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The Burning Plain – di Guillermo Arriga (2008)

The Burning Plain - di Guillermo Arriga (2008)

analisi di eventi esistenti e linguaggio audiovisivo

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The Burning Plain – il confine della solitudine

titolo originale: The Burning Plain
nazione: U.S.A.
anno: 2008
regia: Guillermo Arriaga
genere: Drammatico
durata: 110 min.
distribuzione: Medusa Film
cast: C. Theron (Sylvia) • K. Basinger (Gina) • J. Lawrence (Mariana) • J. Yazpik (Carlos) • J. de Almeida (Nick) • D. Pino (Santiago) • T. Ia (Maria) • D. Torres (Cristobal) • B. Cullen (Robert)
sceneggiatura: G. Arriaga
fotografia: R. Elswit
montaggio: C. Wood


Trama
: Storia di una madre, Gina, e di una figlia, Sylvia, che ha avuto un’infanzia molto complicata, impegnate a ricostruire un legame. Impegno non facile all’interno di un racconto dai tratti molto incisivi che la regia guida con mano maestra e forte intensità.

Le conseguenze della solitudine – a cura di Roberto Bernabo’

Introduzione

Continuo a leggere o critiche distruttive su quest’opera, o commenti, se non esattamente esaltanti, comunque molto positivi.

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Chiariamo subito che Gulliermo Arriga è uno sceneggiatore sulle cui capacità e bravura è difficile argomentare a sfavore.

E chiariamo anche che – come spesso vi sentirete dire se vi avvicinerete allo studio della sceneggiatura o a quello della regia (le due materie sono contigue ma hanno regole assai diverse) – una cosa è scrivere (nell’accezione letterale del termine) un film, un’altra è girarlo. Ma questo vivaddio è una cosa chiara ai più immagino.

Il tema del linguaggio, o meglio dei linguaggi, utilizzati dal cinema mi sembra centrale nell’affrontare un’analisi, non solo di questo film, ma in generale delle intenzioni artistiche di questo sceneggiatore messicano, che con questo film, dopo alcuni immagino significativi contrasti con il regista che ha contribuito a renderlo famoso (sia chiaro nel bene e nel male), Alejandro González Iñárritu, passa anche dietro la macchina da presa per "girare" una sceneggiatura originale (altro tema che affronteremo, prima o poi) "scritta" da lui.

In questo post:

  1. Differenze ontologiche tra sceneggiatura e regia
  2. Circa la narrazione non lineare di un racconto ed elementi innovativi nell’utilizzo delle anacronie nell’opera di Gulliermo Arriga (molto spoiler)
  3. La pianura che brucia come metafora della ribellione alla solitudine – i limiti dell’impianto narrativo
  4. Conclusioni

1. Differenze ontologiche tra sceneggiatura e regia

Sembra una differenza semplice da immaginare e da comprendere ma vi assicuro che non è così.


In un libro scritto a più mani da sceneggiatori e registi:

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"Fare Cinema" – di Jean-Claude Carrière, Francis Ford Coppola, Costantino Costa Gravas, Senel Paz – si legge, nella parte scritta da Jean-Claude Carrière, uno dei più celebri sceneggiatori che ha collaborato con Luis Buñuel, che che un giorno il maestro lo chiamò.

Doveva incontrare di lì a poco il produttore e gli chiese di portare una copia stampata della sceneggiatura, si trattava del celeberrimo "Le charme discret de la bourgeoisie".

Scena per scena il maestro iniziò a scrivere dei numeri. Pensava, leggeva, e, subito dopo aver letto una scena, scriveva un numero.

Incuriosito da questa pratica sconosciuta allo sceneggiatore che non riusciva, pur essendo un addetto ai lavori, a capire cosa significasse, questi domandò:

"Maestro, ma cosa sono quei numeri affianco ad ogni scena?"

"Questi che sto scrivendo ora?" rispose Luis Buñuel.

"Si, proprio quelli" incalzò Jean-Claude Carrière.

"Beh, visto che devo incontrare il produttore", spiegò il regista, "sto annotandomi con quante riprese intendo realizzare ogni singola scena".

Da questo semplice scambio di battute s’intuisce la grande differenza che esiste tra lo scrivere un racconto su carta, per quanto già organizzato per sequenza di scene (da cui il nome sceneggiatura), e la sua trasposizione in pellicola.

Il regista deve risolvere altri problemi.

Che non sono legati, solo, all’intreccio narrativo, ma assai più pregni di un ancor più intimo legame con la resa drammaturgica, il mood che s’intende dare all’opera-film, il rendere coerente, nell’atmosfera  drammaturgica delle interpretazioni degli attori che dovranno essere diretti, quello che nella sceneggiatura è scritto, e ancora, dove posizionare la macchina da presa, con quanti stacchi realizzare una scena, di quali luci si ha bisogno, e potrei scrivere migliaia di altri elementi specifici di questa competenza, che è considerata, a torto o a ragione, così importante, da fare arrivare a dire che il film non è dello sceneggiatore ma del regista.

Per quanto, ripeto, intimamente connesse, le due fasi sono quasi antagonistiche.

Si potrebbe dire, con un’approssimazione volutamente provocatoria, che il regista lavora contro lo sceneggiatore.

Andrebbe anche aggiunto che il montatore lavora contro il regista, ma questo ci porterebbe fuori dall’ambito dell’analisi che s’intende svolgere in questo paragrafo. Magari ci torneremo per pellicole che giustificheranno questa ulteriore specificità della costruzione del linguaggio audiovisivo.

Quello che ho inteso far capire è che, pur essendo sceneggiatura e regia, fasi diverse, non è impossibile che uno sceneggiatore, a forza di lavorare con un regista, possa sviluppare delle proprie idee riguardo alla trasposizione in pellicola di un suo lavoro.

Ed è probabilmente una forte diversità di vedute tra lui e Alejandro González Iñárritu, con il quale, ripeto, pare abbia litigato, che Gulliermo Arriga abbia deciso di passare anche dietro la macchina da presa, come si usa dire in gergo.

2. Circa la narrazione non lineare di un racconto ed elementi innovativi nell’utilizzo delle anacronie nell’opera di Gulliermo Arriga (molto spoiler)

E’ noto, a chi si occupa come me di cinema per passione oltre che per studio, che non esiste un solo modo di raccontare una storia.

Non si parte sempre, necessariamente, dall’inizio per arrivare alla fine.

Si possono inserire elementi completivi che recuperano parti del racconto attingendo dal passato, e questi inserti vengono chiamati anacronie (nel linguaggio cinematografico chiamati flshback).

Le anacronie, invero, possono anche anticiparci elementi di una porzione del futuro del racconto, andando cioè molto in avanti rispetto all’inizio della narrazione (nel linguaggio cinematografico chiamati fleshforward).

Se c’è una cosa che aveva dimostrato, in tutte le sue precedenti sceneggiature, Gulliermo Arriga, era una spiccata e probabilmente innata attitudine a costruire storie basate sul racconto non lineare (Amores perros – 2000 di Alejandro González Iñárritu;   21 Grammi – Il peso dell’anima – 2003 di Alejandro González Iñárritu; Le tre sepolture – 2005 di Tommy Lee Jones; Babel – 2006 di Alejandro González Iñárritu).

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Ora qui la questione è che, in questo film, a mio modo di vedere, la celeberrima lezione di Gerard Genette, da me più volte citata in questo blog, circa la portata e l’ampiezza delle anacronie, è come se venisse superata.

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In The Burning Plain non è corretto, almeno a mio modo di vedere, parlare di portata o ampiezza delle anacronie, quanto, piuttosto, di una innovativa costruzione parallela prima, e convergente poi, di due storie, una, palesemente per lo spettatore, risalente al passato, ed una seconda, sempre chiaramente per lo spettatore, imbastita nel presente filmico.

L’idea davvero innovativa è poi quella di fare convergere i due racconti paralleli, facendo scoprire allo spettatore che gli stessi, per quanto apparentemente diversi, riguardavano gli stessi esistenti ed in particolare la figura di Sylvia alias Mariana. Questo, peraltro, giustifica la diversità dei nomi dei due esistenti, che in realtà sono la stessa persona, (altrimenti l’artificio verrebbe svelato troppo presto), e la considerevole differenza tra le due attrici, (magari un ulteriore limite dei film ma, secondo me, più intimamente legata all’idea di non rendere esplicito lo schema dell’impianto narrativo, che rovinerebbe, e non poco, il colpo di scena sul finale).

Ora, aldilà della resa filmica, non si può certo dire che il tentativo sia di semplice attuazione, o, di più, di facile concepimento.

Tutt’altro direi, e vorrei aggiungere, che questo andrebbe valutato, a mio modo di vedere, prima di affermare che l’opera di Arriga non è valida.

Certo c’è da considerare che lo sceneggiatore è all’esordio come regista, ma credo che, anche in questa componente del racconto, la pellicola non sia affatto da sottovalutare, anzi.

3. La pianura che brucia come metafora della ribellione alla solitudine – i limiti dell’impianto narrativo

In una celebre canzone di montaliane atmosfere Francesco Guccini cantava:

"L’ angoscia che dà una pianura infinita? Hai voglia di me e della vita,
di un giorno qualunque, di una sponda brulla? Lo sai che non siamo più nulla?
Non siamo una strada né malinconia, un treno o una periferia,
non siamo scoperta né sponda sfiorita, non siamo né un giorno né vita …

Non siamo la polvere di un angolo tetro, né un sasso tirato in un vetro,
lo schiocco del sole in un campo di grano, non siamo, non siamo, non siamo …
Si fa a strisce il cielo e quell’ alta pressione è un film di seconda visione,
è l’ urlo di sempre che dice pian piano:
"Non siamo, non siamo, non siamo …"


Questi versi, che potrebbero adattarsi benissimo al film peraltro, mi sono tornati alla mente proprio pensando allo spleen prevalente che muove all’azione gran parte dei personaggi.

Tutto ha origine ed è contenuto dalla disperazione che sa dare, se vissuta male, la solitudine.

Del resto il sottotitolo del film è "il confine della solitudine".

E’ lei l’ospite ingombrante del film.

E’ lei che spinge la madre Kim Basinger (Gina), (direi bella e brava), di Jennifer Lawrence (Mariana), bravissima e premiata con il Premio Marcello Mastroianni (Mostra d’Arte Cinematografica Internazionale di Venezia, 2008) come migliore attrice emergente, alle loro disperate  e direi, con diversi livelli d’intensità, drammatiche azioni.

Ed è sempre lei, la solituidine intendo, amplificata dal senso di colpa a giustificare la vita dissoluta di Charlize Theron (Sylvia),  notevole nella capacità d’interpretare un personaggio per niente semplice, soprattutto considerando quello che ho detto circa la convergenza della sua storia con quella di Mariana.

In questa foto la vedete discutere con Gulliermo Arriga … chissà forse anche lei non era convintissima delle motivazioni all’azione del suo personaggio.

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Ora la cosa che veramente è da analizzare, per comprendere il punto di snodo più importante del racconto, e quindi della mia critica al film, è se l’evento dimanico della storia (quello che altera lo stato di equilibrio preesistente degli esistenti): l’esplosione della baracca roulotte (collocata all’inizio del film con l’artificio narrativo filico in gergo definito "fantasma", – di cui un’altro esempio lo potrete ritrovare nel film "Il profumo di Yvonne" di Patrice Leconte, 1994), squallida, sporca, solitaria e praticamente abbandonata, anche lei, in una pianura desolata e desolante, ha, effettivamente, la forza per reggere le motivazioni all’azione  degli esistenti e giustificare, in maniera convicente, l’evolversi, ben poco importa se nell’adesso filmico o nel passato, degli eventi della storia.

Perchè, a nostro modo di vedere, se esistono dei limiti a questo film non sono da ricercare nelle capacità registiche di Arriga, quanto, piuttosto, nell’effettivo funzionamento dell’impianto narrativo definito in fase di screenpaly.

Rifletteteci e, magari, mi darete ragione.

Non esistono, a guardare bene, altre lacune nel racconto. Tutto è spiegato, tutto si riannoda. Tutto alla fine coincide.

Tranne una cosa. Un dubbio. Un, ragionevole, dubbio, come direbbero i giuristi.

Può la solitudine degli esistenti giustificare, drammatirgicamente, la sotria?

4. Conclusioni

In conclusione di questa analisi io personalmente confermo il giudizio positivo che mi ero fatto vedendo il trailer.

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Il film, presentato alla recente mostra di Venezia 65, ed approdato nelle sale con una versione ridotta rispetto alla extended version della mostra (30 minuti in meno, pare), magari non riesce a commuovere sempre (a me sul finale ci è riuscito, ma, voglio dire non so quanto questo faccia testo visto che io mi commuovo pure vedendo topolino), ma ha sicuramente un suo spleen, una sua traccia, una sua ambientazione psico-drammatica, una sua atmosfera epica (penso alle sequenze sulla scogliera, penso alla sequenza in cui Mariana e Santiago bruciano i kaktus e potrei continuare).

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La direzione della fotografia, affidata al sempre bravissimo Robert Elswit, merita una menzione a parte, se penso alla bellezza di come sono resi certi luoghi, legata anche alla scelta di location molto suggestive.

Le rese attoriali sono tutte, secondo me, degne di nota, a partire da quella di Kim Basinger:

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che riesce a dare spessore ad una condizione femminile ammettiamolo abbastanza scontata, e, per certi versi, addirittura squallida.

A quella di Charlize Theron:

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che ha dimostrato, con questo film, di saper toccare corde psico-drammatiche quasi da Actor Studios.

Per concludere con la notevolissima interpretazione di Jennifer Lawrence:

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bravvissima, intensa, già un’attrice pure essendo cosi giovane.

Che dire … che bisogna dare fiducia ad uno sceneggiatore che si è avventurato nel mondo della regia, secondo me, e che è riuscito, secondo molti, addirittura e migliorare, con questo passo, per certi versi, la resa delle sue opere, rispetto, ad esempio, a quanto realizzato dal regista messicano Alejandro González Iñárritu, che molto deve del suo successo proprio alla peculiarità del racconto non lineare di cui Arriga è un maestro.

Che forse però, proprio per questo, questi non deve eccedere troppo nei virtuosismi di tale tipo di scrittura, e ritornare e preoccuparsi degli elementi più importanti della sceneggiatura, come ad esempio:

  • lo sviluppo del conflitto,
  • la caratterizzazione dei personaggi,
  • le complicazioni progressive,
  • la catarsi … che è forse la cosa veramente riuscita del film.

La domanda "Tu non vieni?" che Maria rivolge a Sylvia, oramai ritornata Mariana, va molto oltre il perdono e ci riconduce al tema centrale dello specifico narrativo di Gulliermo Arriga: tentare di far dialogare ed accordare posizioni apparentemente inconciliabili.

Links

La mia analisi del film: Babel – di Alejandro González Iñárritu

L’uomo che ama di Maria Sole Tognazzi

L’uomo che ama - di Maria Sole Tognazzi (2008)

breve analisi di eventi esistenti e linguaggio audiovisivo

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L’uomo che ama

titolo originale: L’uomo che ama
nazione: Italia
anno: 2008
regia: Maria Sole Tognazzi
genere: Sentimentale
durata: 102 min.
distribuzione: Medusa Film
cast: P. Favino (Roberto) • M. Bellucci (Alba) • X. Rappoport (Sara) • P. Degli Esposti (Giulia) • M. Alhaique (Carlo) • M. Paredes (Dr.ssa Campo) • F. Sciarappa (dottore) • A. Ninchi (Vittorio) • G. Blackhall (Yuri)
sceneggiatura: M. Tognazzi • I. Cotroneo
musiche: C. Consoli
montaggio: W. Fasano

Trama: Una pellicola adulta sull’amore. Un film che racconta la grande passione di un uomo per una donna dal punto di vista maschile. L’uomo che ama è un uomo normale che in due storie diverse vive situazioni opposte: abbandona e viene abbandonato, diventa carnefice e poi vittima.


A parte che se avessi dato io il titolo a questo film lo avrei chiamato "L’uomo che si strugge e si distrugge", la cosa che mi ha colpito … anzi le cose che mi hanno colpito sono tre.


1. La prima – le ancronie usate in modo a-tipico

Sicuramente la qualità migliore del film risiede nel tentativo di definire una struttura narrativa filmica atipica.


Vi ho già tediato abbastanza con le lezioni di Geradrd Genette sulle anacronie. Ma come si dice repetita iuvant.

1.1 Portata e ampiezza delle anacronie

Gerard Genette

Genette distingue tra la "portata" di un’anacronia e la sua "ampiezza". 

La portata è l’intervallo di tempo tra l’adesso, anticipato o retrospettivo, e l’inizio dell’anacronia, l’ampiezza è invece la durata dell’anacronia stessa. Vi sono, inoltre, mezzi differenti per congiungere l’anacronia con la storia che procede. Mezzi "interni", mezzi "esterni" e mezzi "misti".

In un anacronia "esterna", inizio e fine si verificano prima dell’adesso, una anacronia "interna" inizia dopo l’adesso, ed infine un’anacronia "mista" inizia prima e finisce dopo l’adesso.

Le anacronie interne possono, inoltre, distinguersi in quelle che non interferiscono con la storia interrotta ("etereodiegetiche") e quelle che invece interferiscono ("omodiegetiche"). In questo ultimo caso si può distinguere tra anacronie "completive" e "iterative"

Le anacronie "completive" riempiono lacune passate o future. Quelle future possono essere, a loro volta, ellissi dirette o "frontali", o ellissi "laterali" o paraellissi, in cui le omissioni non riguardano gli eventi che si verificano, ma piuttosto gli elementi di una situazione di fatto.

Le anacronie "iterative", viceversa, ripetono quanto è già stato detto, in quanto il racconto torna apertamente ed esplicitamente sui propri passi, sebbene con un diverso modo di vedere gli eventi. Espediente che è divenuto familiare nel cinema dopo Ejzenststejn.

Infine la terza possibile categoria di relazione è quella che Genette definisce ellissi o figura parallela. La stessa non concede alcuna relazione crono-logica (anche inversa) tra storia e discorso. L’associazione è o casuale o basata su principi di organizzazione appropriata ad altri tipi di testi – vicinanza spaziale, logica, discorsiva, tematica.

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Nel film di Maria Sole Tognazzi la regista azzarda un linguaggio anacronico che mentre conduce in avanti nel tempo la narrazione per lo spettatore, intende, al contrario, condurre, nello stesso tempo, all’indietro la narrazione degli eventi, come mi piace, con buona pace di chi mi critica, definire la storia.

La cosa di per se, intendiamoci, non è né è nuova né, quindi, originale.

Ci sono pellicole come "Memento di Christopher Nolan" – (2000), ad esempio, in cui la giustificazione drammaturgica di tale accorgimento era abbondantemente assai più giustificata, dalla particolare malattia di amnesie di cui soffriva Guy Pearce  …  Leonard Shelby. Ricorderete la frase "Non riesco a ricordarmi che ti devo dimenticare" [Leonard Shelby].

Ma diciamo che, sotto il profilo della storia e del discorso, altrimenti eccessivamente melenso sotto ogni punto di vista, questo vezzo, che tende peraltro, a nostro avviso, più a dimostrare l’idea di possedere cognizioni di screenplay, piuttosto che di provare di saperle applicarle con adeguata maestria, lo possiamo segnalare come elemento degno di nota.

2. La seconda – la recitazione di Pierfrancesco Favino

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Sotto il profilo della resa attoriale, mentre registriamo un netto calo di un’attrice che ci era piaciuta al suo esordio, la russa proveniente dalla ella scuola teatrale, Xenia Rappoport (sarà che gli errori di definizione di un esistente si ripercuotono anche nella capacità degli attori di saperli rendere), la mai convincente Monica Bellucci, checché ne pensino altri famosi cinebloggers, quello che, nonostante la visione stereotipata e troppo femminea (a nostro modo di vedere nel senso di troppo espressione di un uomo così come nell’immaginario femminile della regista), nonché alcune situazioni drammaturgiche sul bilico del peggio del peggio che un uomo possa dare in circostanze analoghe, (figurasi poi se lo stesso è un farmacista bello come l’attore che lo interpreta) diciamo che il potenziale recitativo di Pierfrancesco Favino è una di quelle cose che ha impedito di accordare ancora meno stars al film, soprattutto in considerazione che lo stesso ha aperto il Roma Film Festival 2008. Quasi ad avvalorare la mia idea del cinema italiano come una casta, ecco. Ma non c’erano pellicole e registi che lo meritavano di più, per dire?

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La terza – le musiche di Carmen Consoli

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Ok lo ammetto è un fake, ma avrei tanto voluto dire che era vero e che avevamo trovato un nuovo talento da affiancare a Nicola Piovani e ad Ennio Morricone, o al forse meno noto Giovanni Venosta ma non è così.
Due su tre accontentavevi così.

Per il resto archiviate pure la pellicola come film da dimenticare sia per gli uomini che per le donne. senza considerare e chiudo il fastidio quasi fisico ed ideologico che provo nel prendere sempre più atto, che in questo paese, certo cinema per potere essere deve essere quasi come dettato, nei temi centrali, da una sinistra che non sa e non riesce più osare nella politica, e che cerca subdolamente di costringere certi registi, che peraltro allegramente si prestano pur di rimanere tra quelli del giro, a portare avanti battaglie come quella dei gay che devono infarcire, quasi come una marchetta, queste storie.

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Faccenda veramente triste a pensarci seriamente, che a me fa sempre più ribollire il sangiue nelle vene.

E non ho più davvero nient’altro da aggiungere sull’argomento come diceva Forrest Gump.