analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
Le direzioni improvvise, sbagliate, giuste, e travagliate del filosofico snow road movie del promettente regista norvegese Rune Denstad Langlo – a cura di Roberto Bernabò
Nord
titolo originale: Nord … aka North (Europe: English title: festival title) (International: English title)
nazione: Norvegia
anno: 2009
regia: Rune Denstad Langlo
genere: Drammatico
durata: 78 min.
distribuzione: Sacher Distribuzione
cast: A. Baasmo Christiansen (Jomar Henriksen) • T. Almenning (giocatore tennistavolo) • M. Aunemo (Lotte)
sceneggiatura: E. Loe
musiche: O. Kvernberg
fotografia: P. Ogaard
montaggio: Z. Stojevska
Sinossi: Dopo un esaurimento nervoso, lo sciatore professionista Jomar decide di ritirarsi in un’esistenza solitaria come guardia di un parco sciistico. Quando scopre che potrebbe essere il padre di un bambino nato nell’estremo Nord del paese, inizia un viaggio attraverso la Norvegia su una motoslitta, con cinque litri d’alcol come unica provvista. Durante il tragitto attraverso paesaggi artici, Jomar sembra fare il possibile per non arrivare a destinazione.
“La vita è spesso dura, quasi sempre … ma non per sempre” Jomar Henriksen
Vecchio: “Oltre 60 anni ci separano, ed in 60 anni si può rimediare a molti errori” Jomar: “Ma se ne possono commettere degli altri” Vecchio: “Si può rimediare anche a quelli” Dialogo tra Jomar Henriksen ed un vecchio in una tenda
1. Introduzione – dedicato a chi è in cerca di se stesso
Domani, sabato 27 febbraio, alle ore 21, presso la Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, Susan Sarandon, un’attrice che ci è sempre piaciuta molto, inaugurerà la nuova edizione di “Viaggio nel Cinema Americano“, curato da Antonio Monda e Mario Sesti per Fondazione Cinema per Roma, che porta registi e attori americani a confrontarsi direttamente con il pubblico, mostrando le sequenze dei film che li hanno resi famosi in tutto il mondo.
Fra marzo ed aprile “Viaggio nel cinema americano” porterà a Roma altre figure di assoluto rilievo nel panorama cinematografico mondiale: fra i nomi già annunciati Paul Schrader e Wes Anderson.
Intervista in anteprima al regista Jacques Audiard
a cura di Roberto Bernabò
Gran Premio della Giuria – Cannes 2009
Premio European Film Awards 2009 a Tahar Rahim
Candidato al Premio Oscar 2010 Come Miglior Film Straniero
Candidato a 13 Premi César 2010
Il Profeta
titolo originale: Un Prophète
nazione: Francia
anno: 2009
regia: Jacques Audiard
genere: Drammatico
durata: 149 min.
distribuzione: Bim Distribuzione
cast: T. Rahim (Malik El Djebena) • N. Arestrup (César Luciani) • A. Bencherif (Ryad) • A. Oumouzoune (prigioniero ribelle) • R. Kateb (Jordi lo zingaro) • H. Yacoubi (Reyeb) • J. Ricci (Vettorri) • S. Dazi (Lattrache)
sceneggiatura: J. Audiard • T. Bidegain
musiche: A. Desplat
fotografia: S. Fontaine
montaggio: J. Welfling
Sinossi: Condannato a sei anni di prigione, Malik El Djebena non sa né leggere né scrivere. Solo al mondo, appare più giovane e fragile degli altri detenuti. A prenderlo sotto la sua ala protettrice sono un gruppo di prigionieri corsi che gli insegnano tutti i trucchi per sopravvivere. Malik sfrutta, però, tutto quello che ha appreso a suo vantaggio facendosi amici i Musulmani, l’altro clan del carcere. Quando esplode una guerra tra i due gruppi Malik dovrà decidere da che parte stare.
analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
Tra remake e presunta profanazione gotica, ecco a voi, il blockbuster che difendiamo – a cura di Roberto Bernabò
Wolfman
titolo originale: The wolf man – L’uomo lupo
nazione: U.S.A. / Gran Bretagna
anno: 2010
regia: Joe Johnston
genere: Horror / Fantasy
durata: 125 min.
distribuzione: Universal Pictures
cast: Benicio Del Toro (Lawrence Talbot) • E. Blunt (Gwen Conliffe) • A. Hopkins (Sir John Talbot) • H. Weaving (Isp. Francis Abberline) • G. Chaplin (Maleva)
sceneggiatura: Andrew Kevin Walker, David Self, che hanno riscritto il film basandosi sulla sceneggiatura originale di Curt Siodmak (autore di quella dell’originale film del 1941)
musiche: P. Haslinger
fotografia: S. Johnson
montaggio: W. Murch • D. Virkler • M. Goldblatt
Sinossi: L’infanzia di Talbot è finita la morte in cui la madre è morta. Dopo aver lasciato il paesino addormentato Vittoriano di Blackmoor, ha passato decenni per riprendersi e cercare di dimenticare. Ma quando la fidanzata di suo fratello, Gwen Conliffe, lo rintraccia per chiedergli aiuto per cercare il suo perduto amore, Talbot ritorna a casa e si unisce alla ricerca. Scoprirà che qualcosa dotato di una forza bruta e di un’insaziabile sete di sangue sta uccidendo i paesani e che un sospettoso ispettore di Scotland Yard chiamato Aberline è venuto ad investigare.
Non voltarti mai indietro Lawrence, non voltarti mai … il passato è una landa desolata di orrori Sir John Talbot
analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
“Il recupero di una identità e di una verità storica, attraverso una narrazione rigorosa, onesta, morale e poetica” – a cura di Roberto Bernabò
L’uomo che verrà – Scheda
titolo originale: L’uomo che verrà
nazione: Italia
anno: 2009
regia: Giorgio Diritti
genere: Drammatico
durata: 117 min.
distribuzione: Mikado Film
Sito Originale del film: http://www.uomocheverra.com/
Attori e Personaggi
Alba Rohrwacher: Beniamina
Maya Sansa: Lena
Claudio Casadio: Armando
Greta Zuccheri Montanari: Martina
Stefano “Vito” Bicocchi: Signor Buganelli
Eleonora Mazzoni: Signora Buganelli
Orfeo Orlando: Il mercante
Diego Pagotto: Pepe
Bernardo Bolognesi: Il partigiano Gianni
Stefano Croci: Dino
Zoello Gilli: Dante
Timo Jacobs: Ufficiale medico SS
Raffaele Zabban: Don Giovanni Fornasini
sceneggiatura: G. Diritti • G. Galavotti • T. Pedroni
musiche: Marco Biscarini • Daniele Furlati
fotografia: R. Cimatti
montaggio: G. Diritti • P. Marzoni
Sinossi: Inverno, 1943. Martina ha 8 anni, vive alle pendici di Monte Sole, non lontano da Bologna, è l’unica figlia di una famiglia di contadini che, come tante, fatica a sopravvivere. Anni prima ha perso un fratellino di pochi giorni e da allora ha smesso di parlare. Nel dicembre la mamma rimane nuovamente incinta. I mesi passano, il bambino cresce nella pancia della madre e Martina vive nell’attesa del bimbo che nascerà mentre la guerra man mano si avvicina e la vita diventa sempre più difficile. Nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1944 il piccolo viene finalmente alla luce. Quasi contemporaneamente le SS scatenano nella zona un rastrellamento senza precedenti, che passerà alla storia come la strage di Marzabotto.
Monte Sole – cenni storici: Sulla fine del 1943, dopo l’armistizio firmato dal re e Badoglio con gli alleati, l’Italia è divisa in due, occupata a sud dall’esercito anglo-americano, al centro e al nord dai tedeschi, che hanno anche liberato Mussolini e lo hanno posto a capo di uno stato fantoccio, la cosiddetta Repubblica di Salò. È in questo periodo che nella zona di Monte Sole, compresa tra il torrente Setta e il fiume Reno, a una trentina di chilometri a sud di Bologna, comincia spontaneamente a formarsi una brigata partigiana, la Brigata Stella Rossa. I partigiani sono i figli e i fratelli dei contadini che abitano la zona e lavorano la terra a mezzadria per conto dei proprietari terrieri, che in genere stanno in pianura. Il territorio è boscoso, il terreno difficile da coltivare e i raccolti scarsi. Le famiglie, spesso numerose, fanno sempre più fatica perché il fascismo prima e la guerra poi le hanno rese ancora più povere di quanto non fossero già. I partigiani incarnano un atteggiamento di ribellione diffuso e nei mesi successivi con le loro azioni di guerriglia creano grossi problemi a tedeschi e fascisti, già incalzati dall’avanzata dell’esercito anglo-americano. Il 29 settembre del 1944 le SS scatenano nella zona una rappresaglia senza precedenti che prosegue nei giorni successivi, mettendo a ferro e fuoco il Monte Sole. Circa 770 persone, per lo più bambini, donne e anziani, vengono massacrate: un eccidio immane rimasto nella storia come “la strage di Marzabotto”, dal nome del comune a cui appartiene la maggior parte del territorio.
Riconoscimenti: La pellicola ha vinto il premio Marc’Aurelio d’Oro del pubblico al miglior film ed il Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio d’Argento al Festival Internazionale del Film di Roma 2009.
Altre informazioni: Il film è stato girato nelle province di Siena e Bologna, con un budget di 3 milioni di euro, grazie, anche, al supporto di Rai Cinema, del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, con quello del Programma MEDIA dell’Unione Europea, con la partecipazione di Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, con il sostegno di Regione Toscana e Toscana Film Commission, ed infine con il sostegno di Regione Emilia-Romagna e Cineteca di Bologna.
Nella versione originale il film è in dialetto bolognese con sottotitoli in italiano.
“Ecco la cosa che ho capito … che molti vogliono ammazzare qualcun altro ma non ho capito perché” Martina
“Tutti noi siamo quello che ci hanno insegnato ad essere”
Ufficiale delle S.S.
1. Dedicato alla crisi del Cinema Italiano ed ai talenti nascosti
analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
Pandora vs. America, ovvero realtà virtuale vs. realtà analogica, la riflessione ecologista, panteistica e new age, scontata e prevedibile, di James Cameron – a cura di Roberto Bernabò
Avatar
titolo originale: Avatar
nazione: U.S.A.
anno: 2009
regia: James Cameron
genere: Fantascienza / Azione / Thriller
durata: 166 min. – 3D
officiale site: http://www.avatarmovie.com/index.html
distribuzione: 20th Century Fox
cast: Zoe Saldana (Neytiri) • Sam Worthington (Jake Sully) • Michelle Rodriguez (Trudy Chacon) • Sigourney Weaver (Dr. Grace Augustine) • Giovanni Ribisi (Selfridge) • C. Pounder (Moha) • S. Lang (Col. Quaritch) • Joel Moore (Norm Spellman) • Wes Studi • D. Rao (Dr. Max Patel)
sceneggiatura: J. Cameron
musiche: J. Horner
fotografia: M. Fiore
montaggio: J. Refoua • S. Rivkin
uscita nelle sale: 15 Gennaio 2010
Trama: Nel 2154, l’umanità si trova in piena crisi energetica. Su Pandora, mondo incontaminato e dominato da una natura incontrastata, si trova un minerale rarissimo e capace di risolvere la crisi terrestre. La RDA è incaricata di estrarre questo minerale, il cui più ricco giacimento si trova sotto un possente e gigantesco albero, luogo sacro dove vive la comunità indigena locale, i Na’vi. La diplomazia e la conoscenza della loro cultura sembrano le uniche vie per dominarli e cacciarli da lì. Il progetto «Avatar», capeggiato dalla dottoressa Grace, è essenziale per lo svolgimento della missione: con la creazione di un ibrido Na’vi è possibile trasportare la coscienza di una persona all’interno di esso. Così facendo, l’interazione con i Na’vi diventa una realtà tangibile. Dopo la morte del fratello gemello, scienziato rinomato e rispettato, è il marine Jack Sully l’unico ad essere idoneo geneticamente al suo avatar. Obbligato su una sedia a rotelle, vivere in quella creatura forte e dall’enorme vitalità si rivela un’esperienza unica. Ma quando entra in contatto con la meravigliosa Neytiri, con la tribù Na’vi e con il respiro di Pandora, il dovere di proteggere quest’incredibile sogno dall’ombra dell’intervento militare del colonnello Quaritch si trasformerà in una guerra per preservare la vita del pianeta.
§§§
“Si è capovolto tutto … adesso il mondo vero è là fuori, ed il sogno qui dentro.” Jake Sully
1. Introduzione – il populismo necessario ed ineludibile di James Cameron
analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
Amore clandestino, coraggio e disperazione sulla Manica – a cura di Roberto Bernabò
Welcome
titolo originale: Welcome
nazione: Francia
anno: 2009
regia: Philippe Lioret
genere: Drammatico
durata: 110 min.
distribuzione: Teodora Film
titolo originale: Welcome
cast: Vincent Lindon (Simon) • Firat Ayverdi (Bilal) • Audrey Dana (Marion) • Derya Ayverdi (Mina) • Thierry Godard (Bruno) • O. Rabourdin (tenente Caratini) • Y. Renier (Alain) e con Murat Subasi, Firat Celik, Selim Akgul, Yannick Renier
sceneggiatura: O. Adam • E. Courcol • P. Lioret
montaggio: A. Sedlackova
Trama: Il giovane curdo Bilal ha attraversato l’Europa da clandestino nella speranza di raggiungere la sua ragazza, da poco emigrata in Inghilterra. Arrivato nel nord della Francia, capisce che la sua unica possibilità è tentare di attraversare la Manica a nuoto. Alla piscina comunale, dove va per allenarsi, finisce per diventare amico di Simon, un istruttore in piena crisi con la moglie, che decide di aiutarlo in questa impresa all’apparenza irrealizzabile.
Benvenuto! Se ti ho conosciuto da poche ore
e mi ricordo anche a fatica il tuo nome.
Benvenuto! Se sei arrivato tra mille casini e tempeste
in questa terra che ti può ospitare.
Benvenuto! Se ancora non ti conosco
ma ho voglia di darti una pacca sulle spalle.
Benvenuto! E Grazie! Se mi farai riconoscere Gesù
che mi cerca ancora attraverso di te!
A pensarci bene, il cinema documentarista, tema a me assai caro, condivide la forma dell’intervista con il reportage e con le inchieste televisive.
Ma la dovizia di interviste filmate, al cinema ed in televisione, l’inflazione e la ripetizione della formula, non significano soltanto il facile ricorso ad una figura comoda, banale, senza prospettive.
Convocare qualcuno su una scena per farlo parlare ed eventualmente ascoltarlo, per fare della sua parola qualcosa che non sia inutile, non è mai stato, non può essere un gesto anodino. Porsi di fronte all’altro, stabilire con lui una relazione particolare che passa attraverso una macchina ha un senso, comporta una responsabilità, anche se è del tutto banale. Due soggetti s’impegnano – in rapporto a questa macchina – in una sorta di duello, un faccia a faccia, una relazione, una congiunzione più o meno tesa dal desiderio, più o meno marcata dalla paura e dalla violenza. E se questi due soggetti non s’impegnano uno nei confronti dell’altro, la macchina prende atto, crudelamente, dell’assenza di questa relazione, della nullità di questo incontro. Non si filma impunemente – ed il corpo dell’altro, la sua parola, la sua presenza, meno ancora.
Quali che siano, quindi, la varietà e l’automaticità dei dispositivi della messa in scena (intendo che la maggior parte delle volte si applica una formula già pronta, senza pensarla), la pratica dell’intervista pone una delle questioni fondamentali del Cinema: “la questione dell’altro“.
§§§
1. Qual’è lo statuto dell’altro filmato?
Cosa aspettarsi, cosa desiderare da lui, cosa domandargli? Come ascoltare la sua domanda, cosa ne é della sua aspettativa di messa in scena, del suo desiderio di Cinema?
Ma anche (è sempre la questione dell’altro filmato): che fare dell’alterità in un sistema di scrittura che induce all’omologazione?
Che fare dell’altro in un cinema contraddistinto dalla conciliazione?
Che fare dell’altro, quale posizione dargli che non sia quella di una riduzione né di una stigmatizzazione, all’interno stesso di una cultura del consenso politico (con chi, contro chi?)
E nel momento in cui il dispositivo di base della scrittura cinematografica (in e off, metonimia e metafora) induce un sistema di conciliazione, una logica del compromesso.
La situazione verbale più frequente nei documentari (compresi i miei piccoli corti), è il rivolgersi del narratore a – non si sa bene chi – colui che è alla macchina da presa, al fianco della camera, dietro la camera, e che pone domande, domande a volte mute e spesso eliminate al missaggio ed al montaggio.
La messa fuori campo del destinatario non è, però attenzione, la sua messa fuori scena.
Egli resta di fatto colui che costituisce l’innesco del racconto (che domanda, che ascolta). Tuttavia, il suo mettersi da parte arriva a trasformare la realtà del dialogo in un monologo immaginario. Si stabilisce una confusione tra questo destinatario divenuto assente – l’uomo che sta dietro la camera, che può a sua volta sdoppiarsi in operatore e regista, o anche ridividersi in un intervistatore specializzato – la stessa camera (fuori campo ma non fuori scena), e terzo vertice del triangolo, lo spettatore, che si suppone sia dall’altro capo della catena, e di cui i due precedenti angoli sono in qualche modo rappresentanti per anticipazione. Dal momento che occorre che una parola sia ascoltata per essere profferita, l’insieme di questo ascolto fuori-campo-ma-non-fuori-scena, reale e potenziale, gioca un ruolo strutturante nel racconto filmato e determina, in gran parte, la messa in scena, tramite il narratore stesso, del percorso e della destinazione del suo racconto: sguardi, mimica, movimenti, ecc.
Una tale confusione sembrerebbe stigmatizzabile, se non avesse come scopo, appunto, quello di disturbare l’assegnazione di una ed una sola posizione al destinatario ultimo del racconto: lo spettatore.
Siccome il narratore, di fatto, non sa propriamente a chi s’indirizza, alla camera, all’operatore, al fonico (quando c’è), al regista, eventualmente all’intervistatore (o a tutte queste figure unite in un unico, nella ripresa digitale del videomaker), e sicuramente allo spettatore, il solo, nel caso, ad essere effettivamente assente dalla scena, ne risulta un turbamento dello sguardo che si ripercuote dal narratore all’ascolto dello spettatore.
Quando il locutore non sa più bene a chi e per chi enuncia, non può fare altro che indirizzarsi a se stesso, che diventare il proprio stesso ascoltatore. Raddoppio che mette in campo un monologo ed, al tempo stesso, lo lavora e lo spezza di nuovo, con un dialogo impossibile. Il soggetto della parola filmata, privato del riferimento rassicurante di un ascoltatore assegnato a residenza fissa, si trova nell’obbligo d’inventare sul campo il dispositivo d’ascolto che permetterà la sua parola.
E’ così che si forma, tra altre condizioni di crisi, la necessità di un’auto regia del personaggio.
Quello che, forse, è specifico della pratica documentarista, è che essa suppone un non-controllo di ciò che la costruisce: la relazione con l’altro.
Tale posizione fragile sembra andare contro la nozione di regia.
Eppure.
Eppure è proprio questa contraddizione che fonda questo tipo di pratica.
Abbordare la questione di questo altro punto di vista, della paura che ne abbiamo, è proprio significare, a ben guardare, il suo contrario: il desiderio (degli uni e dell’altro).
C’è un movimento positivo nel documentario, cioè che noi amiamo, l’altro che filmiamo, e che, quindi, tutto va bene.
Proviamo a partire dall’idea contraria, gli altri sono difficili da comprendere, dunque ho bisogno di filmarli. (Ho iniziato a comprendere le cose da quando ho iniziato a riprenderle – Wim Wenders).
§§§
2. Come si procede alla scelta della persona da filmare?
E’ in questa scelta che interviene la paura. La paura, ma anche il desiderio, quindi ambivalenza. Paura di tradire, d’ingannare chi si sta filmando, ma amche paura del proprio desiderio.
C’è si la paura, ma c’è anche il desiderio di essere travolto. Di essere smentito dai fatti. Più il film è preparato, più si è travolti, più lo shock è potente.
Come ridurre la paura, ritualizzare l’altro in modo da sostenerlo?
Caos della pulsione / ritualizzazione dell’atto. desiderio di mettere in scena, di limitare, di mettere in forma, con la speranza che l’altro potrà dare il suo contributo.
Sorridere ad una macchina: una forma di delirio molto particolare.
Una macchina non è un soggetto. Ma senza macchina non c’è film. L’intensità sovradeterminata della macchina. Più la macchina è forte, meno si dimetica il dispositivo, più la relazione si obbliga ad essere intensa.
Nel desiderio dell’altro, ci sarebbe il desiderio, voglio proprio svelarvelo in conclusione di questa lunga riflessione, di non essere presi per poca cosa.
analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
L’etica di un gangster – possibili argomentazioni a favore – a cura di Roberto Bernabò
Nemico Pubblico – Public Enemies
titolo originale: Public Enemies
nazione: U.S.A.
anno: 2009
regia: Michael Mann
genere: Drammatico / Gangster
durata: 144 min.
distribuzione: Universal Pictures
cast: J. Depp (John Dillinger) • C. Bale (Melvin Purvis) • M. Cotillard (Billie Frechette) • J. Russo (Walter Dietrich) • D. Wenham (Harry ‘Pete’ Pierpont) • J. Clarke (John ‘Red’ Hamilton) • S. Dorff (Homer Van Meter) • C. Tatum (Pretty Boy Floyd) • R. Cochrane (Agente Carter Baum) • B. Katic (Anna Sage) • E. De Ravin (Barbara Patzke) • B. Crudup (J. Edgar Hoover) • G. Ribisi (Alvin Karpis) • J. Ortiz (Phil D’Andrea) • S. Hatosy (Agente John Madala) • D. Harvey (cliente Steuben Club) • S. Leigh (Helen Gillis) • S. Graham (Baby Face Nelson) • S. Garrett (Tommy Carroll) • S. Lang (Charles Winstead) • M. Craven (Gerry Campbell) • L. Mason (portiere Union Station) • L. Taylor (Sheriff Lillian Holley) • D. Warshofsky (Warden Baker) • L. Sobieski (Polly Hamilton)
sceneggiatura: R. Bennett • M. Mann • A. Biderman
musiche: E. Goldenthal
fotografia: D. Spinotti
montaggio: J. Ford • P. Rubell
Trama: Nessuno poteva fermare Dillinger e la sua banda. Non esisteva prigione dalla quale non riuscisse ad evadere. Il suo carisma e le rocambolesche fughe dalle prigioni lo rendevano interessante agli occhi di tutti – da quelli della sua fidanzata Billie Frechette a quelli del pubblico americano che non aveva simpatia per le banche responsabili di aver fatto precipitare il paese nella depressione. Ma mentre le avventure di Dillinger e della sua banda – che nell’ultimo periodo comprendeva anche due individui sociopatici dal nome Baby Face Nelson e Alvin Karpis – intrigavano i più, Hoover si riproponeva di utilizzare la pubblicità che la cattura del criminale avrebbe potuto generare in suo favore per trasformare il suo “Bureau of Investigation” nel dipartimento di polizia nazionale che è adesso l’FBI. Fece pertanto di Dillinger il primo Nemico Pubblico Numero Uno degli Stati Uniti d’America, mettendogli alle calcagna Purvis, l’affascinante “Clark Gable dell’FBI”.
§§§
“Volevi sapere dov’è, tu stupido piedipiatti?
Gli sei passato accanto a State Street. Ma eri troppo impaurito per guardarti attorno.
Stava vicino al marciapiede in quella Buick nera.”
- Billie Frechette
1. Introduzione: il point of conentration narrativo(molto spoiler)
Mi sono interrogato più volte, dopo la visione in anteprima, in lingua originale della pellicola, su cosa mi avesse veramente colpito di questo bellissimo film.
Ed alla fine sono giunto ad una conclusione solo apparentemente paradossale.
1.1 L’etica del protagonista e la non etica degli antagonisti
Certo parlando di un gangster celeberrimo e pericoloso come John Dillinger, peraltro realmente esistito, il titolo del paragrafo può sembrare un’affermazione forte e persino fuori luogo, anche se è storia che il celeberrimo rapinatore restituì agli americani parte dei proventi delle sue rapine, cosa che controbuì, e non poco, a renderlo celebre ed a farne una sorta di moderno Robin Hood, eppure.
Traggo dal libro “La rapina in banca – Storia. Teoria. Pratica” – a cura di Klaus Schönberger.
Alla fine della sua vita, durata solo 31 anni, era diventato un mito, un eroe popolare, una sorta di Robin Hood dei rapinatori americani all’epoca della Grande Depressione.
E non perché regalasse ai poveri parte del suo bottino: nel corso delle sue rapine si limitava a far sparire qualche cambiale. Dillinger aveva lasciato la scuola e lavorava quando capitava, disertò il servizio militare ed era un grande ammiratore di Jesse James. Bastò questo, e una rapina ai danni di un anziano signore nel 1924, a farlo condannare a 20 anni di reclusione. Si fece trasferire in una prigione del Michigan, dove conobbe Homer van Meter e Harry Pierpont, che lo introdussero nei circoli elitari del carcere, composti da rapinatori d’alta classe che gli svelarono i trucchi della rapina in banca. Il 22 maggio 1933 Dillinger fu rilasciato, non prima di aver promesso ai suoi compagni che li avrebbe tirati fuori.
Nel giugno 1933, in un solo giorno, rapinò con altri complici una banca (al mattino), un drugstore e un supermercato (il pomeriggio). In breve tempo riuscì a mettere insieme la somma necessaria per far evadere i suoi amici, ma fu arrestato poco prima di poter entrare in azione, il 22 settembre 1933. Le armi necessarie all’evasione erano tuttavia già penetrate nel carcere, e il 27 settembre Homer van Meter, Harry Pierpont e altri riuscirono a scappare dalla prigione del Michigan. Il 12 ottobre furono loro stessi a sdebitarsi con Dillinger: lo liberarono, e due giorni dopo dettero inizio a un nuovo ciclo di colpi, tra cui alcuni agguati a stazioni di polizia per procurarsi armi automatiche e giubbotti antiproiettile.
Il 23 ottobre alleggerirono la Central National Bank di Greenclastle, Indiana, di 74.782 dollari. Il governatore dello Stato dell’Ohio chiese allora l’intervento della Guardia nazionale, e la banda fuggì alla volta di Chicago, dove, a metà gennaio del 1934, effettuò un colpo alla National First Bank. Le rapine si svolgevano secondo un piano ricorrente: un membro della banda studiava il posto, in seguito si stabiliva chi sarebbe entrato nella banca, chi si sarebbe occupato di guardare le spalle ai complici e chi avrebbe guidato la macchina su cui fuggire. Una volta nella banca, era in genere Dillinger a chiedere di poter parlare con il direttore, al quale poi comunicava gentilmente che si trattava di una rapina e che avrebbe dovuto consegnargli tutti i soldi depositati in cassaforte. Nel caso in cui il direttore avesse mostrato segni di esitazione, Dillinger avrebbe estratto la pistola. Nel corso della rapina alla National First Bank un palo della banda fu ucciso – l’unica morte di cui Dillinger fu mai ritenuto responsabile.
Il 22 gennaio Dillinger venne nuovamente arrestato e trasferito nel carcere di massima sicurezza di Crown Point, in cui già il 3 marzo prese due persone in ostaggio minacciandole con una pistola di legno che si era costruito da solo, si procurò quindi armi vere e imprigionò 26 dipendenti del carcere, poi rubò un’auto e si dileguò. Dillinger si guadagnò le prime pagine dei giornali, con grande disonore delle autorità. Divenne il “nemico pubblico numero uno” e sulle sue tracce si mise addirittura l’Fbi.
Il 22 luglio 1934, tre settimane dopo la sua ultima rapina, avvenuta a South Bend, Dillinger fu raggiunto alla schiena dalle pallottole di due poliziotti che lo aspettavano all’uscita di un cinema. A tradirlo era stata una donna, allettata dalla ricompensa promessa dalla taglia sulla testa di Dillinger.
Sembra che centinaia di persone, uscendo dal cinema, intinsero i propri fazzoletti nel lago di sangue in cui giaceva il bandito, per portarsi a casa un ricordo di lui. Furono 15.000 le persone che parteciparono al suo funerale e pare che, segretamente, fosse stata preparata per Dillinger una maschera mortuaria. Il bandito aveva conquistato i cuori della gente, e ancora oggi ci si chiede se fosse davvero Dillinger la persona uccisa quella sera. La sua storia può essere ripercorsa a Nashville, nel museo a lui dedicato.
Eppure, dicevo prima dell’inciso sulla vera storia di Dillinger, credo che, per comprendere, bene, quello che muove all’azione un po’ tutti gli esistenti del film, il ricorso all’etica può essere un elemento guida che può fornire una chiave di lettura che agevola la verifica della coerenza dell’impianto narrativo.
1.2 La prospettiva narrativa: la storia vista dalla parte del gangster
Altro elemento che salta subito all’occhio – e che certamente deriva dalle scelte narrative non del regista (o quanto meno non solo), ma dell’autore del romanzo Bryan Burrough, (ed il cui titolo è “Nemico pubblico – il romanzo criminale dell’America degli anni trenta“), di cui il film di Michael Mann rappresenta un’eccellente trasposizione dal letterario al filmico – è la prospettiva narrativa.
Il point of concentration dell’azione non è, infatti, narrare, asetticamente, la storia del rapinatore JohnDillinger, ma è di farlo scegliendo il punto di vista del gangster.
(Per la cronaca Bryan Burrough, http://www.bryanburrough.com/, ex reporter del Wall Street Journal, oggi scrive perVanity Fair. Ha vinto per tre volte il premio Jhon Hancock Award, conferito all’eccellenza nel giornalismo finanziario. E’ autore di numerosi libri, il più recente dei quali è The Big Rich è stato nella top ten dei libri più venduti edita dal New York Times).
Lo spettatore è quasi parte della sua banda.
Vive la lotta senza quartiere a lui, quasi partecipando alle sue azioni, sia criminali, che sentimentali.
E’ come se il regista narrasse il film scegliendo di abbandonare un ruolo di narratore, e delegando, tale compito, direi, se non esclusivamente, quantomeno in maniera prevalente, all’eroe.
Con un’accortezza.
Non riusciamo mai a capire esattamente come farà l’eroe a risolvere, sequenza dopo sequenza, tutti i vari bit narrativi che compongono la storia, che evolve nel classico canovaccio in cui l’esistente protagonista viene, via via, caricato di problemi sempre più grandi, e sempre più difficili da risolvere.
1.3 Il ruolo del Cinema
Il terzo elemento, che non è certamente trascurabile, e che appare allo spettatore cinephìle anche meno accorto, è il ruolo affidato al Cinema.
Ed in particolare al Cinema inteso in una triplice accezione.
Al Cinema, cioè, che tutti gli spettatori godono assistendo al film.
Al Cinema inteso, in chiave strettamente metalinguistica, del film nel film.
Ed al Cinema inteso come sala, come luogo cioè di fruizione del film (non è assolutamente banale questo aspetto per comprendere le sequenze finali). Una sorta di medium ambientale, attraverso il quale è possibile, persino un gangster braccato da schiere di poliziotti, evadere (è il caso, più che mai, di usare questo termine), dalla giogo della propria esistenza, per poi riprenderla, con un diverso grado di consapevolezza, al termine della proiezione.
Quasi come se il Cinema, in tale accezione, fosse il luogo dove guariamo e dove rinasciamo, pronti e ritemprati da nuove Verità, anche le più ferali, e nefaste e definitive.
Una chicca metalinguistica, che, dopo il film di Quentin Tarantino, è come se stesse diventando un po’ una cifra della recente produzione made in USA. Anche se, in questo, caso ampiamente giustificata dalla cronaca degli eventi storici.
E non è un caso notare che nella sequenza che chiude il film, ci sia come una netta contrapposizione tra chi è dentro la sala cinematografica, e chi, invece, attende fuori, eccezion fatta, forse, per la entraneuse immigrata rumena- Anna Sage, la donna che tradirà l’eroe, ma questo non vale per Dillinger, che, in una memorabile sequenza che precede la catartica e drammatica sequenza del cinema, ha modo di comprendere, fino in fondo, in una spericolatissima visita agli uffici della FBI, chi realmente sono stati i suoi fedeli compagni e chi no.
Il post in effetti potrebbe finire qui.
Ma proverò, lo stesso, a sviluppare meglio i tre punti della introduzione.
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2. Circa l’etica del protagonista e la non etica degli antagonisti
La questione nei gangster movie è un po’ sempre la stessa.
Ci sono due fazioni, opposte, facilmente identificabili.
Ci sono i buoni, che normalmente coincidono con i tutori della legge, e ci sono i cattivi, che sono i gangster.
Che rapinano, uccidono, insomma fanno cose esecrande.
E’ difficile però, in genere, empatizzare, in questa ontologia del cinema, fino in fondo, e sin dalle primissime sequenze, con i cattivi, e, soprattutto, con il loro leader.
Anzi, se dovessi pensare agli ultimi film italiani come “Gomorra” di Matteo Garrone, ad esempio, dovrei ammettere, semmai, che l’obiettivo della narrazione è esattamente l’opposto.
C’è da chiedersi allora: “Perché il romanzo prima, ed il film dopo, tentano, invece, di mitizzare le gesta di John Dillinger?“
In realtà sappiamo che, quanto meno al cinema, è possibile fare praticamente tutto.
E non credo nemmeno, peraltro, che questo sia, in assoluto, il primo film in cui ciò accade.
Ma la cosa mi appare chiara se si mette al centro un altro tema.
Un tema con con cui la suddivisione buoni – cattivi, forse, c’entra poco.
E’ un tema morale e quasi filosofico.
Quello dell’etica.
E, lo dobbiamo proprio ammettere, di etica ultimamente in giro, e non solo in Italia, se ne vede pochina in giro, non credete?
Se guardiamo le azioni del protagonista, e quelle del suo antagonista Melvin Purvis, incaricato dall’ancora più arrivista e determinato J. Edgar Hoover, interpretati rispettivamente, più che convenientemente, dal bravissimo Christian Bale, e da Billy Crudup, noteremo un classico dei film del regista “narrare le gesta di uomini costretti ad agire in condizioni estreme“.
E’ questo che riesce a fare fruire di un fiato una pellicola di ben 140 minuti.
E sarà, proprio, la diversa prospettiva etica, a farci sentire vicini al gangster.
Va aggiunto che il contesto della storia è l’America della Grande Depressionedegli anni ‘30 (toh, guarda, chissà perchè mi vengono alla mente i corsi ed i ricorsi storici di Giambattista Vico), e che Dillinger è una gangster assai più astuto e capace dei poliziotti che sono costretti a contrastarlo, che fa una cosa ed una sola:
rapina banche !!!
Proprio quelle banche che, anche nel 1930, furono tra le maggiori responsabili della povertà degli americani. Ma tu guarda.
E’ proprio vero … non s’impara mai abbastanza dai propri errori.
Detto questo è evidente perché il popolo americano, dell’epoca, ed uno scrittore, con vocazioni giornalistiche finanziarie, contemporaneo, ne mitizzano le gesta.
Perché, in quel contesto, Dillinger diventò davvero un eroe popolare, che seppe sfruttare le incapacità di un sistema difensivo poco connesso tra stato e stato, degli USA, e che ebbe, peraltro, il merito (direi suo malgrado), di provocare probabilmente la prima grande e strutturata lotta al crimine degli USA.
E quelli mica sono come noi.
Quando decidono di fare una cosa, la mettono in mano a persone competenti.
Competenti e, spesso, senza scrupoli.
E se un gangster è senza scrupoli, per definizione, i tutori dell’ordine dovrebbero essere, invece, animati non da bramosie di successo personale, ma da un elevatissimo spirito di servizio, agito solo ed esclusivamente in favore della collettività.
Ed è proprio su questo piano, che il rapporto protagonista – antagonista, tra Dillingere Melvin Purvis, si ibrida.
Chi è il buono e chi il cattivo?
Chi è che si preoccupa, realmente, della sorte dei suoi uomini, e della sua innamorata?
Queste domande trovano, tutte, risposte nell’azione del film, ed è, pertanto, pleonastico che io risponda.
Il Potere, e noi in Italia, ahimè, lo sappiamo sin troppo bene, quando deve raggiungere un obiettivo, non conosce regole, e chi meglio di noi, oggi, ad oltre un secolo dagli eventi narrati dal film, può comprenderlo meglio?
Una sequenza però ci parla dell’etica anche tra gli antagonisti tutori dell’ordine.
E’ il poliziotto, umile ma sagace, che studia, realmente, lui si, e con lealtà, il suo avversario, sino alle estreme conseguenze.
Divertitevi a scoprirlo tra la compagine dell’FBI, ed apprezzatene anche il gesto altamente morale di cui è capace nella sequenza che chiude il film.
Sequenza che fa, peraltro, da suggello all’altro ambito di sviluppo della trama: la romanticissima love story tra John Dillinger e Billie Frechette, interpretata, direi magnificamente, dal premio OscarMarion Cotillard (migliore attrice protagonista per il film “La vie en rose” – 2007 – di Olivier Dahan, nel quale interpretò niente meno che Édith Piaf, e fortemente voluta per la parte dal regista).
3. Circa il ruolo del Cinema
In primo luogo il cinema come potente strumento evocativo e ri-evocativo di un’epoca.
Quella della Grande Depressione.
Tutto in questa produzione è meticoloso.
Basti pensare come ho avuto moto di leggere sulle note di produzione, ai ben 107 set allestiti.
O alla fedeltà, quasi maniacale, nel selezionare tutti luoghi dell’azione.
Le ricostruzioni degli interni e degli esterni.
I costumi.
Alla scelta degli attori, perchè se è vero che Dillinger diventò un mito tra gli americani, è altrettanto vero che Johnny Depp (davvero notevole nel ruolo, secondo me questo film segna un punto di svolta davvero importante nella carriera di questo attore, che, ultimamente, si era, a mio avviso, troppo legato alle saghe dei Pirati, ad esistenti dark, ed a quelli dei film di Tim Burton, devo, in verità, ancora apprezzarlo in Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo – The Imaginarium of Doctor Parnassus, regia di Terry Gilliam – 2009), è nato a soli 160 miglia dalla casa d’infanzia di Dillinger, sita a Mooresville, nell’Indiana.
Es alla suggestiva e notevole colonna sonora.
Ma c’è una cosa che non passa inosservata allo spettatore cinephìle.
Sull’orlo del suo baratro Dillinger fa due cose.
Forse rese ancora più epiche da una probabile forzatura della verità storica.
Si reca in un cinema.
E si fida di una donna che non è quella che ama.
Perché lo fa?
Cosa cercava in un Cinema un uomo ormai disperato?
Che aveva visto morire ad uno ad uno tutti i suoli leali, coraggiosi e fedeli compagni di avventura.
Qui il film ha una interessantissima, almeno per me, deriva metalinguistica.
Da un lato, ancora una volta, riusciamo ad apprezzare la chicca del film nel film (nel caso di specie “Le due strade” – 1934 di W.S. Van Dyke II, titolo sicuramente non scelto a caso in quanto fedele alla ricostruzione in quanto realmente fu la visione della pellicola l’ultima azione del vero Dillinger, con Clarke Gable nella parte di un gangster prossimo alla sua morte. (Traggo dal Morandini: Dopo aver passato insieme l’infanzia in un quartiere popolare di Manhattan, due amici prendono strade diverse: uno diventa magistrato, l’altro delinquente. Il primo condannerà a morte il secondo. Sceneggiato dal giovane Joseph L. Mankiewicz su un racconto di Arthur Caesar che vinse un Oscar, ha un interesse soprattutto storico come archetipo di dramma criminale “made in Hollywood”, ma non manca di qualità intrinseche per il brio degli interpreti e della messinscena. Noto anche perché il nemico pubblico n. 1, John Dillinger, fu ucciso vicino al Biograph Theatre di Chicago subito dopo averlo visto. Esiste in edizione colorizzata. Conosciuto anche come “Le due vie“.)
E dall’altro come non riflettere, e questa volta seriamente, sul ruolo del Cinema come luogo dove assistiamo all’opera cinematografica.
Il soggetto che parla qui (alias Rob.) deve riconoscere una cosa.
Gli piace uscire da una sala cinematografica.
Ritrovandosi nella strada illuminata, e quasi deserta (ci va sempre di sera preferendo, quasi sempre, il durante la settimana) e dirigendosi mollemente verso qualche pub, o ristorante, o caffè, cammina in silenzio, (non gli piace parlare subito del film che ha appena visto), un po’ intorpidito, goffo, infreddolito – insomma assonato: insomma ha sonno, ecco a che cosa pensa.
Nel suo corpo si è diffuso un senso di torpore, di dolcezza, di calma: languido come un gatto addormentato, si sente un po’ disarticolato, o meglio (perché per un’organizzazione morale il riposo non può consentire che in questo), irresponsabile.
In breve, è evidente, esce in uno stato di ipnosi.
E dell’ipnosi (vecchia arma psicanalitica, che la psicanalisi sembra ormai trattare con condiscendenza) ciò che percepisce è il più antico dei poteri: quello di guarire.
Dal cinema si esce spesso proprio così.
Come vi si entra?
Fatta eccezione per il caso, a dire il vero sempre più frequente, di una ricerca culturale ben precisa (film scelto, voluto, cercato, oggetto di una vera e propria vigilanza preliminare), si va al cinema approfittando di un momento di ozio, di disponibilità, di vacanza.
Tutto si svolge come se, ancora prima di entrare nella sala, si sommassero le condizioni classiche dell’ipnosi:
1. vuoto
2. ozio
3. disimpegno
non è davanti al film, o a causa del film che si sogna.
Quasi inconsapevolmente si sogna ancor prima di diventare spettatori.
C’è in pratica una “situazione del cinema“, e tale situazione è “pre-ipnotica“.
Per citare una metonimia che risponde al vero, il “nero della sala” è prefigurato dalla “fantasticheria crepuscolare” (preliminare all’ipnosi secondo Breur e Freud) che precede al nero e conduce il soggetto, di strada in strada, di blog in blog, di manifesto in manifesto, ad inabissarsi infine in un cubo scuro, anonimo, indifferente, dove deve prodursi quel festival di affetti che sono, siamo soliti chiamare film.
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Mi piace pensare che anche Dillinger avesse cercato un’esperienza del genere, per sentirtisi davvero pronto ad affrontare l’epilogo forse più giusto e definitivo, al termine di quella delle due strade che si era scelto, in definitiva, tanto per vivere, che per morire.
Una. Per la co-sceneggiatrice Ann Biderman. E’ una scrittrice per il cinema e per la televisione. Riguardo al Cinema la segnalo per “Il senso di Smilla per la neve” un film di genere thriller del 1997, diretto da Bille August, e basato sull’omonimo romanzo (titolo originale in danese: Frøken Smillas fornemmelse for sne) del 1992 scritto da Peter Høeg. Tra gli interpreti principali troviamo Julia Ormond, Gabriel Byrne e Tom Wilkinson.
E per “Schegge di paura” un film thriller del 1996, diretto da Gregory Hoblit e tra gli altri interpretato da Richard Gere, Laura Linney ed Edward Norton.
La sceneggiatura stesa per il film è liberamente basata sul romanzo giallo di William Diehl Primal Fear.
Due. Per la colonna sonora.
Degna di nota è colonna sonora con musiche di Otis Taylor, Elliot Goldenthale e con, soprattutto, la voce struggente voce di Billie Holiday, ascoltate la celeberrima The Man I Love.
Nemico Pubblico – Public Enimies – le tracce musicali
1. Ten Million Slaves – Otis Taylor
2. Chicago Shake – The Bruce Fowler Big Band
3. Drive To Bohemia – Elliot Goldenthal
4. Love Me or Leave Me – Billie Holiday
5. Billie’s Arrest – Elliot Goldenthal
6. Am I Blue? – Billie Holiday
7. Love In The Dunes – Elliot Goldenthal
8. Bye Bye Blackbird – Diana Krall
9. Phone Call To Billie – Elliot Goldenthal
10. Nasty Letter – Otis Taylor
11. Plane To Chicago – Elliot Goldenthal
12. O Guide Me Thou Great Jehova – Indian Bottom Association, Old Regular Baptists
13. Gold Coast Restaurant – Elliot Goldenthal
14. The Man I Love – Billie Holiday
15. JD Dies – Elliot Goldenthal
16. Dark Was The Night, Cold Was The Ground Blind – Willie Johnson
analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
Apologia del metalinguaggio cinematografico in salsa pseudo storica – a cura di Roberto Bernabò
Bastardi senza gloria
titolo originale: Inglorious Basterds
nazione: U.S.A.
anno: 2008
regia: Quentin Tarantino
genere: Azione
durata: 148 min.
distribuzione: Universal Pictures
cast: Bradd Pitt (Lt. Aldo Raine) • E. Roth (Sgt. Donnie Donowitz) • D. Kruger (Bridget von Hammersmark) • M. Laurent (Shosanna Dreyfus) • C. Waltz (Col. Hans Landa) • D. Bruhl (Frederick Zoller) • S. Levine (PFC Hirschberg)
sceneggiatura: Q. Tarantino
fotografia: R. Richardson
montaggio: S. Menke
Trama: Nei primi anni dell’occupazione tedesca in Francia, Shosanna Dreyfus assiste all’esecuzione della sua famiglia per mano del colonnello nazista Hans Landa. Shosanna risce miracolosamente a sfuggire alla morte e si rifugia a Parigi, dove assume una nuova identità e diviene proprietaria di una sala cinematografica. Altrove, in Europa, il tenente Aldo Raine addestra una squadra speciale di soldati ebrei. Noti al nemico come “I Bastardi”, i soldati entrano in contatto con l’attrice tedesca, agente sotto copèertur, Bridget Von Hammersmark. L’intento è quello di organizzare una missione che miri ad eliminare i leader del Terzo Reich. Anche Shosanna sta tramando la sua personale vendetta …
“Una voce chiara e sonora, inudibile per la vasta moltitudine” Wiliam Wordsworth
1. Inglorious Basterds – una pellicola cinéphile
Presentato al Festival del cinema di Cannes dove il lungometraggio, tenuto in gestazione per oltre dieci anni, con mille ripensamenti e cambiamenti alla trama, si è aggiudicato una Palma d’oro per la migliore interpretazione maschile che è andata a Christoph Waltz alias il Colonnello tedesco Hans Landa ed una nomination per la Palma d’oro per il miglior regista andata al regista Quentin Tarantino credo che questo “Inglorious Basterds” rappresenti un po’, come dire, il capolavoro del regista che fonde, in un unico, tutta una serie di riferimenti ed inventa un nuovo genere di cinema, che si diverte a beffeggiare la storia, in maniera così raffinata e sofisticata, da meritarsi addirittura i plausi del Vaticano, pensate un po’.
In realtà “Bastardi senza gloria” (toh guarda, per una volta un titolo tradotto fedelmente), si pone e si propone come una pellicola per un pubblico cinéphile, tali e tante sono le riflessioni che spinge a fare.
Da quello della narrazione filmica e metafilmica, a quello della sapiente scelta degli attori (è noto, ad esempio, che pur non sapendo se Brad Pitt avesse accettato di fare il film, Tarantino ha costruito l’esistente protagonista il tenente Aldo Raine, pensando che sarebbe stato proprio tale attore ad interpretarlo), per dirne due.
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2. Circa la narrazione filmica e mtalinguistica
Si dice, tradizionalmente, che gli eventi di una storia vengano trasformati in un intreccio dal discorso, cioè dal modo in cui sono presentati.
Sembra, solo apparentemente, una considerazione banale, eppure, credo che dentro questa frase ci sia il “succo” delle riflessioni formali e stilistiche di questo regista, che nel suo “specifico filmico” non fa altro, a mio modo di vedere, che porsi, direi quasi in maniera ossessiva, come si possa ragionare per adattare questo assunto in chiave filmica. E, lo devo proprio ammettere, ad ogni suo film rimango, come dire, folgorato dalle intuizioni e dai lampi di genio, con cui egli riesce ad affrontare ed a risolvere, brillantemente, tale questione, anche in storie ed in intrecci, così diverse/i tra loro.
Aggiungo che mai come in questo film, in particolare, è come se il regista avesse voluto raccontare, in chiave metaforica naturalmente, cosa significhi per lui il Cinema, inteso non solo come mezzo espressivo, ma, forse, sopratutto, come luogo dove accade la rappresentazione della narrazione, quasi a suggerirci che ciò che accade sullo schermo, non è più (o anche meno) importante, di quello che accade in sala. E forse, e sottolineo forse, è quasi come se, nei cruenti eventi che chiudono il film, egli immaginasse, simbolicamente, lo sconvolgimento che ogni opera dovrebbe scatenare, negli ignari spettatori, e chissà probabilmente anche nell’autore, ma qui siamo a mie personali supposizioni teoriche, che lasciano, per voi che leggete, un po’ il tempo che trovano. E che attengono alla ricerca di uno stile puro, assolutamente filmico, che questo regista più di altri, esprime.
Prendiamo, ad esempio, uno degli incipit con cui il luogo tenente Raine si presenta allo spettatore.
“Sono il tenente Aldo Raine e sto mettendo insieme una squadra speciale.
Mi servono otto soldati.
Ci faremo paracadutare in Francia vestiti da civili.
Faremo una sola cosa – uccideremo nazisti.”
Ora, lo capite anche voi, che questa frase è si un’ottima presentazione di quello che sta per accadere, ed in qualche modo anche dis-ancorabile dalla narrazione filmica (credo, infatti, che sarà utilizzata quale incipit del romanzo che dovrebbe essere già uscito in questi giorni edito da Bompiani), eppure ritengo che, nel contesto del film, funzioni assai bene sia per scaraventare gli esistenti nella loro avventura, e sia per incuriosire, direi quasi morbosamente, lo spettatore in sala.
Ecco, direi che il gioco di Quentin Tarantino non sia solo quello di trovare, e scovare, ed immaginare, storie assolutamente, come dire, “sopra le righe“, quello sarebbero capaci a farlo in tanti (forse), no, ma sia soprattutto quello di costruire, con spasmodica e mirabile ostinazione, il come questi eventi, che già hanno un enorme potenziale eversivo (pensiamo, anche ad esempio, al riguardo, alle donne stuntmen di Grindhouse – a prova di morte), debbano essere presentati allo spettatore, per diventare ancora più straordinari.
Pensiamo, anche, ad un altro elemento fondante di questa intenzione.
Il dialogo. O, ancora meglio, i dialoghi.
Mai, come al cinema, lo spettatore viene messo a parte, e riesce a comprendere gli eventi dell’intreccio narrativo, se non, prevalentemente, attraverso le parole che gli esistenti, in qualche modo, dichiarano.
Nulla è più rilevatore dell’intenzione di un personaggio, di quello che dirà, una volta ripreso dalla macchina da presa.
Se Raine, ad esempio, non anticipasse, esplicitamente, ed all’inizio della Storia, la sua intenzione, forse assisteremmo ad un altro film, non dico più o meno avvincente o bello, dico semplicemente diverso.
Tarantino, per riuscire a fare questo, gioca con almeno quattro elementi della narrazione filmica (aldilà delle questioni ontologiche tra narratore nascosto e narratore palese, e che pure sarebbero interessanti da affrontare, peraltro), a mio modo di vedere:
serrare i bit narrativi quando la cosa gli serve,
dilatarli quando deve invece fare crescere la suspance,
cambiare costantemente le carte in tavola nello svolgimento della storia, per impedire che lo spettatore immagini con precisione cosa accadrà nelle sequenze successive,
utilizzare il dialogo come principale forma di narrazione.
Un altro elemento con cui QT si diverte, e con cui si è particolarmente divertito con questo film, è, infine, il cosiddetto citazionismo.
Una pratica, cioè, attraverso la quale alcuni elementi formali di una determinata sequenza, chiamano in causa altre opere, afferenti spesso anche altre ontologie del cinema, di altri autori, al solo scopo di citarli (sia le sequenze, che gli autori), nel contesto della narrazione, in maniera spesso raffinata, quando cioè gli accadimenti di quella storia e di quell’intreccio, hanno, anche indirettamente, un qualche legame con “una situazione narrativa altra“, che è, appunto, quella citata. Anche Woody Allen, ad esempio, è un maestro in questo tipo di operazioni, direi quasi fino al plagio.
Le citazioni più evidenti ed esplicite, anche sonore, sono rivolte, nel caso di specie, al cinema italiano, ed a quello di Sergio Leone, in particolare, ma vi potrete divertire a trovarne infinite altre, perché Quentin Tarantino usa questa pratica, ed è evidente, non perché ami il suo cinema, ma perché ama il cinema in generale, ed è questa una delle chiavi che mi fanno particolarmente amare questo assolutamente geniale regista.
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3. Gli aspetti inerenti la struttura narrativa di QT
Spesso Quentin Tarantino viene identificato come un regista pulp, o splatter.
La definizione, soprattutto inquadrando la sua ultima produzione, è sicuramente inadeguata ed incompleta.
Il genera pulp basa, infatti, tutto il suo potere evocativo nelle scene in cui assistiamo a quella che, secondo alcuni, potrebbe arrivare alle vette della cosiddetta “estetica delle violenza“.
E non vi è dubbio che Tarantino, con film come “Kill Bill“, abbia contribuito, con pagine notevoli, a mio avviso, allo sviluppo di questa particolare prospettiva del genere.
Ma secondo me Tarantino è molto di più.
E’ come se egli pensasse alla storia direttamente in chiave filmica.
Cioè la sua storia è una storia filmica e basta.
Non si può raccontare un film come “Bastardi senza gloria“.
Non avrebbe alcun senso, anche se questo racconto è, a guardare bene:
certo diviso in capitoli,
certo con dei personaggi protagonisti in rapporto antagonistico (e che rapporto ragazzi),
certo con uno sviluppo del conflitto agito in tutte le possibili dimensioni:
da quella valoriale / etica,
a quella ideologica,
a quella razziale,
a quella culturale,
e persino a quella sociale;
un classico rispetto ai temi ossessivi del regista, già sviscerati, peraltro, in altre sue opere (come, ad esempio: il rapporto della vittima che diventa carnefice).
etc., etc., etc.
Insomma, tutto, nella costruzione di quest’opera, è, e dobbiamo proprio riconoscerlo, saldamente ancorato ai dettami della struttura narrativa, tanto è vero che da questo racconto è stato tratto, anche, un romanzo. Quasi a sconfessare questa mia ipotesi di analisi.
Eppure.
Eppure io credo che con “Bastardi senza gloria” è come se Quentin ci avesse consegnato una sorta di Lectio Magistralis del suo personalissimo modo di vedere la questione “Cinema“.
Non è più, quanto meno non solo, la violenza l’unico fulcro del film.
Ma è l’idea di toccare un materiale sacro come la Storia per riscriverla.
E’ l’idea di costringere lo spettatore ad essere attivo nel decriptare il senso e le intenzioni degli eventi, a farsi parte integrante e partecipe, dell’idea folle che questo film porta avanti, a cercare d’immaginare il prossimo bit narrativo senza mai riuscire a capire cosa abbiano in testa, realmente, i personaggi del film.
E’ l’idea di raccontare un’intera storia di 148 minuti per partire dal Cinema ed arrivare in un Cinema.
Insomma Quentin non immagina un film come forma di espressione solamente, egli ha in mente un’opera cinematografica in cui la storia debba, irrinunciabilmente, includere, anche, l’effetto che sullo spettatore farà, l’atto di assistere a quella storia.
Non che la cosa sia innovativa in se, intendiamoci, è semmai innovativo – quasi come se questa fosse l’ossessione delle ossessioni di questo autore – il modo in cui Tarantino risolve questo aspetto.
In questo senso, ritengo di poter affermare, che Tarantino debba essere, ormai, consegnato di diritto alla Storia del Cinema, in quanto narratore assolutamente innovativo, iper-creativo ed in-catalogabile.
Potremo solo dire non più (solo) un thriller, non più (solo) un film d’azione, non più (solo) un pulp serratissimo e ricco di suspance, ma, assai più semplicemente, un film alla maniera di Quentin Taranatino in “Bastardi senza gloria“.
Un film percettivamente interattivo, insomma, dove la storia si narra, solo e completamente, se lo spettatore si estasia.
E noi, alla proiezione in lingua originale con sottotitoli in italiano, esperienza che consiglierei a tutti dato il fatto che i personaggi parlano tutti nella loro madre lingua (Tedesco, Inglese, Francese e pesino Italiano), dobbiamo ammettere che ci siamo estasiati.
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4. Certo dovrei parlarvi
Ah, la questione non dovrebbe certo chiudersi qui.
Questo post, però, dovrebbe davvero diventare chilometrico, per esaurirla tutta.
Ma mi basterà accennare, elencandoli non certo per ordine d’importanza, a tutti gli altri motivi di pregio, per i quali quest’opera, sia disgiuntamente che congiuntamente considerandoli, andrebbe assolutamente vista in sala, quanto meno questo è il mio caloroso consiglio:
l’assoluta originalità del soggetto
la cura maniacale del casting internazionale, in quanto lo stesso è stato curato, in funzione dei personaggi dell’intreccio, direttamente nei luoghi originali delle ambientazioni della storia (Francia, USA e Germania), cito al riguardo, alcuni attori del film per farvi comprendere:
Bradd Pitt – americano
Diane Kruger - tedesca
Daniel Brühl – tedesco
Gedeon Burkhard – tedesco
Eli Roth – americano
Mélanie Laurent – francese
Michael Fassbender – americano
Christoph Waltz – austriaco
etc.
la preparazione della troupe, ed in particolare:
la bravura della costumista Anna Sheppard
quella del coreografo David Wasco
quella degli effetti speciali di Greg Nicotero
la fedeltà delle location
la cittadina tedesca di Bad Schandau e gli interni della Lapadite Farm, e la collaborazione con lo studio Babelsberg (Il Pianista, Il falsario, The reader – a voce alta)
Berlino
Parigi
la sua durata(148 minuti)
l’innovativa metalinguistica riflessione (per il modo in cui viene proposta, ancora una volta, alla Tarantino), sul Cinema.
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5. Epilogo
Chiudo questo post con alcune citazioni, che mi sembrano importanti per comprendere il senso di questa opera.
“C’era una volta nella Germania dei nazisti” …”ovviamente non è un documentario …“, ha affermato Diane Kruger, “Il film parla di un gruppo di ribelli che decide di prendersi una rivincita. Lo adoro“.
“E’ un film in perfetto stile Quentin Tarantino sugli stereodi e sulla velocità“, ha affermato E.Roth, parlando in tono concitato, “Pur essendo ambientato nella seconda Guerra Mondiale, non è un film sula seconda Guerra mondiale, è veloce, emozionante, intenso, pieno di pulpiti e di tensione, di sparatorie, di quelle scene di violenza che ti aspetti in un film di Quentin Tarantino, dove, tuttavia, la Storia, viene trattata in modo del tutto originale“.
Insomma, se non lo aveste ancora capito, “Bastardi senza gloria” è un film-vendetta, dove si parla dello spirito della Vendetta e di Cinema.
“Ho sempre considerato i film di Quentin romantici“, ha affermato B.J. Novak, “questo lo è in modo particolare. E’ la storia più romantica che abbia mai scritto Quentin, dove il Cinema assume il ruolo di salvatore del mondo. E’ la storia di un’idea molto romantica. Romantica e brillante“.
La parte che, ovviamente, Quentin Tarantino ha amato di più?
“Mi piace il fatto che sia la forza del cinema a combattere i nazisti“, ha affermato il regista, “E non solo in senso metaforico ma come realtà assoluta“.
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Un sogno, lo dobbiamo ammettere, davvero affascinante, tanto quanto la sua utopistica ambizione, ma cos’altro sarebbe, il Cinema, senza questo desiderio ardente di proporre un mondo migliore?
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El Salvador, ucciso il reporter regista Christian Poveda autore di un documentario sui narcotrafficanti locali
La notizia
L’ho ricevuta qualche minuto fa dal mio amico Giuseppe Carrisi.
Il reporter – regista è stato ucciso ieri, con un colpo di pistola alla testa perchè stava facendo il suo lavoro.
É morto così, Christian Poveda, fotoreporter francese, autore, nel 2008, del film documentario “La vida loca” dedicato alla vita dei membri delle “maras” i trafficanti di droga del paese centramericano.
Il reporter è stato ritrovato morto nella sua automobile a Tonacatepeque, una zona rurale a nord della capitale San Salvador.
Per il ministro della Sicurezza pubblica, Manuel Melgar, si tratta di un «un atto criminale ripugnante» e la polizia farà di tutto per assicurare gli assassini alla giustizia.
Il documentario, la cui uscita è prevista per il 30 settembre, mostra la vita delle maras ed è, a tratti, estremamente critico con la polizia locale.
La vida loca, poi, si sofferma sulle condizioni economiche del Salvador, principale causa della criminalità giovanile.
Poveda afferma che le «maras portano il terrore», ma, contemporaneamente sostiene che le gang sono le sole a comprendere il malessere della vita nel Paese centroamericano.
«Dobbiamo capire perché ragazzini di 12-13 anni entrano in una mara e danno la vita per essa», ha detto, qualche settimana prima di morire, il fotoreporter in un’intervista al quotidiano online El Faro.
Poveda era nato in Algeria nel 1955, da genitori spagnoli fuggiti in esilio dalla dittatura franchista. Cresciuto a Parigi era arrivato in Salvador giovanissimo, trent’anni fa, grazie ad un contratto con Time, il newsmagazine americano, per seguire come fotografo la guerra civile. Dopo il ‘92, quando la guerriglia del Farabundo Martì - oggi al governo – iniziò le trattative di pace, Poveda lasciò il paese per documentare nuove guerre: dall’Iran, all’Iraq, al Libano; pubblicando le sue foto nei maggiori giornali internazionali come El Pais, Le Monde, Paris Match e New York Times.
Il commento
Rimango sempre annichilito quando un regista documentarista, che si batte per cause che, infondo, anche se non ce ne rendiamo conto, ci riguardano tutti, muore in questo modo, nel disinteresse e nella dinformazione generale.
Penso all’ingiustizia delle cause, che si somma all’ingiustizia di queste morti, e provo come un senso d’impotenza di fronte ad eventi così sporoprzionatamente iniqui ed irragionevoli.
Posso solo fermarmi, e scrivere, e pubblicare di questa morte, e urlare, con voce disperata, come quella che si ascolta nel trailer del suo film, tutto il mio disprezzo per gli esseri umani che si fanno attori di atti simili.
Che Dio abbia pietà di loro, e di questo uomo così grande, che muore solo per avere creduto nella sua causa di reporter e di regista documentarista.
Non riflettiamo mai abbastanza di quanto prezioso sia, ed al tempo stesso troppe volte vano, il loro impegno.
Eppure, è proprio dietro queste morti che ci avvicianamo, moltissimo, alla Verità.
In uscita dal 7 – al 13 agosto 2009, in tutti i Warner Village italiani, il nuovo film di Giuseppe Carrisi
Giuseppe Carrisi: un amico, un giornalista, uno scrittore, un documentarista coraggioso ed altruista
L’Africa e la Campania che non conosciamo – a cura di Roberto Bernabò
Giuseppe Carrisi è un mio caro amico.
L’ho conosciuto la sera di un anno fa.
A casa di amici avevano organizzato una proiezione privata del suo primo documentario sulla questione, molto poco conosciuta nei dettagli in verità, dei Bambini Soldato, che aveva appena riscosso un discreto successo al Giffoni Film Festival, Kidogò, un bambino soldato“, di cui, però, parleremo più approfonditamente, dopo.
Arriviamo subito, pertanto, al vero motivo di questo post, che in realtà lo sto scrivendo perché dal 7 al 13 agosto 2009 – in tutti i Warner Village italiani – uscirà un suo secondo documentario.
Voci dal buio
Regia: Giuseppe Carrisi
Co-sceneggiatura e collaborazione alla realizzazione del progetto: Franscesco Niccolini
Genere: Documentario
Durata: 41′
Data di uscita: 7 agosto 2009
Distributori: VID production
Altro grande successo al Giffoni Film Festival di quest’anno.
La trama è molto particolare.
Giuseppe cerca di farci capire che le brutture che ha conosciuto in Africa, esistono anche da noi.
Ancora una volta è la mia terra, la Campania, il teatro di queste assurdità.
Ragazzi di Camorra e Bambini Soldato – due poli estremi di un’infanzia rubata
Da Barra a Goma.
Dalla periferia di Napoli alla Repubblica Democratica del Congo.
Il documentario di Giuseppe Carrisi, “Voci dal buio”, racconta, incrociandole, storie di ragazzi della camorra e di bambini congolesi che vivono nella guerra, nella povertà, nella violenza.
Anche se geograficamente lontane, queste due realtà hanno un comune denominatore: i bambini sono vittime designate di una logica perversa che nega e calpesta sistematicamente i loro diritti. Da una parte la Repubblica Democratica del Congo, con il suo “esercito” di bambini soldato, di piccoli sfruttati nei lavori pesanti, abbandonati, vittime della fame e delle malattie; di bambine abusate, di minori accusati di atti di “stregoneria” o rinchiusi nelle carceri; dall’altra, un quartiere del capoluogo campano dove esiste un “esercito” simile, composto di piccoli soldati, anche se non è ugualmente visibile: quello delle giovani “leve” delle cosche criminali che dettano legge in tutta la zona.
Un destino segnato dalla necessità di sopravvivere in un paese marchiato da atroci conflitti, guerre, e dalla quotidiana lotta per la sopravvivenza dove i bambini sono costretti a combattere ogni giorno, da un lato, e, dall’altro un destino ugualmente marcato a fuoco dalla nascita, ma dove la scelta di “combattere” è molto diversa: si sceglie un “ideale“, uno “stile di vita” per raggiungere un potere ben preciso e stabilito dalla camorra: il miraggio della ricchezza, dei soldi facili. In Congo non c’è scelta, perché si viene arruolati e basta, si finisce in miniera, per strada, si è costretti a lottare per sopravvivere.
A Barra il contesto di disagio sociale e di disoccupazione strutturale presenta ai bambini un solo modello vincente: quello del camorrista. Un modello che li porta in una cella del carcere di Nisida - l’ahimè notissimo penitenziario minorile napoletano, cui già Nanni Loy, con il suo musical “Scugnizzi“, aveva dedicato sequenze memorabili – se non all’autodistruzione. In molti casi, i giovani di Barra non sanno di “appartenere” al sistema, credono di viverne i privilegi, i lussi, gli abiti firmati, i telefonini, la droga facile.
In Congo i fucili sono vere e proprie “armi da guerra“, a Barra una pistola può diventare un simbolo di potere per comandare, guadagnare, una possibilità di affermarsi nel mondo del consumismo sfrenato.
Insomma a Barra come a Goma, le vite dei bambini vengono buttate via come se non avessero alcun valore.
Gli anniversari sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e sul lavoro minorile
Obiettivo del progetto è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, alla vigilia della ricorrenza del 2o° Anniversario della Convenzione Internazionale, stipulata a New York il 20 novembre 1989, e del 10° Anniversario della Convenzione numero 182 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sulle forme peggiori di lavoro minorile.
Che, a giudicare dal film, rimangono ancora lettera morta nella loro concreta applicazione in molte latitudini del mondo compresa quella italiana.
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Giuseppe, oltre a questa ennesima fatica cinematografica e documentarista, non si è risparmiato ed ha scritto anche un libro. Sempre a testimonianza del suo impegno per la causa dei bambini africani.
Tutto quello che dovresti sapere sull’Africa e che nessuno ti ha mai raccontato
Newton Compton Editori
Fin da tempi più remoti l’Africa è stata terra di conquista, e gli interessi extra-continentali ne hanno impedito il consolidamento in Stati, seminando guerre, miseria e morte su tutto il suo enorme territorio.
Oggi, agli inizi del XXI secolo, il continente nero è un luogo indifeso che, dopo anni di promesse dell’Occidente, spesso tradite dai fatti, vive ancora i retaggi del passato coloniale a cui si aggiungono le grandi contraddizioni del presente.
Nonostante il suo illimitato potenziale, l’Africa, infatti, non è ancora riuscita a darsi un’unità politica ed economica, né ha realizzato un’equa redistribuzione delle risorse e un sistema difensivo che la metta al riparo dai potenziali razziatori delle materie prime. Inoltre, pur essendo diminuiti, i conflitti armati e i “golpe” continuano a essere la causa principale dell’instabilità politica e il terreno fertile per l’ingerenza straniera.
A questo si aggiungono nuove piaghe: dal terrorismo internazionale alla droga, dalla biopirateria all’emergenza climatica.
L’opera letteraria è uscita due mesi fa circa, ed ha già vinto il Premio Fregene, per la saggistica.
Da questo libro verrà tratto un nuovo spettacolo teatrale dal titolo “Abusi d’Africa“, nel quale Giuseppe sarà oltre, che autore, anche interprete principale sul palcoscenico.
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Ma l’impegno di Giuseppe verso la questione infantile africana è cosa risalente nel tempo.
Molta dell’ultima parte della sua vita è stata dedicata a questa causa.
Vi avevo accennato alla sua opera prima, Kidogò, un bambino soldato, eccovene un resoconto.
Kidogò, un bambino soldato
Regia: Angelo Longoni
Sceneggiatura: Giuseppe Carrisi
Genere: Documentario
Durata: 45′
Data di uscita: Giffoni Film Festival 2008
E’ un film molto particolare, che non ha avuto, come, purtroppo, troppo spesso accade in questi casi, una distribuzione nelle sale. Se si eccettua qualche proiezione all’Isola del Cinema, sull’isola tiberina a Roma dove Giuseppe, presentava i temi del film con una perfomance dal vivo.
l film racconta la storia di John Baptist Onama, un ex bambino soldato ugandese, oggi 42 enne, e quella di altri piccoli combattenti di oggi del Congo, della Sierra leone, dell’Uganda, del Sudan.
Noi sappiamo, ve lo devo proprio dire in questo post, molto poco di certe realtà, e, ancora meno, del coraggio di certe persone come Giuseppe, che indagano, più per amore della verità, che per desiderio di visibilità, in posti molto scomodi, delle realtà che sono ancora più scomode. Perché contrastano, ahimé, con i desiderata, assai poco noti, della politica economica internazionale, di molte delle “democrazie” dell’universo cosiddetto occidentale, con gli USA, ovviamente, in prima fila, nonché con gli interessi economici delle multinazionali.
Insomma il solito discorso che, però, peccato, nessuno degli organi d’informazione a maggiore audience di questo blog, faccia mai.
Di quel film, montato con molte immagini “sporche“, come si dice in gergo, mi sono rimasti molto impressi i volti dei bambini.
Quei volti e quegli sguardi, se li incontrate anche solo una volta, non li dimenticate più.
Giuseppe ha scritto anche un libro su quella vicenda, da lui vissuta con un coinvolgimento emotivo ed affettivo unici, che consiglio a tutti.
Kalami va alla guerra – il libro
L’opera affronta la terribile piaga costituita dall’incremento dell’utilizzo dei minori in contesti di guerra. E’ un testo aggiornato, completo di tabelle informative, fortemente improntato su interviste e testimonianze inedite, dal taglio giornalistico. L’opera analizza aspetti del fenomeno poco esplorati (la sorte delle “bambine soldato“, ancora peggiore di quella dei loro “colleghi” maschi) o del tutto originali nella trattazione classiche del tema (i bambini-kamikaze utilizzati dai terroristi islamisti).
La denuncia di Giuseppe
Bambini, ragazzini, ragazzi, rapiti, picchiati, terrorizzati. Costretti a imbracciare un fucile o un machete e a prendere parte alla guerra. Trasfigurati dall’orrore, da vittime a carnefici spietati, terrore dei loro stessi villaggi, delle loro stesse famiglie che essi stentano a riconoscere sotto l’effetto della droga che viene loro somministrata e che li rende ancora più feroci. Genitori, parenti, piccoli amici massacrati da bambini-combattenti, come esercizio coatto di fedeltà all’esercito che li ha arruolati e non da scelta. Altrimenti: torture, amputazioni, morte.
È accaduto, accade nelle tante zone calde dell’Africa: Sudan, Ruanda, Uganda, Sierra Leone, Congo lacerate da guerre tra eserciti e fazioni rivali.
Ragazzi usati, abusati per inermità e inconsapevolezza, allevati nell’ignoranza dell’indottrinamento e immolati al sacrificio della guerra (santa), vestiti di bombe, o mandati con l’inganno a testare la presenza di mine nei campi, mentre all’orizzonte, un attore mercenario inscena il profeta che chiama in paradiso i suoi piccoli eletti. Correndo, nell’entusiasmo della visione, centinaia di vite in sboccio sono esplose in aria. È accaduto, accade in Medioriente, Iran, Afghanistan.
Bambine, ragazzine, ragazze, vendute in cambio di qualche spicciolo, ridotte in schiavitù e avviate forzatamente alla prostituzione. Una pratica che dall’Estremo Oriente arriva fino all’Europa balcanica. “Mogli” di interi nuclei combattenti dell’Africa, ingravidate e poi abbandonate perché “l’ingombro” rallenta la marcia. Altrove, invece, costrette a gestire fino al parto il seme del loro stupratore. Matrici e incubatrici forzate di una razza diversa ed ostile alla propria, sorvegliate a vista per impedire che si tolgano la vita. Lo spettro di una tragedia che ancora aleggia sull’altra sponda dell’Adriatico. Una delle tante spietatezze della guerra in Bosnia-Erzegovina.
Questa infanzia oltraggiata è il cuore, ferito, del libro di Giuseppe Carrisi. Una denuncia delle violenze sui minori nelle zone di guerra, un’inchiesta, un dossier che fa il giro del globo e invita la coscienza collettiva a tenere alta la guardia su atrocità intollerabili, eppure perpetrate, nonostante risoluzioni e sanzioni internazionali; atrocità dietro cui ci sono troppo spesso interessi politico-economici che smascherano la complicità indiretta di paesi civili e industrializzati. Bambini di cui il libro si fa portavoce per ricordare alla società civile e alle istituzioni che in varie parti del mondo centinaia di migliaia di Kalami sono in guerra e da soli non possono uscirne. Neppure gli sforzi delle organizzazioni non governative, delle missioni religiose, da soli, possono far fronte all’immensità della tragedia.
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Cuore Buio
Da questo libro Giuseppe, un po’ come Roberto Saviano ha fatto per Gomorra, oltre al libro ed al film, ha anche realizzato un adattamento teatrale dal titolo “Cuore buio” che tratta, anche questo, dei bambini soldato.
Lo spettacolo ha già debuttato nel 2008, ed è interpretato da John Baptist Onama.
Intensa e ricca di pathos la rappresentazione teatrale che denuncia l’orribile condizione di bambini soldato in Africa.
Lo spettacolo, nato da un’idea di Giuseppe Carrisi, ha preso forma grazie alla regia di Fabrizio Cassanelli e Francesco Niccolini.
La storia è basata sul racconto dell’ex bambino soldato ugandese, Onama John Baptist, oggi docente della Facoltà di Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Padova.
La scenografia è essenziale ma dinamica, ben articolata tra tavole e tubature il legno. Tutto ricorda il colore della terra africana, la sabbia, il sole caldo.
La maestrale interpretazione delle due attrici, Letizia Pardi e Francesca Pompeo, è così intensa da coinvolgere totalmente il pubblico, in una tragica storia di infanzia rubata. I dialoghi tra i personaggi di Lazzaro e Marabù, sono alternati dalla narrazione, sempre tracciata dalle interpreti. Uno struggente viaggio che evidenzia, come in un clima di povertà i bambini sono costretti ad arruolarsi tra le file dell’esercito, e costretti ad uccidere.
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Chi è Giuseppe Carrisi
Giuseppe Carrisi è un giornalista di RAI International. Collabora, come volontario, a progetti di recupero per bambini soldato, dando vita a eventi di sensibilizzazione e raccolta fondi e coordinando le attività in loco, soprattutto nell’area centroafricana. E’ presidente della onlus “Pizzicarms“, che si occupa di sensibilizzare sulle tematiche dei bambini soldato, del traffico di armi e dello sfruttamento delle materie prime nei Paesi in via di sviluppo, attraverso incontri nelle scuole, dibattiti, conferenze, eventi culturali e/o musicali.
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Due citazioni doverose
Chiudo con due citazioni doverose.
Tutti i sui progetti teatrali di Giuseppe Carrisi,nonché il progetto cinematografico“Voci dal buio“, va detto, sono stati finanziati dalla provincia di Pisa, cui va il nostro plauso.
Gli spettacoli teatrali, Abusi d’Africa e Cuore Buio, sono entrambi allestiti dalla “Città del teatro – Sipario Toscana“ di Cascina, in provincia di Pisa.
E’ tutto, per ora, dopo la visione in sala del film attendetevi una mia analisi.
Links
Vai alla pagina del film sul sito Warner Village Cinemas, cliccando qui.
Guarda il video dell’ultimo libro di Giuseppe Carrisi “Tutto quello che dovresti sapere sull’Africa e che nessuno ti ha mai raccontato” sul sito di IBS.it – internet bookshop: qui.
analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
Danimarca / Germania / Francia / Italia – 2008
Il disturbato ed esoterico mondo di Lars von Trier – a cura di Roberto Bernabò
titolo originale: Antichrist nazione: Danimarca / Germania / Francia / Italia anno: 2008 regia: Lars von Trier genere: Porno-Horror / Drammatico durata: 104 min. distribuzione: Key Films cast: Wiliam Dafoe • Charlotte Gainsbourg sceneggiatura: Lars von Trier fotografia: Anthony Dod Mantle montaggio: Anders Refn
Trama: “Antichrist” si basa sulla teoria secondo la quale sarebbe stato Satana e non Dio a creare il mondo. Una coppia che sta cercando di superare il lutto della morte di un figlio, si rifugia nell’”Eden”, la loro isolata casa nei boschi, nella speranza di risolvere i loro problemi e salvare il loro matrimonio. Ma la Natura farà il suo corso, e le cose volgeranno presto dal male al peggio …
“Una donna che piange è una donna che trama“
1. Introduzione
E’ inutile nasconderlo.
Seguo questo regista da molto tempo.
Ogni suo film è, per me, motivo di entusiasmo.
Quando esce una sua opera, rimango emozionato e attendo, con ansia, la visione in sala di una sua proiezione.
Nel caso di specie, poi, attendevo questo Antichrist addirittura da anni, e la prova è qui.
In quest’ultima pellicola, noto, però, una significativa divergenza, rispetto a tutta l’opera precedente del regista. Ma forse anche no, come mi piace, spesso, dire.
La verità è come se il maestro avesse avuto bisogno, tramite questo lavoro, di liberarsi di alcune sue fobiche ossessioni.
Quasi come se, nella rappresentazione dei quadri che compongono, soprattutto visivamente, la storia, egli avesse voluto fare, direi definitivamente, i conti con i suoi demoni, le sue manie, le sue allucinanti ed allucinate visioni della vita e dei temi che, quasi come un atto compulsivo agito attraverso una sorta, d’inconscia, coazione a ripetere, ritornano, come una cifra distintiva, nelle sue pellicole.
Un film che è limitante circoscrivere ad un genere (certo, compreso quello esoterico), e che è impossibile descrivere, senza cercare di trattare, quasi con paranoica pazienza, il linguaggio evocativo e simbolico, che da sempre caratterizza lo specifico filmico del regista, ma che, nel caso di specie, diventa il suggello formale più importante, che ci aiuta a ricondurre quest’opera, ad una ristretta cerchia di registi, dal maestro Andrei Tarkovsky, a cui il regista danese ha dedicato, non a caso, il film, a Stanley Kubrick ed all’ultimo Francis Ford Coppola, che hanno usato il cinema quasi e più, come una tela pittorica, che come, solo, un luogo di narrazione.
In questo post:
1. Introduzione
1.1. Circa il significato di simbolo e di allegoria
1.2. Differenze tra simbolo ed allegoria
2. Prologo – I significanti anticipatori della sequenza iniziale
3. Capitolo 2 – Dolore
4. La sofferenza psichica come dante causa dei temi sviluppati nell’opera e della Natura in particolare
5. “Capitolo 3 – Pena: il caos regna e Capitolo 4 – Disperazione”
5.1. Eden e Albero
5.2. Capitolo 4 – Disperazione
5.2.1. Il piede
5.2.2. Satana
6. “L’epilogo”
7. La scena finale – il femmineo assoluto – chi è l’Anticristo?
7.1. Un apparente errore formale ci svela un dettaglio sul rapporto dualismo vs. unicità
8. Conclusioni
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1.1. Circa il significato di simbolo e di allegoria
La parola “simbolo” deriva dal latino symbolum ed a sua volta dal greco σύμβολον súmbolon dalle radici σύμ- (sym-, “insieme”) e βολή (bolḗ, “un lancio”), avente il significato approssimativo di “mettere insieme” indica in origine un rapporto che si istituisce tra due oggetti ed entità separate, quasi fondendole insieme: ma essa è passata molto presto a definire aspetti essenziali della comunicazione e del pensiero umano, dando luogo ad accezioni molto diversificate e contrastanti.
Si ha un simbolo quando si dà un rapporto piú profondo tra significante e significato, quando l’oggetto che rappresenta un altro oggetto è legato ad esso da rapporti di somiglianza, da qualcosa di piú intimo, che può essere anche assai vago e indeterminato e può richiamare valori profondi, non immediatamente manifesti nel linguaggio comune.
Quando per esempio si prende l’agnello come simbolo di Cristo, non si presuppone semplicemente che la figura dell’agnello indichi Cristo, ma che tra l’agnello e Cristo ci sia un legame profondo, determinato dalla mansuetudine e dal sacrificio: l’uso del simbolo è legato al proposito di attribuire alle cose e alle figure della natura un valore, che va al di là della loro immediata apparenza, che rinvia alle forme rituali o a un significato occulto della realtà, che non può essere immediatamente designato, ma che deve essere raggiunto indirettamente, per via obliqua.
Il rapporto tra la figura simbolica e il suo significato si costruisce attraverso il principio dell’analogia (parola che in greco ha il significato originario di “proporzione”), che mette a confronto due domini diversi della realtà, istituisce un legame mentale tra cose che di per sé non avrebbero alcuna relazione tra loro; è lo stesso principio su cui si costruisce la figura retorica della metafora. Il simbolo può essere definito anche come potenziamento della metafora, sua trasformazione da semplice figura retorica a rivelazione di realtà e valori profondi, a immagine stabile e assoluta.
La produzione di simboli è un’attività fondamentale in ogni tipo di società umana e costituisce una delle basi essenziali dello sviluppo della conoscenza, che prende le mosse proprio dal tentativo di trovare rapporti e associazioni tra le cose, di individuare somiglianze tra le realtà piú lontane: il simbolo è pertanto lo strumento determinante delle forme di coscienza mitiche e rituali, e svolge naturalmente un ruolo essenziale nella religione, nella filosofia, nella letteratura, nelle arti. Alcuni orientamenti filosofici fanno risalire tutta la cultura umana, le forme di coscienza e di immaginazione, i modelli di comportamento, all’attività simbolica, all’istituzione di rapporti continui tra parole, cose, oggetti, sfere diverse dell’esperienza, che in ultima analisi sfuggono alla mera descrizione verbale.
1.2. Differenze tra simbolo ed allegoria
Un simbolo è qualcosa di più concreto, statico, assoluto rispetto all’allegoria.
Per esempio, un’aquila può essere simbolo di regalità, di forza, ecc.
Anche un’aquila in volo o in un’altra azione generica spesso ha valenza di simbolo, indipendente dal contesto entro il quale viene posta.
Quando invece il contesto è basilare nell’interpretazione si parla di allegoria.
Un’aquila che, all’interno di una narrazione, scenda dal cielo e faccia una serie di azioni significative può rappresentare un’immagine più complessa (ad esempio simboleggiava il Sacro Romano Impero e in base alle azioni che può compiere nello specifico si può estrapolare una situazione politica specifica).
Spesso l’allegoria, nella sua complessità maggiore, ha un’interpretazione “soggettiva”, cioè legata al tipo di lettura che se ne fa.
Il legame tra oggetto significato e immagine significante nell’allegoria è arbitrario e intenzionale, a differenza del simbolo in cui è piuttosto convenzionale.
Nell’allegoria non può essere decodificato in maniera intuitiva e immediata, ma necessita di un’elaborazione intellettuale. L’allegoria è comunque sempre “relativa” (al contrario di “assoluta”), ovvero è suscettibile di una discussione critica nella fase di interpretazione.
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In questo post cercherò, pertanto, di restituire, attraverso la mia analisi, alcuni degli elementi che ritengo di avere individuato a proposito di questo film, che personalmente, considero un capolavoro, e forse uno dei più bei lungometraggi del maestro, a dispetto delle poco entusiaste, ma anche poco competenti critiche, che la pellicola ha raccolto, dalla sua uscita a Cannes e nelle sale, anche se l’attrice Charlotte Gainsbourg ha vinto, direi più che meritatamente, la palma d’oro come migliore attrice protagonista.
Prima, però, di addentrarci nell’analisi è necessario chiarire, preliminarmente, che Antichrist non è certo un film per tutti.
Lo stesso regista ha affermato di averlo scritto, esclusivamente, per se stesso, durante un periodo di depressione.
Noi, che lo seguiamo, ribadisco, da anni, crediamo che ci abbia trasposto le sue paure ed una visione della natura umana molto poco ortodossa.
Lo ha fatto girando una pellicola non molto lunga (100 minuti), ma estremamente intensa. Lo ha fatto di getto, senza pensarci troppo; lo ha fatto con estrema naturalezza e sincerità, mettendo in scena i suoi incubi senza censure né coperture. Senza temere le incomprensioni, anzi: con l’orgoglio (per alcuni la presunzione), di chi sostiene di essere il “miglior regista di sempre” e di scrivere, niente meno, che per ispirazione divina.
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2. Prologo – I significanti anticipatori della sequenza iniziale
Il film ha inizio (la cosa è spolier ma non più di tanto) con una sequenza in bianco nero girata al rallenty (scelta formale precisa, nel senso che dilata l’azione rispetto al tempo dello spettatore, ed, anche, rispetto al tempo reale dell’azione stessa), nella quale assistiamo a due riprese, montate con un classico incastro non lineare, una di un uomo ed una donna (Wiliam Dafoe e Charlotte Gainsbourg, gli esistenti protagonisti della pellicola), che stanno facendo l’amore, e loro figlio che, svegliatosi durante l’amplesso, riesce a sporgersi da una finestra aperta della loro casa, e muore, cadendo nel vuoto, proprio mentre i genitori raggiungono l’orgasmo.
Attenzione, a guardare bene, non c’è dolore in questa scena.
Anzi.
Il bambinorespira la libertà. Cade la neve fuori e, d’un tratto, cade anche lui. Muore. Col suo peluche vicino. Soffice, sulla neve.
Questa sequenza ha già in se gran parte dei temi che saranno sviluppati nell’intreccio narrativo, che sarebbe impossibile comprendere, senza cercare di coglierne i significanti simbolici ed allegorici.
In primo luogo l’immagine di “tre mendicanti” (the three beggars). I loro nomi (dolore, ansia, disperazione; pain, grief, despair in inglese), appaiono sulle statuette che il bambino in questa, solo apparentemente dolente sequenza, getta a terra, prima di cadere dalla finestra, nomi che ritorneranno sulle carte che la donna aveva ritagliato per la sua tesi, accompagnati dalle figure di tre animali (volpe, corvo, daino).
Un frammento tanto rivelatorio quanto anticipatorio di quello che accadrà, a breve, nella vita degli esistenti protagonisti.
Senza considerare che la donna, ma questo verrà rivelato con un flashback assai più avanti, vede benissimo il figlio salire sul mobile e sporgersi nel vuoto, senza che questo le darà modo di salvarlo (motivo che, nel terzo tempo del film, scatenerà la sua follia, e che anticipa il complesso ruolo del femmineo nella visione alchemica del regista).
Il numero tre e queste statuette ritorneranno più volte nella trama, divertitevi a scoprire dove.
La sequenza si svolge mentre l’unica traccia audio non è rappresentata dai rumori in presa diretta delle due distinti azioni, ma da un’aria dell’opera di George Frideric Handel “Rinaldo“, libretto di Giacomo Rossi, dal titolo “Lascia ch’io pianga“.
Di una bellezza struggente, che, a leggere il testo, non stride con la drammaticità degli eventi narrati (e anche con quelli che saranno narrati) ma che, anzi, li descrive e li contiene tutti:
Lascia ch’io pianga la cruda sorte,
E che sospiri la libertà!
E che sospiri, e che sospiri la libertà!
Lascia ch’io pianga la cruda sorte,
E che sospiri la libertà!
Nei significanti di questa sequenza – che, ripeto, racchiude già gran parte del senso dell’opera, compresa la complessa relazione tra il regista danese, il sesso, e la donna intesa come il femmineo, come volto divino, ed, al tempo stesso, satanico, agente attivo del dolore della condizione dell’uomo sulla terra - non è arduo azzardare un riferimento alla genesi del mondo, ed al mito, esoterico, della creazione.
Nelle due sequenze, infatti, durante l’atto sessuale dei genitori, un bambino, il loro figlio, muore.
Quasi a ricordarci che, nella visione esoterica della creazione, l’atto della genesi è un atto impuro (la sua purificazione è, forse, anticipata sua dalla bottiglia d’acqua che cade sui coniugi, e dai panni lavati dalla lavatrice, con cui tale sequenza si chiude, non priva di ulteriori significanti alchemici n.d.r.), dal quale deriva un’opera imperfetta (il creato) ed, in essa, la condizione di dolore, ansia, disperazione, cui è costretto l’uomo fatto ad immagine e somiglianza del suo creatore.
Ma è già anticipata, anche, ripeto, la visione che del femmineo il regista ha.
Una visione spesso confusa con misoginia, e, che, nella sequenza finale, si chiarirà direi in una maniera che, mai prima d’ora, era stata così esplicita e definitiva.
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3. Capitolo 2 – Dolore
Dopo l’evocativa sequenza in bianco nero, il film viene filtrato, nel primo degli atti che compongono la storia, in un’ambientazione assolutamente claustrofobica.
L’appartamento dei due genitori, ormai privi del figlio.
Qui scopriremo altri segni allegorici.
La prima cosa di cui prendiamo atto è che mentre la donna soffre pene indicibili per la perdita del figlio, l’uomo no.
Io azzardo che già da questa sequenza, il film si trasla in una prospettiva che non è più (quanto meno non più solo) narrativa, ma è assai più simbolica e filosofica.
Gli esistenti assumono una collocazione precisa, che aiuterà Lars von Trier e rappresentarci (è il caso di usare questo termine), alcune sue radicali ossessioni.
Se la donna prova dolore, è lei che ha in se la pietas, mentre l’uomo rappresenta, sicuramente, la parte razionale della visione del dualismo divino.
L’una, il dolore, che prova ma, anche, che infligge, (non è forse lei ad ammettere di conoscere il fatto che il bambino si svegliava di notte e si allontanava?
E non è forse lei a vestirlo con le scarpe al contrario deformando i suoi piedini come risulterà dal referto dell’autopsia?
E non sarà lei a martirizzare il marito?
E non sarà – sempre e solo lei, ultimo tassello di un mosaico che il regista compone assai lentamente – a vedere il figlio salire sul mobile e precipitarsi nel vuoto?)
L’altro, l’uomo, con i suoi tentativi salvifici, la forza della conoscenza, e della razionalità, volte ad aiutare la donna ad elaborare il lutto.
Da notare, a suggello della prospettiva divina degli esistenti, le predominanze cromatiche dei blu e degli azzurri nei loro abiti e nei colori della loro casa.
Già nei primi semplici dialoghi iniziali dell’atto, quasi senza accorgercene, avremmo, già, a disposizione tutti gli elementi per comprendere che questo dualismo, non potrà mantenersi inalterato a lungo.
Una delle due forze cercherà, sicuramente, di sopraffare l’altra, ed all’altra non rimarrà nessuna alternativa, se non quella di attaccare, a sua volta, e spiegheremo meglio, anche, perché.
4. La sofferenza psichica come dante causa dei temi sviluppati nell’opera e della Natura in particolare
Prima di addentrarci nella spiegazione del dualismo divino, però, vorrei inserire altri elementi, perché, sono convinto, che in questa opera, come ho già anticipato prima, entrino anche altre forze, che non necessariamente attengono all’ambito esoterico delle convinzioni del regista, ma che ne sono, in qualche misura, i loro danti causa.
E sicuramente una delle forze oscure di quest’opera è la sofferenza psichica.
Non sono io a sostenere questa tesi, sia chiaro, è stato, e mi ripeto, lo stesso regista a dire che alcune visioni di questo film, sono state a lui quasi imposte dalla depressione neurovegetativa, che ha affrontato prima delle riprese.
Ed è certo la sofferenza psichica, che mette in relazione ad esempio l’opera di Lars con la Natura.
Pensiamo alla sequenza iniziale dell’atto dolore.
La Natura ha un ruolo di primissimo piano nella mente e nell’opera di Lars in questo film, e lo si capisce già in una delle prime sequenze, quella girata in ospedale. Vicino al letto dove è sdraiata la donna, la mdp inquadra un vaso di piante e, con una lentissima carrellata in avanti (o più probabilmente con uno zoom ottico), gli si avvicina sempre più, progressivamente, mentre i due protagonisti sembrano scomparire sullo sfondo. Seguono altre sequenze, in cui sono intervallate immagini di rami e cespugli, di natura selvaggia e cupa, come una sorta di anticipazione dell’ambientazione in cui si svolgerà l’azione della storia.
La sequenza è angosciante, ed al tempo stesso, potente ed innovativa, e tutti siamo costretti a chiederci “come mai il regista abbandona gli esistenti per avvicinarsi alla natura?“
Le risposte non tarderanno ad arrivare.
Durante la terapia che il marito Wiliam Dafoe imporrà alla moglie, egli cercherà di risalire a cosa, per lei, rappresenta l’ambiente dove la paura che lei prova (o dice di provare) è più forte, e lei risponderà il bosco.
Ora, senza necessariamente arrivare ad intravedere in questa visione e nella potentissima sequenza che pone praticamente termine al primo capitolo del “Dolore”, dell’auto dei due coniugi che entra in un fitto bosco, (una selva oscura?) un riferimento dantesco, che pure non sarebbe peregrino cogliere, dobbiamo comprendere che nel bosco troveremo moltissimi dei segni simbolici che fonderanno, in un unico, le ossessioni di Lars von Trier, con la sua visione esoterica del mondo.
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5. “Capitolo 3 – Pena: il caos regna e Capitolo 4 – Disperazione”
Mentre il primo atto, “Il dolore“, è servito al regista a filtrare la narrazione in un contesto oniricamente simbolico e allegorico, questo secondo atto rappresenta il fulcro del film. E’ qui che osserveremo alcune immagini che non è arduo definire quadri.
In primis il bosco ed il luogo chiamato Eden.
Questo bosco è, in qualche misura, la rappresentazione perfetta di ciò che Lars von Trier pensa dell’intero mondo.
Un luogo dark, prevalentemente abitato non dalla vita, ma dalla morte.
Infiniti sono i segni che ci parlano di questo.
Nel “capitolo 3 – Pena il caos regna”, infatti, l’opera descrive l’origine delle paure della protagonista, che avviene l’estate antecedente la morte del figlio, la sequenza accoglie “il pianto della natura“, che anticipa il tema della natura matrigna, che piange la pena di tutte le cose viventi condannate a morire. Qui è importante comprendere che i tre mendicanti (l’ultimo atto) sono anche oltre che i significanti dei tre tempi centrali del film raffigurati anche con tre animali:
“la volpe, il corvo ed il daino” tre simboli molto evocativi che ricoreranno un po’ in tutti gli atti del film compreso nello strabiliante epilogo.
2. Il dialogo tra i coniugi mentre cadono le ghiande, e le considerazioni che la moglie fa a proposito del fatto
che, quando esse battono sul tetto della casa, sono (già) morte.
3. Le mani della scena, forse più apocalittica del film, quando Dafoe possiede la moglie su un albero, ci
torneremo.
Ma soffermiamoci, un attimo, sul concetto di bosco, e sulle figure di Eden e di Albero.
La moglie, già nel racconto fatto al marito nell’atto precedente, anticipa la visione del bosco, dove poi i due si recheranno.
5.1. Eden e Albero
Due segni hanno colpito, più di altri, la mia attenzione:
Il termine Eden;
L’Albero che viene, in tale posto, rappresentato.
Non si può non cogliere, nuovamente, un esplicito riferimento alla cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre, ed alla necessità di superare il dualismo.
“Gli alberi sono lo sforzo infinito della terra per parlare al cielo in ascolto“, è stato detto dal Fr. Tagore.
Meno poeticamente di lui, osservo che, considerato singolarmente, l’albero può essere il simbolo dell’uomo, i piedi per terra (e sul dettaglio dei piedi torneremo), e la testa rivolta al cielo.
Nel nostro caso, però, gli alberi sono due, uguali e speculari tra loro: è spontaneo l’accostamento all’Albero della Vita ed a quello della Conoscenza del Bene e del Male, e questo lo si evince anche dal dettaglio che l’albero ci veine raffigurato come una pianta che marcisce.
Nella Bibbia è scritto che al centro del giardino dell’Eden fu posto un albero, il cui frutto, se mangiato, avrebbe comunicato l’immortalità. Collocato però nel medesimo posto vi è pure un altro albero, quello della Conoscenza.
Poiché non è fisicamente possibile che due oggetti, diversi, occupino, contemporaneamente, la stessa porzione di spazio, è verosimile che i due alberi Lars li rappresenti in uno solo, in quanto non sono altro che aspetti diversi di un’unica realtà.
Se questa ipotesi è esatta, ne consegue che la dualità è male, nel senso che ci separa dall’Uno, e deve essere pertanto superata, dialetticamente, da chi vuole ottenere la Conoscenza, che dà la Vita.
Ed ecco che l’uomo del film (da notare l’assenza di nomi propri agli esistenti protagonisti, un elemento apparentemente banale ma che banale non è), affronterà allora un lungo viaggio, dall’esteriore all’interiore, dal celato al manifesto, dal fenomeno al noumeno, dalle tenebre alla luce; la meta è l’essenza stessa dell’Infinito: il mistero dell’Unità.
Ma allora, la realtà che ci circonda è pura illusione? Il dilemma è stato risolto da Shankara, il grande filosofo indiano: la realtà è tale solo se rapportata alla conoscenza del relativo, è invece illusione, maya, a cospetto dell’Assoluto.
Per esprimere questo concetto si fa l’esempio dell’uomo che, entrato in una stanza buia, scambia una corda per un serpente e prova paura, fin tanto che non si accorge di come stanno effettivamente le cose. Per svelare l’illusione insita nella realtà ‘relativa’ occorre che questa sia dunque esaminata, a cominciare da quella che ci è più vicina, la Natura, e con ciò siamo pronti per passare al simbolo successivo.
La Natura, quindi, come villa di Satana, giacché il cielo rimarrebbe appannaggio di Dio.
E’ importante notare che il capitolo del Caos che regna finisce con la guarigione della donna che suggella due altri significanti:
il riconoscimento della supremazia comunque della razionalità, il ritorno della donna alla sua originaria condizione di donna – strega. Donna carnefice che si esplicherà meglio nel quarto atto – Disperazione.
5.2. Capitolo 4 – Disperazione
E’ importante chiarire che in questo atto, superata la condizione di sofferenza, la donna può ricongiungersi alla sua natura di martire.
Due segni sono fondamentali per comprendere questa evoluzione.
Il flashback sulla sequenza iniziale dove avremo modo di constatare che la donna vede il bambino salire sul mobile, prima, e cadere nel vuoto poi.
Questa vera e propria rivelazione è fondamentale per comprendere l’intenzione di von Trier di svelarci al dunque chi sia davvero l’Anticristo.
Un essere capace di produrre il male ed il bene nello stesso momento.
Un essere che potrebbe fermare la morte del figlio ma che preferirà godere del suo piacere.
Questa rivelazione spiega:
il dolore maggiore che la donna soffre rispetto all’uomo
la sua intenzione di purificare la fonte del piacere di quell’atto che tanto esecranda risulta al dunque anche ai suoi ambivalenti occhi.
Giustifica, inoltre, il titolo di questo atto che non è più solo Dolore e Pena ma che tracima in vera e propria Disperazione una condizione che costringerà l’uomo a reagire agli attacchi della donna.
5.2.1. Il piede
A questo punto direi che abbiamo, in parte, svelato cosa muove la donna a conficcare, nella fine della gamba del marito, una ruota che lo condanni a rimanere con i piedi ben fissi sulla terra.
Non è un caso che Dafoe, in questa sequenza, cerchi di sprofondare nelle viscere della terra, perché ha oramai compreso le intenzioni del femmineo, improvvisamente rivoltatosi contro di lui.
La ruota di pietra è il peso che costringe l’uomo a rimanere solo con i piedi per terra, senza poter, più, rivolgere gli occhi al cielo.
Condanna che la donna stava lentamente infliggendo anche al figlio (allacciandogli le scarpe al contrario).
5.2.2. Satana
C’è un’ultima cosa.
Il riferimento a Satana compare più nelle cose in se che nella narrazione.
Ma è evidente che mentre Dafoe svolge il ruolo di terapeuta egli annota, in una sorta di piramide, le cose che alla moglie fanno paura.
Ad un certo punto la sequenza inquadra questa gerarchia:
Me
Satana
Natura
Bosco
In questa sequenza egli, subito dopo avere scritto: Me, cancella questa parola.
Perché?
Perché Satana e Me, forse, sono la sessa cosa?
§§§
6. “L’epilogo”
Ed ecco anche spiegato cosa porterà, nell’ultima parte del film, “L’epilogo“, Wiliam Dafoe ad uccidere la donna, mai così tanto esplicita nei film di von Trier:
“Una donna che piange è una donna che trama“
Ed a bruciarla su un rogo, lei che non era riuscita a portare a termine una tesi sulla persecuzione delle donne nel medioevo.
E’ in questa ulteriore sovrapposizione, tra il protagonista maschile dell’opera, ed il pensiero disturbato (penseranno i più) di Lars von Trier, che il film ci lascia i disperati messaggi verso l’alto.
E’ importante, in primo luogo, sottolineare che il commento musicale alla sequenza di tale atto, torna ad essere “Lascia ch’io pianga“, ed è importante questa sottolineatura, perché contiene un nuovo riferimento alla cruda sorte ed alla libertà, questa volta dell’uomo.
Non meno importante è l’idea che l’unica strada verso la conoscenza è il noumeno, il superamento dialettico del dualismo.
Questo spiega, in parte, il terrore che il regista nutre nei confronti della donna, e nei confronti dell’atto sessuale in se.
Vi starete, a questo punto, chiedendo del perché la moglie martiri i sessi (sia il suo che quello del marito).
La mia risposta è, ancora una volta, racchiusa nell’impurità dell’atto sessuale.
Se è il sesso il tramite terreno che abilita il ripetersi dell’atto (impuro) della creazione, e se è il piacere il motivo principale che attrae l’uomo verso la donna, e verso questo atto, allora sono chiare due conseguenze:
la prima è che la donna, che attrae l’uomo con il suo piacere, è parte del disegno abominevole della imperfezione e della impurità di questo atto, ed ha verso l’uomo un potere tremendo, se è vero che in due sequenze cogliamo assai bene questo riferimento.
Nel primo atto, quando Dafoe, vendendo meno ai suoi proponimenti di terapeuta, possiede la moglie per distrarla dal suo dolore.
Ed in una delle scene forse più potenti del film, quando la donna uscita di casa di notte si masturba nel bosco, e viene, poi, raggiunta dal marito, che la possiede sul tronco dell’albero, dove compaiono molte mani di corpi che sembrerebbero morti.
La seconda conseguenza è che l’atto sessuale è il vero peccato, che, per essere in qualche modo purificato, deve essere privato del piacere, ecco quindi che la donna masturba l’uomo dopo averlo colpito sul sesso, facendo si che dal suo pene fuoriesca insieme al suo seme, il suo sangue, ed, in una sequenza successiva, procederà a tagliarsi il suo stesso clitoride, in una delle sequenze forse più raccapriccianti dell’opera.
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7. La scena finale – il femmineo assoluto – chi è L’Anticristo?
Mi rendo conto che, forse, non ho chiarito a sufficienza che è l’Antichristo in un film che lo evoca addirittura nel titolo.
Ritengo che la mia analisi non lasci dubbi, al riguardo, ma mi piace integrare le mie conclusioni con quelle di Marco Bellentani, sicuramente più esplicite al rigurado:
E’ sicuramente il personaggio interpretato da Wiliam Dafoe, del resto è l’unico che resta vivo al termine dell’opera, esistente con cui la natura comunica (essa tace, per lo piiù, al personaggio femminile isterico e cristiano), tramite simboli, fruscii, ma anche parole e grida d’animale.
Le costellazioni animali sono il nuovo nord della bussola della vita.
L’uomo, dunque, passa attraverso il martirio della strega, del senso di colpa, e deve ributtare tutto l’isterimo freud-cristiano che porta all’infibulazione, alla castrazione femminile (anche per colpa del maschio).
Superato quell’attimo, si deve rendere conto del gesto contro natura, palesemente cristiano, dell’uccisione, nella castrazione, del senso di tutto, del sesso, innocente atto che rende tutto possibile, in svariati modi a seconda della specie, animale o vegetale. [Ergo, la castrazione è evidentemente un gesto cristiano - contro natura da combattere. E così lo sono i "no" alla vita niezcthiani].
A quel punto il nuovo messia è pronto a salire sul monte, in attesa del popolo di streghe, represse dalla cultura, soggiogate dal cristianesimo e dalle sue paure, condannate all’isteria e dunque non comprese, ma uccise o curate come un virus!
Esso è colui che cura quell’inutile senso di colpa, quell’inutile strumento di controllo, inoculato infidamente in noi dall’era cristiana, ma anche dalla modernità. Un film immenso, che rifugge il finale catartico alla Dogville, perché mira ad essere compreso, lentamente, dal nostro io. Le risposte sono profonde, difficili da percepire: La verità non avrà mai un linguaggio completamente umano.
Liberatosi della moglie, oramai morta e addirittura bruciata su una pira, come una strega del medioevo, l’uomo si aggira in un mondo pieno di luce, senza più ombre perché il dualismo è stato superato, oramai libero, e compie due incontri, dovremmo dire, con la Conoscenza.
Il primo è quello dei cadaveri che gli si rivelano nella Natura.
Un suggello dark della condanna che, in qualche modo, livella tutti i vivi ad un unico ed ineluttabile destino.
Il secondo è quello del femmineo che gli si fa incontro sulla collina. Una moltitudine di donne, che, non essendo più una, rappresentano non più il femmineo alternativo, ma quella parte di femmineo che è in lui.
E’ questa forse l’immagine forse più evocativa e pregante dell’opera, che Larsvon Trier inserisce alla fine del film, quasi a comunicarci la sua visione definitiva sulla questione del tema della Unicità al di sopra del bene e del male.
Una sequenza, anche questa, impeccabile e potente, che non potrà lasciarvi indifferenti.
In questo contesto pongo una ulteriore riflessione.
Gli esistenti lo abbiamo detto non hanno nome. Essi potrebbero essere due aspetti di un unico tema.
7.1. Un apparente errore formale ci svela un dettaglio sul rapporto dualismo vs. unicità
In una sequenza di un dialogo iniziale, i cinefili ci fanno caso, Lars compie una piccola serie d’inquadrature scorrette sotto il profilo formale.
Nei dialoghi, infatti, si studia, i soggetti devono essere inquadrati con campo e controcampo.
In parole povere se un esistente parla da un lato dello schermo, l’altro deve rispondergli dall’altro, guardando verso di lui.
Bene riguardate uno dei dialoghi iniziali tra l’esistente interpretato da Dafoe e l’altro interpretato dalla Gainsbourg,noterete, come ho fatto io, che essi vengono inquadrati nella stessa porzione di schermo.
La cosa sarebbe normale se l’esistente Dafoe parlasse a se stesso, ma se, invece, parla alla moglie allora delle due l’una:
o Lars ha voluto, clamorosamente, sovvertire questo paradigma formale in queste inquadrature,
oppure, come è più agevole credere, lo ha fatto con consapevolezza, con sapiente cognizione di causa, quasi a volerci anticipare che Dafoe e la mogliesono si due entità separate, ma parte di un’unica Verità. Due volti di un unico esistente. L’Anticristo appunto.
§§§
8. Conclusioni
In conclusione posso dire che a me il film è piaciuto molto anche per gli aspetti formali.
E’ raro trovare una direzione della fotografia così perfetta anche nei suoi aspetti cromatici (le predominanze degli azzurri e dei rossi, i giochi delle luci e delle ombre), che sottolineano, direi perfettamente, in maniera che non è arduo definire caravaggesca, la prospettiva dualistica dell’opera.
Le immagini perfette del film:
le sequenze rallentate del racconto della donna nel bosco;
le allitterazioni visive di lei che varca il ponte che conduce ad Eden, o la soglia della tana della volpe.
I dialoghi dei coniugi, fonte di critiche inutili, che andrebbero sicuramente rivisti e riascoltati in lingua originale, considerando la supervisione di Crepet nella versione italiana.
Ed ultimo, ma non meno importante motivo, le interpretazioni degli attori che è approssimativo considerare eccellenti (questo spiega la palma d’oro alla Gainsbourg), che hanno lavorato sui personaggi come raramente ho visto fare in un film.
Certo rimangono ancora molti simboli di cui parlare, la volpe ed il corvo (forse un riferimento all’elogio alla accortezza, di cui il personaggio di Dafoe sembra essere pregno, della fiaba di Fedro).
Il Daino.
Ma come dire … la visione del film è talmente bella, che, personalmente, la consiglio più e più volte a tutti.
Dispiace solo che un’opera così visionaria, e così ricca di riferimenti, non sia stata apprezzata (nomination per la palma d’oro a Cannes a parte).
Ma è il destino dei geni che utilizzano il cinema non per fare soldi, ma per cercare di comunicare arte.
E Lars, in questo, continua ad essere un maestro, penso, anche che la sua casa di produzione, la Zentropa, sia un luogo magico, ed ammiro, molto, anche il rigore con cui questo regista co-gestisce tale progetto … ditemi da quale altra casa di produzione, anche americana, escono fuori immagini così perfette stilisticamente.
Adesso Lars, però, ti preghiamo … con Wasington, completa la trilogia sugli USA.
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analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
Circa l’utilità del cinema documentarista – a cura di Roberto Bernabò
Fortapàsc
titolo originale: Fortapàsc
nazione: Italia
anno: 2008
regia: Marco Risi
genere: Drammatico
durata: 108 min.
distribuzione: 01 Distribution
cast: L. De Rienzo (Giancarlo Siani) • V. Lodovini (Daniela) • M. Riondino (Rico) • M. Gallo (Valentino Gionta) • E. Mahieux (Sasà) • S. Cantalupo (Ferrara) • G. Morra (Carmine Alfieri) • E. Fantastichini (sindaco) • R. Carpentieri (prof. Amato Lamberti) • G. Imparato (pretore) • M. Mazzarella (emissario dei siciliani)
sceneggiatura: J. Carrington • A. Purgatori • M. Risi
musiche: F. Piersanti
fotografia: M. Onorato
montaggio: C. Benevento
Trama: Nel 1985 Giancarlo Siani viene ucciso con dieci colpi di pistola. Aveva 26 anni. Faceva il giornalista, o meglio era praticante, abusivo, come amava definirsi. Lavorava al Mattino, prima da Torre Annunziata e poi da Napoli. È stato l’unico giornalista ucciso dalla camorra. Gli ultimi quattro mesi della sua vita, la sua ultima estate quando dal Vomero, dove abitava, tutti i giorni scendeva all’inferno di Torre Annunziata, regno del boss Valentino Gionta …
§§§
E’ un miscuglio tumultuoso di sensazioni, di sentimenti contrastanti, e di altre cose, di cui questo post non sarà che una verifica parziale, quello che mi è venuto in mente al termine della proiezione del film di Marco Risi su Giancarlo Siani, venerdì sera, mentre uscivo, in compagnia della mia amica L., dal cinema Quattro Fontane, dove ho anche assistito alla proiezione di Gomorra di Matteo Garrone, nel giorno della sua uscita, proprio come per questo film.
Quali sono queste cose, vi chiederete, giustamente, voi. Eccovi subito accontentati.
La prima è che avevo solo 25 anni quando la sorella della ragazza con cui studiavo gli ultimi esami della laurea in giurisprudenza, e che lo conosceva, ci disse che Giancarlo era stato sparato, proprio pochi giorni dopo che si era rimesso con la sua ex. Ho pensato a quanto fossi immaturo all’epoca, e quanto poco avevo, allora, compreso dell’immenso esempio etico che un ragazzo, poco più grande di me (un solo anno di differenza), aveva, quasi inconsapevolmente, dato con la sua morte.
La seconda cosa che mi è balenata per la testa è che, effettivamente, è vero, quello che ci siamo detti recentemente in chat io ed Eugenio Cappuccio su FB: “non puoi parlare del passato senza mordere il presente“.
La terza è stata “come mai Marco Risi avesse deciso di girare, come primo film dopo la morte di suo padre, proprio questo sulla morte di Giancarlo Siani.”
La quarta, che da un po’ il titolo al post, è se avesse ancora senso, oggi, portare alla memoria un fatto così datato, facendo nomi e cognomi di una Camorra che è in carcere.
Altre sensazioni, infine, erano più intime e personali, e riguardavano, ma solo in parte, Napoli, la mia città, la Campania, la mia regione di origine, e la loro sempre discussa, ed anche discutibile, esposizione ogni volta che si affrontano certi temi, ed anche la commozione che sempre mi pervade, non senza sofferenza, difronte alle ingiustizie, ma non formeranno oggetto di questa analisi.
§§§
Poi, riflettendo, ho compreso che tutti questi aspetti, formano un concetto a me caro. Quello del coacervo. E nel coacervo, come m’insegnò un mio maestro, non è facile trovare una chiave di lettura univoca, una verità assoluta. No in esso si condensano elementi di contraddizione. Però a guardare in profondità e con attenzione rigorosa scopri che, nel coacervo, le cose solo apparentemente sembrano slegate e contraddittorie fra di loro, ma la verità è che non è così. Considerate, pertanto, il riferimento a questo concetto una sorta di metafora ispiratrice della complessità, che ci aiuterà, come una vera e propria guida intellettuale, a districarci in questo labirinto di considerazioni.
Proverò infatti, in questo post, a spiegare perché tutti questi elementi solo apparentemente contraddittori, fanno, invece, di quest’opera cinematografica, un’opera importante, in un momento del nostro paese di forte oscurantismo culturale, dove nel nome invocato della libertà, si stanno invece per attuare altri grandi limitazioni alla più importante garanzia di una democrazia moderna, la stampa.
E’ di oggi la notizia di Ferruccio De Bortoli come nuovo direttore del Corriere della Sera e conosciamo le preoccupazioni che, su questa nomina, si erano addensate proprio nel giornale forse più rappresentativo del rischio sopra citato.
§§§
1. La mia (parziale) immaturità all’epoca dei fatti
Questa è forse la cosa più difficile da spiegare. E va fatto anche con molta considerazione di me, e di quello che era, effettivamente, la mia coscienza civile di quel momento.
Perché, in verità, io ero un po’ un idealista e credevo in certe cose. Avevo già delle idee politiche precise, avevo fatto le mie esperienze di autogestione del mio liceo, ad esempio.
Avevo già capito che non sempre i giornali dicevano la verità. Alcuni miei amici erano già entrati nelle redazioni e mi avevano spiegato come funzionavano alcune cose.
Ma nutrivo ancora, come dice Franco Battiato, in una celeberrima sua ballata dal titolo Mesopotamia, una sorta di dogmatico rispetto verso le istituzioni.
In Italia non c’era ancora stata né l’inchiesta di Mani Pulite, né la discesa in campo di Silvio Berlusconi.
Forse era più facile indagare come giornalista, o forse, paradossalmente, lo era assai di meno.
Non c’era internet.
C’erano le televisioni private, e le radio libere … ma, come dire, poca roba.
C’era già la Fininvest, nata nel 1978, ma era ancora una realtà marginale, e la TV commerciale non era ancora un fenomeno così imponente.
E forse non è un caso che Giancarlo ascoltasse proprio una radio libera, mentre tornava a casa, nel giorno del suo assassinio.
Per tutta questa serie di ragioni (mi piace illudermi che sia così), io non avevo letto gli articoli di Giancarlo nella cronaca di Torre Annunziata.
Capivo che era stato ucciso per quello, ma mi sfuggivano alcuni dati di contesto, che, forse, oggi potrebbero essere più facilmente accedibili, se ci fossero ancora dei giornalisti giornalisti come lui.
Mi assolvo, quindi, ma facendo questo mi cospargo, a maggior ragione, il capo di cenere, ed omaggio, con il più sentito degli chapò, il coraggio quasi incosciente di Giancarlo, che si era spinto così oltre.
Anche oggi, a guardare bene, esistono due categorie di giornalisti … e sono necessariamente contrapposte.
Una sicuramente faziosa, come la storia italiana contemporanea esige, che cerca di dare le notizie.
Una seconda (che è la stragrande maggioranza), che fa solo da cassa di risonanza governativa, ma non per codardia, o, quanto meno, non solo, ma per necessità.
Se lavori in certi giornali e vuoi dare le notizie semplicemente non lo puoi fare … e non sono teoremi, né dietrologie … ma solo la verità, e non aggiungerò, come mio solito, ahimè, anche se dovrei eccome, in verità.
§§§
2. Per parlare del passato devi mordere il presente
E vedete come viene facile legare il punto 1 al punto 2 di questa breve analisi.
E già perché se Marco Risi avesse fatto un film sulla manifestazione di Beppe Grillo sulla libertà di stampa,sarebbe stato tacciato di faciloneria, di strumentalizzazione, di anti-berlusconismo, di faziosità politica, e tutti quei termini di cui sono intrise le pagine della cronaca di certi accadimenti.
No lui ha recuperato un esempio vintage, mi si perdoni il termine, per dare voce alle seguenti categorie della società civile (e non ovvio):
Un giornalista impegnato, che indaga in maniera ficcante non solo la camorra, ma anche e soprattutto la corruzione di una giunta comunale, il voto di scambio, le tangenti.
Un magistrato che dichiara “lei ormai l’avrà capito … altro che quello che dice il sindaco: qui siamo a Fortapasc“.
Un capitano dei carabinieri che s’impegna in prima persona per riuscire a contrastare il potere che, pure è chiaro allo spettatore anche meno accorto, essere molto più forte di lui.
Un’intera giunta comunale corrotta.
I boss della camorra e la loro vita intrisa di lutti e di sangue in nome di un controllo di un territorio, un farwest in cui effettivamente, come già nelle tesi di Roberto Saviano la domanda è “che vita è?“
§§§
2.1. Ibridazioni tra genere drammatico e genere documentarista
Ora è evidente che Marco Risi ha si reso ancora una volta giustizia [per dovere di cronaca, ritengo doveroso, infatti, ricordare che Giancarlo Siani ha già ispirato un film indipendente del 2003 intitolato "E io ti seguo" per la regia di Maurizio Fiume con Yuri Gugliucci, un attore che ho molto apprezzato anche a teatro nella compagnia di Lello Arena, e con Carlotta Natoli. Il film fece un rapidissimo giro di festival, dove riscosse un certo successo e si attirò anche qualche antipatia da parte dei giornalisti de "Il Mattino", i quali non hanno che da essere contenti per come il giornale è stato presentato nel film di Risi. Una delle tante piccole pellicole invisibili da recuperare, [giusto per avere un'altra versione dei fatti, che fa sempre bene] ad una figura come quella di Giancarlo, e lo ha fatto in un modo molto sommesso. Ma è altrettanto evidente che per farlo ha dovuto molto sapientemente ibridare (non lasciatevi ingannare dalle catalogazioni) il genere drammatico con quello documentarista.
E non con un documentarista qualunque.
No. Con il documentarista che unisce, in un unico mainstream, il cinema di denunzia di Garrone e di Sorrentino con quello più specificamente narrativo dei padri del genere, e non sia irriguardoso, in questa specifica accezione cinefila del termine, il riferimento a “Le mani sulla città” di Francesco Rosi.
Non voglio aggiungere conclusioni particolari a questo paragrafo, dirò solo che la definizione “libertà di stampa“, come ha già detto in un suo splendido monologo Ascanio Celestini (che lascio sotto) è un termine di cui disfarsi, presto diventerà persino pericoloso.
Lascio a quelle parole il compito di dire quello che ancora si può dire al riguardo.
§§§
3. Perché Marco Risi ha deciso di girare come primo film dopo la morte di suo padre proprio questo sulla morte di Giancarlo Siani
Adesso vedete che anche questo tema viene facile da incastrare.
E’ evidente che dopo la morte di un genio così ingombrante come il padre Dino, Marco - che ha da tempo trovato un suo codice, un suo registro, (citerò al riguardo un film che a me piacque molto che era “Ilmuro di gomma“, l’unico film che abbia indagato sulla tragedia di Ustica), un registro che è un po’ quello del cinema di denuncia, politicamente, non dico schierato, ma sicuramente impegnato – abbia voluto riavvicinarsi, con decisione, a questo suo specifico filmico che gli ha, senz’altro, fatto girare le sue cose migliori, e nel farlo ha voluto trovare, in questa storia, molti dei temi che, in questo momento, affliggono la società civica italiana contemporanea.
Lo ha fatto, immagino, non solo come tributo al padre, ma soprattutto per recuperare quel modo di concepire la funzione stessa del cinema documentarista, che la generazione del padre seppe così bene, forse anche per ragioni storiche, e politiche, e, non ultimo culturali, saputo interpretare.
Un film di altri tempi allora?
No, vi rispondo con decisione, perché Marco, pur citando, ed a volte platealmente i padri (valga la sequenza del tormentato consiglio comunale in cui Giancarlo prende la parola e mette sotto accusa il sindaco socialista e la sua maggioranza corrotta) dove ho visto espliciti, e mi ripeto, riferimenti a “Le mani sulla città” di Francesco Rosi, dove era il leader dell’opposizione a diventare molto amico proprio di un giornalista, o come nella sequenza finale del ragazzino che sorride a Giancarlo dal retro di un Ape, dove ho colto un’altrettanta esplicita citazione proprio del più celebre film del padre: “Il sorpasso“.
Ma nel fare tutto questo, Marco usa (anche) il linguaggio crudo, e carico di suspance, specifico proprio di “Gomorra“, con le sue morti efferate ed improvvise, che cercano, ancora una volta, di trasferire il senso della barbarie in cui si viveva ed, ahimè, questa volta si, ancor oggi si vive, a certe latitudini del nostro paese.
In Marco deve essere scattata l’idea che il cinema dovrebbe – più che mai in un paese in cui, come abbiamo visto, sia stampa che media televisivi, sono sempre più, come dire, filo governativi, e dove solo su internet ci pare, a volte, di recuperare un senso onesto di rapporto con la verità – ridiventare il cinema che indaga, che ricostruisce, che documenta, che è, forse, in questo specifico momento storico del nostro paese, quello che maggiormente recupera il senso più elevato della funzione sociale della settima arte.
§§§
4. Ha ancora senso portare alla memoria un fatto così datato facendo nomi e cognomi di una Camorra che è in carcere
Mi rendo conto che in questo breve paragrafo mi sono, infondo, dato anche la risposta all’ultimo punto di questa mia analisi. E’ la stessa è racchiusa nella considerazione che Marco ha parlato di quei fatti per farci riflettere sulla deriva etica, che da troppi decenni il nostro paese vive.
Ci sono alcune sequenze che mi piace ricordare che sono tutte, credo, recuperate dalla ricostruzione che gli sceneggiatori, ritengo ottimamente, hanno svolto, e che sono da considerare molto indicative della troppa acqua corsa sotto i ponti della storia.
La chiacchierata che Giancarlo svolge con il caporedattore di Torre Annunziata, che lo invita a riflettere sulla differenza ontologica tra il giornalista giornalista (mestiere assai pericoloso, e praticamente a rischio di estinzione), ed il giornalista impiegato. Figura alquanto dilagante nella stampa contemporanea, non trovate?
O quella in cui Giancarlo si reca nella villa del sindaco, vorrebbe scoprire se alla festa del suo compleanno sono invitati anche alcuni esponenti di una certa Ditta. Bene il sindaco lo invita a farsi un bagno in piscina, “stia con noi c’è anche il cantalupo freschissimo, le mozzarelle“. Ma Giancarlo rifiuta. Come non riflettere sull’importanza, nel mestiere dell’informazione, di quel rigore istintivo che anche Indro Montanelli,spesso citava come ineludibile?
O ancora quando viene trasferito alla sede di Via Chiatamone, ed il giornalista più anziano, mentre gli corregge il pezzo, gli chiede “ma perchè non ti sei firmato?“
O ancora la sequenza in cui Giancarlo parla dell’acqua piovana che a Torre, subito, diventava fango.
Sono tutte evocazioni di un’etica del mestiere del giornalista che vedo ormai sparita per sempre.
Lo stesso Marco Risi ha dichiarato in conferenza stampa, che per lavare quel fango, di pioggia, ancora oggi, in quella terra, ne dovrebbe cadere davvero tanta … ma così tanta che ormai ci siamo tutti, me compreso sia chiaro, abituati a pensarla una cosa impossibile.
Ed allora, invece, mi chiedo e vi chiedo: “Ma non dovremmo forse proprio noi, persone oneste, pulite, che vogliamo che i nostri figli vivano in un mondo, non dico tanto, ma solo un po’ migliore del nostro, ad essere quell’acqua?
§§§
4. Certo dovrei parlarvi
Degli attori tutti bravissimi. Molti presi proprio dal cast di Gomorra di Matteo Garrone. E raramente, come in questo film, la resa attoriale costituisce uno degli elementi centrali del linguaggio usato dal regista, che, proprio grazie alla forza delle interpretazioni, riesce a conferire a tutti gli esistenti quello spessore umano necessario per stabilire un rapporto empatico con lo spettatore, che era forse uno dei principali obiettivi del regista e del film, presupposto ineludibile proprio per raccontare la vicenda umana di Giancarlo, oltre che denunciare, in maniera documentarista, i fatti che lo riguardarono.
[Libero De Rienzo su tutti, impressionante la sua trasformazione. Ma mi piace anche citare il sempre efficace Ennio Fantastichini, Eernesto Mahieux, sempre convincente, Gianfelice Imparato, e la conferma dell'eclettico e quasi irriconoscibile Michele Riondino, che molto avevo già apprezzato ne "Il passato è una terra straniera" di Daniele Vicari, qui nella parte di Rico, il reporter tossicodipendente, amico di Giancarlo. Doveroso, ancora, citare Massimiliano Gallo - notevole è, infatti, il suo Valentino Gionta, quasi un Tony Montana made in Torre Annunziata.
Appena sopra la sopra la sufficienza, almeno secondo il mio personale punto di vista, la prova dell'attrice Valentina Lodovini, nel non facile ruolo della ragazza del protagonista].
Di come Marco, con la sua regia, sia stato capace di fare emergere i valori che ispiravano l’azione di Giancarlo, senza però rappresentarcelo come un eroe.
Anzi rappresentandolo, giustamente, per quello che era: un ragazzo con dei principi morali, ma, anche, con le sue insicurezze, le sue paure, le sue fragilità, riuscendo, proprio per questo, a far emergere una figura in grado di farci cogliere, a mio modo di vedere, l’imbarbarimento del contesto avvenuto dopo la sua morte, che comprende anche l’assurda attesa dei lunghi 12 anni che ci sono voluti per arrestare mandanti ed esecutori materiali del suo assassinio.
Non Giancarlo, dunque, un eroe, ma noi gli ignavi che abbiamo anestetizzato le nostre coscienze.
Forse è questa la sensazione che, nella sequenza finale dell’omicidio, nella quale lo sguardo di Libero de Rienzo – Giancarlo Siani verso i suoi assassini ti lascia letteralmente senza fiato, mi ha fatto piangere lacrime campane ed amare, come le ho definite la sera di venerdì per gli amici di Facebook.
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5. Annotazioni a margine
Chiudo con due annotazioni a margine.
Esiste un premio per giovani giornalisti Giancarlo Siani.
E’ stato creato grazie al “Comitato Giancarlo Siani”: Ordine Giornalisti della Campania, Associazione Napoletana della Stampa, Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, Associazione Giancarlo Siani e quotidiano “Il Mattino”.
Tra i vincitori del Premio Siani negli anni passati: Roberto Saviano con Gomorra.
C’è un’ultima cosa. Non posso, ogni volta che vedo in strada una Citroën Méhari, non pensare a Giancarlo, ed ho scoperto che esiste anche un corto dal titolo Mehari Italia 1999, diretto e prodotto da Gianfranco De Rosa, sempre ispirato alla vita ed alla morte di Giancarlo Siani.
analisi di eventi, esistenti, e (mai come questa volta) linguaggio audiovisivo
Audace revisionismo storico in chiave fumettistica o atroce banalizzazione filosofico visiva? – a cura di Roberto Bernabò
titolo originale: Watchmen
nazione: U.S.A. / Gran Bretagna
anno: 2008
regia: Zack Snyder
genere: Azione
durata: 163 min.
distribuzione: Warner Bros
cast: M. Akerman (Laurie Juspeczyk / Silk Spectre II) • B. Crudup (Jon Osterman / Dr. Manhattan) • M. Goode (Adrian Veidt / Ozymandias) • J. Haley (Walter Kovacs / Rorschach) • J. Morgan (Edward Blake / The Comedian) • P. Wilson (Dan Dreiberg / Nite Owl II) • C. Gugino (Sally Jupiter / Silk Spectre) • S. McHattie (Hollis Mason / Nite Owl)
sceneggiatura: D. Hayter • A. Tse
musiche: T. Bates
fotografia: L. Fong
montaggio: W. Hoy
uscita nelle sale: 6 Marzo 2009
Trama: Tratto dalla celebre Graphic Novel di Alan Moore “Watchmen” è una complessa ed appassionante storia ambientata in un’ipotetica America in cui Richard Nixon è ancora al potere, dove si fronteggiano i blocchi contrapposti USA/URSS: il mondo è sull’orlo di una guerra nucleare e un gruppo di supereroi del passato, ormai invecchiati e disillusi, si scontra con la realtà di un mondo molto diverso da quello in cui avevano vissuto i loro giorni di gloria.
“Questa città ha paura di me. Ho visto il suo vero volto.” Dr. Manhattan
1. Premessa introduttiva – la critica statunitense
E lo so. Lo so che molti di voi rimarranno delusi da questo post. E dire che c’è anche nella critica americana più accreditata chi ne è letteralmente entusiasta, come quasi tutti i cineblogger italiani. Roger Ebert, ad esempio sul Chicago Sun-Times lo ha definito un “film viscerale” che “evoca le sensazioni della graphic novel” ed è “ricco abbastanza da essere visto più di una volta”. O Kyle Smith, del conservatore New York Post, che ha utilizzato aggettivi quali “cerebrale”, “scintillante”, “magnifico” e lo ha paragonato ad alcuni lavori di Stanley Kubrick, a Mick LaSalle del liberal San Francisco Chronicle, per il quale “il regista Zack Snyder sta iniziando a essere la migliore cosa accaduta al genere action negli ultimi dieci anni”. O ancora Richard Corliss del TIME (“film ambizioso”, a tratti “magnifico”), Ian Nathan di Empire (“intelligente, stiloso, apprezzabile”) e Patrick Parker di Premiere (“un film che piacerebbe anche ad Alan Moore”).
Eppure oltre a rimarcare il fatto che non sarò il solo a stroncare senza possibilità alcuna di appello questo film -
e sarei già in ottima compagnia anche solo tra i critici statunitensi (quelli maggiormente in grado per ovvie ragioni e non solo storiche a disquisire di questa opera a pieno titolo) cito tra i tanti Philip Kennicott sul Washington Post che ha scritto che “Watchmen è una noia, affondato dal peso della riverenza per l’opera originale” (affermazione, peraltro, opinabile) o A.O. Scott del New York Times che ha chiosato sul film definendolo: un prodotto “interminabile” (come non essere d’accordo con lui) o Joe Morgenstern del Wall Street Journal guardare il film “è l’equivalente spirituale di essere colpiti sul cranio per 163 minuti” (beh magari ha esagerato, eh), si arriva all’alquanto negativa opinione di Justin Chang di Variety (“incompleto per la sua riverenza”), cui ha fatto eco Kirk Honeycutt di The Hollywood Reporter, ad oggi autore di quella che forse è la critica più spietata, nella quale, senza lasciare spazio alcuno a interpretazioni, Watchmen è bollato come “il primo vero flop del 2009”
- proverò anche a farvi comprendere come forse già nell’opera di Alan Moore possano esistere dei riferimenti, come dire, banalizzanti a temi filosofici serissimi quali l’esoterismo ed il nichilismo di Emil Cioran e René Guénon o l’esistenzialismo di Jan Paul Sartre.
Insomma, lo abbiamo capito già da questa breve premessa, Watchmen è una di quelle pellicole sulle quali ci si divide in fazioni. Chi lo ama e chi lo odia.
E non sempre, a quanto pare, il giudizio è legato alla difficilissima operazione di trasposizione o adattamento dal fumetto al filmico, operazione solo apparentemente semplice (entrambi i linguaggi narrano una storia utilizzando una sequenza di scene), ma la differenza ontologica tra le due strutture narrative sta nel fatto che mentre nel fumetto la scena è ferma, ed ogni bozzetto ha (o può, quanto meno, avere e nel caso di specie è così) dei significati e dei significanti precisi ed ineludibili, nella sequenza filmica l’immagine è in movimento, e qualcosa, pertanto, della pregnanza del bozzetto deve essere sacrificata sull’altare dell’azione, nell’accezione più elementare del termine.
2. Premessa ontologica – Fedeltà o infedeltà verso la Graphic Novel di Alan Moore (un falso problema)
Molte recensioni si fermano ad analizzare la cosiddetta fedeltà nell’operazione di trasposizione tra l’opera in fumetto originaria, realizzata e serializzata nel 1986 dal maestro Alan Moore e dal disegnatore Dave Gibbons.
Un’opera, quest’ultima, che rappresenta uno dei più grandi capolavori della storia del fumetto (unica graphic novel inserita da TIME tra i 100 migliori romanzi contemporanei, hai detto cotica), in grado di mettere in discussione la figura del supereroe e di riscrivere le regole del genere letterario a essa legato. Non deve stupire pertanto che sono stati necessari oltre venti anni per compiere questa difficilissima operazione di adattamento del fumetto Watchmen in un lungometraggio, un processo infinito ed infinitamente doloroso durante il quale si sono avvicendati cambi di produzione, di registi e che è stata addirittura teatro di cause legali, che hanno portato lo stesso autore Alan Moore ad allontanarsi dal progetto (non è infatti citato nei titoli di testa e di coda) ed a creare l’opinione diffusa, suggerita dal regista Terry Gilliam, che il film fosse irrealizzabile.
Finite anche le premesse ontologiche sulla trasposizione cercheremo di analizzare meglio cosa del film secondo me funziona e cosa invece, e qui lo so sarò tacciato di irriverenza persino verso l’opera di Alan Moore, non funziona assolutamente, pur comprendendo che i riferimenti e le citazioni anche filmiche sono di spessore notevole ed è questa una delle principali ragioni della mia personale critica al film.
E qui l’analisi del film entra nel suo specifico.
3. Analisi dello specifico narrativo
Riflettere sulla natura dell’uomo (americano?).
E qui iniziano le dolenti note.
Diciamo che lo specifico filmico in questo caso poggia su tre pilastri.
L’epica e l’etica del supereroe, un’epica ed un’etica tutte americane e quindi difficilmente comprensibili senza uno studio approfondito, ma sulle quali, comunque, nel tempo, mi sono fatto un’idea mia.
La commistione di personaggi reali con i personaggi del fumetto (e questo rende peculiare sia l’opera originaria sia la trasposizione).
Last but not least, i riferimenti filosofici ai quali l’opera pare ispirarsi e conseguenti citazioni cinephile che sono, peraltro, ovviamente tutte avulse dall’opera originaria, e che fanno, invece, parte di quel materiale filmico che Zack Snyder, non senza supponenza e dotta presunzione, aggiunge.
3.1. Esistenti: l’epica del supereroe di Alan Moore ed i riferimenti alle divinità greche
Qui entriamo in un ambito specifico. Per quello che mi è dato di conoscere dell’epica e dell’etica del supereroe ecco cosa troviamo di comune tra quella dei supereroi classici rispetto alla narrazione di Watchmen, sia nell’opera di Alan Moore che nella trasposizione di Snyder.
I supereroi di Moore possiedono tutti (chi più chi meno in verità) dei super poteri, tali super poteri nel caso del Dr. Manhattan,derivano un incidente in un laboratorio nucleare ed anche questo espediente accomuna questo elemento a quello di altri supereroi (vedi Superman o Spiderman). Esiste un evento preciso che conferisce i superpoteri.
Il Dr. Manhattan (Billy Crudup), l’unico con superpoteri nel senso letterale del termine, vive al di fuori del tempo e dello spazio ordinari, le forze del cosmo apparente sono una sorta di film sotto la sua pelle. Ozymandias (Matthew Goode) è l’uomo più intelligente del mondo. Il Nite Owl (Patrick Wilson) è un uomo isolato dalla vita, con la sua padronanza della tecnologia. Rorshach (Jackie Earle Haley), la voce fuori campo il cui diario scandisce la progressione non sempre lineare degli eventi, è un uomo che trova significati in modelli che possono esistere solo nella sua mente. E Silk Specter II (Malin Akerman) vive con una delle sfide più familiari ed umane, fino a che vivono i suoi genitori, in questo caso l’originale Silk Specter (Carla Gugino).
“Watchmen” si concentra sulla contraddizione, condivisa dalla maggior parte dei supereroi: essi non possono vivere la vita ordinaria, ma sono destinati ad aiutare l’umanità.
Ed è peraltro evidente, nel caso di specie, che gli stessi nomi di questi personaggi richiamano le loro origini nella antica Grecia, ed evidenti sono i riferimenti agli dei come Zeus, Ade, con il suo cane a tre teste, ed il suo Hermes alato ai suoi piedi.
Tale livello di simbolismo è il minimo comune multiplo, a guardare bene, di tutti i supereroi.
Qualità ricorrente in Batman è, ad esempio, la sua umanità, e nonostante le sue doti eccezionali egli non è SuperNormale.
Gli esistenti Super eroi di “Watchmen“, in qualche modo ricalcano questa ontologia, ed in parte la superano, quasi come se, tra loro, ne esistessero di superiori e di inferiori.
Acme di questo esplicito riferimento alle Divinità Greche è proprio il Dr. Manhattan, che possiede l’accesso ad un potere di teletrasporto aereo che lo stacca dalle preoccupazioni di tutti i giorni – ed addirittura da se stesso e dal suo tempo.
Nel film la scena più spettacolare è proprio quella che riguarda tale esistente esiliato su Marte, che, in totale isolamento, re-immagina se stesso come un essere umano, ed evoca (o scopre? o costruisce, non sono sicuro), una incredibile città apparentemente fatta di cristallo e concetti matematici (pronta a cadergli addosso in sincronia con la sua scoperta del nesso miracoloso che lo lega a Silk Specter, peraltro).
E’ proprio in questo luogo che egli avrà la visione, definitiva, che lo ricondurrà sui suoi stessi passi e lo porterà di nuovo sulla Terra come nostro salvatore. Quasi come un nuovo Messia laico.
Da notare, peraltro, una violenza diversa, e non sempre facilmente equiparabile o confrontabile con l’etica di altri personaggi, più riconducibile, e mi ripeto, alle gesta degli Dei che non a quelli dei Supereroi classici.
E’ il caso del comico che compie gesti spesso esecrandi o l’integralismo di Walter Kovacs / Rorschach che mai utilizzerebbe la violenza contro innocenti per un fine superiore.
E potremmo continuare dicendo che non è nell’epica del supereroe che ho trovato da ridire sul film, anzi, la stessa è molto sapientemente costruita, ha una sua ineludibile coerenza, e risulta molto particolare proprio perché non è avulsa dal contesto storico nella quale si esplica, anzi, ne è addirittura parte integrante e salvifica, se è vero che le sequenze al rallenty della guerra del Vietnam vengono rivisitate, in chiave fortemente allegorica e simbolica, proprio grazie all’azione dei supereroi di Moore.
Potremmo concludere questo paragrafo dicendo che mentre i supereroi tradizionali sono in qualche modo frutto di una fantasticheria sulla necessità di contrastare la violenza della società americana, (e quindi ne sono in qualche modo l’antitesi), nella graphic novel di Alan Moore, e, quindi, nel film di Zack Snyder, sono invece la quintessenza della società americana. Ne incarnano, come chiaramente spiegato nell’incipit di questo post, il vero volto.
3.2. Gli eventi: la commistione di personaggi reali con i personaggi del fumetto
Una peculiarità del racconto di Alan Moore, e quindi del film, è che l’autore innesta l’azione dei suoi supereroi nel contesto di un preciso momento storico, e li fa interagire con gli eventi reali della Storia, quasi come se gli stessi rappresentassero dei riferimenti iconografici e smimbolici delle forze che gli USA furono costretti a mettere in campo, in quel periodo, per controllare e cercare di arginare:
gli equilibri energetici,
economici,
sociali del mondo,
mantenendo un “ordine” necessario a contrastare l’avvento di un’era di anarchia, che sia l’ideologia comunista, che quella della cultura rock rischiavano di far progredire, con grande preoccupazione da parte dei sostenitori della società capitalistica, ed in qualche modo essi ne rappresentano, ed è qui un primo riferimento esoterico, tesi e antitesi. Bene e male uniti in un unico, in un’ambigua lotta che porta ad implicazioni molto serie, con le teorie filosofiche (e anticlericali) più complesse inerenti la condizione esistenziale dell’uomo sulla terra.
Dopo la rivelazione di “The Dark Knight“, “Watchmen” rappresenta un altro esercizio di stile per la liberazione dei supereroi nel film.
Watchman, intendiamoci, per dirla con Roger Ebert, è una pellicola sicuramente interessante e viscerale: suoni, immagini e personaggi sono combinati in una decisamente singolare esperienza visiva, che evoca l’atmosfera della Graphic Novel dalla quale sono tratti.
Un racconto narrato come una favola, in cui il fulcro è un mondo che sembra avere perso ogni speranza.
Questo mondo è l’America nel 1985, con Richard Nixon alla Casa Bianca (curioso anche Donnie Darko si agganciava a questo periodo) e molti altri strani particolari, anche se questa America occupa un universo parallelo in cui, oltre ai personaggi reali, sono i supereroi mascherati ed i guerrieri ad agire gli eventi della storia. Sicuramente devo riconoscere che, ad esempio, l’inizio del film ha senz’altro del visionario. Rivedere ricostruiti, negli open credits più singolari che mi sia capitato di vedere al cinema, tutti i principali eventi, come definirli, sixty, (che ci aiutano proprio nella collocazione temporale del racconto), della storia dell’America (e quindi del mondo), sul sottofondo musicale della celebre ballata di Bob Dylan: The Times They Are A-Changin’,mi aveva molto ben predisposto nei confronti del film, e mi aveva trasmesso collegamenti, quasi inconsci, con altre operazioni creative come quelle di “Moulin Rouge!” del regista Baz Luhrmann o quelle di “Across the universe” della regista Julie Taymor, forse maggiormente attineneti, visti i riferimenti di periodo storico indagato, quasi come se il cinema americano avesse la necessità d’indagare perchè, quell’embrione di cultura anarchica, è morto per sempre.
Il film affronta un paradosso che è specifico del fumetto: Gli eroi sono solo umani.
Essi possono essere in un solo luogo in un solo tempo (con una possibile eccezione di cui parlerò nel paragrafo sugli esistenti).
Anche se un supereroe è in grado di gestire un situazione di pericolo, il mondo ha innumerevoli situazioni pericolose, e le loro grandi risorse non possono essere aumentate più di tanto.
Vi è da aggiungere che in questo universo parallelo, al fine di evitare il rischio, e mi ripeto, dell’insediarsi della anarchia (rischio su cui si basano anche i miti e le leggende sui movimenti dei servizi segreti americani contro la cultura sixty dei cantanti rock con Jhon Lennon in testa), e non è un caso che il Nixon del film abbia bandito, o, meglio, proibito l’azione dei supereroi mascherati, forse in ragione di un fine connesso al mantenimento di un ordine preciso.
Ora l’assassinio del enigmatico vigilantes il Comico (Jeffrey Dean Morgan) ha riunito i Watchmen di nuovo. Chi potrebbe essere il prossimo a morire?
3.3. I riferimenti filosofici
E’ qui che l’opera di Alan Moore, o meglio, non vorrei essere troppo irriverente, limitiamoci al film di Zack Snyder, mostra tutti i suoi più evidenti limiti.
Mentre ho trovato, lo devo riconoscere, molto ben realizzata tutta l’atmosfera di ambientazione e le ricostruzioni iconografiche del fumetto, e quindi comprendo bene le ragioni degli esaltati dall’opera cinematografica, non ho potuto non constatare la banalizzazione e la superficialità con la quale temi serissimi vengono non dico affrontati (per quanto lungo stiamo comunque parlando di un film), mi limiterò a dire sfiorati, quasi come delle tangenti, dai significanti dell’opera in un’accezione del termine superficiale che deve essere letto nel suo significato più semplice ed, al tempo stesso, decisivo.
E’ evidente un’atmosfera, ad esempio, molto poco spirituale (a parte la sequenza, a dir poco vomitevole, del miracolo della vita, sul finale del film), e molto agevolmente riconducibile ad una visione nichilista del mondo e dell’esistenza.
Dio è visto come un’entità assente, ed, in ogni caso, impotente difronte al succedersi degli eventi, creati dalla malvagità dell’umanità.
Impotente difronte al libero arbitrio, direte voi.
No, vi dirò io, il riferimento è molto, e più platealmente, esoterico.
Dio non s’interessa a noi, ed, al contrario, si ciba di morti, dei morti che ogni giorno l’umanità gli regala.
Però, per favore, non banalizziamo troppo, e sai una cosa caro Zack Snyder(?), leggiti di Emil Cioran: “Confessioni e anatemi“, il suo libro-testamento, che testimonia a un tempo di una rottura totale e di una certa serenità fondata sul nulla, o studiati a fondo qualcosa di Jean-Paul Sartre che è stato uno fra i massimi esponenti dell’esistenzialismo ed uno studioso le cui idee sono sempre state ispirate da un pensiero politico orientato verso la sinistra internazionale (negli anni della guerra fredda sostenne le ragioni dell’allora Unione Sovietica, pur criticandone in diversi suoi scritti la politica), prima di metterti a dissertare di certi temi. O approfondisci l’opera di René Guénon i cui studi ridefinirono la nozione di metafisica come «conoscenza dei principi di ordine universale, da cui tutto procede», l’opera di René Guénon non si presentò né come un sistema filosofico basato sul sincretismo, né come formalizzazione di un pensiero neospiritualistico. Piuttosto, essa fu diretta, nelle intenzioni del suo autore, all’esposizione di alcuni aspetti delle cosiddette «dottrine tradizionali» (Taoismo, Induismo, Islam, Ebraismo, Cristianesimo, Ermetismo, Libera Muratorìa, Compagnonaggio, ecc.), intese come espressioni del sacro, funzionali allo sviluppo delle possibilità di realizzazione spirituale dell’essere umano.
Questa mancanza di entità religiose ed, anzi, questo portare avanti lo sviluppo di tesi esistenzialiste, porta alla considerazione che la televisione, altra icona assolutamente allegorica (e diabolica?) della società americana, attraverso un personaggio fintamente reale, dirà ad un certo punto “Dio esiste ed è americano, anzi il supereroe esiste ed è americano“.
Dentro questa affermazione c’è tutto il contenuto di destra di questo film, che è un film violento proprio per questo tentativo di sostituire l’uomo, per quanto intelligente e superdotato, ad un Dio.
Certo, sentiremo smentire questa allusione. “Io non sono un Dio, vedo solo nel mio futuro”. Oppure “Ho detto che i miracoli non esistono, ma mi sbagliavo esiste nella corsa degli spermatozoi che generano la vita”.
Ma il paragone tra la perfezione di Marte, nel quale la vita è totalmente assente, all’imperfezione del nostro mondo del quale il Dr. Manhattan disprezza la sua preoccupazione a costruire nuovi centri commerciali (Dio mio che banalità) resta.
Come resta, infinitamente imbarazzante, il suo ravvedimento in ragione dell’amore, quasi come se l’intero destino della umanità, la lotta per evitare lo scontro nucleare durante la guerra fredda, fosse racchiuso in un bacio che il supereroe concede a Sally Jupiter / Silk Spectre.
Insomma, per me, davvero troppo, scusatemi.
4. Le citazioni cinephile
Ho molto apprezzato la ricostruzione parodiata di Richard Nixon, dove ho intravisto un riferimento iconografico a Point Break – punto di rottura, diretto da Kathryn Bigelow in cui, guarda caso, Patrick Swayze è Bodhi (che è il diminutivo di Bodhisattva), il leader carismatico di una gang di surfisti che rapinano le banche, per finanziare il loro stile di vita da surfista e le spedizioni di skydiving e come forma di ribellione contro il sistema sociale che credono “uccida lo spirito umano”. A proposito in bocca al lupo Patrick Swayze per la lotta contro il tuo male.
Infinite le altre citazioni cinephìle.
Ironiche e meno scontate di quanto si possa pensare sono quelle al “Dr. Stranamore” o ad “Apocalypse now” di Stanley Kubrick, più banale e scontata quella a Wargames – Giochi di guerra diretto da John Badham.
Ma vi potreste divertire a trovarne molte altre.
5. Altri limiti del film – uno specifico filmico troppo cerebrale
A mio modo di vedere sono tutti sulle scelte registiche. E possono essere riassunte nell’aggettivo cerebrale.
Il film è troppo cerebrale (ma quel cerebrale che amplifica ahimè l’inevitabile semplificazione che il fumetto ed il linguaggio audiovisivo devono, per esigenze ineludibili, operare sui temi complessi come quelli filosofici) a discapito dell’azione e della messa in scena, vero punto di forza di entrambi i medium. Penso agli eccessi di riflessioni agite con voce fuori campo del personaggio azzurro del Dr. Manhattan,in certi casi davvero troppo lente, e lunghe, ed arzigogolate, oltre che banalizzate rispetto all’opera originaria.
In questo senso trovo, ad esempio, una vera lezione di stile, sul come certe temi possano essere sviluppati su un piano di esclusivo specifico filmico, quella operata da Christopher Nolan in “The Dark Knight – Il cavaliere oscuro“.
Paragone e confronto ineludibili. Lo smile sporcato di sangue del comico di Watchmen, non rievoca, forse, il sorriso beffardo del Joker di “Why so serius?“
Non entro, volutamente, nel merito della fedeltà o della parziale infedeltà all’opera originaria, anche se mi limiterò ad una semplice considerazione che interpreta, perfettamente, il mio sentire:
“O copi, e basta”, o “autorizzi” (in più accezzioni del termine) il tutto. Stravolgi il senso dell’originale reintepretandolo secondo la tua Visione d’Autore (esempio classico: Kubrick e “Shining“). Ma questa cosa la puoi fare, appunto, se sei Kubrick. Di sicuro non te la puoi permettere se di cognome fai Snyder, e hai una fissa per i rallenty e le nudità esibite”.
6. La colonna sonora e le rese attoriali
Ah si, un’ultima cosa, ragazzi. La colonna sonora è ottima. Davvero. La scelta dei pezzi, per quanto sia “facile“, è efficace, incisiva, spesso aggiunge un tocco di ironia.
Reggono il comparto scenografico e fotografico, gli attori, che, va detto, fanno tutti egregiamente la loro parte (esclusa l’attrice Carla Gugino che interpreta Silk Spectre II, evidentemente lì per altre ragioni, sulle quali voutamente non entrerò per non apparire misognino cosa che, vi assicuro, non sono).
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