analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
Le direzioni improvvise, sbagliate, giuste, e travagliate del filosofico snow road movie del promettente regista norvegese Rune Denstad Langlo – a cura di Roberto Bernabò
Nord
titolo originale: Nord … aka North (Europe: English title: festival title) (International: English title)
nazione: Norvegia
anno: 2009
regia: Rune Denstad Langlo
genere: Drammatico
durata: 78 min.
distribuzione: Sacher Distribuzione
cast: A. Baasmo Christiansen (Jomar Henriksen) • T. Almenning (giocatore tennistavolo) • M. Aunemo (Lotte)
sceneggiatura: E. Loe
musiche: O. Kvernberg
fotografia: P. Ogaard
montaggio: Z. Stojevska
Sinossi: Dopo un esaurimento nervoso, lo sciatore professionista Jomar decide di ritirarsi in un’esistenza solitaria come guardia di un parco sciistico. Quando scopre che potrebbe essere il padre di un bambino nato nell’estremo Nord del paese, inizia un viaggio attraverso la Norvegia su una motoslitta, con cinque litri d’alcol come unica provvista. Durante il tragitto attraverso paesaggi artici, Jomar sembra fare il possibile per non arrivare a destinazione.
“La vita è spesso dura, quasi sempre … ma non per sempre” Jomar Henriksen
Vecchio: “Oltre 60 anni ci separano, ed in 60 anni si può rimediare a molti errori” Jomar: “Ma se ne possono commettere degli altri” Vecchio: “Si può rimediare anche a quelli” Dialogo tra Jomar Henriksen ed un vecchio in una tenda
1. Introduzione – dedicato a chi è in cerca di se stesso
analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
Che – L’argentino
titolo originale: Che: Part One
nazione: U.S.A.
anno: 2008
regia: Steven Soderbergh
genere: Biografico
durata: 126 min.
distribuzione: Bim Distribuzione
cast: B. Del Toro (Ernesto ‘Che’ Guevara de la Serna) • R. Santoro (Raul Castro) • J. Ormond (Lisa Howard) • M. Díaz (María Antonia) • D. Bichir (Fidel Castro) • Y. Vazquez (Alejandro Ramirez) • S. Cabrera (Camilo Cienfuegos)
sceneggiatura: P. Buchman • B. Van Der Veen • B. Van Der Veen
musiche: A. Iglesias
fotografia: S. Soderbergh
montaggio: P. Zumárraga
Trama: 26 novembre 1956. Fidel Castro parte verso Cuba con un gruppo di un’ottantina di ribelli. Uno di loro è Ernesto Guevara, un medico argentino a cui presto verrà attribuito il soprannome ‘Che’. Il gruppo ha una finalità precisa: abbattere il regime dittatoriale di Fulgencio Batista sostenuto dagli americani. Il Che si dimostra da subito un combattente abile particolarmente versato nell’arte della guerriglia. Diventa così sempre più famoso tra i suoi compagni e tra la popolazione per la sua determinazione mista a una profonda passione per i più deboli e sfruttati. Ben presto diventerà un comandante e, con la vittoria dei castristi, uno dei miti di quella rivoluzione.
“Un popolo che non sa né leggere né scrivere è un popolo facile da manipolare.”
“La lotta s’intensificherà: “Patria o Morte!”
“Un grande rivoluzionario è animato da un grande sentimento d’Amore: Amore per l’umanità, amore per la giustizia e per la verità.”
Ernesto Che Guevara
Ernesto ‘Che’ Guevara è convenzionalmente rappresentato o come un santo della rivoluzione, oppure come uno spietato carnefice. In verità, a mio modo di vedere, Steven Soderbergh, nella sua epica biografia del “Che“, non avverte la necessità di definire il personaggio in nessuna di queste due ontologie.
Il biopic, infatti, non è scritto dal punto di vista della storia, ma dal point of view di Guevara (non a caso la sceneggiatura è basata anche sul libro “Diario della rivoluzione cubana“, scritto dallo stesso Guevara), attraverso una sorta di cronaca giorno per giorno del processo che determinò il rovesciamento del regime di Batista a Cuba, e, successivamente (ma questo sarà oggetto della seconda parte del film Che: la Guerriglia), del tentativo analogo, ma fallito, in Bolivia.
Il film – che, va detto, è un’opera unica e come tale fu presentata a Cannes – nella sua versione per le sale si svolge in due parti, denominate “Che: L’argentino” e “Che: La guerriglia“.
La pellicola resiste, come dire, alla tentazione di esaltare eccessivamente il Che, e si sforza di delinearlo, attraverso un’interpretazione-transfert di Benicio Del Toro, così convincente, da avere meritato la palma d’oro come miglior interpretazione maschile di un esistente protagonista all’ultimo festival di Cannes, nella sua dimensione più umana, ma che si staglia, comunque, contro l’orizzonte degli eventi, riuscendo a toccare un po’ tutte le basi convenzionali del genere biografico.
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2. Eventi ed esistenti: Il punto di vista narrativo – circa il Che Guevara’s pint of view
A Cuba, ci uniamo a lui, ma attraverso un processo parziale di documentazione.
Provo a spiegarmi meglio. Apprendiamo si, ad esempio, che è il Comandante è anche un medico, ma non conosciamo né come né perché lo sia diventato.
Quasi come se fosse un dato di fatto che si tratti di un rivoluzionario.
Di un leader naturale degli uomini.
Fidel Castro è il suo compagno, ma il film non ci mostra il loro rapporto in maniera dettagliata, la maggior parte del tempo, i due eroi sono separati. Non c’è una alcun riferimento alle decisioni politiche del rivoluzionario come, invece, descritto nel film del 2004 “I diari della motocicletta” di Walter Salles.
2.1. Il Che narrato al presente filmico
“Che” è narrato sempre nel tempo presente.
Veniamo a conoscenza che ha, dentro di se, la decisione irrevocabile di rovesciare governi (direi che questo rappresenta, per lui, verso tutta l’America Latina, una sorta di imperativo categorico kantiano), e questo spiega il motivo per cui, nella sua descrizione di ingiustizia, egli si identifica con i contadini, e non con la classe dirigente del paese, e anche se è nominalmente un comunista, non viene documentata in alcun modo una riflessione ideologica.
Se si eccettua il rapporto non sempre facile con il comunismo sovietico, che Il Che non amava poi più di tanto, e comunque meno del compagno Fidel, perché considerava la libertà un bene talmente primario ed irrinunciabile, che non doveva essere assogettato a limitazione alcuna, nemmeno se suggerita dalla causa, comune, del comunismo.
Il Che ci appare, sempre, completamente concentrato, esclusivamente, sul compito immediatamente davanti a lui.
Il suo metodo è quello di dare voce al risentimento popolare nei confronti di un dittatore, conquistare il sostegno delle persone, e demoralizzare gli opposti eserciti di soldati.
Ha bisogno di pochi uomini, perché dentro e dietro di lui, è sostenuto da una idea molto forte che, nel caso di Cuba, era già nella coscienza collettiva, persino tra le fila del dittatore batista.
Con questo metodo, in verità, ha lavorato assai più agevolmente a Cuba, che non in Bolivia, ma questo lo si comprenderà meglio nella seconda parte del film.
2.2. La vita del Che come un arco
La pellicola di Soderbergh, durante i suoi lunghissimi 258 minuti, funziona un po’ come come un arco: verso l’alto per la vittoria a Cuba, (dove si chiude la prima parte del film), una pausa con la sua famiglia in Argentina, verso il basso alla sconfitta in Bolivia.
A Cuba i ribelli sono accolti dalla gente dei villaggi, vengono sempre aiutati nell’alimentazione, nel poter essere nascosti, ed il Che, in questa parte del film, è acclamato dalla gente tanto che il viaggio guerrigliero verso l’Havana, diventa una vera e propria marcia trionfale.
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3. Linguaggio audiovisivo: Lo specifico filmico dell’opera e del regista
Soderbergh, per questo film, si è calato nei panni di:
Non c’è, volutamente, a mio modo di vedere, alcuna fantasia nel lavoro di inquadratura.
Il regista, direi, rimane sempre a ridosso costante del Che,con tenace e consapevole determinazione.
Nonostante tale scelta formale non ci sono, però, che pochi stacchi in soggettiva, ma che risultano tutti, peraltro, efficacissimi.
Il point of view del Che, quasi avulso dalla storia (se si eccettuano i suoi discorsi alle Nazioni Unite con la celeberrima frase: “O patria o Muerte“), è restituito, a mio modo di vedere, benissimo.
Probabilmente proprio perché è come se partecipassimo con lui nell’azione, e non lo guardassimo, come un eroe, da un punto di vista esogeno agli eventi.
L’opzione scelta dal Soderbergh, si insomma lo specifico filmico dell’opera, che è un po’ la cifra stilistica del regista, è quella di alternare due forme di narrazione filmica.
Quella a colori, realizzata con la Digitale RED, nella Sierra Maestra, ricca di esperienze cromatiche, con macchina da presa a ridosso dell’eroe.
Qui l’intento drammaturgico è quello di restituirci l’esperienza dell’azione bellica con le sue atrocità, le morti dei compagni, la solidarietà tra i rivoluzionari, il rigore etico che esige la rivoluzione, la malattia del Che con i suoi continui attacchi di asma, tutti elementi che che ci fanno soffrire, con lui, le fatiche della lotta nella lunghissima battaglia per raggiungere l’Havana.
E quella in bianco nero, dove il Che ci appare in una lunga intervista, o ripreso nei suoi discorsi alle Nazioni Unite.
Qui, secondo me, l’intento drammaturgico è quello di ricordarci che il regista non desidera, più di tanto, prendere posizione, apparendo lui attraverso il suo personale punto di vista, e rafforzare l’idea archetipale del biopic, che esige che a parlare siano, invece, prevalentemente, se, non, addirittura esclusivamente, i fatti ed i loro autori, e non l’interpretazione, troppo spesso revisionistica, del documentarista, attraverso, però, la rivelatoria esperienza della loro visione.
Una vera e propria scelta di campo, non c’è che dire.
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4. Rese attoriali: Circa l’interpretazione-transfert di Benicio Del Toro
Benicio Del Toro, uno dei produttori del film, offre una prestazione eroica, non da ultimo perché è auto-effacing.
La sua interpretazione non è né esaltante né esaltata, come quella della maggior parte degli eroi epici.
Il Che di Benicio Del Toro, emerge a Cuba nella vittoria, in Bolivia, come vedremo nella seconda parte, invece, scompare assorbito nella sconfitta, ed, a volte, è quasi difficile riconoscerlo dietro un groviglio di barba e capelli.
Direi che l’immedesimazione – aiutata anche dalla straordinaria somiglianza dell’attore con il rivoluzionario, ha contribuito nel lavoro, che l’interprete-produttore ha svolto, con una tale dedizione che ha sicuramente dei significati, questi si, politici – sul personaggio è totale, e non è un caso l’idea di contribuire alla produzione della pellicola, io credo.
Il suo Che è, infatti, rappresentato non tanto, e non solo, come una personalità, quanto come una sorta di testamento spirituale, come in un racconto a futura memoria di ciò che fu l‘idea rivoluzionaria. Quasi a suggerirci che esiste ancora si l’idioma rivoluzione, ma non più il corrispondente correlativo oggettivo.
Meritatissima pertanto la palma d’oro guadagnatasi a Cannes.
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5. Conclusioni
Si può chiedere, in conclusione, ed è legittimo, se il film (unito nelle due parti), non sia troppo lungo.
Personalmente sono portato a ritenere che ci sia una valida ragione per la sua lunghezza.
L’esperienza di Guevara a Cuba (ed in Bolivia) non è stata, solo, una serie di eventi ed aneddoti, ma direi prevalentemente un’enorme, gigantesca, quasi sovrumana, arrivo a dire, prova di resistenza che potrebbe quasi essere definita come quella di un pazzo. Come del resto egli stesso ammette a Fidel Castro, in una delle sequenze iniziali del biopic, prima della loro partenza per l’isola.
Le dimensioni dell’enorme fatica e dell’altrettanto smisurata follia sia di Fidel che del Che, dovevano essere filtrate in una proporzione tra il racconto delle gesta e la durata del film, e questo per evitare le inevitabili (mi si perdoni l’allitterazione), semplificazioni e banalizzazioni, che un’operazione del genere corre sempre il rischio di portarsi dietro.
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Del resto non sono, solo, le visioni, un po’ alterate dalla follia, d’immaginare un futuro diverso, quelle destinate a cambiare il corso della storia?
breve analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
Amore e caduta di un campione fragile – a cura di Roberto Bernabò
The Wrestler
titolo originale: The Wrestler
nazione: U.S.A.
anno: 2008
regia: Darren Aronofsky
genere: Drammatico
durata: 105 min.
distribuzione: Lucky Red Distribuzione
cast: M. Rourke (Randy ‘The Ram’ Robinson) • M. Tomei (Cassidy) • E. Wood (Stephanie) • J. Friedlander (Scott Brumberg) • A. Naidu (medico) • M. Margolis (Lenny) • T. Barry (Wayne) • W. Stevens (Nick Volpe)
sceneggiatura: R. Siegel
musiche: C. Mansell
fotografia: M. Alberti
montaggio: A. Weisblum
Trama: Randy Robinson era un wrestler professionista di rinomata fama alla fine degli anni ‘80. Randy, per arrotondare è costretto a lavorare anche come magazziniere in un supermercato e nel fine settimana partecipa ad incontri di wrestling dove interpreta il personaggio che lo ha reso famoso anni prima: The Ram. Colto da un infarto durante un combattimento e costretto a lasciare lo show-business, comincia a riflettere sulla sua vita. Riuscirà a mettere a posto le cose?
“Sono un vecchio pezzo di carne maciullata, me lo merito di restare
da solo … voglio soltanto che tu non mi odi.” Randy ‘The Ram’ Robinson alla figlia Stephanie
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L’unica cosa che pensi mentre assisti, in una cinema pieno solo di palestrati, anche un po’ sfigati, intorno a te, ad una proiezione di “The Wrestler” di Darren Aronofsky, non è se il film sia bello o se ti piace o se e quanto le scelte formali siano coerenti con la drammaturgia degli eventi, e tutte quelle menate di cui sono solito riempire le mie analisi.
No.
E nemmeno quanto sia fedele la ricostruzione del vero mondo del Wrestling (visto che, fra l’altro, tutte le stars di quello sport erano alla prima californiana del film).
E non ti chiedi nemmeno perché Mickey Rourke abbia accettato di mettere su 14 chili di muscoli a 56 anni per accettare questo film.
Perché l’unica, ma, davvero, credetemi, l’unica cosa che ti chiedi è: “Dove finisca l’uomo Mickey Rourke e dove inizi il personaggio Randy carne maciullata ‘The Ram’ Robinson. O anche, naturalmente, il contrario. Nell’interno di una verità palindroma e di una interpretazione bilaterale.”
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L’altra cosa che pensi è che puoi entrare in empatia con questo film solo e soltanto se hai definitivamente perso qualcosa d’importante, almeno una volta nella vita ed in maniera irreparabile.
Qualcosa che ti rendeva felice.
Qualcosa che ti regalerà, ed era ora, finalmente, un senso profondo ai versi di una celebre canzone di Fiorella Mannoia “Non sono un cantautore“:
“Cammino e vivo capovolto, dissoluto e dissolto sono la felicità che mi hai dato e poi tolto”.
Parlo di quel senso di perdita, definitivo, che in psicanalisi gli esegeti del termine definiscono “lutto“.
Quelle perdite che mentre tutti sono normalmente felici e infelici, per cose futili e meno futili, intorno a te, dentro di te fanno morire qualcosa dentro, forse per sempre.
E non parlo di cose banali.
Parlo di una figlia.
Parlo di cose per le quali non abbiamo nemmeno una cazzo di scusa.
Una cosa che se solo eravamo più accorti nel gestire la nostra vita avremmo conservato.
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Non basta ancora.
Devi immaginare di essere invecchiato così tanto e male, che anche la salute diventa un ostacolo insormontabile alla tua, quanto meno dentro di te, strameritata rivincita, alla tua cavolo di seconda occasione. Il tuo strafottuto e sacrosanto riscatto.
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Vi sentirete dire che in questo film esiste come una sorta di solita americanata col doppio processo di redenzione.
Lasciate perdere. Davvero lasciate perdere.
Ma magari, aggiungo.
Magari.
The Wrestler è una storia talmente legata al personaggio – uomo – interpretazione – transfert: Randy carne maciullata ‘The Ram’ Robinson – Mickey Rourke che persino il regista Darren Aronofsky, più dimesso che mai, attraverso l’uso quasi esclusivo di camera a mano, pellicola sgranata, soggettiva, cede il passo all’incedere assolutamente e definitivamente bukowskiano, come lo era stato, del resto, da giovane, in pellicole del calibro di “Barfly“ “L’Anno Del Dragone” e “Angel Heart“, non so quanto all’attore, quanto, piuttosto all’esperienza della disperazione conosciuta dall‘uomo-attore-personaggio-Mickey Rourke.
In una intervista è lo stesso Rourke a confessare:
“Si ho messo 14 chili ma la cosa più difficile non è stata imparare a cadere (sono finito all’ospedale più volte), o cambiare la mia idea su questo sport (prima pensavo che fingessero tutto invece si fanno male davvero), ma entrare in relazione con alcuni luoghi della mia anima che non amo frequentare.”
Quei luoghi che non ama frequentare si riassumono nella frase che gli ho, più volte, ascoltato ripetere: “Dio ha un progetto per ognuno di noi, ma io ho preferito seguire il mio, solo che il mio faceva schifo“.
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Aggiungeteci, speculare e parallela, la progressione della storia di una spogliarellista splendida ed intensa come Marisa Tomei (era lei che meritava l’Oscar come migliore attrice non protagonista, altro che Penelope Cruz per l’interpretazione di Vicky Cristina Barcelona di Woody Allen), che assiste, anche lei, tra mille sensi di colpa, alla caduta del campione, ed anche lei all’inizio del suo personale viale del tramonto.
Completate il quadro degli esistenti con una figlia costantemente delusa da un padre inesistente.
Sequenze quasi metafisiche in cui la vecchiaia e l’assenza di decenni di rapporto tra genitore e figlia si sublimano in una passeggiata su una spiaggia, e culminano in un ballo tanto struggente e leggero quanto inutile, oramai, nella sequenza nella quale Randy e la figlia lo fanno (il ballo) in una enorme sala abbandonata, vuota, sui resti di un passato condiviso, di una felicità che solo lui ricorda, ma che riesce comunque a riunirli in un ultimo atto, in un altro requiem for a dream. In un desiderio, confessato in un pianto struggente e inconsolabile, di non essere odiati.
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Dipingeteci, infine, su il più classico degli incontri (match) impossibili, che replichi dopo, vent’anni, un altro incontro (quello si mitico) tra due giovani campioni di Wrestling nell’acme della loro potenza fisica e gloria, ed avrete tutto il materiale con il quale Mickey Rourke ha dovuto semplicemente fingere di essere un lottatore di Wrestling e non lui stesso, che interpretava lui stesso, sotto le sembianze di un lottatore di Wrestling.
Negli eventi, creati con la progressione classica di genere, che culmina, come abbiamo detto, con l’incontro clou che tutti attendono, tutti tranne forse proprio The ‘The Ram’ Robinson,consapevole dei rischi che comporta, e che frugano grazie all’espediente della soggettiva e della macchina a mano in tutti i luoghi minimalisti e decadenti di cui è fatta la vita del campione morente, saremo letteralmente rapiti dalla sensibile e fragile e delicata poetica, sempre sul bilico della disperazione, umanità di questo personaggio che guarisce, accollandoseli tutti lui, i dolori di tutti noi, e di tutti gli altri esistenti che incontra, e con i quali è sempre dolcissimo, compreso nei confronti dei suoi avversari (quanta pietas e solidarietà tra questi sportivi del wrestling), tranne sicuramente (ma più per limiti umani, che non per cinico calcolo) ovviamente verso la figlia, ma non voglio svelare troppo.
Negli aspetti di linguaggio audiovisivo, oltre agli espedienti formali volti ad esaltare la prospettiva individualista colma di solitudine, abilitata dalla soggettiva, degna di sottolineatura è questa esaltazione o’contraire del corpo muscoloso.
Più il campione tenterà il suo recupero esteriore, più morirà dentro, fino all’allineamento estremo di queste prospettive disassate tra forza e debolezza che culmineranno nella sequenza finale.
Quasi come in un paradossale ossimoro visivo di un campione che riunisce, in un unica icona martoriata e martoriante, tanto un uomo spossato e fragile quanto un atleta pompato diuno sport, il wrestling, che, guarda caso, proprio come il cinema, è fatto, prevalentemente di finzione.
Tranne in casi come questo dove l’interpretazione supera la realtà o quanto meno la raggiunge.
Cosa rarissima che vale i tanti riconoscimenti ottenuti dal film e da Rourke, oltre che, datemi retta, il prezzo del biglietto.
Una storia che risulta, per dire, esattamente l’opposto della scontata e banale epica buonista di Rocky Balboa,opera speriamo davvero ultima della saga del pugile interpretato da Sylvester Stallone, che affronta un tema sostanzialmente analogo, con una prospettiva talmente ribaltata nei suoi assolutamente già visti messaggi verso l’alto, educativi e didascalici, da risultare irrimediabilmente ed inesorabilmente irritante.
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E non è importante capire la possibile risposta alla domanda, legittima, che un bambino, in sala, ha rivolto al padre alla fine del film (senza peraltro ottenere una risposta): “Papi, ma non ho capito, alla fine The “Ram’ Robinson ha vinto?“
Importante è capire che l’ultima sequenza è il volo di Randy carne maciullata ‘The Ram’ Robinson – Mickey Rourke verso l’unico suo possibile destino.
Un volo liberatorio, definitivo, vero unico epilogo credibile di una vita vissuta come una candela che brucia da entrambi i lati.
Seguito da una dissolvenza in nero che si prolunga fino ai titoli di coda.
analisi di eventi esistenti e linguaggio audiovisivo
Ex
titolo originale: Ex
nazione: Italia / Francia
anno: 2009
regia: Fausto Brizzi
genere: Drammatico
durata: 120 min.
distribuzione 01 Distribution
cast: Alessandro Gassman (Davide) • Claudia Gerini (Elisa) • Cecil Cassel (Monique) • Cristiana Capotondi (Giulia) • Vincenzo Salemme (Filippo) • A. Infanti (padre di Elisa) • Silvio Orlando (Luca) • Flavio Insinna (Don Lorenzo) • Elena Sofia Ricci (Michela) • Francesca Nunzi (Antonella) • Malik Zidi (Marc) • Claudio Bisio (Sergio) • Gian Marco Tognazzi (Corrado) • Nancy Brilli (Caterina) • Enrico Montesano (Antonio) • Fabio De Luigi (Paolo) • V. Alfieri (Andrea) • C. Moss (John) • Martina Pinto (Valentina) • Carla Signoris (Loredana) • Giorgia Würth
sceneggiatura: Fausto Brizzi • M. Bruno • M. Martani
fotografia: M. Montarsi
Trama: Tra Natale e San Valentino sei coppie sono messe in crisi dalla ricomparsa dei vari ex. Filippo e Caterina stanno divorziando e lottano per non avere l’affidamento dei figli; anche Luca e Loredana sono alle prese con un divorzio sopra le righe e Luca si trasferisce a vivere nella casa studentesca del figlio ricominciando a 50 anni suonati una vita da Peter Pan; Sergio, divorziato da anni e gaudente per vocazione, si ritrova a fare il padre di due adolescenti complicate, dopo la morte improvvisa della sua ex moglie; Elisa sta per sposarsi con Corrado e il prete si rivela essere un suo ex; Giulia vive con Marc a Parigi, ma un trasferimento imprevisto in Nuova Zelanda trasforma il loro in un amore a distanza e rischia di farli diventare ex; Paolo, fidanzato con Monique, è minacciato da Davide, ex di lei, geloso e niente affatto rassegnato.
Che poi, volendo fare della dietrologia spicciola, non è che Fausto Brizzi sia così ottimista sugli italiani così come lo è invece, e anche troppo, nei confornti dell’amore.
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Introduzione
Diciamo subito che ho assistito alla proiezione della pellicola in una condizione di inferiorità psicologica. Ero alla prima romana del film. Con tutto il cast presente, con Fausto Brizzi che, prima del film, ha presentato gli attori e ci ha intrattenuto in maniera divertente per qualche minuto. Divertendo anche gli attori che sembravano molto affiatati. E per finire ancora lui il regista Fausto Brizzi ha preso posto nella stessa fila dove ero io a soli due posti da me.
Ecco secondo me un pregio di Brizzi, ed è un pregio non da poco, è che è molto simpatico.
Fausto non incarna l’archetipo del regista italiano un po’ intellettualoide, consapevole di far parte di un’avanguardia culturale.
No. Lui è, come dire, il regista della porta accanto. Uno di noi. Un amico. Uno che ti racconta una storia con intelligenza, scanzonatagine, sarcasmo, ed anche, cosa che non guasta mai, con molto senso dell’umorismo, più o meno come te la racconterebbe un tuo amico.
Con tutta la feroce sincerità, l’imbranatagine, la simpatia, l’ingenuità, l’ambiguità, di uno dei tuoi migliori amici.
Brizzi attinge da un universo borghese talmente contiguo al tuo, che ti verrebbe voglia di salutarlo, nel cast in un ruolo millimetrico c’è persino davvero un mio amico Dario Cassini, che fa il proprietario del locale a luci rosse dell’addio al celibato di Corrado (Gian Marco Tognazzi), il promesso sposo di Elisa (Claudia Gerini). Ecco ora, tanto per dire, Gian Marco Tognazzi, un interprete che era rimasto un po’ in ombra ultimamente, secondo me è uno dei pochi attori italiani che sa calarsi nel personaggio. Brizzi, per dire, gli affida il ruolo di un esistente mediocre, e lui fa l’esistente mediocre, con molta onestà intellettuale. E questo, personalmente, io lo apprezzo molto.
In questo post:
1. Circa il genere commedia brillante all’italiana e la visione esasperata dei suoi archetipi 2. Inversione dei ruoli e genere comico
2.1. L’ampliamento dello spettro dei generi da parodiare 2.2. Funzionalità dell’inversione dei ruoli al genere comico
3. I limiti dell’impianto narrativo – lo sviluppo del conflitto
4. Le rese attoriali
5. Conclusioni
1. Circa il genere commedia brillante all’italiana e la visione esasperata dei suoi archetipi
Cerchiamo però di entrare un po’ più nel merito del film e dello specifico filmico dell’autore.
Brizzi si rifà, ontologicamente, al genere brillante della commedia all’italiana, quasi, però, come se si divertisse, nel caso di specie, a provocarne gli stilemi e ad esasperare le situazioni, fino quasi al parossismo, divertendosi, perché il fatto che lui si diverta arriva, a rasentare il surreale.
Guardiamo qualche sequenza che può rivelarci questi nascosto intento formale.
Si parte dalla famiglia borghese.
Qui si affrontano tre soli archetipi (tutti antagonistici a quelli del genere classico):
la coppia di cinquantenni in crisi dopo la separazione dai figli: Silvio Orlando (Luca) e Carla Signoris (Loredana)
la coppia di cinquantenni separata: Claudio Bisio (Sergio) e Elena Sofia Ricci (Michela) nella quale Sergio incarna il ruolo dello scapolo impenitente
la coppia ricchissima che si riscopre: Vincenzo Salemme (Filippo) e Nancy Brilli (Caterina).
Il tema, all’interno della prospettiva di questa analisi, è capire quanto Brizzi alteri, in maniera parossistica, le situazioni.
Io direi molto.
Già solo guardando alla scena madre del litigio della cena il regista ci indica una via sopra le righe dove tutti gli accadimenti avranno un po’ del realistico ed un po’ del surreale.
E così dovremo assistere all’innamoramento del sacerdote Flavio Insinna (Don Lorenzo) per la sua ex Elisa (Claudia Gerini).
E così i due giovani amanti Cristiana Capotondi (Giulia) e Malik Zidi (Marc) saranno separati in due parti del mondo lontanissime, e guarda caso lei sarà trasferita in Nuova Zelanda, (la terra di mezzo).
E così i due amanti di Cecil Cassel (Monique): Fabio De Luigi (Paolo l’attuale) e Alessandro Gassman (Davide, l’ex) si troveranno protagonisti di una quasi inverosimile inversione di ruoli.
E non è forse lo psicanalista Claudio Bisio (Sergio) ad avere bisogno di ritrovare se stesso dopo la morte della moglie?
Lo stesso dicasi per le situazioni dei figli.
I figli di Nancy Brilli (Caterina) e di Vincenzo Salemme (Filippo) propongono un interessante ulteriore inversione di ruoli tra chi deve guidare l’educazione verso la cultura in una famiglia, supportati in questo solo dalla sagace arguzia del magistrato Silvio Orlando. Che da giudice di cause di separazione si troverà anche lui nell’ennesima inversione di ruoli nei panni di un marito in cerca di un divorzio.
O nella magistrale sequenza in cui Valentina, la figlia di Claudio Bisio, viene, da questi, sorpresa a fare l’amore in camera sua con il fidanzato Giampi.
Potrei continuare all’infinito.
2. Inversione dei ruoli e genere comico
Perché Brizzi usa questo artificio narrativo?
Per due ragioni specifiche.
2.1. L’ampliamento dello spettro dei generi da parodiare
La prima è che così facendo amplia, infinitamente, lo spettro dei generi a cui potere fare il verso. E può divertirsi ad ibridare il genere principale (la commedia) con altri. E le citazioni possibili diventano praticamente infinite.
Si tratta, anche qui, solo di divertirsi a riconoscerle tutte. Persino Nanni Moretti, uno dei padri del surrealismo italiano, viene citato non a caso.
2.2. Funzionalità dell’inversione dei ruoli al genere comico
Perché il gioco delle inversioni è moto funzionale al genere comico.
Ecco io direi che più che una commedia quello di Fausto Brizzi è finalmente un film comico intelligente.
L’autore dimostra, e vivaddio se ce n’è bisogno, che si può far ridere senza necessariamente ricorrere ad artifici grevi, a parolacce gratuite.
Io direi che le intenzioni di questo regista sono chiare ed in parte anche ambiziose.
Restituire al genere commedia l’aggettivo brillante, contrapponendosi però come intenti, ma non come audience da attrarre, ai cine-panettoni ed ai film dei vari Vanzina e Neri Parenti, di cui, attenzione, è stato per anni uno degli sceneggiatori. Quasi che come se, da regista, avesse finalmente la possibilità di fare emergere la sua visione della questione, ed avesse, pertanto, la possibilità di esprimere una versione più raffinata e meno volgare del film comico per le masse.
Detto questo non è che stiamo sostenendo che ci troviamo difronte al nuovo François Truffaut, ma devo riconoscere che un certo talento nell’imbastire una trama Brizzi ed i suoi sceneggiatori ce l’hanno.
L’autore infatti riesce, in un universo infinitamente piccolo quale quello di una cerchia di amici borghesi, incarnanti in un unico tutto il meglio ed insieme tutto il peggio che questa classe di persone è oggi in grado di esprimere, ed a farne emergere tutte le contraddizioni, i parossismi, le inquietudini, le lacerazioni affettive, le superficialità, eccetera, eccetera, eccetera, senza mai (o quasi mai), scadere nel didascalico, e senza mai prendersi troppo sul serio. In questo ho trovato forse il pregio migliore del film.
In questa specifica accezione questo regista, effettivamente, riesce nell’intenzione di ricondurre il genere commedia al passo con i tempi, a far diventare un film brillante, una divertente parodia dei giorni nostri, dandoci anche modo di ricordarci una lezione evergreen, che, infondo, per fare ridere, non serve altro che osservare, con dissacrante ironia, il quotidiano.
3. I limiti dell’impianto narrativo – lo sviluppo del conflitto
Avendo l’abbonamento a Sky Cinema mi è capitato di vedere più volte sia “Notte prima degli esami” che “Notte prima degli esami oggi“. Tremo all’idea che l’autore voglia girare il sequel di Amici Miei. Ma una cosa voglio dirla, con questi film Brizzi compie un passo in avanti nella sua capacità narrativa.
Intendiamoci, stiamo sempre parlando di cinema d’intrattenimento rivolto al grande pubblico, e non certo di film con intenzioni autoriali e con dei contenuti intrinseci rilevanti, ma, del resto, questo genere, è sempre stato poco più o poco meno di questo.
Ma ciò non di meno l’impianto qualche limite ce l’ha.
Il rapporto protagonismo – antagonismo non è agito in una prospettiva completa, a nostro modo di vedere.
Lo sviluppo del conflitto, analizzandolo, è agito solo ed esclusivamente in una chiave, peraltro molto funzionale al film, infra-personale (tra gli esistenti), raramente è sviluppato in chiave inter-personale tra l’esistente e se stesso, se si esclude, ovviamente, la crisi dello psicanalista Bisio (dove però quella è l’unica chiave di sviluppo), e non è mai agito in una prospettiva ultra-personale, cioè in uno scontro tra ad esempio ciò che bene o ciò che è male, o ancora tra ciò che è buono e ciò che è cattivo.
Manca ancora a questo regista la capacità d’immaginare dei valori guida nei quali fare muovere gli esistenti.
Non esiste, insomma, per farla breve, un cattivo.
Il film, se ha un limite, è quello di eccedere nel buonismo, nel mieloso, nel politicamente corretto, in quello che definirei un happy end continuo davvero eccessivo.
Bisogna pure ammettere che la vita non è tutta rosa e fiori.
Gli eventi dolorosi del film, ce ne sono per fortuna, sono tutti sublimati ed elaborati in questa prospettiva buonista, che magari riesce a creare delle emozioni, ma non riesce a creare ed a far vibrare una storia.
Non a caso troverete molte recensioni che parlano, impropriamente, di film a episodi. No. Il film a episodi non è questo. Questo è semmai un tentativo di sceneggiatura a storie intrecciate.
Un canovaccio classico nel genere.
Il mio consiglio all’autore è di osare di più.
Le idee ci sono, sono anche migliorate, è migliore è anche la qualità della trama, ma manca ancora qualcosa per poter parlare di un nuovo autore alla Pietro Germi, per citare uno dei punti di riferimento che Brizzi ha, se è vero che vuole affrontare un sequel di Amici Miei e dal quale rimane ancora, per il momento, distante anni luce.
4. Le rese attoriali
Sono tutte molto al di sopra di quello che avrei immaginato.
Bravissimi tutti gli attori, Caludio Bisio andrebbe restituito al cinema a tempo pieno.
Claudia Gerini è a suo agio in un ruolo molto verdonesco, Flavio Insinna se facesse meno televisione lo riuscirei a separare dall’immagine video, ma è bravo (anche in questo ruolo ho intravisto il riferimento ad un genere italo-francese quello di Don Camillo e l’onorevole Peppone, i dialoghi con il Cristo sono una citazione esplicita).
Alessandro Gassman mi aveva convinto di più in un film di Gian Maria Tavarelli: (2006) Non prendere impegni stasera, in cui il ruolo era più o meno il medesimo, ma lo spessore della sua interpretazione era di tutt’altra intensità, qui siamo appunto alla parodia, venuta un po’ male.
Cristiana Capotondi è molto brava, oltre ad essere sempre più bella. E’ l’attrice italiana, secondo me, più promettente del momento. Le consiglierei ruoli più ambigui e cattivi, per completare lo spettro delle sue, sempre più convincenti, capacità attoriali.
Fabio De Luigi: conferma il suo momento di grazia, ha i tempi e la mimica del comico. La sequenza del concerto dei Jalisse resta una delle cose memorabili del film.
Carla Signoris è brava. Dovrebbe perdere il gusto per la battuta a tutti costi, ma è brava.
Silvio Orlando: ecco io una cosa su Silvio Orlando la voglio dire da tempo. E’ un attore bravissimo, eclettico, che si muove più a suo agio, secondo me, in personaggi come questo, un po’ sopra le righe, un po’ stressati, ma ha il limite che riconosco a molti attori italiani: è quasi sempre il personaggio a piegarsi al modo di recitare di Silvio Orlando e non il contrario. Ecco l’ho detto. Ma, per dire, era anche il limite di Alberto Sordi.
Gli altri non li cito puntualmente, ma assolvono tutti molto egregiamente al loro ruolo, certo fa specie vedere un Enrico Montesano relegato ad un ruolo così di spalla, me è bravo lo stesso e gli vogliamo sempre bene.
5. Conclusioni
In conclusione della mia analisi cosa posso aggiungere?
Che mi sono divertito assai assistendo al film.
Quindi alla fine il mio giudizio finale è che il film alla fine funziona, che diverte, che sa emozionare, e che magari dura forse un po’ troppo.
Che magari è un tantino troppo prevedibile.
Che, e mi ripeto, è un po’ troppo intriso di buoni sentimenti.
Certo le canzoni scritte apposta da Fabio Antonacci ce le saremmo volute davvero risparmiare.
Ma sono peccati veniali.
Confermo il mio tre virgola cinque e, se volete farvi due sane risate senza pensare troppo, andatevelo a vedere, ma si dai.
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