cinemavistodame.com di Roberto Bernabò

Archivio del tag ag ‘ Oscar ’

Premi Oscar 2010

Tutti i candidati e tutti i vincitori

Il Davide “The Hurt Locker” batte il Golia “Avatar

Un’edizione donna, indipendente e politica

Il mio breve commento a questa sconcertante 82esima edizione degli Academy Awards è più o meno il seguente.

James Cameron aveva già fatto il pieno di statuette con il suo “Titanic“.

L’idea era di premiare un film contro la guerra, (questo spiega le nove nominations sia ad “Avatar” che a “The Hurt Locker“).

L’Academy ha fatto una scelta politica, non sull’arte.

La guerra, ovviamente, doveva essere quella in Iraq, … per tanti motivi, non ultimo l’elezione del presidente Barack Obama.

Quentin Tarantino ha, dunque, purtroppo per lui, realizzato il film giusto nel momento sbagliato. Peccato perché, a mio modesto parere, avendoli visti tutti e tre, credo di poter dire che era il suo quello che meritava di più. Altro che Avatar, con i suoi budget faraonici.

Morale la Kathryn Bigelow, con un film bello, e molto ben girato, ma, vi assicuro, niente di così strabiliante, si è trovata in pole position, ed ha strappato assai più delle sue più rosee previsioni, in barba all’ex marito, peraltro.

Ma, per dirvela tutta, la vera discontinuità, e chiudo, non è stata l’aver consegnato, per la prima volta, ad una donna, la statuetta come migliore regista (cosa, per carità, rimarchevole ed indubbiamente da sottolineare), ma avere premiato, – a discapito di un film costosissimo, tenuto in gestazione per oltre 13 anni, che ha fatto sviluppare macchine da presa per il 3D, su specifici requirements di James Cameron, che si è pure inventato la “Motion Capture” con tutto quello che sarà costata anche in termini d’ideazione e sviluppo, e che, last but not least, è anche quello che ha incassato di più nella storia del Cinema – con ben due statuette, un film indipendente (Precious: Based on the Novel ‘Push’ by Sapphire”).

Non lo so, lo trovo un segnale curioso ed incoraggianete perlatro, ecco.

Sugli altri premi, invece, tutto abbastanza secondo le previsioni direi, aggiungo che sono molto contento sia per quelli dati agli  italiani, e per sia per quello conferito ad UP, una pellicola che ci è piaciuta assai, e che aveva ricevuto l’onore di aprire, per la prima volta nella sua storia, la rassegana di Cannes con un film di animazione.

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Candidati e vincitori dei premi Oscar 2010

I vincitori sono quelli in rosso grassettato per ogni categoria.

Continua a leggere “Premi Oscar 2010″

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The Reader – A voce alta – di Stephen Daldry

U.S.A. / Germania – 2008

The Reader – riflessioni sull’intorno del film circa l’anestetico caduto nella nostra coscienza critica - a cura di Roberto Bernabò

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The Reader – A voce alta

titolo originale: The Reader
nazione: U.S.A. / Germania
anno: 2008
regia: Stephen Daldry
genere: Drammatico
durata: 124 min.
distribuzione: 01 Distribution
cast: Kate Winslet (Hanna Schmitz) • Ralph Fiennes (Michael grande) • Bruno Ganz (Rohl) • A. Lara (Ilana) • David Kross (Michael giovane) • K. Herfurth (Marthe) • L. Bassett (Mrs. Brenner) • S. Lothar (Carla Berg)
sceneggiatura: D. Hare
musiche: N. Muhly
fotografia: R. Deakins
montaggio: C. Simpson • C. Menges

Trama: Tratto da “A voce alta“, romanzo di Bernhard Schlink, in cui lo scrittore tedesco racconta la storia di Michael Berg, che negli anni ’50 attraversa i primi turbamenti adolescenziali. Un giorno, per strada, si sente male e viene soccorso da Hannah, una donna più grande di lui con la quale nei giorni seguenti nasce una relazione. Lui però intuisce che nel passato di Hannah c’è qualcosa di oscuro.

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1. Introduzione

Roger Ebert

Non lo nego lo spunto di questo post muove da quanto ho letto relativamente ad alcune considerazioni di Roger Ebert, sul blog dell’amico Alberto Di Felice, che leggo, in verità, sempre con piacere.

Enucleiamone, pertanto, alcuni frammenti che travalicano persino il senso e la portata del film e diventano quasi analisi sociologica della o delle società contemporanee (e non).

«Ci sono enormi pressioni in tutte le società umane ad accodarsi.

Molti personaggi coinvolti nel recente tracollo di Wall Street hanno usato come scusa: “Stavo solo facendo il mio lavoro. Non sapevo cosa stesse succedendo”.

Il presidente Bush ci ha condotti in guerra su basi erronee, e ora dice che è stato tradito da cattiva intelligence.

Militari statunitensi sono diventati torturatori perché gliel’hanno ordinato.

A Detroit dicono che ci stavano solo dando le macchine che volevamo.

L’Unione Sovietica ha funzionato per anni perché la gente si accodava.

La Cina lo fa ancora.

Molti dei critici di “The Reader” sembrano credere che tutto riguardi il vergognoso segreto di Hanna.

No, non il suo passato di guardia nazista. Il segreto precedente per nascondere il quale in pratica è diventata guardia.

Altri pensano che il film sia una scusa per del porno soft-core mascherato da sermone.

Altri ancora dicono che ci chiede solo di aver pietà per Hanna.

Alcuni lamentano il fatto che non ci serve un altro “film sull’Olocausto”.

Nessuno di loro pensa che il film possa avere qualcosa da dire su di loro.

Io credo che il film dimostri un fatto della natura umana: la maggior parte delle persone, la maggior parte del tempo, in tutto il mondo, sceglie di accodarsi. Votiamo con la tribù».

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Dopo il seminario che ho svolto la settimana scorsa a Roma sul movimento della Nouvelle Vague:

dove, tra i tanti argomenti, si è toccato anche quello de “La politica degli autori” portata avanti sui celeberrimi “Cahiers du Cinéma” da quel cartello di registi: Françoise Truffaut, Claude Chabrol, Jan Luc Godard, Eric Rohmer, Marcel Camus, Roger Vadim, Alains Resnais, Lois Malle, Agnès Verda, solo per citare i principali artefici del movimento che passò alla storia come quello dei directeur de “La Rive Gauche” della Senna di Parigi -

mi è venuta la voglia di cambiare un po’ il format delle mie analisi, ma non so quanto ci riuscirò.

2. “La politica degli autori” – cenni

[Un cinema, si è detto, dai toni moralistici e dalle tematiche universali, che veniva considerato dall’opinione pubblica quanto di più distante da una forma d’arte, quasi ridotto a un mero e semplice strumento di intrattenimento. L’amore e il rapporto mistico-religioso con lo schermo, portarono gli intellettuali della Nouvelle Vague a rifiutare una simile concezione di cinema, ed a sviluppare quella che loro stessi denominarono “Politica degli autori”, secondo la quale un film non coincide mai con la sua sceneggiatura, o la sua scenografia, o ancor meno con i suoi attori, bensì con l’uomo che l’ha girato. Il regista diviene così un vero e proprio “scrittore di cinema” che utilizza consapevolmente il mezzo cinematografico per comunicare con lo spettatore attraverso non solo la semplice trama, ma con determinate scelte stilistiche capaci di delineare nel loro insieme una precisa realtà artefatta e significante, che rende possibile riconoscere dai primi fotogrammi di una pellicola il suo autore.

E’ ovvio che dichiarare la sovranità del regista non ha solo un significato teorico, ma che ha un riscontro anche sul piano contenutistico. Lontana dall’ortodossia e dalla classica impersonalità del “cinema di papà”, la Nouvelle Vague introdusse la personalizzazione nel cinema: un film non era più quel mezzo di intrattenimento universale della tradizione, ma era una cosa privata, un’espressione personale del regista, i cui fotogrammi non erano altro che pagine strappate e rubate dal suo diario intimo. Non è forse quindi un caso che molti dei film della Nouvelle Vague trattino il tema della fuga da delle costrizioni, siano esse familiari o istituzionali. Anche il fare cinema in fondo era un distacco: staccarsi dall’impersonalità, dalla freddezza di un cinema ormai stantio e fasullo, e puntare la cinepresa sulla realtà, ma senza accontentarsi di registrare la vita così come trascorre davanti alla macchina da presa, anzi dandole una forma sempre diversa, catturando così la vera “anima delle cose".]

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Anche aldilà di questa teoria, che pure potrebbe portare riflessioni pregne e spostare la discussione critica di questo film a distanze siderali dalle meschine polemiche che mi è capitato di leggere in giro, e non solo sul web, quello che mi ha colpito dell’opera di Stephen Daldry è la capacità di costruire, in una sola pellicola, come peraltro è già stato evidenziato, tre singole parti solidali, ed al tempo stesso distinte, che in questa analisi definiremo tempi.

In questo complesso lavoro di ricostruzione, ed, al tempo stesso, di trasposizione dal letterario al filmico, altrettanti sono (forse) gli obiettivi drammaturgici dell’autore.

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3. Primo tempo del film – l’amore tra Hanna e Michael (quindicenne)

Da un lato farci riflettere su come si poteva diventare parte di una forza così brutale come le S.S., quasi per caso … anche magari solo perché si era analfabeti, e si aveva vergogna nell’ammetterlo. (E questa resta una delle verità più ambigue del racconto e del film).

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Dandoci anche modo di diventare, quasi voyeristicamente parlando, complici di una relazione amorosa ai limiti del lecito e dell’incestuoso, arrivo a dire, in un’accezione consapevolmente impropria del termine, quella apparentemente casuale tra Hanna e Michael, facendoci comprendere da un lato la fragilità di una donna in parte sfiorente, ed, al tempo stesso, consapevole dei limiti e delle conseguenze di quella sua condizione.

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4. Secondo tempo – il processo alle guardie della S.S. e ad Hanna Schmitz in particoalre

Nel secondo tempo, quello del processo, siamo chiamati a ridiventare anche noi (ed io lo sono stato per davvero) studenti in diritto.

Questa è la parte forse ancora più banale ma, al tempo stesso, educativa, e persino filosofica, del film.

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Il professore Rohl – Bruno Ganz, senza mai esplicitarla più di tanto, traccia una linea etica che però provoca, nelle menti e nei cuori dei discenti, le reazioni più disparate (e disperate).

Dalla rabbia, cui è data voce da uno dei compagni di studi legali di Michael, quando viene suggerito che le povere guardie non sapevano realmente cosa stessero facendo, o quale sarebbe stato il destino dei prigionieri.

Tutti lo sapevano. La domanda è: come l’hai lasciato accadere? Perché non ti sei ucciso quando l’hai scoperto?

E poi aggiunge:

Mettimi una pistola in mano e le sparo io stesso. Sparo a tutte”.

Una presa di posizione sicuramente, provocatoriamente, eccessiva e radicale, di chi, aldilà di tutto, non si spiega come nessuno osò fermare il genocidio, l’olocausto, lo sterminio, e che giudica, con parole pesanti, una intera classe dirigente, compreso forse lo stesso professore Rohl – Bruno Ganz.

A quella più sentimentale di Michael, ormai diventato più grande, che, sconvolto dalle rivelazioni del processo, non riuscirà a testimoniare a favore di Hanna Schmitz (Kate Winslet), con l’unica verità (anche questa ambigua), circa l’ingiusta imputazione a lei attribuita, visto che non avrebbe mai potuto essere stata lei a redigere il verbale dell’esecranda morte di 300 donne ebree da lei comunque non impedite, dal momento che era analfabeta.

Tutto, in questa storia, è a guardare bene, ambiguo e porta a svolgere, in tale fase, profonde riflessioni circa la giustezza delle giustizia. Mi si perdoni il cacofonico gioco di parole, quanto mai, peraltro, necessario.

“Sommo ius somma iniuria!” del resto, come studiai, anche io, sui banchi dell’Università Federico II di Napoli, dicevano già gli antichi romani … gli unici e veri padri fondatori dell’ordinamento giuridico, così come lo conosciamo (o dovrei dire dovremmo conoscere), oggi.

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5. Terzo tempo – la vita in carcere di Hanna Schmitz e la solitudine nella vita di Michael (spoiler)

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Nel terzo tempo assistiamo all’invecchiamento di Hanna Schmitz in carcere. Al suo pur minino riscatto morale. Nel quale la vediamo improvvisamente imparare a leggere, grazie alle cassette registrategli da Michael. Espirare le sue colpe, impararando, peraltro, a riconoscere, non senza dolore e senso di smarrimento, che, ciò non di meno, i morti restano morti. Fino al punto che sia il senso di colpa sia il terrore di riaffrontare dopo anni di carcere la vita, la porteranno ad un quasi inevitabile suicidio. E poi ci stupiamo delle lacrime di Kate Winslet quando ha ritirato la statuetta (?).

Perché, alla fine, anche se non lo comprendiamo ad un livello conscio, inconsiamente siamo quessi disposti ad ammettere che Hanna Schmitz (Kate Winslet) (ed è questo uno dei motivi che ha acceso la polemica), è quasi, e sottolineo quasi, una colpevole senza colpa.

Un’aguzzina senza cattiverie specifiche. Forse l’analfabetismo, forse un’anaffettività ancestrale, ella condannava a morte le carcerate che le sembravano più deboli proprio perché leggevano a voce alta per lei dei libri.

Forse un morboso desiderio di rivalsa verso il giovane dotto ed intelligente che era stata costretta a lasciare.

La verità è che la verità è indecifrabile.

O, forse, Hanna, ed è questa la tesi di questa analisi, non è poi (troppo) diversa da noi?

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6. Conclusioni

Sappiano, conosicamo veramente, nonostante i tomi e tomi di studi e di analisi storiche, le reali cause dello sterminio?

Io dico di no, e dico anche che film come questi, forse, servono assai di più di tutti quegli altri che (oggi intendiamoci), si potrebbero ancora girare sull’Olocausto, dimostrando l’esclusiva tesi che i tedeschi erano (solo) delle bestie feroci.

Perché non è così.

Ed è molto più, paradossalmente, moderno, contemporaneo ed onesto arrivo a dire, comprendere questo e, parafrasando le parole di una celebre ballata di Fabrizio de Andrè, potrei aggiungere che “anche se noi ci riteniamo assolti siamo per sempre coinvolti“.

E, ritornando alla teoria dell’accodamento enunciata da Roger Ebert all’inizio del post, lo siamo tutte le volte quando, nel nostro quotidiano, un po’ per vigliaccheria, un po’ per egoistico, cinico, e personale tornaconto, ci accodiamo come sostiene Roger, al pensare imperante, anche se abbiamo tutti gli strumenti cognitivi, intellettuali, morali, etici, per comprendere che la direzione è quella sbagliata, e la nave già, quasi (e sottolineo, ancora una volta, quasi), condannata ad affondare.

Del resto già in un altro film tedesco: “Le vite degli altri” di Florian Henckel von Donnersmarck, assistemmo a cose esecrande, e pure, sono certo, la teoria dell’accodamento valeva anche lì. Persino all’interno della Stasi.

E se quel film colpisce profondamente è proprio per la sconfessione di tale assunto, talmente irrituale nelle nostre coscienze da sembrarci addirittura eroico.

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Ragionando potremmo dire che Hanna Schmitz è un antieroe nel senso ontologico e cinefilo del termine. Ma questo è in qualche misura il pregio del racconto. E del film, ovvio.

Io lavoro in una grande azienda e vi assicuro che questa cosa (l’accodamento all’idea imperante anche se palesemente errata, senza citare casi specifici anche perché considero questa una linea di tendenza che immagino trasversale non solo nel nostro paese), è talmente diffusa da fare quasi schifo. E certe volte, non vi nascondo, mi vergogno della mia incapacità ad una reazione degna di tale definizione.

No, noi con lo sguardo perso nel vuoto, non avremo (o avremmo), più neanche la forza di suicidarci quando saremo chiamati a rendere conto della nostra ignavia etica.

Non è un caso che un film così ambiguo, ed al tempo stesso storico, ed a-tipico rispetto alla questione dell’Olocausto, ci parli del nostro momento di decadimento di coraggio e di lucidità.

Siamo tutti un po’ Hanna Schmitz, rifletto, anche se nessun tribunale ormai mai ci processerà. Quantomeno in terra.

7. Note a margine e curiosità inutili

Non vi sia strano, quindi, che non vi parli della magnifica interpretazione di David Kross (Michael giovane), del ruolo quasi a tratti quasi superfluo, ma necessario ai fini della drammaturgia, di Ralph Fiennes (Michael grande), e del meritatissimo Oscar guadagnato da Kate Winslet (migliore attrice protagonista, alla sesta nomination per la statuetta record assoluto per un’attrice così giovane), per questo ruolo, che, a guardarlo bene, è l’esatto opposto di quello de “La scelta di Sophie” di Alan J. Pakula del 1982 che fruttò il premio Oscar come migliore attrice protagonista, nel 1983, alla principale rivale di Kate Winslet nella notte degli Oscar 2009: la sempre straordinaria Meryl Streep.

Risulterebbero, ne converrete, considerazioni pleonastiche – oramai, peraltro, conosciute da tutti – e del tutto ininfluenti rispetto alle conslusioni ed agli obiettivi di questa analisi.

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Revolutionary Road – di Sam Mendes

Usa/Gran Bretagna – 2008

analisi di eventi esistenti e linguaggio audiovisivo

Locandina del film Revolutionary Road di Sam Mendes

Revolutionary Road

titolo originale: Revolutionary Road
nazione: U.S.A. / Gran Bretagna
anno: 2008
regia: Sam Mendes
genere: Drammatico
durata: 119 min.
distribuzione: Universal Pictures
cast: L. Di Caprio (Frank Wheeler) • K. Winslet (April Wheeler) • K. Bates (Mrs. Helen Givings) • Z. Kazan (Maureen Grube) • K. Hahn (Milly Campbell) • M. Shannon (John Givings) • R. Simpkins (Jennifer Wheeler) • T. Simpkins (Michael Wheeler)
sceneggiatura: J. Hayte
musiche: T. Newman
fotografia: R. Deakins
montaggio: T. Anwar

Trama: Basato sul noto romanzo di Richard Yates, è la storia di una giovane coppia che cerca di realizzarsi all’interno di una società estremamente conformista. Intrappolati in un mondo di convenzioni e menzogne, i due giovani perdono gradualmente ogni speranza, e le loro illusioni tradite condurranno ad un amaro epilogo.

«Se nella letteratura americana moderna ci vuole qualcos’altro per fare un capolavoro, non saprei dire cosa»

Tennessee Williams

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Introduzione

Certo se dovessimo partire dal romanzo dovremmo riconoscere che:

«Se nella letteratura americana moderna ci vuole qualcos’altro per fare un capolavoro, non saprei dire cosa»: questo il giudizio di Tennessee Williams su Revolutionary Road, uno dei classici “dimenticati” della narrativa americana del secondo Novecento.

Frank e April Wheeler sono una coppia middle class dei sobborghi benestanti di New York che coltiva il proprio anticonformismo con velleità ingenua, quasi ignara della sua stessa ipocrisia: nella storia della giovane famiglia felice la tensione è nascosta ma crescente, il lieto fine impossibile, ma l’inevitabile esplosione avviene solo dopo trecento pagine fra le più intense e penetranti della narrativa americana degli ultimi cinquant’anni.

La scrittura realistica, cristallina, spietata di Richard Yates ha fatto epoca, ispirando generazioni intere di scrittori e dando vita al “realismo sporco” di Raymond Carver e Richard Ford (vincitore del premio Pulitzer per Il giorno dell’indipendenza e autore dell’introduzione a questa nuova edizione del romanzo).

Fatevi, pertanto, un favore, come ho fatto io, leggetevi anche il romanzo, e ringraziate l’editore Minimum Fax, che ci offre la possibilità di leggere questo vero e proprio capolavoro della narrativa americana ancora oggi.

In questo post:

  1. Circa l’operazione di trasposizione dal letterario al filmico – una chiave di lettura emotiva ed emozionale
  2. Il rapporto antagonistico tra conformismo ed anticonformismo
  3. Il ruolo della follia, della disperazione e del confronto con gli altri
  4. Una regia al servizio della drammaturgia della storia del romanzo
  5. Conclusioni

1. Circa l’operazione di trasposizione dal letterario al filmico – una chiave di lettura emotiva ed emozionale

C’è un tema che non è possibile non affrontare all’inizio di un commento a questo film.

Quello della trasposizione dal letterario al filmico.

Un tema che in verità pone più interrogativi che risposte e che nel caso di specie liquiderò così.

Non affrontandolo cioè, per una volta, sotto un profilo squisitamente tecnico come sono, invece, solito fare, quanto piuttosto usando una chiave di lettura più emotiva ed emozionale, se mi perdonerete la lieve allitterazione.

Esiste dentro un romanzo come un’anima, uno spleen, un atmosfera, che è qualcosa che dalle pagine si trasferisce dentro di voi. Vi fa prendere parte agli eventi, vi fa vivere l’intensità delle emozioni di tutti i punti di snodo della storia.

Questa cosa, che si stacca dal romanzo e vi rimane addosso per giorni, una volta che siete giunti alla parola fine, spesso rimane viva dentro di noi, pronta a riaccendersi ad un ricordo, ad una rilettura, a qualche accadimento che ce la riporta alla memoria.

Alle volte non sappiamo più nemmeno perché ci siamo così immedesimati in questa sensazione.

Ecco se c’è un merito, un grande merito, nell’opera di Sam Mendes, che occhio, è il marito di Kate Winslet, è quello di aver catturato nelle immagini del film Revolutionary Road quest’anima.

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Nell’assistere ad una proiezione del film io ho provato, se non addirittura in certe parti amplificate, grazie alla bravura di tutti gli attori e di Kate Winslet in particolare (che ha già vinto, per questa interpretazione, un Golden Globe), tutte le emozioni e i dolori e le speranze e le pulsioni e le delusioni e le vittorie e le sconfitte, a volte solo interiori, dei due esistenti protagonisti.

Per comprendere il film non è necessario, dunque, avere letto il bellissimo romanzo di Richard Yates, per decenni libro di culto apprezzato da pochi estasiati lettori, quindi promosso dal Time fra i cento migliori romanzi di tutti i tempi, ma può bastare la visione del film, che rimane, nonostante tutte le considerazioni che sarebbe giusto fare circa l’assoluta perfezione dell’operazione di trasposizione e di adattamento computa da Justin Haythe, un’opera artistica di notevole spessore, anche, appunto, indipendentemente dal romanzo di cui ha rubato l’anima.

2. Il rapporto antagonistico tra conformismo ed anticonformismo

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Altra cosa straordinaria nella storia ambientata negli anni ’50 nei molto conformisti anni ’50, è un aspetto ancora molto attuale – e registrato, peraltro mirabilmente, registicamente nella sequenza del treno degli impiegati pendolari che rovescia in città questa moltitudine, collettivamente anonima, ma soggettivamente riportante anche il protagonista Leonardo DiCaprio…Frank Wheeler, sempre straordinariamente intenso nelle sue interpretazioni – è l’alienazione in cui il capitalismo costringe l’essere umano.

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Potrei dire che tutto lo psicodramma registrato nella storia, sia del romanzo che del film, si basa sullo sviluppo di un conflitto non infra-personale, ma tra due modi di vivere il matrimonio all’interno di una società borghese e appunto conformista, che mi ha, peraltro, ricondotto alla mente certe inquietudini del cinema di Lars von Trier,  e più precisamente quello tra conformismo ed anticonformismo.

Tutto ciò che spinge all’azione gli esistenti, e, si badi bene, la questione non si limita solo ai coniugi Wheeler, è infondo racchiusa in questo rapporto.

Cos’altro.

3. Il ruolo della follia, della disperazione e del confronto con gli altri

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Beh come non accennare al ruolo direi decisivo, ai fini dello sviluppo narrativo, all’agente alchemico il cui mandato è quello di far cadere il velo delle ipocrisie del rapporto coniugale dei Wheeler, quello di Michael Shannon…John Givings, oserei dire perfetto sia nell’impianto filmico e sia nella assoluta fedeltà all’esistente del romanzo. Esiste una battuta tremendamente annunciante questo ruolo, ed è racchiusa in un termine “disperazione“. “Ci vuole del coraggio ad ammettere di vedere che oltre che essere alienante e ripetitiva la vita qui sia anche pregna di disperazione, perché ci vuole del fegato a vedere la disperazione“, o qualcosa del genere. A ben guardare quello di John Givings non è l’unico esistente del film con i quali quasi inconsciamente i due coniugi Wheeler si confrontano.

La determinazione a condurre, in avanti o meno, il  progetto di partire per l’Europa, è sempre, a ben guardare, la risultante dei continui confronti con gli altri esistenti intorno a loro. E sarà proprio il peso delle opposte conclusioni a cui, a seguito di tali confronti, i due esistenti protagonisti giungeranno, nel profondo inconscio del loro io, a creare i presupposti per l’epilogo, tanto drammatico, quanto perfetto nel suo evolversi, dell’intreccio narrativo.

4. Una regia al servizio della drammaturgia della storia del romanzo

La regia di Sam Mendes, già premio Oscar per American Beauty, ci è parsa, per una volta, misurata. Attenta all’operazione di adattamento, consapevole che era la storia del romanzo la cosa da salvaguardare in questo film, e non i vezzi registici, anche se …, anche se alcune sequenze rimangono mirabili, come mirabile è la capacità di accompagnare il crescere della tensione delle inquietudini, e tutti i cambi di passo drammaturgico, degli eventi del racconto.

5. Conclusioni

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Il dolore, a mio modo di vedere, non dovrebbe mai essere qualcosa di eccessivo per diventare arte. Deve, piuttosto, essere contenuto all’interno, sublimarsi nell’anima dell’artista, per trasfigurarsi e per poi venire fuori, espressivamente, in una sorta di atto liberatorio in cui tutta l’angoscia, il senso di disperazione, l’intensità emotiva, venga riassunta e  tutta contenuta in un gesto, un atto, assoluto e definitivo.

Come ne “L’urlo di Munch“.

Credo che tale considerazione si adatti, benissimo, all’interpretazione di Kate Winslet … April Wheeler, non saprei come descriverla meglio, che ci ha davvero commosso fino all’inverosimile, sarà che stiamo invecchiando, e che se non dovesse vincere l’Oscar, (anche se lo so che è nominata per “The Reader“), allora vorrà dire che effettivamente dovremmo, e seriamente, riflettere se mantenere ancora aperto questo blog.

Vi lascio con il trailer ufficiale del film “The Reader” di Stephen Daldry, con Kate Winslet, Ralph Fiennes, Alexandra Maria Lara e Bruno Ganz, per il quale Kate Winslet, dopo aver vinto per il film del post il Golden Globe, ha appena ricevuto la nomination per l’Oscar come migliore attrice protagonista. Il film è in programmazione nelle sale italiane dal 20 febbraio 2009.

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Gli Oscar 2006 + il Caimano di Nanni Moretti

Post brevissimo, che sto a lavorà duro.

Tutti i vincitori degli Oscar 2006 sono qui.
Conferme per me per la sceneggiatura non originale di Larry McMurtry, Diana Ossana per il film I segreti di Brokeback Mountain, vista la mia proverbiale ossessione per le trasposizioni dal letterario al filmico.

E per la migliore regia ad Ang Lee.

Sono contento anche per George Clooney migliore attore non protagonista in Syriana.

Dovrò decidermi a vedere “Crash – Contatto fisico“.

Gli italiani per una volta esclusi a ragione, secondo me.

E’ forse il caso d’iniziare a riflettere meglio sui criteri di selezione delle nostre pellicole da inviare a rappresentarci, così per dire, no Cristina Comencini?

Oggi a Roma ho anche visto i primi manifesti del film “Il Caimano” di Nanni Moretti.

Si vede il viso di Silvio Orlando che affiora dall’acqua e una scritta in rosso.

Qui un articolo di Repubblica.

Il film è in uscita nelle sale italiane il 24 marzo 2006, ed io sono molto curioso di vederlo.

Tornerò, appena ne avrò il tempo, a parlarvi di Marco Turco e del suo film ispirato al libro introvabile di Alexander StilleIn un altro paese“. Perché il film merita e perché sono stato alla sua presentazione da parte del regista, che è stata fatta due venerdì fa alla libreria del cinema a Roma in via dei Fienaroli.

Un incontro molto istruttivo che mi ha trasferito altre interessanti chiavi di lettura della figura del documentarista e dello storico.

Forse anche della relazione tra questo film e la visione pasoliniana di entrambi questi ruoli.

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