safi-Yari Scenografia: Asghar Farhadi Costumi: Asghar Farhadi Colonna Sonora: Hassan Zahedi Sala della visione: Sala 3 del Cinema Greenwich – via G.B. Bodoni 59 – 00153 – Roma
Sinossi: Iran, un gruppo di amici si ritrova in una villa sul Mar Caspio. Sepideh ha invitato anche Elly, la maestra del figlio. Ahmed, archiviato il matrimonio con una tedesca, è tornato nel paese. Questi si avvicinano, ma un evento scuote la riunione: mentre controlla due bimbi sulla riva, Elly scompare. E’ annegata in mare o si è allontanata volontariamente? Il gruppo si interroga, nessuno sembra conoscerla davvero.
“Meglio una fine dolorosa, che un dolore senza fine“
1. Introduzione – circa la narrazione allegorica e simbolica degli eventi
Vincitore dell’Orso d’Argento al Festival di Berlino (migliore regia), e del premio Best Narrative Feature al Tribeca di De Niro, About Elly è un film che mi ha molto colpito, un po’ perché sfugge agli stereotipi del cinema iraniano, ed un po’ perché ha il merito di descrivere, dentro una vicenda simbolica ed allegorica, lo “stato delle cose” dell’Iran sia come “situazione di fatto“, e sia come dimensione della sofferenza e del senso d’impotenza in cui versa, chi spera che qualcosa, in quel paese, cambi.
In questo post:
1. Introduzione – circa la narrazione allegorica e simbolica degli eventi
2. Il triplice cambio del point of concetnration dell’intreccio e la sequenza del “doppio incidente”
2.1. Alireza, il vero fidanzato di Elly, ed il tema del tradimento
3. Il finale del film ed i riferimenti cinèphile al film “L’avventura” di Michelangelo Antonioni
4. Circa il possibile piano di lettura metaforico dell’opera
analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
In direzione ostinata e contraria lucana – a cura di Roberto Bernabò
Basilicata coast to coast
titolo originale: Basilicata coast to coast
nazione: Italia
anno: 2010
regia: Rocco Papaleo
genere: Commedia / Musicale
durata: 105 min.
distribuzione: Eagle Pictures
cast: Rocco Papaleo (Nicola Palmieri) • Giovanna Mezzogiorno (Tropea Limongi) • Alessandro Gassman (Rocco Santamaria) • Paolo Briguglia (Salvatore Chiarelli) • Michela Andreozzi (Lucia) • Claudia Potenza (Maria Teresa) • Max Gazzè (Franco Cardillo)
sceneggiatura: Walter Lupo • Rocco Papaleo
fotografia: Fabio Olmi
montaggio: Christian Lombardi
Sinossi: “Basilicata coast to coast” è un viaggio denso di imprevisti e di incontri inaspettati che porta una combriccola di musicisti a mettersi in viaggio per partecipare al Festival del teatro-canzone di Scanzano Jonico, attraversando a piedi la Basilicata, dal Tirreno allo Ionio.
“La Basilicata esiste, è un po’ come il concetto di Dio, ci credi o non ci credi.” Nicola Palmieri “Eseguiremo ora un pezzo del mio amico Nicola Palmieri: Alba barra tramonto.”
Rocco Santamaria
1. Introduzione – dedicata al recupero del cinema commedia brillante all’italiana, d’evasione, musicale e di contenuto
In questo film di esordio di Rocco Papaleo – un attore che seguo da tempo con un certo interesse, forse proprio perché, nelle sue interpretazioni, spesso sopra le righe, almeno quanto contro corrente, intravedo qualcosa di me – ho trovato conferma a molte delle cose che penso, e che sostengo, in questo blog, da anni.
A pensarci bene, il cinema documentarista, tema a me assai caro, condivide la forma dell’intervista con il reportage e con le inchieste televisive.
Ma la dovizia di interviste filmate, al cinema ed in televisione, l’inflazione e la ripetizione della formula, non significano soltanto il facile ricorso ad una figura comoda, banale, senza prospettive.
Convocare qualcuno su una scena per farlo parlare ed eventualmente ascoltarlo, per fare della sua parola qualcosa che non sia inutile, non è mai stato, non può essere un gesto anodino. Porsi di fronte all’altro, stabilire con lui una relazione particolare che passa attraverso una macchina ha un senso, comporta una responsabilità, anche se è del tutto banale. Due soggetti s’impegnano – in rapporto a questa macchina – in una sorta di duello, un faccia a faccia, una relazione, una congiunzione più o meno tesa dal desiderio, più o meno marcata dalla paura e dalla violenza. E se questi due soggetti non s’impegnano uno nei confronti dell’altro, la macchina prende atto, crudelamente, dell’assenza di questa relazione, della nullità di questo incontro. Non si filma impunemente – ed il corpo dell’altro, la sua parola, la sua presenza, meno ancora.
Quali che siano, quindi, la varietà e l’automaticità dei dispositivi della messa in scena (intendo che la maggior parte delle volte si applica una formula già pronta, senza pensarla), la pratica dell’intervista pone una delle questioni fondamentali del Cinema: “la questione dell’altro“.
§§§
1. Qual’è lo statuto dell’altro filmato?
Cosa aspettarsi, cosa desiderare da lui, cosa domandargli? Come ascoltare la sua domanda, cosa ne é della sua aspettativa di messa in scena, del suo desiderio di Cinema?
Ma anche (è sempre la questione dell’altro filmato): che fare dell’alterità in un sistema di scrittura che induce all’omologazione?
Che fare dell’altro in un cinema contraddistinto dalla conciliazione?
Che fare dell’altro, quale posizione dargli che non sia quella di una riduzione né di una stigmatizzazione, all’interno stesso di una cultura del consenso politico (con chi, contro chi?)
E nel momento in cui il dispositivo di base della scrittura cinematografica (in e off, metonimia e metafora) induce un sistema di conciliazione, una logica del compromesso.
La situazione verbale più frequente nei documentari (compresi i miei piccoli corti), è il rivolgersi del narratore a – non si sa bene chi – colui che è alla macchina da presa, al fianco della camera, dietro la camera, e che pone domande, domande a volte mute e spesso eliminate al missaggio ed al montaggio.
La messa fuori campo del destinatario non è, però attenzione, la sua messa fuori scena.
Egli resta di fatto colui che costituisce l’innesco del racconto (che domanda, che ascolta). Tuttavia, il suo mettersi da parte arriva a trasformare la realtà del dialogo in un monologo immaginario. Si stabilisce una confusione tra questo destinatario divenuto assente – l’uomo che sta dietro la camera, che può a sua volta sdoppiarsi in operatore e regista, o anche ridividersi in un intervistatore specializzato – la stessa camera (fuori campo ma non fuori scena), e terzo vertice del triangolo, lo spettatore, che si suppone sia dall’altro capo della catena, e di cui i due precedenti angoli sono in qualche modo rappresentanti per anticipazione. Dal momento che occorre che una parola sia ascoltata per essere profferita, l’insieme di questo ascolto fuori-campo-ma-non-fuori-scena, reale e potenziale, gioca un ruolo strutturante nel racconto filmato e determina, in gran parte, la messa in scena, tramite il narratore stesso, del percorso e della destinazione del suo racconto: sguardi, mimica, movimenti, ecc.
Una tale confusione sembrerebbe stigmatizzabile, se non avesse come scopo, appunto, quello di disturbare l’assegnazione di una ed una sola posizione al destinatario ultimo del racconto: lo spettatore.
Siccome il narratore, di fatto, non sa propriamente a chi s’indirizza, alla camera, all’operatore, al fonico (quando c’è), al regista, eventualmente all’intervistatore (o a tutte queste figure unite in un unico, nella ripresa digitale del videomaker), e sicuramente allo spettatore, il solo, nel caso, ad essere effettivamente assente dalla scena, ne risulta un turbamento dello sguardo che si ripercuote dal narratore all’ascolto dello spettatore.
Quando il locutore non sa più bene a chi e per chi enuncia, non può fare altro che indirizzarsi a se stesso, che diventare il proprio stesso ascoltatore. Raddoppio che mette in campo un monologo ed, al tempo stesso, lo lavora e lo spezza di nuovo, con un dialogo impossibile. Il soggetto della parola filmata, privato del riferimento rassicurante di un ascoltatore assegnato a residenza fissa, si trova nell’obbligo d’inventare sul campo il dispositivo d’ascolto che permetterà la sua parola.
E’ così che si forma, tra altre condizioni di crisi, la necessità di un’auto regia del personaggio.
Quello che, forse, è specifico della pratica documentarista, è che essa suppone un non-controllo di ciò che la costruisce: la relazione con l’altro.
Tale posizione fragile sembra andare contro la nozione di regia.
Eppure.
Eppure è proprio questa contraddizione che fonda questo tipo di pratica.
Abbordare la questione di questo altro punto di vista, della paura che ne abbiamo, è proprio significare, a ben guardare, il suo contrario: il desiderio (degli uni e dell’altro).
C’è un movimento positivo nel documentario, cioè che noi amiamo, l’altro che filmiamo, e che, quindi, tutto va bene.
Proviamo a partire dall’idea contraria, gli altri sono difficili da comprendere, dunque ho bisogno di filmarli. (Ho iniziato a comprendere le cose da quando ho iniziato a riprenderle – Wim Wenders).
§§§
2. Come si procede alla scelta della persona da filmare?
E’ in questa scelta che interviene la paura. La paura, ma anche il desiderio, quindi ambivalenza. Paura di tradire, d’ingannare chi si sta filmando, ma amche paura del proprio desiderio.
C’è si la paura, ma c’è anche il desiderio di essere travolto. Di essere smentito dai fatti. Più il film è preparato, più si è travolti, più lo shock è potente.
Come ridurre la paura, ritualizzare l’altro in modo da sostenerlo?
Caos della pulsione / ritualizzazione dell’atto. desiderio di mettere in scena, di limitare, di mettere in forma, con la speranza che l’altro potrà dare il suo contributo.
Sorridere ad una macchina: una forma di delirio molto particolare.
Una macchina non è un soggetto. Ma senza macchina non c’è film. L’intensità sovradeterminata della macchina. Più la macchina è forte, meno si dimetica il dispositivo, più la relazione si obbliga ad essere intensa.
Nel desiderio dell’altro, ci sarebbe il desiderio, voglio proprio svelarvelo in conclusione di questa lunga riflessione, di non essere presi per poca cosa.
analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
Apologia del metalinguaggio cinematografico in salsa pseudo storica – a cura di Roberto Bernabò
Bastardi senza gloria
titolo originale: Inglorious Basterds
nazione: U.S.A.
anno: 2008
regia: Quentin Tarantino
genere: Azione
durata: 148 min.
distribuzione: Universal Pictures
cast: Bradd Pitt (Lt. Aldo Raine) • E. Roth (Sgt. Donnie Donowitz) • D. Kruger (Bridget von Hammersmark) • M. Laurent (Shosanna Dreyfus) • C. Waltz (Col. Hans Landa) • D. Bruhl (Frederick Zoller) • S. Levine (PFC Hirschberg)
sceneggiatura: Q. Tarantino
fotografia: R. Richardson
montaggio: S. Menke
Trama: Nei primi anni dell’occupazione tedesca in Francia, Shosanna Dreyfus assiste all’esecuzione della sua famiglia per mano del colonnello nazista Hans Landa. Shosanna risce miracolosamente a sfuggire alla morte e si rifugia a Parigi, dove assume una nuova identità e diviene proprietaria di una sala cinematografica. Altrove, in Europa, il tenente Aldo Raine addestra una squadra speciale di soldati ebrei. Noti al nemico come “I Bastardi”, i soldati entrano in contatto con l’attrice tedesca, agente sotto copèertur, Bridget Von Hammersmark. L’intento è quello di organizzare una missione che miri ad eliminare i leader del Terzo Reich. Anche Shosanna sta tramando la sua personale vendetta …
“Una voce chiara e sonora, inudibile per la vasta moltitudine” Wiliam Wordsworth
1. Inglorious Basterds – una pellicola cinéphile
Presentato al Festival del cinema di Cannes dove il lungometraggio, tenuto in gestazione per oltre dieci anni, con mille ripensamenti e cambiamenti alla trama, si è aggiudicato una Palma d’oro per la migliore interpretazione maschile che è andata a Christoph Waltz alias il Colonnello tedesco Hans Landa ed una nomination per la Palma d’oro per il miglior regista andata al regista Quentin Tarantino credo che questo “Inglorious Basterds” rappresenti un po’, come dire, il capolavoro del regista che fonde, in un unico, tutta una serie di riferimenti ed inventa un nuovo genere di cinema, che si diverte a beffeggiare la storia, in maniera così raffinata e sofisticata, da meritarsi addirittura i plausi del Vaticano, pensate un po’.
In realtà “Bastardi senza gloria” (toh guarda, per una volta un titolo tradotto fedelmente), si pone e si propone come una pellicola per un pubblico cinéphile, tali e tante sono le riflessioni che spinge a fare.
Da quello della narrazione filmica e metafilmica, a quello della sapiente scelta degli attori (è noto, ad esempio, che pur non sapendo se Brad Pitt avesse accettato di fare il film, Tarantino ha costruito l’esistente protagonista il tenente Aldo Raine, pensando che sarebbe stato proprio tale attore ad interpretarlo), per dirne due.
§§§
2. Circa la narrazione filmica e mtalinguistica
Si dice, tradizionalmente, che gli eventi di una storia vengano trasformati in un intreccio dal discorso, cioè dal modo in cui sono presentati.
Sembra, solo apparentemente, una considerazione banale, eppure, credo che dentro questa frase ci sia il “succo” delle riflessioni formali e stilistiche di questo regista, che nel suo “specifico filmico” non fa altro, a mio modo di vedere, che porsi, direi quasi in maniera ossessiva, come si possa ragionare per adattare questo assunto in chiave filmica. E, lo devo proprio ammettere, ad ogni suo film rimango, come dire, folgorato dalle intuizioni e dai lampi di genio, con cui egli riesce ad affrontare ed a risolvere, brillantemente, tale questione, anche in storie ed in intrecci, così diverse/i tra loro.
Aggiungo che mai come in questo film, in particolare, è come se il regista avesse voluto raccontare, in chiave metaforica naturalmente, cosa significhi per lui il Cinema, inteso non solo come mezzo espressivo, ma, forse, sopratutto, come luogo dove accade la rappresentazione della narrazione, quasi a suggerirci che ciò che accade sullo schermo, non è più (o anche meno) importante, di quello che accade in sala. E forse, e sottolineo forse, è quasi come se, nei cruenti eventi che chiudono il film, egli immaginasse, simbolicamente, lo sconvolgimento che ogni opera dovrebbe scatenare, negli ignari spettatori, e chissà probabilmente anche nell’autore, ma qui siamo a mie personali supposizioni teoriche, che lasciano, per voi che leggete, un po’ il tempo che trovano. E che attengono alla ricerca di uno stile puro, assolutamente filmico, che questo regista più di altri, esprime.
Prendiamo, ad esempio, uno degli incipit con cui il luogo tenente Raine si presenta allo spettatore.
“Sono il tenente Aldo Raine e sto mettendo insieme una squadra speciale.
Mi servono otto soldati.
Ci faremo paracadutare in Francia vestiti da civili.
Faremo una sola cosa – uccideremo nazisti.”
Ora, lo capite anche voi, che questa frase è si un’ottima presentazione di quello che sta per accadere, ed in qualche modo anche dis-ancorabile dalla narrazione filmica (credo, infatti, che sarà utilizzata quale incipit del romanzo che dovrebbe essere già uscito in questi giorni edito da Bompiani), eppure ritengo che, nel contesto del film, funzioni assai bene sia per scaraventare gli esistenti nella loro avventura, e sia per incuriosire, direi quasi morbosamente, lo spettatore in sala.
Ecco, direi che il gioco di Quentin Tarantino non sia solo quello di trovare, e scovare, ed immaginare, storie assolutamente, come dire, “sopra le righe“, quello sarebbero capaci a farlo in tanti (forse), no, ma sia soprattutto quello di costruire, con spasmodica e mirabile ostinazione, il come questi eventi, che già hanno un enorme potenziale eversivo (pensiamo, anche ad esempio, al riguardo, alle donne stuntmen di Grindhouse – a prova di morte), debbano essere presentati allo spettatore, per diventare ancora più straordinari.
Pensiamo, anche, ad un altro elemento fondante di questa intenzione.
Il dialogo. O, ancora meglio, i dialoghi.
Mai, come al cinema, lo spettatore viene messo a parte, e riesce a comprendere gli eventi dell’intreccio narrativo, se non, prevalentemente, attraverso le parole che gli esistenti, in qualche modo, dichiarano.
Nulla è più rilevatore dell’intenzione di un personaggio, di quello che dirà, una volta ripreso dalla macchina da presa.
Se Raine, ad esempio, non anticipasse, esplicitamente, ed all’inizio della Storia, la sua intenzione, forse assisteremmo ad un altro film, non dico più o meno avvincente o bello, dico semplicemente diverso.
Tarantino, per riuscire a fare questo, gioca con almeno quattro elementi della narrazione filmica (aldilà delle questioni ontologiche tra narratore nascosto e narratore palese, e che pure sarebbero interessanti da affrontare, peraltro), a mio modo di vedere:
serrare i bit narrativi quando la cosa gli serve,
dilatarli quando deve invece fare crescere la suspance,
cambiare costantemente le carte in tavola nello svolgimento della storia, per impedire che lo spettatore immagini con precisione cosa accadrà nelle sequenze successive,
utilizzare il dialogo come principale forma di narrazione.
Un altro elemento con cui QT si diverte, e con cui si è particolarmente divertito con questo film, è, infine, il cosiddetto citazionismo.
Una pratica, cioè, attraverso la quale alcuni elementi formali di una determinata sequenza, chiamano in causa altre opere, afferenti spesso anche altre ontologie del cinema, di altri autori, al solo scopo di citarli (sia le sequenze, che gli autori), nel contesto della narrazione, in maniera spesso raffinata, quando cioè gli accadimenti di quella storia e di quell’intreccio, hanno, anche indirettamente, un qualche legame con “una situazione narrativa altra“, che è, appunto, quella citata. Anche Woody Allen, ad esempio, è un maestro in questo tipo di operazioni, direi quasi fino al plagio.
Le citazioni più evidenti ed esplicite, anche sonore, sono rivolte, nel caso di specie, al cinema italiano, ed a quello di Sergio Leone, in particolare, ma vi potrete divertire a trovarne infinite altre, perché Quentin Tarantino usa questa pratica, ed è evidente, non perché ami il suo cinema, ma perché ama il cinema in generale, ed è questa una delle chiavi che mi fanno particolarmente amare questo assolutamente geniale regista.
§§§
3. Gli aspetti inerenti la struttura narrativa di QT
Spesso Quentin Tarantino viene identificato come un regista pulp, o splatter.
La definizione, soprattutto inquadrando la sua ultima produzione, è sicuramente inadeguata ed incompleta.
Il genera pulp basa, infatti, tutto il suo potere evocativo nelle scene in cui assistiamo a quella che, secondo alcuni, potrebbe arrivare alle vette della cosiddetta “estetica delle violenza“.
E non vi è dubbio che Tarantino, con film come “Kill Bill“, abbia contribuito, con pagine notevoli, a mio avviso, allo sviluppo di questa particolare prospettiva del genere.
Ma secondo me Tarantino è molto di più.
E’ come se egli pensasse alla storia direttamente in chiave filmica.
Cioè la sua storia è una storia filmica e basta.
Non si può raccontare un film come “Bastardi senza gloria“.
Non avrebbe alcun senso, anche se questo racconto è, a guardare bene:
certo diviso in capitoli,
certo con dei personaggi protagonisti in rapporto antagonistico (e che rapporto ragazzi),
certo con uno sviluppo del conflitto agito in tutte le possibili dimensioni:
da quella valoriale / etica,
a quella ideologica,
a quella razziale,
a quella culturale,
e persino a quella sociale;
un classico rispetto ai temi ossessivi del regista, già sviscerati, peraltro, in altre sue opere (come, ad esempio: il rapporto della vittima che diventa carnefice).
etc., etc., etc.
Insomma, tutto, nella costruzione di quest’opera, è, e dobbiamo proprio riconoscerlo, saldamente ancorato ai dettami della struttura narrativa, tanto è vero che da questo racconto è stato tratto, anche, un romanzo. Quasi a sconfessare questa mia ipotesi di analisi.
Eppure.
Eppure io credo che con “Bastardi senza gloria” è come se Quentin ci avesse consegnato una sorta di Lectio Magistralis del suo personalissimo modo di vedere la questione “Cinema“.
Non è più, quanto meno non solo, la violenza l’unico fulcro del film.
Ma è l’idea di toccare un materiale sacro come la Storia per riscriverla.
E’ l’idea di costringere lo spettatore ad essere attivo nel decriptare il senso e le intenzioni degli eventi, a farsi parte integrante e partecipe, dell’idea folle che questo film porta avanti, a cercare d’immaginare il prossimo bit narrativo senza mai riuscire a capire cosa abbiano in testa, realmente, i personaggi del film.
E’ l’idea di raccontare un’intera storia di 148 minuti per partire dal Cinema ed arrivare in un Cinema.
Insomma Quentin non immagina un film come forma di espressione solamente, egli ha in mente un’opera cinematografica in cui la storia debba, irrinunciabilmente, includere, anche, l’effetto che sullo spettatore farà, l’atto di assistere a quella storia.
Non che la cosa sia innovativa in se, intendiamoci, è semmai innovativo – quasi come se questa fosse l’ossessione delle ossessioni di questo autore – il modo in cui Tarantino risolve questo aspetto.
In questo senso, ritengo di poter affermare, che Tarantino debba essere, ormai, consegnato di diritto alla Storia del Cinema, in quanto narratore assolutamente innovativo, iper-creativo ed in-catalogabile.
Potremo solo dire non più (solo) un thriller, non più (solo) un film d’azione, non più (solo) un pulp serratissimo e ricco di suspance, ma, assai più semplicemente, un film alla maniera di Quentin Taranatino in “Bastardi senza gloria“.
Un film percettivamente interattivo, insomma, dove la storia si narra, solo e completamente, se lo spettatore si estasia.
E noi, alla proiezione in lingua originale con sottotitoli in italiano, esperienza che consiglierei a tutti dato il fatto che i personaggi parlano tutti nella loro madre lingua (Tedesco, Inglese, Francese e pesino Italiano), dobbiamo ammettere che ci siamo estasiati.
§§§
4. Certo dovrei parlarvi
Ah, la questione non dovrebbe certo chiudersi qui.
Questo post, però, dovrebbe davvero diventare chilometrico, per esaurirla tutta.
Ma mi basterà accennare, elencandoli non certo per ordine d’importanza, a tutti gli altri motivi di pregio, per i quali quest’opera, sia disgiuntamente che congiuntamente considerandoli, andrebbe assolutamente vista in sala, quanto meno questo è il mio caloroso consiglio:
l’assoluta originalità del soggetto
la cura maniacale del casting internazionale, in quanto lo stesso è stato curato, in funzione dei personaggi dell’intreccio, direttamente nei luoghi originali delle ambientazioni della storia (Francia, USA e Germania), cito al riguardo, alcuni attori del film per farvi comprendere:
Bradd Pitt – americano
Diane Kruger - tedesca
Daniel Brühl – tedesco
Gedeon Burkhard – tedesco
Eli Roth – americano
Mélanie Laurent – francese
Michael Fassbender – americano
Christoph Waltz – austriaco
etc.
la preparazione della troupe, ed in particolare:
la bravura della costumista Anna Sheppard
quella del coreografo David Wasco
quella degli effetti speciali di Greg Nicotero
la fedeltà delle location
la cittadina tedesca di Bad Schandau e gli interni della Lapadite Farm, e la collaborazione con lo studio Babelsberg (Il Pianista, Il falsario, The reader – a voce alta)
Berlino
Parigi
la sua durata(148 minuti)
l’innovativa metalinguistica riflessione (per il modo in cui viene proposta, ancora una volta, alla Tarantino), sul Cinema.
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5. Epilogo
Chiudo questo post con alcune citazioni, che mi sembrano importanti per comprendere il senso di questa opera.
“C’era una volta nella Germania dei nazisti” …”ovviamente non è un documentario …“, ha affermato Diane Kruger, “Il film parla di un gruppo di ribelli che decide di prendersi una rivincita. Lo adoro“.
“E’ un film in perfetto stile Quentin Tarantino sugli stereodi e sulla velocità“, ha affermato E.Roth, parlando in tono concitato, “Pur essendo ambientato nella seconda Guerra Mondiale, non è un film sula seconda Guerra mondiale, è veloce, emozionante, intenso, pieno di pulpiti e di tensione, di sparatorie, di quelle scene di violenza che ti aspetti in un film di Quentin Tarantino, dove, tuttavia, la Storia, viene trattata in modo del tutto originale“.
Insomma, se non lo aveste ancora capito, “Bastardi senza gloria” è un film-vendetta, dove si parla dello spirito della Vendetta e di Cinema.
“Ho sempre considerato i film di Quentin romantici“, ha affermato B.J. Novak, “questo lo è in modo particolare. E’ la storia più romantica che abbia mai scritto Quentin, dove il Cinema assume il ruolo di salvatore del mondo. E’ la storia di un’idea molto romantica. Romantica e brillante“.
La parte che, ovviamente, Quentin Tarantino ha amato di più?
“Mi piace il fatto che sia la forza del cinema a combattere i nazisti“, ha affermato il regista, “E non solo in senso metaforico ma come realtà assoluta“.
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Un sogno, lo dobbiamo ammettere, davvero affascinante, tanto quanto la sua utopistica ambizione, ma cos’altro sarebbe, il Cinema, senza questo desiderio ardente di proporre un mondo migliore?
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analisi di eventi esistenti e linguaggio audiovisivo
Ex
titolo originale: Ex
nazione: Italia / Francia
anno: 2009
regia: Fausto Brizzi
genere: Drammatico
durata: 120 min.
distribuzione 01 Distribution
cast: Alessandro Gassman (Davide) • Claudia Gerini (Elisa) • Cecil Cassel (Monique) • Cristiana Capotondi (Giulia) • Vincenzo Salemme (Filippo) • A. Infanti (padre di Elisa) • Silvio Orlando (Luca) • Flavio Insinna (Don Lorenzo) • Elena Sofia Ricci (Michela) • Francesca Nunzi (Antonella) • Malik Zidi (Marc) • Claudio Bisio (Sergio) • Gian Marco Tognazzi (Corrado) • Nancy Brilli (Caterina) • Enrico Montesano (Antonio) • Fabio De Luigi (Paolo) • V. Alfieri (Andrea) • C. Moss (John) • Martina Pinto (Valentina) • Carla Signoris (Loredana) • Giorgia Würth
sceneggiatura: Fausto Brizzi • M. Bruno • M. Martani
fotografia: M. Montarsi
Trama: Tra Natale e San Valentino sei coppie sono messe in crisi dalla ricomparsa dei vari ex. Filippo e Caterina stanno divorziando e lottano per non avere l’affidamento dei figli; anche Luca e Loredana sono alle prese con un divorzio sopra le righe e Luca si trasferisce a vivere nella casa studentesca del figlio ricominciando a 50 anni suonati una vita da Peter Pan; Sergio, divorziato da anni e gaudente per vocazione, si ritrova a fare il padre di due adolescenti complicate, dopo la morte improvvisa della sua ex moglie; Elisa sta per sposarsi con Corrado e il prete si rivela essere un suo ex; Giulia vive con Marc a Parigi, ma un trasferimento imprevisto in Nuova Zelanda trasforma il loro in un amore a distanza e rischia di farli diventare ex; Paolo, fidanzato con Monique, è minacciato da Davide, ex di lei, geloso e niente affatto rassegnato.
Che poi, volendo fare della dietrologia spicciola, non è che Fausto Brizzi sia così ottimista sugli italiani così come lo è invece, e anche troppo, nei confornti dell’amore.
§§§
Introduzione
Diciamo subito che ho assistito alla proiezione della pellicola in una condizione di inferiorità psicologica. Ero alla prima romana del film. Con tutto il cast presente, con Fausto Brizzi che, prima del film, ha presentato gli attori e ci ha intrattenuto in maniera divertente per qualche minuto. Divertendo anche gli attori che sembravano molto affiatati. E per finire ancora lui il regista Fausto Brizzi ha preso posto nella stessa fila dove ero io a soli due posti da me.
Ecco secondo me un pregio di Brizzi, ed è un pregio non da poco, è che è molto simpatico.
Fausto non incarna l’archetipo del regista italiano un po’ intellettualoide, consapevole di far parte di un’avanguardia culturale.
No. Lui è, come dire, il regista della porta accanto. Uno di noi. Un amico. Uno che ti racconta una storia con intelligenza, scanzonatagine, sarcasmo, ed anche, cosa che non guasta mai, con molto senso dell’umorismo, più o meno come te la racconterebbe un tuo amico.
Con tutta la feroce sincerità, l’imbranatagine, la simpatia, l’ingenuità, l’ambiguità, di uno dei tuoi migliori amici.
Brizzi attinge da un universo borghese talmente contiguo al tuo, che ti verrebbe voglia di salutarlo, nel cast in un ruolo millimetrico c’è persino davvero un mio amico Dario Cassini, che fa il proprietario del locale a luci rosse dell’addio al celibato di Corrado (Gian Marco Tognazzi), il promesso sposo di Elisa (Claudia Gerini). Ecco ora, tanto per dire, Gian Marco Tognazzi, un interprete che era rimasto un po’ in ombra ultimamente, secondo me è uno dei pochi attori italiani che sa calarsi nel personaggio. Brizzi, per dire, gli affida il ruolo di un esistente mediocre, e lui fa l’esistente mediocre, con molta onestà intellettuale. E questo, personalmente, io lo apprezzo molto.
In questo post:
1. Circa il genere commedia brillante all’italiana e la visione esasperata dei suoi archetipi 2. Inversione dei ruoli e genere comico
2.1. L’ampliamento dello spettro dei generi da parodiare 2.2. Funzionalità dell’inversione dei ruoli al genere comico
3. I limiti dell’impianto narrativo – lo sviluppo del conflitto
4. Le rese attoriali
5. Conclusioni
1. Circa il genere commedia brillante all’italiana e la visione esasperata dei suoi archetipi
Cerchiamo però di entrare un po’ più nel merito del film e dello specifico filmico dell’autore.
Brizzi si rifà, ontologicamente, al genere brillante della commedia all’italiana, quasi, però, come se si divertisse, nel caso di specie, a provocarne gli stilemi e ad esasperare le situazioni, fino quasi al parossismo, divertendosi, perché il fatto che lui si diverta arriva, a rasentare il surreale.
Guardiamo qualche sequenza che può rivelarci questi nascosto intento formale.
Si parte dalla famiglia borghese.
Qui si affrontano tre soli archetipi (tutti antagonistici a quelli del genere classico):
la coppia di cinquantenni in crisi dopo la separazione dai figli: Silvio Orlando (Luca) e Carla Signoris (Loredana)
la coppia di cinquantenni separata: Claudio Bisio (Sergio) e Elena Sofia Ricci (Michela) nella quale Sergio incarna il ruolo dello scapolo impenitente
la coppia ricchissima che si riscopre: Vincenzo Salemme (Filippo) e Nancy Brilli (Caterina).
Il tema, all’interno della prospettiva di questa analisi, è capire quanto Brizzi alteri, in maniera parossistica, le situazioni.
Io direi molto.
Già solo guardando alla scena madre del litigio della cena il regista ci indica una via sopra le righe dove tutti gli accadimenti avranno un po’ del realistico ed un po’ del surreale.
E così dovremo assistere all’innamoramento del sacerdote Flavio Insinna (Don Lorenzo) per la sua ex Elisa (Claudia Gerini).
E così i due giovani amanti Cristiana Capotondi (Giulia) e Malik Zidi (Marc) saranno separati in due parti del mondo lontanissime, e guarda caso lei sarà trasferita in Nuova Zelanda, (la terra di mezzo).
E così i due amanti di Cecil Cassel (Monique): Fabio De Luigi (Paolo l’attuale) e Alessandro Gassman (Davide, l’ex) si troveranno protagonisti di una quasi inverosimile inversione di ruoli.
E non è forse lo psicanalista Claudio Bisio (Sergio) ad avere bisogno di ritrovare se stesso dopo la morte della moglie?
Lo stesso dicasi per le situazioni dei figli.
I figli di Nancy Brilli (Caterina) e di Vincenzo Salemme (Filippo) propongono un interessante ulteriore inversione di ruoli tra chi deve guidare l’educazione verso la cultura in una famiglia, supportati in questo solo dalla sagace arguzia del magistrato Silvio Orlando. Che da giudice di cause di separazione si troverà anche lui nell’ennesima inversione di ruoli nei panni di un marito in cerca di un divorzio.
O nella magistrale sequenza in cui Valentina, la figlia di Claudio Bisio, viene, da questi, sorpresa a fare l’amore in camera sua con il fidanzato Giampi.
Potrei continuare all’infinito.
2. Inversione dei ruoli e genere comico
Perché Brizzi usa questo artificio narrativo?
Per due ragioni specifiche.
2.1. L’ampliamento dello spettro dei generi da parodiare
La prima è che così facendo amplia, infinitamente, lo spettro dei generi a cui potere fare il verso. E può divertirsi ad ibridare il genere principale (la commedia) con altri. E le citazioni possibili diventano praticamente infinite.
Si tratta, anche qui, solo di divertirsi a riconoscerle tutte. Persino Nanni Moretti, uno dei padri del surrealismo italiano, viene citato non a caso.
2.2. Funzionalità dell’inversione dei ruoli al genere comico
Perché il gioco delle inversioni è moto funzionale al genere comico.
Ecco io direi che più che una commedia quello di Fausto Brizzi è finalmente un film comico intelligente.
L’autore dimostra, e vivaddio se ce n’è bisogno, che si può far ridere senza necessariamente ricorrere ad artifici grevi, a parolacce gratuite.
Io direi che le intenzioni di questo regista sono chiare ed in parte anche ambiziose.
Restituire al genere commedia l’aggettivo brillante, contrapponendosi però come intenti, ma non come audience da attrarre, ai cine-panettoni ed ai film dei vari Vanzina e Neri Parenti, di cui, attenzione, è stato per anni uno degli sceneggiatori. Quasi che come se, da regista, avesse finalmente la possibilità di fare emergere la sua visione della questione, ed avesse, pertanto, la possibilità di esprimere una versione più raffinata e meno volgare del film comico per le masse.
Detto questo non è che stiamo sostenendo che ci troviamo difronte al nuovo François Truffaut, ma devo riconoscere che un certo talento nell’imbastire una trama Brizzi ed i suoi sceneggiatori ce l’hanno.
L’autore infatti riesce, in un universo infinitamente piccolo quale quello di una cerchia di amici borghesi, incarnanti in un unico tutto il meglio ed insieme tutto il peggio che questa classe di persone è oggi in grado di esprimere, ed a farne emergere tutte le contraddizioni, i parossismi, le inquietudini, le lacerazioni affettive, le superficialità, eccetera, eccetera, eccetera, senza mai (o quasi mai), scadere nel didascalico, e senza mai prendersi troppo sul serio. In questo ho trovato forse il pregio migliore del film.
In questa specifica accezione questo regista, effettivamente, riesce nell’intenzione di ricondurre il genere commedia al passo con i tempi, a far diventare un film brillante, una divertente parodia dei giorni nostri, dandoci anche modo di ricordarci una lezione evergreen, che, infondo, per fare ridere, non serve altro che osservare, con dissacrante ironia, il quotidiano.
3. I limiti dell’impianto narrativo – lo sviluppo del conflitto
Avendo l’abbonamento a Sky Cinema mi è capitato di vedere più volte sia “Notte prima degli esami” che “Notte prima degli esami oggi“. Tremo all’idea che l’autore voglia girare il sequel di Amici Miei. Ma una cosa voglio dirla, con questi film Brizzi compie un passo in avanti nella sua capacità narrativa.
Intendiamoci, stiamo sempre parlando di cinema d’intrattenimento rivolto al grande pubblico, e non certo di film con intenzioni autoriali e con dei contenuti intrinseci rilevanti, ma, del resto, questo genere, è sempre stato poco più o poco meno di questo.
Ma ciò non di meno l’impianto qualche limite ce l’ha.
Il rapporto protagonismo – antagonismo non è agito in una prospettiva completa, a nostro modo di vedere.
Lo sviluppo del conflitto, analizzandolo, è agito solo ed esclusivamente in una chiave, peraltro molto funzionale al film, infra-personale (tra gli esistenti), raramente è sviluppato in chiave inter-personale tra l’esistente e se stesso, se si esclude, ovviamente, la crisi dello psicanalista Bisio (dove però quella è l’unica chiave di sviluppo), e non è mai agito in una prospettiva ultra-personale, cioè in uno scontro tra ad esempio ciò che bene o ciò che è male, o ancora tra ciò che è buono e ciò che è cattivo.
Manca ancora a questo regista la capacità d’immaginare dei valori guida nei quali fare muovere gli esistenti.
Non esiste, insomma, per farla breve, un cattivo.
Il film, se ha un limite, è quello di eccedere nel buonismo, nel mieloso, nel politicamente corretto, in quello che definirei un happy end continuo davvero eccessivo.
Bisogna pure ammettere che la vita non è tutta rosa e fiori.
Gli eventi dolorosi del film, ce ne sono per fortuna, sono tutti sublimati ed elaborati in questa prospettiva buonista, che magari riesce a creare delle emozioni, ma non riesce a creare ed a far vibrare una storia.
Non a caso troverete molte recensioni che parlano, impropriamente, di film a episodi. No. Il film a episodi non è questo. Questo è semmai un tentativo di sceneggiatura a storie intrecciate.
Un canovaccio classico nel genere.
Il mio consiglio all’autore è di osare di più.
Le idee ci sono, sono anche migliorate, è migliore è anche la qualità della trama, ma manca ancora qualcosa per poter parlare di un nuovo autore alla Pietro Germi, per citare uno dei punti di riferimento che Brizzi ha, se è vero che vuole affrontare un sequel di Amici Miei e dal quale rimane ancora, per il momento, distante anni luce.
4. Le rese attoriali
Sono tutte molto al di sopra di quello che avrei immaginato.
Bravissimi tutti gli attori, Caludio Bisio andrebbe restituito al cinema a tempo pieno.
Claudia Gerini è a suo agio in un ruolo molto verdonesco, Flavio Insinna se facesse meno televisione lo riuscirei a separare dall’immagine video, ma è bravo (anche in questo ruolo ho intravisto il riferimento ad un genere italo-francese quello di Don Camillo e l’onorevole Peppone, i dialoghi con il Cristo sono una citazione esplicita).
Alessandro Gassman mi aveva convinto di più in un film di Gian Maria Tavarelli: (2006) Non prendere impegni stasera, in cui il ruolo era più o meno il medesimo, ma lo spessore della sua interpretazione era di tutt’altra intensità, qui siamo appunto alla parodia, venuta un po’ male.
Cristiana Capotondi è molto brava, oltre ad essere sempre più bella. E’ l’attrice italiana, secondo me, più promettente del momento. Le consiglierei ruoli più ambigui e cattivi, per completare lo spettro delle sue, sempre più convincenti, capacità attoriali.
Fabio De Luigi: conferma il suo momento di grazia, ha i tempi e la mimica del comico. La sequenza del concerto dei Jalisse resta una delle cose memorabili del film.
Carla Signoris è brava. Dovrebbe perdere il gusto per la battuta a tutti costi, ma è brava.
Silvio Orlando: ecco io una cosa su Silvio Orlando la voglio dire da tempo. E’ un attore bravissimo, eclettico, che si muove più a suo agio, secondo me, in personaggi come questo, un po’ sopra le righe, un po’ stressati, ma ha il limite che riconosco a molti attori italiani: è quasi sempre il personaggio a piegarsi al modo di recitare di Silvio Orlando e non il contrario. Ecco l’ho detto. Ma, per dire, era anche il limite di Alberto Sordi.
Gli altri non li cito puntualmente, ma assolvono tutti molto egregiamente al loro ruolo, certo fa specie vedere un Enrico Montesano relegato ad un ruolo così di spalla, me è bravo lo stesso e gli vogliamo sempre bene.
5. Conclusioni
In conclusione della mia analisi cosa posso aggiungere?
Che mi sono divertito assai assistendo al film.
Quindi alla fine il mio giudizio finale è che il film alla fine funziona, che diverte, che sa emozionare, e che magari dura forse un po’ troppo.
Che magari è un tantino troppo prevedibile.
Che, e mi ripeto, è un po’ troppo intriso di buoni sentimenti.
Certo le canzoni scritte apposta da Fabio Antonacci ce le saremmo volute davvero risparmiare.
Ma sono peccati veniali.
Confermo il mio tre virgola cinque e, se volete farvi due sane risate senza pensare troppo, andatevelo a vedere, ma si dai.
Roberto Bernabò: @Daniela Non so, te lo dico sinceramente, quanto abbia, in verità, colto, nel profondo, quello che...
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