cinemavistodame.com di Roberto Bernabò

Archivio della categoria ‘ venezia 65 ’

The Hurt Locker – di Kathryn Bigelow

analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo

ripubblico il post del 13 ottobre del 2008 in occasione dei 6 premi Oscar vinti questa notte dal film

The Hurt Locker” in italiano significa “La cassetta del dolore“, ed è un contentitore nel quale vengono raccolti gli effetti personali dei soldati americani morti in guerra.


The Hurt Locker

titolo originale: The Hurt Locker
nazione: U.S.A.
anno: 2007
regia: Kathryn Bigelow
genere: Drammatico
durata: 131 min.
distribuzione: Videa CDE
cast: R. Fiennes (Capo mercenari) • D. Morse (Col. Reed) • J. Renner (Sgt. Mag. William James) • B. Geraghty (Owen Eldridge) • A. Mackie (Sgt. JT Sanborn) • E. Lilly (Connie James) • C. Camargo (Col. John Cambridge) • G. Pierce (Sgt. Matt Thompson)
sceneggiatura: K. Bigelow • M. Boal
musiche: M. Beltrami
fotografia: B. Ackroyd
montaggio: C. Innis • B. Murawski

Sinossi: Ritorna Katherine Bigelow dopo i grandi successi “Point Break” e “Strange Days”. Ambientato durante la guerra in Iraq, “The Hurt Locker” racconta la storia di un’unità speciale antimina che ha il compito di prevenire gli attentati dei kamikaze. La sceneggiatura è opera della stessa Bigelow, insieme al reporter di guerra Mark Boal.

In questo post:
  1. Introduzione – dedicato all’alienazione umana nel conflitto bellico
  2. Specifico degli eventi – la guerra in Iraq vista senza messaggi politici
  3. Specifico degli esistenti – significanti universali e non peculiari
  4. Specifico del linguaggio audiovisivo – tecniche di ripresa alla reportage di guerra molto a ridosso degli eventi e degli esistenti
  5. Messaggi verso l’alto e conclusioni

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1. – Introduzione – dedicato all’alienazione umana nel conflitto bellico

Nonostante le mie considerevoli aspettative su quest’opera, di cui avevo sentito parlare assai bene a Venezia, devo riconoscere che le stesse sono state, in parte, (solo in parte, eh), deluse e cercherò, in questo post, di spiegarvi il perché.

Non che la promettente regista australiana non sia brava … è che a questa pellicola manca qualcosa, quel qualcosa che arriva a toccare nel profondo, a scuotere la mente ed il cuore, e da un film così ambizioso, questa è una pecca non da poco.

§§§

Continua a leggere “The Hurt Locker – di Kathryn Bigelow”

Donne senza uomini – di Shirin Neshat

Il film di Shirin Neshat nelle sale italiane dal 12 marzo 2010

Breve recensione in anteprima per una pellicola che questo blog già ama

Donne senza uomini

titolo originale: Zanan-e Bedun-e Mardan
nazione: Germania
anno: 2009
regia: Shirin Neshat
genere: Drammatico
durata: 95 min.
distribuzione: Bim Distribuzione
cast: O. Tóth (Zarin) • A. Shahrzad (Fakhri) • S. Toloui (Munis) • P. Ferydoni (Faezeh)
sceneggiatura: S. Azari • S. Neshat
musiche: R. Sakamoto
fotografia: M. Gschlacht
montaggio: G. Cragg • J. Rabinowitz • J. Wiedwald

Sinossi: Iran, 1953: sullo sfondo tumultuoso del colpo di stato, tramato dalla CIA, i destini di quattro donne convergono in un bellissimo giardino di orchidee dove troveranno indipendenza, conforto e amicizia. Incisiva riflessione di un momento cruciale della storia che ebbe come conseguenza la Rivoluzione islamica e che portò l’Iran a essere come oggi lo conosciamo.

Shirin Neshat – Donne senza uomini from Laura Croce on Vimeo.

“Facciamo la pace tra Iran e Israele.
Noi siamo ambasciatori dei due paesi;
per questo dico No alla guerra e Sì alla Pace”

Shirin Neshat

Donne senza uomini è il film dell’artista e regista iraniana Shirin Neshat che ha vinto il Leone d’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia del 2009.

La sceneggiatura è la trasposizione dal letterario al filmico, ortodossa e fedele, dell’omonimo romanzo di Parsipur Shahrnush.

La regista ha concepito questo suo nuovo lungometraggio come una sorta di utopico messaggio, (noi speriamo di no, ovviamente), per tutti gli iraniani che non vogliono perdere la speranza:

Facciamo la pace tra Iran e Israele. Noi siamo ambasciatori dei due paesi; per questo dico No alla guerra e Sì alla Pace“.

Continua a leggere “Donne senza uomini – di Shirin Neshat”

I film in uscita dal 21 novembre 2008

Anche se Rachel sta per sposarsi

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Non sai che scegliere questo weekend al cinema?

Forse neanche noi.

Non è vero.

Cinemavistodame 2 sa sempre cosa fare.

Ed è felice del ritorno di Debra Winger.

Il nuovo numero è qui. Clicca.

The Burning Plain – di Guillermo Arriga (2008)

The Burning Plain - di Guillermo Arriga (2008)

analisi di eventi esistenti e linguaggio audiovisivo

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The Burning Plain – il confine della solitudine

titolo originale: The Burning Plain
nazione: U.S.A.
anno: 2008
regia: Guillermo Arriaga
genere: Drammatico
durata: 110 min.
distribuzione: Medusa Film
cast: C. Theron (Sylvia) • K. Basinger (Gina) • J. Lawrence (Mariana) • J. Yazpik (Carlos) • J. de Almeida (Nick) • D. Pino (Santiago) • T. Ia (Maria) • D. Torres (Cristobal) • B. Cullen (Robert)
sceneggiatura: G. Arriaga
fotografia: R. Elswit
montaggio: C. Wood


Trama
: Storia di una madre, Gina, e di una figlia, Sylvia, che ha avuto un’infanzia molto complicata, impegnate a ricostruire un legame. Impegno non facile all’interno di un racconto dai tratti molto incisivi che la regia guida con mano maestra e forte intensità.

Le conseguenze della solitudine – a cura di Roberto Bernabo’

Introduzione

Continuo a leggere o critiche distruttive su quest’opera, o commenti, se non esattamente esaltanti, comunque molto positivi.

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Chiariamo subito che Gulliermo Arriga è uno sceneggiatore sulle cui capacità e bravura è difficile argomentare a sfavore.

E chiariamo anche che – come spesso vi sentirete dire se vi avvicinerete allo studio della sceneggiatura o a quello della regia (le due materie sono contigue ma hanno regole assai diverse) – una cosa è scrivere (nell’accezione letterale del termine) un film, un’altra è girarlo. Ma questo vivaddio è una cosa chiara ai più immagino.

Il tema del linguaggio, o meglio dei linguaggi, utilizzati dal cinema mi sembra centrale nell’affrontare un’analisi, non solo di questo film, ma in generale delle intenzioni artistiche di questo sceneggiatore messicano, che con questo film, dopo alcuni immagino significativi contrasti con il regista che ha contribuito a renderlo famoso (sia chiaro nel bene e nel male), Alejandro González Iñárritu, passa anche dietro la macchina da presa per "girare" una sceneggiatura originale (altro tema che affronteremo, prima o poi) "scritta" da lui.

In questo post:

  1. Differenze ontologiche tra sceneggiatura e regia
  2. Circa la narrazione non lineare di un racconto ed elementi innovativi nell’utilizzo delle anacronie nell’opera di Gulliermo Arriga (molto spoiler)
  3. La pianura che brucia come metafora della ribellione alla solitudine – i limiti dell’impianto narrativo
  4. Conclusioni

1. Differenze ontologiche tra sceneggiatura e regia

Sembra una differenza semplice da immaginare e da comprendere ma vi assicuro che non è così.


In un libro scritto a più mani da sceneggiatori e registi:

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"Fare Cinema" – di Jean-Claude Carrière, Francis Ford Coppola, Costantino Costa Gravas, Senel Paz – si legge, nella parte scritta da Jean-Claude Carrière, uno dei più celebri sceneggiatori che ha collaborato con Luis Buñuel, che che un giorno il maestro lo chiamò.

Doveva incontrare di lì a poco il produttore e gli chiese di portare una copia stampata della sceneggiatura, si trattava del celeberrimo "Le charme discret de la bourgeoisie".

Scena per scena il maestro iniziò a scrivere dei numeri. Pensava, leggeva, e, subito dopo aver letto una scena, scriveva un numero.

Incuriosito da questa pratica sconosciuta allo sceneggiatore che non riusciva, pur essendo un addetto ai lavori, a capire cosa significasse, questi domandò:

"Maestro, ma cosa sono quei numeri affianco ad ogni scena?"

"Questi che sto scrivendo ora?" rispose Luis Buñuel.

"Si, proprio quelli" incalzò Jean-Claude Carrière.

"Beh, visto che devo incontrare il produttore", spiegò il regista, "sto annotandomi con quante riprese intendo realizzare ogni singola scena".

Da questo semplice scambio di battute s’intuisce la grande differenza che esiste tra lo scrivere un racconto su carta, per quanto già organizzato per sequenza di scene (da cui il nome sceneggiatura), e la sua trasposizione in pellicola.

Il regista deve risolvere altri problemi.

Che non sono legati, solo, all’intreccio narrativo, ma assai più pregni di un ancor più intimo legame con la resa drammaturgica, il mood che s’intende dare all’opera-film, il rendere coerente, nell’atmosfera  drammaturgica delle interpretazioni degli attori che dovranno essere diretti, quello che nella sceneggiatura è scritto, e ancora, dove posizionare la macchina da presa, con quanti stacchi realizzare una scena, di quali luci si ha bisogno, e potrei scrivere migliaia di altri elementi specifici di questa competenza, che è considerata, a torto o a ragione, così importante, da fare arrivare a dire che il film non è dello sceneggiatore ma del regista.

Per quanto, ripeto, intimamente connesse, le due fasi sono quasi antagonistiche.

Si potrebbe dire, con un’approssimazione volutamente provocatoria, che il regista lavora contro lo sceneggiatore.

Andrebbe anche aggiunto che il montatore lavora contro il regista, ma questo ci porterebbe fuori dall’ambito dell’analisi che s’intende svolgere in questo paragrafo. Magari ci torneremo per pellicole che giustificheranno questa ulteriore specificità della costruzione del linguaggio audiovisivo.

Quello che ho inteso far capire è che, pur essendo sceneggiatura e regia, fasi diverse, non è impossibile che uno sceneggiatore, a forza di lavorare con un regista, possa sviluppare delle proprie idee riguardo alla trasposizione in pellicola di un suo lavoro.

Ed è probabilmente una forte diversità di vedute tra lui e Alejandro González Iñárritu, con il quale, ripeto, pare abbia litigato, che Gulliermo Arriga abbia deciso di passare anche dietro la macchina da presa, come si usa dire in gergo.

2. Circa la narrazione non lineare di un racconto ed elementi innovativi nell’utilizzo delle anacronie nell’opera di Gulliermo Arriga (molto spoiler)

E’ noto, a chi si occupa come me di cinema per passione oltre che per studio, che non esiste un solo modo di raccontare una storia.

Non si parte sempre, necessariamente, dall’inizio per arrivare alla fine.

Si possono inserire elementi completivi che recuperano parti del racconto attingendo dal passato, e questi inserti vengono chiamati anacronie (nel linguaggio cinematografico chiamati flshback).

Le anacronie, invero, possono anche anticiparci elementi di una porzione del futuro del racconto, andando cioè molto in avanti rispetto all’inizio della narrazione (nel linguaggio cinematografico chiamati fleshforward).

Se c’è una cosa che aveva dimostrato, in tutte le sue precedenti sceneggiature, Gulliermo Arriga, era una spiccata e probabilmente innata attitudine a costruire storie basate sul racconto non lineare (Amores perros – 2000 di Alejandro González Iñárritu;   21 Grammi – Il peso dell’anima – 2003 di Alejandro González Iñárritu; Le tre sepolture – 2005 di Tommy Lee Jones; Babel – 2006 di Alejandro González Iñárritu).

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Ora qui la questione è che, in questo film, a mio modo di vedere, la celeberrima lezione di Gerard Genette, da me più volte citata in questo blog, circa la portata e l’ampiezza delle anacronie, è come se venisse superata.

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In The Burning Plain non è corretto, almeno a mio modo di vedere, parlare di portata o ampiezza delle anacronie, quanto, piuttosto, di una innovativa costruzione parallela prima, e convergente poi, di due storie, una, palesemente per lo spettatore, risalente al passato, ed una seconda, sempre chiaramente per lo spettatore, imbastita nel presente filmico.

L’idea davvero innovativa è poi quella di fare convergere i due racconti paralleli, facendo scoprire allo spettatore che gli stessi, per quanto apparentemente diversi, riguardavano gli stessi esistenti ed in particolare la figura di Sylvia alias Mariana. Questo, peraltro, giustifica la diversità dei nomi dei due esistenti, che in realtà sono la stessa persona, (altrimenti l’artificio verrebbe svelato troppo presto), e la considerevole differenza tra le due attrici, (magari un ulteriore limite dei film ma, secondo me, più intimamente legata all’idea di non rendere esplicito lo schema dell’impianto narrativo, che rovinerebbe, e non poco, il colpo di scena sul finale).

Ora, aldilà della resa filmica, non si può certo dire che il tentativo sia di semplice attuazione, o, di più, di facile concepimento.

Tutt’altro direi, e vorrei aggiungere, che questo andrebbe valutato, a mio modo di vedere, prima di affermare che l’opera di Arriga non è valida.

Certo c’è da considerare che lo sceneggiatore è all’esordio come regista, ma credo che, anche in questa componente del racconto, la pellicola non sia affatto da sottovalutare, anzi.

3. La pianura che brucia come metafora della ribellione alla solitudine – i limiti dell’impianto narrativo

In una celebre canzone di montaliane atmosfere Francesco Guccini cantava:

"L’ angoscia che dà una pianura infinita? Hai voglia di me e della vita,
di un giorno qualunque, di una sponda brulla? Lo sai che non siamo più nulla?
Non siamo una strada né malinconia, un treno o una periferia,
non siamo scoperta né sponda sfiorita, non siamo né un giorno né vita …

Non siamo la polvere di un angolo tetro, né un sasso tirato in un vetro,
lo schiocco del sole in un campo di grano, non siamo, non siamo, non siamo …
Si fa a strisce il cielo e quell’ alta pressione è un film di seconda visione,
è l’ urlo di sempre che dice pian piano:
"Non siamo, non siamo, non siamo …"


Questi versi, che potrebbero adattarsi benissimo al film peraltro, mi sono tornati alla mente proprio pensando allo spleen prevalente che muove all’azione gran parte dei personaggi.

Tutto ha origine ed è contenuto dalla disperazione che sa dare, se vissuta male, la solitudine.

Del resto il sottotitolo del film è "il confine della solitudine".

E’ lei l’ospite ingombrante del film.

E’ lei che spinge la madre Kim Basinger (Gina), (direi bella e brava), di Jennifer Lawrence (Mariana), bravissima e premiata con il Premio Marcello Mastroianni (Mostra d’Arte Cinematografica Internazionale di Venezia, 2008) come migliore attrice emergente, alle loro disperate  e direi, con diversi livelli d’intensità, drammatiche azioni.

Ed è sempre lei, la solituidine intendo, amplificata dal senso di colpa a giustificare la vita dissoluta di Charlize Theron (Sylvia),  notevole nella capacità d’interpretare un personaggio per niente semplice, soprattutto considerando quello che ho detto circa la convergenza della sua storia con quella di Mariana.

In questa foto la vedete discutere con Gulliermo Arriga … chissà forse anche lei non era convintissima delle motivazioni all’azione del suo personaggio.

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Ora la cosa che veramente è da analizzare, per comprendere il punto di snodo più importante del racconto, e quindi della mia critica al film, è se l’evento dimanico della storia (quello che altera lo stato di equilibrio preesistente degli esistenti): l’esplosione della baracca roulotte (collocata all’inizio del film con l’artificio narrativo filico in gergo definito "fantasma", – di cui un’altro esempio lo potrete ritrovare nel film "Il profumo di Yvonne" di Patrice Leconte, 1994), squallida, sporca, solitaria e praticamente abbandonata, anche lei, in una pianura desolata e desolante, ha, effettivamente, la forza per reggere le motivazioni all’azione  degli esistenti e giustificare, in maniera convicente, l’evolversi, ben poco importa se nell’adesso filmico o nel passato, degli eventi della storia.

Perchè, a nostro modo di vedere, se esistono dei limiti a questo film non sono da ricercare nelle capacità registiche di Arriga, quanto, piuttosto, nell’effettivo funzionamento dell’impianto narrativo definito in fase di screenpaly.

Rifletteteci e, magari, mi darete ragione.

Non esistono, a guardare bene, altre lacune nel racconto. Tutto è spiegato, tutto si riannoda. Tutto alla fine coincide.

Tranne una cosa. Un dubbio. Un, ragionevole, dubbio, come direbbero i giuristi.

Può la solitudine degli esistenti giustificare, drammatirgicamente, la sotria?

4. Conclusioni

In conclusione di questa analisi io personalmente confermo il giudizio positivo che mi ero fatto vedendo il trailer.

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Il film, presentato alla recente mostra di Venezia 65, ed approdato nelle sale con una versione ridotta rispetto alla extended version della mostra (30 minuti in meno, pare), magari non riesce a commuovere sempre (a me sul finale ci è riuscito, ma, voglio dire non so quanto questo faccia testo visto che io mi commuovo pure vedendo topolino), ma ha sicuramente un suo spleen, una sua traccia, una sua ambientazione psico-drammatica, una sua atmosfera epica (penso alle sequenze sulla scogliera, penso alla sequenza in cui Mariana e Santiago bruciano i kaktus e potrei continuare).

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La direzione della fotografia, affidata al sempre bravissimo Robert Elswit, merita una menzione a parte, se penso alla bellezza di come sono resi certi luoghi, legata anche alla scelta di location molto suggestive.

Le rese attoriali sono tutte, secondo me, degne di nota, a partire da quella di Kim Basinger:

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che riesce a dare spessore ad una condizione femminile ammettiamolo abbastanza scontata, e, per certi versi, addirittura squallida.

A quella di Charlize Theron:

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che ha dimostrato, con questo film, di saper toccare corde psico-drammatiche quasi da Actor Studios.

Per concludere con la notevolissima interpretazione di Jennifer Lawrence:

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bravvissima, intensa, già un’attrice pure essendo cosi giovane.

Che dire … che bisogna dare fiducia ad uno sceneggiatore che si è avventurato nel mondo della regia, secondo me, e che è riuscito, secondo molti, addirittura e migliorare, con questo passo, per certi versi, la resa delle sue opere, rispetto, ad esempio, a quanto realizzato dal regista messicano Alejandro González Iñárritu, che molto deve del suo successo proprio alla peculiarità del racconto non lineare di cui Arriga è un maestro.

Che forse però, proprio per questo, questi non deve eccedere troppo nei virtuosismi di tale tipo di scrittura, e ritornare e preoccuparsi degli elementi più importanti della sceneggiatura, come ad esempio:

  • lo sviluppo del conflitto,
  • la caratterizzazione dei personaggi,
  • le complicazioni progressive,
  • la catarsi … che è forse la cosa veramente riuscita del film.

La domanda "Tu non vieni?" che Maria rivolge a Sylvia, oramai ritornata Mariana, va molto oltre il perdono e ci riconduce al tema centrale dello specifico narrativo di Gulliermo Arriga: tentare di far dialogare ed accordare posizioni apparentemente inconciliabili.

Links

La mia analisi del film: Babel – di Alejandro González Iñárritu

I film in uscita dal 7 novembre 2008

Questa settimana brucia

il sole e la pianura
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Ma quante belle ragazze su cinemavistodame 2.

Il nuovo episodio con tanto cinema italiano è on line qui e ora.

Noi ti diciamo sempre e solo la verità e ti diamo sempre un po’ di più.

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Vicky Cristina Barcelona di Woody Allen

analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo

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Vicky Cristina Barcelona

titolo originale: Vicky Cristina Barcelona
nazione: Spagna / U.S.A.
anno: 2008
regia: Woody Allen
genere: Commedia
durata: 96 min.
distribuzione: Medusa Film
cast: S. Johansson (Christina) • P. Cruz (María Elena) • R. Hall (Vicky) • J. Bardem (Juan Antonio) • C. Messina (Doug) • P. Clarkson (Judy Nash) • K. Dunn (Mark Nash) • J. Perillán (Charles) • M. Barceló (dottore) • J. Domènech (Julio Josep)
sceneggiatura: W. Allen
fotografia: J. Aguirresarobe
montaggio. A. Lepselter

L’insostenibile romanticismo delle turiste americane – a cura di Roberto Bernabo’

In questo post:

  1. Introduzione.
  2. La struttura narrativa del film: gli antagonismi archetipali ed i riferimenti, oramai sempre più evidenti, al cinema europeo.
  3. Lo sviluppo del conflitto: i riferimenti ribaltati a Jules e Jim.
  4. Scelte di narrazione: la voce fuori campo perché è un’ennesima citazione di Jules e Jim errata e fuori luogo.
  5. La debole caratterizzazione degli esistenti e sue ripercussioni sulle rese attoriali.
  6. Eventi: la goffa ri-mescolatura di quelli di Jules e Jim.
  7. Specifico del linguaggio audiovisivo.
  8. Conclusioni: il disprezzo del regista verso la borghesia americana ed in generale verso l’umanità.

1. Introduzione

Ho visto ieri sera l’ultima fatica europea del creativo, e sempre eclettico, regista ebraico newyorkese, e tenterò, in questo post, d’illustrare:
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  • i motivi per i quali questo film non mi ha convinto,
  • alcune citazioni, a volte plateali, altre pretestuose, che il regista, credo assai consapevolmente, usi, con alcuni ribaltamenti tipici del suo stile narrativo, del cinema di François Truffaut, e della pellicola Jules e Jim in maniera particolare, con tutte le riserve che da un simile accostamento possono derivare.

2. La struttura narrativa del film: gli antagonismi archetipali ed i riferimenti, oramai sempre più evidenti, al cinema europeo

Non c’è che dire Woody Allen maneggia l’arte dello screenplay, come che ne so, un artigiano scultore il marmo o un pittore la tavolozza dei colori.

Conosce tutti i trucchi del mestiere, ed è diventato anche scaltro. Perché inventare storie nuove se posso, con le mie alchemiche capacità, utilizzare o meglio ri-utilizzare materiali narrativi già usati cambiando semmai qua e là qualche elemento ed invertendo, ad esempio, il sesso ai protagonisti.

Già dalle prime battute del film s’intuiscono due cose.

  1. Che lo schema narrativo è un classico: due personalità, assai diverse tra loro, messe in relazione da un evento dinamico, nel caso di specie un viaggio a Barcellona.
  2. Che, peraltro, lo stesso non è del tutto originale ma particolarmente, a nostro giudizio, ispirato al celeberrimo capolavoro di François Truffaut Jules e Jim, come abbiamo appena avuto modo di dire.

Nello specifico qual’è la strategia narrativa dell’opera?

Quella di prendere due archetipi (solo apprentemente contrapponibili peraltro) di donna:

rebecca-hall-in-una-scena-del-film-vicky-cristina-barcelona-60083Scarlett Johansson

  1. una estremamente razionale ed avveduta: Vicky alias RebeccaHall bellissima e bravissima (forse l’attrice migliore del film tra le tre);
  2. una seconda che ne è l’esatto contrario: Christina alias Scarlett Johansson  (sempre giunonicamente stupenda, ma leggermente fuori parte e sottotono).

Farle partire insieme, come abbiamo detto (evento dinamico che, a voler essere precisi non è questo, quanto, piuttosto, quello di accettare l’invito di Juan Antonio a trascorrere un weekend ad Oviedo, in quanto sarà questo quello che altererà lo stato di equilibrio pre-esistente nella vita delle due giovani protagoniste) per un viaggio (di ben due mesi, beate loro, ma dove vivi Woody?) a Barcellona e qui.

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E qui farle incontrare, e che te lo dico a fa, il bello e tenebroso Juan Antonio alias niente di meno che i  premio Oscar Javier Bardem.

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Aggiungiamociuna ex moglie artista, pittrice pure lei, ma ancor più genialoide dell’ex marito, fuori dagli schemi, in crisi depressiva e con attacchi improvvisi di gelosia: Maria Elena alias Penelope Cruz, ed il gioco è fatto.

Gli elementi antitetici di base, si i colori della tavolozza per restare nella metafora, sui quali sviluppare il soggetto ci sono tutti.

Ma a guardare bene.

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A guardare bene scopriamo che Woody Allen ha iniziato questa sorta di vacanza cinefila europea con degli obiettivi culturali, non so quanto consci e quanto inconsci, ben precisi e che si esplicitano sotto la forma di omaggi, quasi eccessivamente evidenti, agli stilemi tipici del cinema europeo, e dei suoi più illustri registi.

E se, sopratutto con Match Point, il vecchio Woody citava copiosamente Alfred Hitchcock, in quest’opera spagnola personalmente io intravedo, in maniera smaccata, il riferimento ad una pellicola davvero simbolo della Nouvelle Vague francese: il celeberrimo Jules e Jim di François Truffaut.

3. Lo sviluppo del conflitto: i riferimenti ribaltati a Jules e Jim

Analizziamo, per un attimo, in maniera comparata lo sviluppo del conflitto del film di Allen con quello di Truffaut.

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In Jules e Jim gli esistenti protagonistisono due amici.

Nel film di Allen sono due amiche (primo evidente riferimento ribaltato).

Nel film diTruffaut entrambi gli amici s’innamorano della stessa donna (Cathrine).

In questo diAllen entrambe le amiche s’innamorano dello stesso uomo. (Juan Antonio). (Secondo riferimento ribaltato).

InJules e Jim, Cathrine, ad un certo punto dell’intreccio,cercherà di uccidere Jules con uno sparo.

In questofilm di Allen l’azione dello sparo è realizzata da un terzo esistente, l’ex moglie di Juan Antonio. (Maria Elena). (Terzo riferimento in parte modificato).

InJules e Jim l’obiettivo del film era mostrare una via altra allo sviluppo del rapporto amoroso di coppia. Peraltro, in quella pellicola, questo elemento andrebbe inquadrato negli obiettivi complessivi dello specifico filmico dei registi della nouvelle vague, che consistettero nel tentativo di scardinare, e mettere in discussione, tutti gli elementi fondanti, compresi, ovviamente, quelli inerenti i valori eticie morali trasmessi degli esistenti, del cinema francese di quegli anni da parte del cartello dei registi della rive gouche.

Nel film di Allen si scimmiotta questo obiettivo, ed in parte lo si mette addirittura in crisi.

Gli esistenti diVicky Cristina Barcelona, infatti, probabilmente in maniera consapevole (vedi infra ultimo paragrafo), non hanno lo spessore di quelli del romanzo di Henri-Pierre Roché che François Truffaut, con l’aiuto dello stesso scrittore, traspose dal letterario al filmico in maniera a dir poco mirabile (ho letto anche il romanzo e mi posso permettere una simile affermazione).

Le scene, ad esempio, della passeggiata in bicicletta nella campagna catalana citano, ancora apertamente, sempre in maniera rigorosamente ribaltata, quelle del film di François Truffautsenza averne, però, né l’intensità e la giustificazione drammaturgica, né, conseguentemente, la poetica magia.

Un puro divertissmant, probabilmente dedicato al pubblico cinephile, che non so quanto gradirà, a dire il vero.

Divertissmant coerente con l’obiettivo di ricreare gli stessi conflitti infra-personali ed inter-personali tra gli esistenti, ma che risulta, per certi versi, addirittura irriguardoso rispetto all’opera citata.

Ovviamente, a prova di smentita, potete divertirvi a trovare altre citazioni ed altri riferimenti all’opera di Truffaut, anche se, ovviamente, Allen cambia, volutamente, il finale ed altri elementi dell’intreccio, altrimenti ci troveremmo difronte o ad un remake o, peggio, ad un plagio.

4. Scelte di narrazione: la voce fuori campo perché è un’ennesima citazione di Jules e Jim errata e fuori luogo

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Sempre avendo come riferimento ontologico la pellicola di François Truffaut, Allen abbonda, in questo film, con l’utilizzo di inserti di una voce narrante fuori campo.

Ora se c’è una cosa che ci era piaciuta degli ultimi film  del regista era proprio un uso molto limitato di questo elemento della narrazione.

Quegli intrecci erano coinvolgenti proprio perché guidati dall’azione e non dalla loro descrizione. Che, nel caso di specie, intende essere, probabilmente, nelle intenzioni del regista, l’ennesima citazione dell’opera di Truffaut, ma che risulta del tutto pretestuosa, non essendo il film di Allen, un adattamento di un soggetto letterario.

Nel caso di Jules e Jim, infatti, l’operazione di Truffaut era quella di tentare di restituire allo spettatore elementi completivi di parti di descrizioni del romanzo che, nell’opera di trasposizione dal letterario al filmico, spesso vengono perdute. Un’ennesima scelta innovatrice per l’epoca che aveva, però, degli obiettivi drammaturgici ben chiari e delle giustificazioni narrative specifiche.

Nel caso del film di Allen, ripeto, la voce narrante fuori campo è del tutto pleonastica, e non trova alcuna giustificazione credibile dal punto di vista narrativo, risultando, pertanto, alterante lo specifico filmico degli ultimi film del regista.

5. La debole caratterizzazione degli esistenti e sue rieprcussioni sulle rese attoriali

Un’altra pecca, ovviamente a mio giudizio, del film di Allen, soprattutto se rapportato a quello di Truffaut, che abbondantemente cita, risiede proprio nella carente caratterizzazione dei personaggi.

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Prendiamo ad esempio Maria Elena. Molte sequenze con questo esistente risultano un po’ troppo sopra le righe.Ma Allen non da in pasto allo spettatore elementi narrativi bastanti alla loro giustificazione drammaturgica. E come se le stesse fossero state concepite in fase di stesura del soggetto, ma successivamente, troppo poco sviluppate, nella realizzazione della scrittura della sceneggiatura.

Risultato … il personaggio di Maria Elena s’imponefastidiosamente, come eccessivamente stereotipato,e le sue continue isterie appaiono troppo accademiche e stucchevoli.

Analoghe considerazioni andrebbero svolte per il personaggio di Christine, che dovrebbe essere la romantica bohemienne delle due amiche, e che si rivela, invece, solo quale una giovane nevrotica e irrisolta, con l’aggravante che la carente caratterizzazione incide sulle capacità attoriali di Scarlett Jhoansson sulle quali inizio, peraltro, in parte, a ricredermi.

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Molto più convincente, anche sotto il profilo della sua caratterizzazione, è, invece, il personaggio di Vicky, che offre la possibilità di apprezzare le eccellenti capacità recitative della bellissima Rebecca Hall, nei cui occhi potrei perdermi per anni.

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Juan Antonio – Javier Bardem
fa delle cose del tutto ingiustificate ed ingiustificabili (sempre, ovviamente, per quanto a conoscenza dello spettatore), soprattutto da quando entra in scena l’ex moglie Maria Elena, ma le capacità attoriali di Bardem, anche se messe duramente alla prova, sopperiscono le carenze di screenplay.

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6. Eventi: la goffa ri-mescolatura di quelli di Jules e Jim

Direi che abbiamo già abbondantemente argomentato questo elemento, in questa analisi, ma voglio, comunque, in questo paragrafo, sottolineare che, magari, nelle intenzioni del regista, la citazione era voluta, e forse era voluta proprio per farci apprezzare una sorta di decadenza e di perdita di spessore, di annacquamento, di certi intenti rivoluzionari nella società contemporanea.

Quasi come se lui, Woody Allen intendo, vero reale interprete di uno stile di vita sentimentale alternativo (si è sposato con una delle figlie adottive di una sua ex compagna Mia Farrow, vedete un po’), disprezzasse i goffi tentativi di certa borghesia di ricercare, senza averne le potenzialità emotive e celebrali, nuovi stili e nuovi equilibri di vita amorosi.

Per il resto, ripeto, l’intreccio narrativo di questo film non convince.

Forse il regista farebbe meglio fermarsi un paio d’anni a riflettere, ma so che non lo farà, ahimè.

7. Specifico del linguaggio audiovisivo

Allen sa usare, con maestria, la macchina da presa e, sotto il profilo squisitamente tecnico, il suo linguaggio audiovisivo ha una cifra tutta sua.7655984 da te.
Nonostante le citazioni Allen ha uno stile inconfondibile, fatto non solo d’inquadrature raffinate, che rasentano a volte, persino, l’auto citazione, come nella particolare sequenza “rossa” della camera oscura, (un’altro esplicito riferimento al cinema della nouvelle vague ed al film di Jan Luc GodardUn famme es un famme” in particolare) dove si assiste al celeberrimo bacio saffico tra Maria Elena e Christina, ma anche di sonori particolari, soprattutto musicali, come l’ossessiva e cantinelante canzone su Barcellona.

La direzione della fotografia di J. Aguirresarobe è notevole, non c’è che dire.

Nulla da eccepire, pertanto, al tocco del maestro che, però, se non adeguatamente supportato dallo screenpaly, rischia di scadere nel gioco di stile, privo dell’intensità drammaturgica, e del bilanciato rapporto tra suspance e sorpresa, ad esempio, di Match Point.

8. Conclusioni: il disprezzo del regista verso la borghesia americana ed in generale verso l’umanità

Presentato fuori concorso all’ultimo Festival di Venezia, è noto che è stato lo stesso sia stato girato soprattutto in virtù del fatto che il regista è stato chiamato dalla pro-loco catalana che gli ha chiesto sdi ambientare una sua opera a Barcellona al fine di rilanciarla  e farle un po’ di pubblicità, elemento che ha scatenato, peraltro, non poche proteste in Spagna visti i finanizamenti pubblici catalani destinati al cinema quasi del tutto esauriti solo per uesto film, da parte di molti registi catalani.

E Woody, a cui non l’idea non è affatto dispiaciuta (figurarsi una bel viaggio in Spagna a spese della produzione del film  in Spagna e per di più in compagnia dell’amata Scrlett), si è dichiarato disponibile.

Questo però non vuol dire che il regista non abbia approfittato dell’occasione per restituirci alcuni delle sue ossessioni di sempre come ad esempio la riporoposizione di un tema che già negli altri film europei avevo denunziato, ed, in parte, già anticipato in questa analisi.

Una sorta di disprezzo con il quale Woody Allen guarda ai suoi esistenti.

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Nel rappresentare la sua visione dell’evoluzione della società capitalistica, ed i suoi ultimi film sono tutti ambientati in contesti molto facoltosi, in una borghesia spesso vacua e superficiale (vedi il marito di Vicky che incarna maggiormente questo giudizio del regista), Allen non perde occasione per mostrarcene il lato peggiore. No, vi prego, non chiamiamo in causa anche Luis Buñuel.

E così, dietro la felice famiglia catalana che ospita le due ragazze, c’è un matrimonio in crisi, nel quale nessuno dei coniugi ha le palle per agire una decisione risolutiva.

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E così la determinata ed equilibrata Vicky scoprirà di essere lei la vera romantica fra le due amiche, ma, nel contempo, non avrà, nemmeno lei, il coraggio di abbandonare un matrimonio grigio, che le offrirà, però, la garanzia di una vita dorata dalla ricchezza.

E così Christina non avrà lo spessore sentimentale di vivere quella vita così diversa, e libera dalle rigide imposizioni sociali, che crede di desiderare.
C’è, peraltro, un personaggio che, probabilmente più di altri, interpreta il pensiero nascosto di Allen sulla società contemporanea.

E’ il padre di Juan Antonio, un poeta che, forse, ha addirittura avuto un rapporto amoroso con la ex moglie del figlio Maria Elena, che non pubblica le sue opere perché disprezza un’umanità che non è capace di amare.

Ecco io non lo so se sia davvero questo il vero grande limite della società capitalistica.

Non so nemmeno se esista ancora il capitalismo, a dire il vero, visto l’andare delle borse degli ultimi mesi, o quanto sia destinato a durare.

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Quello che so è che Woody Allen è un regista molto intelligente e capace e bravo e colto.

Ma che con questo film ci ha iniziato a stufare di nuovo.

Dovresti fermarti un attimo Woody. Girare un film ogni anno solo perché vuoi viaggiare in Europa in compagnia di Scarlett Johansson, e cercare di ri-evocare certi padri del nostro cinema, comincia ad essere davvero troppo poco.

Parafrasando, al contrario, un tuo celeberrimo film chiudo questo post chiedentoti: “Non provarci ancora, Woody“.

Links

Mio post su Match Point di Woody Allen.
Mio post su Analisi comparata di Scoop e Match Point di Woody Allen.

I film in uscita dal 19 settembre 2008

Fratelli, figli d’arte e specifici filmici

americani, francesi, o italiani?

george-clooney-e-frances-mcdormand-in-una-scena-del-film-burn-after-reading-79327 da te.

brad-pitt-in-una-scena-del-film-burn-after-reading-79328 da te.

jeremie-renier-e-arta-dobroshi-in-una-scena-del-film-le-silence-de-lorna-80525 da te.

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i-fratelli-jean-pierre-e-luc-dardenne-sul-set-del-film-le-silence-de-lorna-60378 da te.

Marco pontecorvo da te.

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Scoprilo su cinemavistodame2.

Sul nuovo numero on line qui ed ora.

Cinemavistodame2 è tornato più spietato che mai.

I film premiati a Venezia 65

I film premiati a Venezia 65


tutti i premi del Festival e mie telegrafiche impressioni di settembre sul cinema italiano

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Biennale Cinema  65. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica  Premi ufficiali Venezia 65

Venezia, 6 settembre 2008

La Giuria Venezia 65, presieduta da  Wim Wenders e composta da Juriy Arabov, Valeria Golino, Douglas Gordon, Lucrecia Martel, John Landis, Johnnie To dopo aver visionato tutti i ventuno film in concorso, ha deciso di assegnare i seguenti premi:

LEONE D’ORO per il miglior film a:

VENEZIA; LEONE D'ORO DELLA 65/MA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CI

The Wrestler di Darren ARONOFSKY (Usa)

LEONE D’ARGENTO per la migliore regia a:

Aleksey German Jr. per Bumažnyj Soldat (Paper Soldier) (Russia)

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA a:

Teza di Haile Gerima (Etiopia, Germania, Francia)

COPPA VOLPI per la migliore interpretazione maschile a:

VENEZIA; COPPA VOLPI COME MIGIORE ATTORE A SILVIO ORLANDO65¡ MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA

Silvio Orlando per Il papà di Giovanna di Pupi AVATI (Italia)
 
COPPA VOLPI per la migliore interpretazione femminile a:

Dominique Blanc per L’autre di Patrick Mario Bernard, Pierre Trividic (Francia)

PREMIO MARCELLO MASTROIANNI a un giovane attore o attrice emergente a:

Jennifer Lawrence per The Burning Plain di Guillermo Arriaga (Usa)

OSELLA per la migliore fotografia a:

Alisher Khamidhodjaev e Maxim Drozdov  per Bumažnyj Soldat (Paper Soldier) di Aleksey German Jr. (Russia)
 
OSELLA per la migliore sceneggiatura a:

Haile Gerima per Teza di Haile Gerima (Etiopia, Germania, Francia)

LEONE SPECIALE per l’insieme dell’opera a:

Werner Schroeter

La Giuria ha deciso di assegnare un Leone Speciale a Werner Schroeter per il complesso dei suoi innovativi lavori portati avanti con tenacia e senza compromessi da 40 anni.
 
PREMIO “LUIGI DE LAURENTIIS” PER LA MIGLIOR OPERA PRIMA

La Giuria Premio “Luigi De Laurentiis” per la Miglior Opera Prima della 65. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, composta da Abdellatif Kechiche (Presidente), Alice Braga, Gregory Jacobs, Donald Ranvaud, Heidrun Schleef, ha deliberato all’unanimità di assegnare il
 

PREMIO “LUIGI DE LAURENTIIS” PER LA MIGLIOR OPERA PRIMA a:

Pranzo di Ferragosto di Gianni Di Gregorio (SIC – Settimana Internazionale della Critica, Italia)

Aurelio De Laurentiis e Filmauro assegnano un premio in denaro di 100.000 USD, che sarà suddiviso in parti uguali tra il regista e il produttore. Al regista andrà inoltre un buono di 40.000 Euro da spendere in pellicola offerto da Kodak.

Biennale Cinema  65. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica – Premi ufficiali Orizzonti

La Giuria Orizzonti della 65. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, composta da Chantal Akerman (Presidente), Nicole Brenez, Barbara Cupisti, Jose Luis Guerin, Veiko Õunpuu, ha deliberato all’unanimità di assegnare i seguenti premi:

PREMIO ORIZZONTI:

Melancholia di Lav DIAZ (Filippine)

PREMIO ORIZZONTI DOC:

Below Sea Level di Gianfranco ROSI (Italia, Usa)

MENZIONE SPECIALE:

Un Lac di Philippe GRANDRIEUX (Francia)

MENZIONE SPECIALE:

Wo men (Noi) di HUANG Wenhai (Cina, Svizzera)

Biennale Cinema  65. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica – Premi ufficiali Corto Cortissimo

La Giuria Corto Cortissimo della 65. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, composta da Amos Poe (Presidente), Gianni Rondolino, Joana Vicente, ha deliberato all’unanimità di assegnare i seguenti premi:

Leone CORTO CORTISSIMO a:

Tierra y Pan di Carlos Armella (Messico)

Con la seguente motivazione:

“In pochi minuti e in un unico spazio l’autore ha saputo raccontare una storia drammatica di miseria e solitudine, sfruttando appieno le possibilità narrative dell’immagine cinematografica”.

Menzione Speciale a:

Vacsora (The Dinner) di Karchi Perlmann (Ungheria)

Con la seguente motivazione:

“Usando un linguaggio, al tempo stesso realistico e grottesco, e un rapporto tra immagini e suono di forte tensione emotiva, l’autore ha rappresentato una situazione umana e sociale dominata dall’incertezza della vita e della morte”.

PRIX UIP per il miglior cortometraggio europeo a:

De Onbaatzunchtigen (The Altruists) di Koen Dejaegher (Belgio)

Con la seguente motivazione:

“L’autore ha descritto in maniera lucida e inconsueta una situazione assurda, in cui è mostrato il risvolto economico dei rapporti interpersonali nella società europea”.

Biennale Cinema  65. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica  – Premi collaterali 

Premio FIPRESCI

miglior film Venezia 65 a Gabbla (Inland) di Tariq Teguia

miglior film Orizzonti e Settimana Internazionale della Critica a Goodbye Solo di Ramin Bahrani

Premio SIGNIS

a The Hurt Locker di Kathryn Bigelow

menzione speciale a Vegas: Based on a True Story di Amir Naderi

menzione speciale a Teza di Haile Gerima

Premio Settimana Internazionale della Critica

a L’Apprenti di Samuel Collardey

Premio Francesco Pasinetti (SNGCI)

miglior film a Pranzo di Ferragosto di Gianni Di Gregorio

menzione speciale a Pa-ra-da di Marco Pontecorvo

miglior protagonista maschile Silvio Orlando per Il papà di Giovanna

miglior protagonista femminile Isabella Ferrari per Un giorno perfetto

Premio Isvema per un film opera prima o seconda

a Pranzo di Ferragosto di Gianni Di Gregorio

Premio Label Europa CinemasGiornate degli Autori 2008

a Machan di Uberto Pasolini

Premio Doc/itSicilia Film Commission

a Below Sea Level di Gianfranco Rosi

menzione speciale a L’Apprenti di Samuel Collardey

Premio Leoncino d’oro 2008

a Il papà di Giovanna di Pupi Avati

segnalazione Cinema for UNICEF a Teza di Haile Gerima

Art Cinema Award

Dikoe Pole (Wild Field) di Mikhail Kalatozishvili

Premio La NavicellaVenezia Cinema

a The Hurt Locker di Kathryn Bigelow

Premio C.I.C.T. UNESCO Enrico Fulchignoni

a BirdWatchers La terra degli uomini rossi di Marco Bechis

Premio Speciale Christopher D. Smithers Foundation

a Stella di Sylvie Verheyde

Biografilm Lancia Awardfiction

a Rachel Getting Married di Jonathan Demme

Biografilm Lancia Award - documentario

a Below Sea Level di Gianfranco Rosi

Premio Nazareno Taddei

a Il papà di Giovanna di Pupi Avati

Che dire?

Solo due cose.

La prima.

Meno male che non sono andato quest’anno.

La seconda.

Contento per il Leone d’oro a The Wrestler di Darren ARONOFSKY (Usa) (Ci avevamo visto giusto o no?), e per Pranzo di Ferragosto di Gianni Di Gregorio.

Gli altri commenti ai premi (soprattutto al cinema italiano ed a quelli declinati al femminile) li ricavate per differenza (ma io non ho detto niente, eh).

I film in concorso a Venezia 65

I film in concorso a Venezia 65


considerazioni a margine sul cinema italiano e la stasi culturale del nostro paese

boxvenezia

Biennale Cinema – 65 ^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica – Venezia 65 – Film in concorso

Darren Aronofsky The Wrestler – Usa, 105‘

Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood

Guillermo Arriaga The Burning Plain – Usa, 147’

Charlize Theron, Kim Basinger, Joaquim de Almeida

Pupi Avati Il papà di Giovanna – Italia, 104’

Silvio Orlando, Alba Rohrwacher, Francesca Neri, Ezio Greggio, Serena Grandi

Marco Bechis BirdWatchers – La terra degli uomini rossi – Italia / Brasile, 108’

Claudio Santamaria, Alicélia Batista Cabreira, Chiara Caselli, Abrisio Da Silva Pedro

Patrick Mario Bernard, Pierre Trividic L’Autre – Francia, 97’

Dominique Blanc, Cyril Gueï, Peter Bonke, Christèle Tual

Kathryn Bigelow The Hurt Locker – Usa, 131’

Jeremy Renner, Anthony Mackie, Brian Geraghty

Pappi Corsicato Il seme della discordia – Italia, 85’

Caterina Murino, Alessandro Gassman, Martina Stella, Michele Venitucci, Isabella Ferrari

Jonathan Demme Rachel Getting Married – Usa, 116‘

Anne Hathaway, Debra Winger, Rosemarie Dewitt, Bill Irwin, Tunde Adebimpe

Haile Gerima Teza – Etiopia / Germania / Francia, 140’

Aron Arefe, Abiye Tedla, Takelech Beyene

Aleksey German Jr. Bumažnyj soldat (Paper Soldier) – Russia, 116’

Chulpan Khamatova, Merab Ninidze, Anastasya Shevelyova

Semih Kaplanoglu Süt – Turchia / Francia / Germania, 102‘

Melih Selcuk, Basak Koklukaya

Takeshi Kitano Akires to kame (Achilles and the Tortoise) – Giappone, 119’

Beat Takeshi, Kanako Higuchi, Yurei Yanagi, Kumiko Aso

Hayao Miyazaki Gake no ue no Ponyo (Ponyo on Cliff by the Sea) – Giappone, 101’

animazione

Amir Naderi Vegas: Based on a True Story – Usa, 102‘

Mark Greenfield, Nancy La Scala, Zach Thomas

Mamoru Oshii The Sky Crawlers – Giappone, 122’

animazione

Ferzan Özpetek Un giorno perfetto – Italia, 95’

Isabella Ferrari, Valerio Mastandrea, Valerio Binasco, Nicole Grimaudo, Stefania Sandrelli

Christian Petzold Jerichow – Germania, 93’

Nina Hoss, Benno Fürmann, Hilmi Sözer

Barbet Schroeder Inju, la Bête dans l’ombre – Francia, 105’

Magimel Benoît, Minamoto Lika, Shun Sugata, Maurice Bénichou, Ryo Ishibashi

Werner Schroeter Nuit de chien – Francia / Germania / Portogallo, 110’

Pascal Greggory, Bruno Todeschini, Amira Casar, Jean-François Stevenin

Tariq Teguia Gabbla (Inland) – Algeria / Francia, 140’

Kader Affak, Ines Rose Djakou, Ahmed Benaïssa, Fethi Ghares, Kouider Medjahed, Djalila Kadi-Hanifi

YU Lik-wai Dangkou (Plastic City) – Brasile / Cina / Hong Kong/Cina / Giappone, 118’

Joe Odagiri, Anthony Wong, Huang Yi, Jeff Chen


§§§


1) Made in USA

Molto felice per il ritorno di Debra Winger e Mickey Rourke.

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2) Made in Italy

Sul Cinema Italiano in concorso la mia sconsolata annotazione è che i nomi poi, se vai a leggere tra le righe, sono sempre quelli.

Casting Aperti

Da Pappi Corsicato, ad esempio, mi attendevo qualche attore nuovo, ma registro che nessuno, e sottolineo nessuno, osa parlare del cinema italiano come una sorta di casta dove entrare è difficilissimo … uscire praticamente impossibile.

Viva la faccia di Matteo Garrone che almeno, da questo punto di vista, ha osato di più.

§§§


3) Riferimento vintage: Monicelli versus Moretti

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Ricordo un botta e risposta tra Nanni Moretti e Mario Monicelli all’epoca di "Io sono un autarchico", nel quale, l’allora giovanissimo regista romano, sosteneva la necessità di un ricambio degli attori italiani e del limite del cinema dell’epoca di usare solo nomi arcinoti e strapagati, e che alla sollecitazione del regista toscano che gli obiettava: "E quando poi sarai famoso che farai non ti userai più o ti farai pagare di meno?", rispondeva: "Intanto penso a diventare famoso, poi vederemo". In verità il discorso era più complesso e riguardava anche i budget dei film, ma fermiamoci all’aspetto interpretativo.

Il programma, per completezza di citazione delle fonti, era Match condotto da Alberto Arbasino, la cui prima puntata andò in onda il 24 novembre 1977. Il format rappresentò il primo esempio di dibattito televisivo fuori dalle confessioni di Maurizio Costanzo. Il primo duello ebbe per tema il teatro, e vide di fronte Giorgio Albertazzi e Memé Perlini, che non disdegneranno di prendersi a male parole. Tra gli storici incontri di quella stagione, Mario Monicelli vs. Nanni Moretti, Edoardo Sanguinetti vs. Alberto Moravia, Francesco Forte vs. Romano Prodi.

Peraltro, ovviamente, da persone intelligenti quali sono, Monicelli e Moretti hanno poi ripianato i loro dissapori, anche se solo dopo l’uscita de "Il Caimano" di Nanni Moretti, facendo, peraltro, scomparire i video su You Tube che ancora oggi compaiono nei link di Google con chiavi di ricerca legate a tale trasmissione. Ma su questo, da garante del diritto, do ragione sia ai contendenti, che alla piattaforma di You Tube.

Va dato atto, peraltro, a Nanni Moretti, di avere sempre (o quasi) dato opportunità a nuovi volti. Anche se, se vengono cancellati suoi video da You Tube (magari per rivendicazioni della RAI, magari dalla piattaforma, magari da  richieste dei due soggetti ripresi), non è che forse sarà anche un po’ colpa sua se non esiste (o degrada) l’opinione pubblica in Italia?

Ma, sia chiaro, non voglio polemizzare con lui, su questo tema specifico, anche se pure un maestro come lui dovrebbe prendere atto della complessità dei nuovi media.

E poi la questione principale di questo post non è questa (anche se …).

§§§


4) La funzione del cinema nei paesi democratici

La vera questione è: "Perché, invece, nessuno osa più, nemmeno per i film in concorso?"

Forse perché in Italia, alla fine, manca una scuola e quindi poi ci si ritrova a fare i conti sempre con quei pochi nomi?

Secondo me non è così.

Valgono altre ragioni, legate ad altre motivazioni che non mi va di approfondire in questo post, ma che sono, in parte, uno degli aspetti dell’enorme stasi culturale che il nostro paese vive oramai da decenni, bloccato da logiche, troppo spesso ineludibili, di appartenenza, che non rendono al dunque libero, nella piena accezione del termine, un mezzo, invece, così necessario alla vita democratica della nazione come il cinema, la cui indipendenza dovrebbe al contrario rappresentare una garanzia inprenscindibile rispetto alla sua capacità di leggere, anche criticamente, e ancor più di rispecchiare (nel senso di mostrare come in uno specchio) la realtà contemporanea.

Tutto fuoriesce, ahimè, come sotto il controllo alchemico di forze oscure, che omologano un prodotto che sa di stereotipato, che non coglie le opportunità, che non scuote la coscienze quanto dovrebbe, che non ricerca, o peggio, non valorizza i talenti, che non alza alcun grido di opposizione ad un momento, invece, così buio della vita democratica del nostro belpaese.

Insomma la situazione del nostro cinema, anche se in ripresa dopo pellicole come "Gomorra" ed "Il Divo", non è buona, credetemi.

Anche se, sia chiaro, conservo il massimo rispetto per chi si adopera alla selezione dei film in concorso a Venezia, e che questo mio sfogo va molto aldilà delle pellicole scelte quest’anno che, invece, registrano il recupero di un regista come Pappi Corsicato che è stato allievo di uno dei cineasti spagnoli che maggiormente hanno interpretato quel senso di libertà a cui alludo in questo post: Pedro Almodovar, uno dei padri della Movida. So che anche Antonio Capuano è nuovamente al lavoro ed attendo con ansia il suo ritorno sugli schermi.

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E sono infinitamente grato alla mostra per il recupero di materiale inedito del maestro Pier Paolo Pasolini (la sua rabbia vista da sinistra tratta dal film che il produttore lo costrinse a condividere Giovannino Guareschi per avere un composit della rabbia vista dalle due ali estreme ed opposte della sinistra e della destra italiana, immagini proprio per questo inedite perché tagliate dal cineasta per fare spazio al materiale di Guareschi e che in qualche modo sono parte dell’incipit di questo blog).

Pasolini rimane, ancora oggi, un genio assoluto, e non solo del cinema, troppo ancora colpevolmente dimenticato e sulla cui fine fitti sono ancora i misteri. Ma anche di questo nessuno osa più parlare. Nemmeno a sinistra.

E la chiamiamo ancora democrazia.

I film in uscita dal 27 giugno 2008

Russo russo, o russo italiano?

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Scoprilo solo su cinemavistodame2, l’unico blog che non parla il russo ma che lo capisce lo stesso.

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E dal 2 luglio?

Wanted :: Trailer from ::We Love Moo:: on Vimeo.

Cinici?

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