cinemavistodame.com di Roberto Bernabò

Archivio della categoria ‘ massenzaiello arena cineforum ’

Primi amori, registi indipendenti e College

Poi non mi venite a dire che non vi avevo avvisato …

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Greg Mottola

Domanda. Ma non è proprio colpa di nessuno se il cinema d’estate è questo?

Magari è vostra che disertate le sale.

Ma cinemvistodame2.com, che grazie a voi ha appena superato i 200.000 accessi, tipo ora, sa la verità.

E la verità ha sempre due … facce? Nooooo qualcos’altro.

Scoprile (in tutti i sensi) cliccando qui.

Meno male che torna il Massenzaiello arena cineforum sabato sera, con la proiezione di “Febbre da Cavallo“, il cult movie del 1976 sulle scommesse dei cavalli, di quell’indimenticabile maestro della commedia brillante all’italiana che fu Steno. Si, certo, il padre dei fratelli Vanzina, proprio lui.

Ma non cercate di capirla questa è per i miei amici ;)

Emanuele Crialese – Nuovomondo vs. Respiro

 Emanuele Crialese - Nuovomondo vs. Respiro

analisi comparata di eventi ed esistenti dei due lungometraggi del promettente regista italiano – vincitore del Leone d’argento a Venezia 63 

  

Nuovomondo

Titolo originale: 

Nuovomondo (The golden door) Nazione:  Italia, Francia Anno:  2006 Genere:  Drammatico Durata:  112′ Regia:  Emanuele Crialese Sito ufficiale:   
Cast:  Vincenzo Amato, Francesco Casisa, Charlotte Gainsbourg, Filippo Pucillo, Aurora Quattrocchi Produzione:  Memento Films Production, Respiro, Arte France Cinéma, Titti Film, Rai Cinemafiction Distribuzione:  01 Distribution Data di uscita:  Venezia 2006
22 Settembre 2006 (cinema)

Respiro

Titolo originale:  Respiro
Nazione:  Italia
Anno:  2002
Genere:  Drammatico
Durata: 
Regia:  Emanuele Crialese
Sito ufficiale: 

Cast:  Valeria Golino, Vincenzo Amato
Produzione:  Fandango, Les Films des Turnelles, Roissy Film
Distribuzione:  Medusa
Uscita prevista:  21 Marzo 2003 (cinema)

“Siamo tutti delle anime decollate verso un paradiso che, se la fortuna vorrà, ci verrà concesso in vita, ma stiamo morendo al passare di ogni onda.“

Apro il post con il trailer dell’ultima fatica del regista italiano Emanuele Crialese – Nuovomondo.

Le immagini, spesso, spiegano assai più delle parole.

"Che impressione ti ha fatto il cinema di Emanuele Crialese?"

"Na’ bella impressione!", risponderebbe Massimo Troisi.

Perché nel cinema dei giovane regista italiano ci sono molte cose e nessuna banale. Emanuele cura tutto il progetto. Parte dall’idea, la sviluppa nel soggetto e nella sceneggiatura, dirige gli attori nella regia. Insomma è un cineasta vero. E già questo lo posiziona in un certo modo nel panorama del cinema. E non solo di quello italiano.

§§§

Ellis Island. L’isola della quarantena o come la definivano i nostri eroi “l’Isola delle Lacrime” era la prima tappa, il luogo del loro primo incontro con i cittadini del NUOVOMONDO. È da lì che è partita questa storia. Ho passato un anno a studiare i documenti e le procedure che venivano applicate durante i primi vent’anni del 900. È lì che ho scoperto che l’isola non era semplice punto di smistamento e primo centro di accoglienza dei nuovo arrivati. Ellis Island era anche una specie di laboratorio-archivio.

Ecco seleziono queste parole che lo stesso regista usa per descrivere il film, per condvidere una suggestione importante. Il suo è un cinema che passa attraverso uno studio accurato anche dell’ambientazione storica.

Nuovomondo colpisce proprio perché, prima ancora che un film, è un viaggio nel tempo. Verso le radici e le matrici del tema dell’emigrazione. Questo è uno dei meriti che da sempre riconosco agli storici. E Crialese, con questo film, è qualcosa di più di un documentarista. La sua ricerca filma e testimonia un epoca, senza però avere la pretesa, un po’ saccente, del classificatore di prove  depositario di una versione della verità. E’ piuttosto uno storico dell’anima, dello spleen, più che degli eventi.

L’idea dello sradicamento, ad esempio, che uso anche nell’incipit del post, la progressione dell’avventura verso l’ignoto è agita con una delicatezza ed, al tempo stesso, fedeltà assolute.

Questa vocazione storico-sentimentale la ritroviamo anche nella capacità di descrivere, con molta poesia, quello che il nostro paese era sul finire del secolo scorso. Crialese con la sua pellicola ci offre la possibilità di comprendere meglio, senza la pretesa di giudicare, cosa realmente rappresentasse, per quei siciliani, abbandonare la terra natia per andare in cerca di fortuna nel Nuovo Mondo, perché è proprio così che l’America – e qui doverosa sarebbe la citazione di Lamerica di Gianni Amelio (che, ricordo, narrò l’Albania postcomunista, il conflitto tra Paesi malati di benessere e Paesi agonizzanti di fame, la lacerazione religiosa tra cristiani e musulmani: una pellicola che seppe rappresentare le tragedie dei nostri tempi, andando però oltre il documento ed oltre la cronaca, e conferendo loro forza simbolica, condensazione, ed il pathos dei destini individuali nelle catastrofi collettive), – era propagnadata, in quella Italia assai più ingenua di quella di oggi, stretta dalla miseria e dall’ignoranza, dalla Chiesa cattolica e dai governanti dell’epoca. Una terra dove i "piccioli" sarebbero caduti dal cielo, e dove sarebbe stato possibile fare il "bagno nel latte".

§§§

L’anticipazione semantica

E’ proprio già nella scelta semantica del titolo che Crialese anticipa il tema centrale dello sviluppo del conflitto dei suoi eventi e dei suoi esistenti.

Questa soluzione annunciante, suggellata anche dalle sequaneze iniziali (lo scontro tra i ragazzi a Lampedusa e la richiesta al Crocefisso nei monti siciliani), è il primo elemento che accomuna "Respiro" a "Nuovomondo".

Due pellicole che, forse soprattutto, pur diversissime tra loro certo, rappresentano entrambe, però, due interessantissime variazioni sul tema del crash tra culture. Vero e proprio tratto distintivo del cinema di Crialese. Il suo specifico filmico va bene Enzo?

In Nuovomondo così come in Respiro, infatti, gli esistenti sono essenzialmente posti in conflitto con le loro stesse radici. Con i loro stessi ambiti familiari. Forse addirittura con le loro stesse antagonistiche e contraddittorie e tumultuose forze interiori. Ed è importante, secondo me, comprendere questo passaggio.

Perché la diversità, il crash, non è solo quello tra il nuovo mondo ed il vecchio.

Tra ciò che si lascia e ciò che si troverà.

No. Il conflitto per Crialese, è insito nella natura umana e l’elemento culturale è quasi un sinolo inscindibile che accomuna e differenzia, nello stesso tempo, un singolo individuo, nei confronti degli altri suoi simili.

Salvatore Mancuso è si un siciliano in mezzo ad altri siciliani, ma è, al tempo stesso, diverso da sua madre, e dagli altri suoi compagni di avventura, e non solo dagli americani o dalla donna inglese, di cui s’innammorerà.

Tale peculiarità accumuna anche Grazia di Respiro, che si ribella ai suoi parenti ed all’intero villaggio di Lampedusa, fino al punto di trovare respiro solo sotto l’acqua del suo mare, e solo nel mommento in cui rimane sola con la sua individualità, solitudine suggellata, anche formalmente, dalle sequenze nella grotta. 

Diverso è il figlio, sempre in Respiro (ma anche in Nuovomondo), che solo lei comprende (differenza e uguaglianza che si ricompongono nel ruolo della madre, altra similitudine dell’impianto narrativo).

§§§

Le scelte formali sulla lingua

Altro tema che considero molto importante in Nuovomondo (ma infondo anche in Respiro) è la scelta della lingua, o meglio delle lingue con cui il regista decide di dare voce ai suoi esistenti.

Crialese, infatti, si attiene fedelmente al dialetto siciliano ed all’inglese.

Questa sottolineatura, apparentemente banale, è parte del sottofondo subliminale che pone lo spettatore difronte alle molteplici difficoltà degli stessi esistenti di comprendersi.

Viene in mente la Torre di Babele, ovvio.

Ma il contrasto Crialese lo sviluppa anche nella traccia sonora e visiva.

I versi degli animali, il rumore dei sassi, il buio delle stive. Il lungo indugiare della macchina da presa in sequenze lunghe e opprimenti e lente e rumorose e scomode, e ancora il suono della sirena della nave, le bellissime sottolineature musicali, che amplificano, nello spettatore, il senso greve del disagio del viaggio.

Se ci fosse la possibilità di diffondere gli odori sono certo che il regista li userebbe, oltre che dichiararli (l’aglio che puzza), tanto maniacale è la sua ricerca, pura ed assoluta, della ricostruzione fedele.

Ed è questa, credo, una delle sue cifre più importanti. Che mantengono la storia ed il discorso sempre nel contesto delle cose, se non vere, verosimili. Senza sbavature, senza sequenze sopra le righe. Un occhio delicato che guarda con gli occhi puri dei suoi esistenti.

§§§

La purezza degli esistenti

Ed arriviamo al secondo elemento che, secondo me, accomuna le due pellicole. La purezza degli esistenti protagonisti.

Cosa avvicina, infatti, Salvatore Mancuso a Grazia oltre al fatto di essere entrambi siciliani?

La loro assoluta integrità.

Salvatore e Grazia sono l’espressione radicale d’individui puri. Che agiscono mossi solo dalle loro autentiche pulsioni. Hanno entrambi un’etica chiara, forte, un nucleo profondo dal quale non cercano di discostarsi. Ma che li caratterizza come esistenti molto ben delineati. Belli proprio per questo. A proposito io questo non attore scultore Vincenzo Amato lo candiderei per tutti i premi del mondo. (Ed è già polemica tra Nuovomondo e Romanzo Criminale per chi dovrà rappresentare l’Italia agli Oscar … ehm … cheste so’ cos’e pazzi).

Sarà forse proprio questa caratteristica che attrarrà la giovane donna inglese, anche lei alla ricerca, attraverso una fuga più che una partenza, del suo diverso ed al tempo stesso uguale nuovo mondo.

§§§

Il volto sciamanico ed alchemico della donna

Altro elemento che accomuna le pellicole è il potere ancestrale, quasi magico, conferito alla donna.

In Nuovomondo assistiamo a sequenze, quasi sciamaniche, in cui la vecchia madre di Salvatore libera la giovane sorella da una serpe che era penetrata dentro il corpo.

Questa sequenza, insieme a quelle delle carote giganti, della immersione degli esistenti nel catartico elemento, quasi amniotico e puro del latte, i "piccioli" che cadono dal cielo su Salvatore Mancuso, filtrano, per alcuni attimi, la narrazione in suggestioni surreali, allegoriche, ed oniriche. Quasi buñuelliane arrivo a dire.

In queste opzioni filmiche, i significanti dei messaggi verso l’alto sono certamente la purezza con cui gli esistenti, e forse lo stesso regista, guardano gli eventi.

Infantili ed ingenue, quasi, illusioni di promesse di abbondanza, che non possiamo però realmente distinguere se frutto più di una speranza legata all’inoocenza degli esistenti, o quanto, piuttosto, vere e proprie capacità divinatorie. Immagini, in ogni caso, che contrappongono tali abitanti del vecchio mondo, che vedono e credono in cose che NON si vedono, a quelli del nuovo mondo razionalista, che non può più credere a ciò che non si vede e non si sente.

Ma il vero elemento alchemico dello sviluppo narrativo del cinema di Crialese è porprio questo volto femmineo.

Ritengo che il regista guardi alla donna come all’essere che conferisce il senso alla vita. Ma anche come all’elemento alchemico che l’alimenta, le da origine.

Il viaggio di Salvatore diventa meno duro, anche per lo spettatore, da quando il suo sguardo incontra quello della giovane donna inglese.

Ma è anche nella risolutezza della madre dei Mancuso - che non si lascia intimidire dalle assurde domande degli psicologi americani di Ellis Island, letteralmente ossessionati dalla ricerca di una perfezione genetica, che è tanto paradossale quanto coerente con la scelta di creare, però, il nuovomondo – che Crialese rivela questa sua ancestrale visione della donna e della madre.

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Conclusioni – la liquida catarsi dei finali


E’ stato detto che in "Respiro" Crialese citi (forse consciamente, e forse no), L’Atalante di Jean Vigo – 1934.

L’Atlante è una storia d’amore e poesia, delicata, ricca di humor, intensissima. Indimenticabile la sequenza della visione subaquea: Il capitano del battello "L’Atlante", Jean, interpretato da Jean Dasté, abbandonato dalla moglie Juliette interpretata da una bravissima e bellissima Dita Parlo, si tuffa nel fiume per seguire la credenza secondo cui nell’acqua si vede il volto della persona amata, ed infatti, in sovraesposizione, apparirà la figura quasi angelicata della donna. (La  sequenza è diventata celebre in  Italia grazie a Fuori Orario di Enrico Ghezzi n.d.r.).

Nel nuovomondo invece si ha diritto ad entrare solo dopo la catartica purificazione dal mondo preeesistente (la lunga teoria di emigranti nel latte ripresa dall’alto), che giunge, agli occhi dello spettatore, come sequenza finalmente luminosa, quesi simbolo di una speranza che il mondo contemporaneo sembra avere smarrito.

Anche nella sequenza finale di Respiro, in cui il regista lauratosi a New York, recupera, e chiudo, una ritrovata fratellanza, nella corale seuqenza in cui, il marito prima, ed il paese poi, rinvengono la quasi ritenuta smarrita Grazia nell’acqua, durante la suggestiva sequenza dell’incendio delle pire, credo di riscoprire questa sciamanica visione che il regista ha della donna, nonché la convinzione, forse, che la sua rivaltuazione possa essere uno degli strumenti per la ricerca di un’armonia ed un dialogo tra le genti, oggi apparentemente impossibili.

Ed è curioso da notare che, in entrambi i film, la sequanza finale sia girata in un liquido, quasi la ricongiuzione con quello amniotico della nascita, perchè ogni fine è, infondo, un po’ un inizio, ed il libro degli eventi resta pur sempre per metà aperto. 

 

Piccolo aggiornamento del post

ROMA, 2 OTTEmanuele Crialese e’ davvero felice per la candidatura all’Oscar del suo "Nuovomondo" e si e’ detto "sbalordito e intontito".

Andare all’Oscar con "Nuovomondo" come miglior film straniero, non se l’aspettava proprio. Ma in quanto regista che ha vissuto negli Usa per dieci anni conosce bene il pragmatismo di quel paese: "non credo che agli Oscar vincano sempre i film migliori, in genere vincono i film che investono piu’ soldi". Speriamo che per una volta non sia così.

Chi è Emanuele Crialese – il regista dei crash tra culture

Regista. Romano di origine siciliana, va a vivere a New York dove si laurea nel 1995 presso il Dipartimento di Cinema della Tish School of the Arts, la facoltà di cinematografia e teatro più prestigiosa degli Stati Uniti. Esordisce alla regia due anni dopo, sempre negli Stati Uniti, con "Once We Were Strangers", lungometraggio in lingua inglese da lui anche scritto e prodotto che partecipa in concorso al "Sundance Film Festival" 1998. E’ così il primo regista italiano che viene accettato nella sezione competitiva del Festival diretto da Robert Redford. Tra il 1998 e il 2000 Crialese lavora anche in teatro, sempre negli Stati Uniti. Nel 1999 con il produttore Bob Chartoff (lo stesso di "Toro Scatenato" e "New York New York") collabora alla stesura di un trattamento cinematografico su Ellis Island. Ma il successo arriva con "Respiro", lungometraggio girato nell’estate del 2001 all’isola di Lampedusa con Valeria Golino e alcuni giovani isolani. Nel ruolo di Grazia, la protagonista, Valeria Golino vince il Nastro D’Argento 2003 ed ottiene la nomination al David 2003 insieme al film e al direttore della fotografia Fabio Zamarion e il produttore Domenico Procacci che ottiene il Premio. Dopo aver vinto il Premio della critica a Cannes 2003 il film è stato distribuito una seconda volta nelle sale. Oggi Crialese è il candidato all’Oscar per l’Italia come miglior film straniero per il suo secondo lugometraggio scritto in italiano "Nuovomondo" la pellicola premiata a Venezia 63 con il nastro d’argento.

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L’amico di famiglia di Paolo Sorrentino

 L’amico di famiglia di Paolo Sorrentino

uscirà nelle sale italiane il 10 novembre

L’attesissimo film di Paolo Sorrentino che ha rappresentato in concorso, l’Italia, insieme a "Il Caimano di Nanni Moretti" ed a "Il regista di matrimoni" di Marco Bellocchio, al Festival di Cannes 2006, uscirà nelle sale italiane il 10 novembre 2006.

La pellicola, prodotta dalla Fandango, affronterà un tema scabroso, quello dell’usura attraverso un esistente protagonista settantenne, brutto, sporco, ricco, tirchio.

Ancora una storia che rispecchia i demoni e le ossessioni del regista italiano che, personalmente, considero in questo momento, il più promettente, proprio per questa sua ricerca di un cinema non stereotipato, sviluppato attraverso storie ed esistenti non convenzionali, ma in grado di cogliere, con grande intelligenza, aspetti cruciali del contemporaneo. Il tutto con una cifra filmica personale, raffinata, che esprime una significativa capacità seduttiva ed una indiscussa competenza cinematografica. E poi è napoletano che voglio dire …

Non intendo sperticarmi su una pellicola non ancora vista, non è nel mio stile, ma attendo questo film da parecchio …

 Nuovomondo di Emanuele Crialese

Esce oggi nelle sale italiane il film di Emanuele Crialese "Nuovomondo".

Uno dei lungometraggi più apprezzati a Venezia 63, aldilà del Leone d’argento. Il tema è quello dell’emigrazione in America. Ne perlerò più approfonditamente in un prossimo post, perchè ritengo che, sia il regista che il film, lo meritino.

Ed intanto stasera, grazie al redivivo Massenzaiello Arena Cineforum, retrospettiva del film "Respiro" con Valeria Golino e Vincenzo Amato il non attore, scultore, utilizzato dal regista anche nel suo primo film, distribuito solo negli USA.

Presentato a "La semaine de la critique" del Festival di Cannes 2002, la pellicola segnò l’esordio in Italia di Emanuele Crialese, il regista dei crash tra culture, laureato a New York al dipartimento di cinema della Tish School of Arts New, e già regista di "Once we were strangers", in concorso al Sundance del ‘98.

Al cinema m’incantò, nonostante non sia un estimatore delle capacità attoriali della Golino, di cui, però, ammiro e apprezzo molto il rigore artistico.

Vedremo stasera.

Piccolo aggiornamento del post.

Dopo la ri-visione del film devo assolutamente ricredermi sulle capacità attoriali della Golino. In questo film è assolutamente strordinaria, come la pellicola del resto, che, arrivo a dire, mi è piaciuta anche di più della sua prima visione al cinema, ma si.

A bientot.

No man’s land – di Danis Tanovic – analisi di eventi ed esistenti

 No man’s land - di Danis Tanovic 

analisi di eventi ed esistenti

Chi ha iniziato la guerra?

Titolo originale:  No man’s land
Nazione:  Italia/Belgio/Slovenia/Gran Bretagna
Anno:  2001
Genere:  Commedia
Durata:  98′
Regia:  Danis Tanovic
Sito ufficiale: 

Cast:  Branko Djuric, Rene Bitorajac, Filip Sovagovic, Simon Callow, Katrin Cartlidge.
Produzione:  Counihan Villiers Productions, Fabrica, Man’s Films, Noé Productions, Studio Maj/Casasablanca.
Distribuzione:  01 Distribution
Uscita prevista:  28 Settembre (cinema)

Trama:
Nel caos della guerra bosniaca, per una serie di circostanze, in una trincea abbandonata sulla linea del fuoco, si ritrovano il serbo Nino, e i bosniaci Ciki e Tzera, quest’ultimo ferito e immobilizzato sopra una mina anti-uomo…

§§§

Proseguono le proiezioni dei film che fanno pensare al Massenzaiello – arena – cineforum.

§§§

Certo devo ammettere che è difficile circoscrivere in novantotto minuti di pellicola un tema complesso come quello del conflitto etnico tra serbi e bosniaci.

E certo è ancora meno semplice tentare di risolvere la questione in un post.

Credo, peraltro, che aldilà di semplicistiche considerazioni sul fatto che il regista Danis Tanovic sia uno sloveno, questo non fosse neanche nelle intenzioni del suo autore.

Il traslare, infatti, in una "no man’s land" il piano della narrazione significa utilizzare uno stratagemma preciso per mettere in secondo piano le ragioni del contendere, e fare risalire in primo piano, invece, l’assurdità della guerra e soprattutto di una guerra fraticida tra etnie che per molto tempo hanno convissuto fianco a fianco.

Per farlo il regista si pone pertanto in un point of concentration narrativo artatamente neutrale in cui tre nemici (2 vs.1) si trovano a convivere condividendo un territorio che diventa al tempo stesso un luogo allegorico ed un signficato metaforico.

Dove è assai più agevole comprendere le intime intenzioni che muovono all’azione gli apparati della guerra, e tutto ciò che di finto vi ruota attorno.

E se è vero che il cimema è appunto finzione Tanovic sfrutta, nel suo film, ogni più recondita accezione di questa opzione, per parlarci di quella che si cela dietro il giornalismo televisivo di reporter d’assalto spesso più motivati dallo scoop, che non dal sacro fuoco dell’informazione rigorosa, documentarista.

Danis non risparmia nessuno in questa sua lucida, quanto spietata, analisi dell’universo bellico.

 

Persino le Nazioni Unite francesi, filmate sapientemente dal basso proprio per suggellarne, aplificandolo formalmente, il ruolo superpartes, tanto più inutile quanto, appunto, anche visivamente, cosa altra dal nucleo del problema.

Ed anche se vi sono esistenti, forse, e sottolineo forse, più puramente interessati alla causa, gli stessi soccomberanno nell’impotenza.

La guerra, sgombrato il campo, ci lascerà con la consapevolezza che gli innocenti restereanno, spenti i riflettori, senza speranze.

E l’atrocità non sarà la morte, che la guerra inevitabilmente porta con se, quanto piuttosto l’abbandono ed il disinteresse colpevole di tutti.

Forse anche del nostro che restiamo, ormai, sempre più insnsibili difronte a quello che dovrebbe invece raggelarci.

§§§

Ma la verità più istrionicamente, e quasi surrealmente suggerita allo spettatore, e di un’incombenza insostenibile, anche se offerta attraverso due momenti quasi ilari, è quella proposta in due sequenze centrali.

Due sequenze in cui i due nemici si troveranno a poter chiedersi reciprocamente:

"Chi ha iniziato la guerra?"

minaccinado, a turno, per l’ironia della sorte, l’altro con un fucile.

E la verità, forse uno dei principali messaggi verso l’alto dell’opera, finirà, come spesso accade, per apparirci con due facce solo apparentemente contrapposte. 

A guardare bene, infatti, queste due antitetiche signficanze si risolveranno, con uno scarto quasi metafisico, in una sola, assai più assoluta ed immanente:

"Già, chi ha iniziato la guerra?"

Un tag e una ricerca

tag correlati  Danis Tanovic; No man’s land.

Moretti vs. Bellocchio – l’cchio nella bocca e la bocca nell’occhio

 Moretti vs. Bellocchio

l’cchio nella bocca e la bocca nell’occhio

Nanni MorettiMarco Bellocchio

Mai più mi troverò così d’accordo con Enrico Ghezzi.

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Danis Tanovic

Domani la mia solita analisi di eventi ed esistenti del film "No man’s land" opera prima del regista sloveno Danis Tanovic, secondo film di Massenzaiello – arena – cinefoum, una pellicola, che – secondo la dicotomica suddivisione dell’opera cinematografica del mitico padre Perna - fa molto pensare.

Massenzaiello – arena – cineforum – pellicole che fanno pensare

 Massenzaiello – arena – cineforum

pellicole che fanno pensare

i cineforum

Chissà se esistono ancora da qualche parte.

I cineforum. Con i loro dibattiti e le loro riflessioni.

Ricordi di un tempo che fu come i film d’estate nelle arene. 

Con i loro audio fruscianti. Le loro sedie azzurre in legno reclinabili scomodissime. Con i loro canti di grilli e di zanzare, la loro ghiaia, i pullover portati sulle spalle o in vita nel mese di settembre, le loro proiezioni interrotte dalla pioggia, o dal troppo freddo.

50 £ire

E le gazzose vendute a cinquanta £ire nelle, ormai intorovabili, bottiglie di vetro verde azzurrognolo.

Il mio amore per il cinema è nato anche lì. Dentro visioni di film che non capivo. Come "Professione Reporter" di Michelangelo Antonioni, che vidi credo all’età di quattordici o quindici anni in compagnia di mia sorella.

E per chi è nato a Napoli e fa parte della mia generazione (e non solo), non può si può non ricordare la summa divisio che dei film svolgeva, al cineforum del Pontano, il mi-ti-co padre Perna:

  1. categoria 1: "un film che fa pensare";
  2. o, nei casi tosti, categoria 2: "un fim che fa molto pensare".

Ecco stasera, a casa di Enzo, nella sua Massenzaiello arena cineforum, noi ripercorreremo quelle gesta, con il film:

 Paradise now di Hany Abu-Assad

breve anlisi di eventi ed esistenti

Paradise Now - locandina film  

Togliersi la vita per uccidere nel nome di Maometto e di una lotta - terrorismo vs. disperazione

Titolo originale:  Paradise Now
Nazione:  Palestina
Anno:  2005
Genere:  Drammatico
Durata:  98′
Regia:  Hany Abu-Assad
Sito italiano:  www.luckyred.it/minisiti/paradise/
Cast:  Kais Nashef, Ali Suliman, Lubna Azabal, Amer Hlehel, Hiam Abbass, Ashraf Barhom
Produzione:  Bero Beyer
Distribuzione:  Lucky Red
Data di uscita:  15 Ottobre 2005 (cinema)

Inperepti e personaggi:
Kais Nashef …. Said
Ali Suliman …. Khaled
Lubna Azabal …. Suha
Amer Hlehel …. Jamal
Hiam Abbass …. Said’s mother
rest of cast listed alphabetically:
Ashraf Barhom …. Abu-Karem
Mohammad Bustami …. Abu-Salim
  (more)

Certo non è facile affrontare, in novantotto minuti di pellicola, un tema complesso come quello della questione palestinese o della questione israeliana, se preferite.

Un tema antico che divide terre, popoli, religioni, visioni differenti del modo con cui portare avanti le ragioni di un’ideale.

Lo diventa ancora di più se chi narra è un esponente, e non importa se fondamentalista o moderato, di una delle parti in campo.

Lo diventa ancora di più se si vuole fare un film con intenzioni documentariste, divulgative, promettendo allo spettatore di trascorrere ventiquattro ore nella mente di un kamikaze.

Sicuramente va riconoscito l’intento nobile di questa opera, mai nessun altro film, girato da un palestinese, aveva raccolto così tanti premi e nominations un po’ in tutto il mondo.

Striscia di Gaza

Una pellicola che divide, che arriva, che non lascia certo indefferenti (se si fa, ovviamente, l’eccezione di Gennaro che dormiva dopo circa dieci miniti, ma voglio dire, consideriamo tale evento un’invariante rispetto alla conduzione della nostra analisi).

A me tutto sommato il film è piaciuto, ma si.

Certo non esaurisce, nella maniera più assoluta il tema, ma avvicina, attraverso la maieutica arte della visione, posizioni forse, per certi versi, inconciliabili.

Ci aiuta a capire che dentro la questione palestinese non esistono blocchi granitici di schieramenti.

Ma che, al contrario, i colori delle sfumature, i modi e gli strumenti delle strategie per condurre la lotta, sono tanti, e molto variegati e diversi.

§§§

I piani di sviluppo del conflitto – una scelta divulgativa

Il regista Hany Abu-Assad semplifica tutto questo coacervo di posizioni in una inevitabile, e tutto sommato sostenibile, prospettiva di sviluppo del conflitto, nei due antagonistici estremi del continuum della questione palestinese.

Uno moderato, forse quello del regista, impersonato dall’esistente  Suha, la figlia di un eroe della lotta palestinese, appartenente alla borghesia benestante e illuminata e che sembra più essere, peraltro, spettatrice esterna alle ragioni più estreme della causa.

Uno più fondamentalista, quello di Said e Khaled, i due ragazzi qualsiasi della Striscia  di Gaza, poveri, disperati in una terra disperata, votati al sacrificio in una causa sacrificale, ed impari, dal punto di vista narrativo registico (e questa, apparentemente scontata, verità, colloca invece, a mio modo di vedere, la pellicola ontologicamente nella categoria del cinema documentaristico, inevitabilmente, cioè, schierato), per lo squilibrio delle forze in campo.

Non mancano, peraltro, le critiche interne al movimento armato palestinese, ed al modo di sfruttare la debolezza dei "collaborazionisti".

Ma "Possiamo essere pari nella morte" è una frase che ti resta attaccata addosso con tutta la sua morale ed amorale incombenza.

Va aggiunto che lo sviluppo del conflitto, nel sottofondo di queste due antoagonistiche posizioni, è agito anche su altri piani, ed in particolare questi sono:

  • infra-personale nell’interno della psiche di un po’ tutti gli esistenti, e soprattutto in quella di Said e di Khaled;
  • inter-personale tra Said e Khaled, ma anche tra i due ragazzi e Suha;
  • sociale per la diversa condizione in cui si trovano i tre protagonisti;
  • etico tra le reali motivazioni dei vertici del movimento e la base, strumentalizzata da questi facendo leva sulla debolezza ed il bisogno. 

Ed è anche agito, ovviamente, su di un piano di lotta tra Palestina ed Israle, ma è forse proprio il portare questa lotta, pur centrale nel messaggio verso l’alto del film, quasi come un sottofondo a tutti gli altri piani di sviluppo del conflitto, il nucleo dell’intenzione documentarista ma anche, come dire, divulgativa della pellicola.

E’ come se tutto l’intreccio fosse sviluppato, in effetti, non tanto in funzione del point of concentration della mente del kamikaze, ma più dal point of concentration, composito e complesso, della causa palestinese.

§§§

Specifico filmico

Devo anche riconoscere che lo specifico filmico (va bene così Enzo?) di Hany Abu-Assad è probabilmente, infatti, racchiuso in una delicata opera di coerenza nella scelta, non solo della composizione degli esistenti, forse un tantino eccessivamente stereotipata proprio per argomentare, con sufficente chiarezza, le cose fondamentali del tema in gioco, ma piuttosto, di cambi di passo di ambientazione filmica e psicologica.

Non sarebbe azzardato definire l’opera uno psicodramma con sfondi più sociali che etici o religiosi.

Un gioco di climax agito sia con la progrssiva trasformazione, anche fisica, dei due esistenti protagonisti, che con certe sottolinetaure formali.

 

Come ad esempio questa immagine relativa al momento in cui le posizioni dei due ragazzi si separano definitvamente.

Il kamikaze Said resta in chiaro, mentre il suo compagno Khaled, ormai non più convinto del passo, in un oscuro controluce, bloccato dal vetro trasparente del finestrino, quasi una simbolica barriera mentale, sottile ed invisibile, … un’immagine evocativa non c’è che dire.

Oppure nella incisiva documentazione della desolante ed emarginata condizione sociale dei due amici poi reclutati come kamikaze.

Anche la progressione dell’intreccio è portata avanti, filmicamente, con una certa qual raffinata tecnica di screenplay.

La crisi dei personaggi, per quanto forse poco convincente su un piano neorealista, è, invece, assolutamente corretta dal punto di vista della  struttura narrativa e, forse, tutto sommato, anche sufficientmente evocativa di verità spesso volutamente nascoteci dagli organi d’informazione di massa.

Certo restano dubbi nell’anima di un occidentale.

Il dolore della madre, la strumentalizzazione di giovani coscienze forse più disperate che terroriste, condotta per la realizzaizone di un disegno di lotta che non potrà mai fermare, anzi, la spirale della vendetta.

il dolore della madre di Saidla crisi di Said

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Conclusioni

La sequenza che, personalmente, mi ha inquietato di più non è quella in cui Said rinuncia una prima volta all’azione perché vede un bambino nel pulman, ma quella in cui i due amici kamikaze, ormai trasformati in due occidentali nelle sembianze, entrano in una americanissima Tel Aviv e si mescolano - in un’ambientazione filmica che sembra ricondurli ad un’integrazione con stili di vita a noi più familiari - simili tra i simili, e diversi solo per lo spettattore che sa (eh Alfred Hitchcock sei arrivato anche in Palestina), solo per portare ad esecuzione il loro disegno di lotta.

Pronti cioè a morire e ad uccidere, due atti uniti in un unico (la vera essenza dell’essere kamikaze), ma un unico disperato e disperante, agito solo nel nome della, mi scuserete la cacofonia, disperazione delle loro vite.

Una cosa sulla quale occorerebbe riflettrere effettivamente a lungo.

Questa verità, aldilà di tutto il possibile spettro di torti e di ragioni che sappiamo non essere mai da un parte sola, arriva con un potenza evocativa assoluta e devastante, nella piena accezione di entrambi i termini.

Qui i riconoscimenti della pellicola.

Due tag e una ricerca

tag correlati  Israele; Palestina; Paradise now di Hany Abu-Assad.

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Tel Aviv.