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Pratica e toeria dell’intervista

L’altro ascolto …

a cura di Roberto Bernabò

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A pensarci bene, il cinema documentarista, tema a me assai caro, condivide la forma dell’intervista con il reportage e con le inchieste televisive.

Ma la dovizia di interviste filmate, al cinema ed in televisione, l’inflazione e la ripetizione della formula, non significano soltanto il facile ricorso ad una figura comoda, banale, senza prospettive.

Convocare qualcuno su una scena per farlo parlare ed eventualmente ascoltarlo, per fare della sua parola qualcosa che non sia inutile, non è mai stato, non può essere un gesto anodino. Porsi di fronte all’altro, stabilire con lui una relazione particolare che passa attraverso una macchina ha un senso, comporta una responsabilità, anche se è del tutto banale. Due soggetti s’impegnano – in rapporto a questa macchina – in una sorta di duello, un faccia a faccia, una relazione, una congiunzione più o meno tesa dal desiderio, più o meno marcata dalla paura e dalla violenza. E se questi due soggetti non s’impegnano uno nei confronti dell’altro, la macchina prende atto, crudelamente, dell’assenza di questa relazione, della nullità di questo incontro. Non si filma impunemente – ed il corpo dell’altro, la sua parola, la sua presenza, meno ancora.

Quali che siano, quindi, la varietà e l’automaticità dei dispositivi della messa in scena (intendo che la maggior parte delle volte si applica una formula già pronta, senza pensarla), la pratica dell’intervista pone una delle questioni fondamentali del Cinema: “la questione dell’altro“.

§§§

1. Qual’è lo statuto dell’altro filmato?

Cosa aspettarsi, cosa desiderare da lui, cosa domandargli? Come ascoltare la sua domanda, cosa ne é della sua aspettativa di messa in scena, del suo desiderio di Cinema?

Ma anche (è sempre la questione dell’altro filmato): che fare dell’alterità in un sistema di scrittura che induce all’omologazione?

Che fare dell’altro in un cinema contraddistinto dalla conciliazione?

Che fare dell’altro, quale posizione dargli che non sia quella di una riduzione né di una stigmatizzazione, all’interno stesso di una cultura del consenso politico (con chi, contro chi?)

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E nel momento  in cui il dispositivo di base della scrittura cinematografica (in e off, metonimia e metafora) induce un sistema di conciliazione, una logica del compromesso.

La situazione verbale più frequente nei documentari (compresi i miei piccoli corti), è il rivolgersi del narratore a – non si sa bene chi – colui che è alla macchina da presa, al fianco della camera, dietro la camera, e che pone domande, domande a volte mute e spesso eliminate al missaggio ed al montaggio.

La messa fuori campo del destinatario non è, però attenzione, la sua messa fuori scena.

Egli resta di fatto colui che costituisce l’innesco del racconto (che domanda, che ascolta). Tuttavia, il suo mettersi da parte arriva a trasformare la realtà del dialogo in un monologo immaginario. Si stabilisce una confusione tra questo destinatario divenuto assente – l’uomo che sta dietro la camera, che può a sua volta sdoppiarsi in operatore e regista, o anche ridividersi in un intervistatore specializzato – la stessa camera (fuori campo ma non fuori scena), e terzo vertice del triangolo, lo spettatore, che si suppone sia dall’altro capo della catena, e di cui i due precedenti angoli sono in qualche modo rappresentanti per anticipazione.  Dal momento che occorre che una parola sia ascoltata per essere profferita, l’insieme di questo ascolto fuori-campo-ma-non-fuori-scena, reale e potenziale, gioca un ruolo strutturante nel racconto filmato e determina, in gran parte, la messa in scena, tramite il narratore stesso, del percorso e della destinazione del suo racconto: sguardi, mimica, movimenti, ecc.

Una tale confusione sembrerebbe stigmatizzabile, se non avesse come scopo, appunto, quello di disturbare l’assegnazione di una ed una sola posizione al destinatario ultimo del racconto: lo spettatore.

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Siccome il narratore, di fatto, non sa propriamente a chi s’indirizza, alla camera, all’operatore, al fonico (quando c’è), al regista, eventualmente all’intervistatore (o a tutte queste figure unite in un unico, nella ripresa digitale del videomaker), e sicuramente allo spettatore, il solo, nel caso, ad essere effettivamente assente dalla scena, ne risulta un turbamento dello sguardo che si ripercuote dal narratore all’ascolto dello spettatore.

Quando il locutore non sa più bene a chi e per chi enuncia, non può fare altro che indirizzarsi a se stesso, che diventare il proprio stesso ascoltatore. Raddoppio che mette in campo un monologo ed, al tempo stesso, lo lavora e lo spezza di nuovo, con un dialogo impossibile. Il soggetto della parola filmata, privato del riferimento rassicurante di un ascoltatore assegnato a residenza fissa, si trova nell’obbligo d’inventare sul campo il dispositivo d’ascolto che permetterà la sua parola.

E’ così che si forma, tra altre condizioni di crisi, la necessità di un’auto regia del personaggio.

Quello che, forse, è specifico della pratica documentarista, è che essa suppone un non-controllo di ciò che la costruisce: la relazione con l’altro.

Tale posizione fragile sembra andare contro la nozione di regia.

Eppure.

Eppure è proprio questa contraddizione che fonda questo tipo di pratica.

Abbordare la questione di questo altro punto di vista, della paura che ne abbiamo, è proprio significare, a ben guardare, il suo contrario: il desiderio (degli uni e dell’altro).

C’è un movimento positivo nel documentario, cioè che noi amiamo, l’altro che filmiamo, e che, quindi, tutto va bene.

Proviamo a partire dall’idea contraria, gli altri sono difficili da comprendere, dunque ho bisogno di filmarli. (Ho iniziato a comprendere le cose da quando ho iniziato a riprenderleWim Wenders).

§§§

2. Come si procede alla scelta della persona da filmare?

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E’ in questa scelta che interviene la paura. La paura, ma anche il desiderio, quindi ambivalenza. Paura di tradire, d’ingannare chi si sta filmando, ma amche paura del proprio desiderio.

C’è si la paura, ma c’è anche il desiderio di essere travolto. Di essere smentito dai fatti. Più il film è preparato, più si è travolti, più lo shock è potente.

Come ridurre la paura, ritualizzare l’altro in modo da sostenerlo?

Caos della pulsione / ritualizzazione dell’atto. desiderio di mettere in scena, di limitare, di mettere in forma, con la speranza che l’altro potrà dare il suo contributo.

Sorridere ad una macchina: una forma di delirio molto particolare.

Una macchina non è un soggetto. Ma senza macchina non c’è film. L’intensità sovradeterminata della macchina. Più la macchina è forte, meno si dimetica il dispositivo, più la relazione si obbliga ad essere intensa.

Nel desiderio dell’altro, ci sarebbe il desiderio, voglio proprio svelarvelo in conclusione di questa lunga riflessione, di non essere presi per poca cosa.

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Domani, cioè oggi, sarò qui.

Breve resoconto

L’evento è tutto in inglese. Tradotto in simultanea con cuffie per chi ne ha bisogno.

Questi di Apple non lasciano nulla al caso.

Sono bravissimi.

Oltre alla presentazione del loro software (e del loro hardware ovvio) curano tutti gli aspetti laterali.

Sale attrezzate per provare i programmi, personale qualificato che ti illustra altri dettagli.

Offerte promozionali ai partecipanti.

Persino un iPod nano in palio a chi compilava i questionari di gradimento.

Spero davvero di riuscire a fare investire i miei datori di lavoro in tecnologie Apple. Non è solo integrazione sublime tra HW e SW, è proprio un universo con il quale devo assolutamente riuscire ad entrare in una relazione più intima.

Pater familias di Francesco Patierno – analisi di eventi ed esistenti

 Pater familias di Francesco Patierno

analisi di eventi ed esistenti

locandina film Pater Familias di Francesco Patierno

Delitto e ribellione a Giuliano

Titolo originale:  Pater familias
Nazione:  Italia
Anno:  2003
Genere:  Drammatico
Durata: 
Regia:  Francesco Patierno
Sito ufficiale:  www.paterfamilias.it

Cast:  Luigi Iacuzio, Federica Bonovolontà
Produzione:  Umberto Massa per Kubla Khan
Distribuzione:  Istituto Luce
Uscita prevista:  14 marzo 2003 (cinema)

Interpreti e personaggi
Mario Aterrano
Domenico Balsamo …. Alessandro
Federica Bonavolontà …. Rosa
Maria Pia Calzone
Italo Celoro
Francesco Di Leva
Luigi Jacuzio …. Matteo
Ernesto Mahieux
Francesco Pirozzi …. Michele
Lucia Ragni
Maria Laura Rondanini
Sergio Solli
Marina Suma
Federico Torre …. Polizziotto
  (more)

Trama:
Matteo, un ragazzo di 30 anni, ritorna dopo 10 anni nel suo paese natio vicino Napoli. Apparentemente il suo ritorno è dettato da un pretesto: l’imminente morte del padre. In realtà Matteo che sta scontando in carcere una condanna per omicidio ha ancora un debito col passato …

§§§

Introduzione

Ho visto il film grazie all’ultima delle proiezioni di questa tornata del Massenzaiello – Arena – Cineforum.

Il tema mi sembra abbia un po’ proposto variazioni sul tema intorno al concetto di odio.

Ora mi rendo conto che centrare il tema dell’odio inquadrandolo, ed è proprio il caso di usare questo termine, nel contesto di più vissuti familiari, inseriti a loro volta nel contesto di un interland napoletano violento e molto realistico, è un’operazione borderline tra più intenzioni e non solo cinematografiche.

Perché non sarebbe arduo definire la pellicola un film con intenzioni documentariste anche se non nell’accezione ontologica del termine.

Nè sarebbe errato classificarla come drammatica, giacchè i vissuti di un po’ tutti gli esistenti hanno effettivamente e decisamente degli epiloghi drammatici.

Ma non sarebbe nemmeno approssimativo definire il film come un’operazione, e questa si ardua, volta, se non a giustificare la violenza di certi contesti periferici e degradati italiani, quantomeno a spiegarne intimamamente le motivazioni più e meno recondite. E qui il film si colloca in una precisa e prolifica filmografia di genere, che sarebbe anche lungo e complesso annoverare tutta, ci basterà citare a mo’ di esempio la capostitica pellicola "Accattone" di Pier Paolo Pasolini e le più recenti "Scugnizzi" di Nanni Loy e "Mery per sempre" di Marco Risi.

Eugenio Bennato

Ricordo anni fa, ad un concerto di Eugenio Bennato a Piazza Mercato a Napoli, che sentii dirgli: "Napoli è un cosmo e non si può valutarne criticamente un aspetto senza prima avere cercato di capirne tutti gli altri". Sono abbastanza d’accordo con lui, lo ero allora, lo sono ancora oggi, nonostante il fatto che certe valutazioni andrebbero chiarite meglio. Ma infondo certo cinema spiega molto più di tante parole.

Ecco arrivo a dire che forse la questione meridionale è un po’ tutta qui. Racchiusa e  risucchiata in tutti i controversi e complessi e contradittori significati di questa frase.

Matilde Serao

Ricordo gli scritti de "Il ventre di Napoli" di Matilde Serao ed i suoi appelli all’istruzione di certi quartieri, … quanti anni aspetteremo ancora.

Penso all’attualità dei delitti di Scampia, alle tante dichiarazioni approssimative che, da napoletano, mi tocca subire al riguardo, agli anni trascorsi a Calata San Severo ed a Via Palladino a Napoli, al degrado di quel centro storico.

Penso che Spaccanapoli ristrutturata potrebbe fornire un’esperienza, forse meno toccante sotto il profilo umano, ma sicuramente più simile, sotto quello estetico, a quella che si può vivere in vie, anche molto meno antiche, di tante altre città europee ed italiane con le quali,  per diversi secoli, la mia città è stata alla pari, in quanto capitale del Regno delle due Sicilie, anche se andrebbe ammesso che alcune delle ragioni di certi degradi, affondano le radici in certi periodi di certe dominazioni di quel regno.

§§§

Ma torniamo al film di Francesco Patierno.

La pellicola è un adattamento dal letterario al filmico dell’omonimo romanzo di Massimo Cacciapuoti, rivissuto con la sensibilità di un regista architetto, Francesco Patierno, napoletano, classe 1964, che proviene dall’innovativo e creativo mondo della pubblicità.

Un conflitto culturale

Di cosa si narra?

Si narra di un conflitto ancestrale agito e filmato, secondo me magistralmente, che è al tempo stesso realistico ed allegorico.

Il conflitto è un conflitto culturale, prima ancora che generazionale.

Nel sud filmato da Patierno il pater familias, o chi ne fa le veci, ritene quasi di avere un diritto assoluto sui figli, sulla moglie, sugli altri componenti della famiglia.

Un sistema sociale primordialmente patriarcale, in cui la figura del pater familas dilaga, quasi simbolicamente, sino al punto di considere tutti, ma e sopratutto le donne ed i figli, esseri a lui naturalmente e totalmente assoggettati.

Il senso del film è il tentativo di descrivere le conseguenze di questa visione all’interno di famiglie contigue di Giuliano, (anche se il film è girato a Casoria n.d.r.).

La contiguità catturata dalla cinpepresa di Patierno non è quindi solo geografica, ma è anche e soprattutto familiare, molti esistenti sono tra di loro parenti, ed amici.

E, ancora, contiguità di condizione sociologica.

Chi più chi meno infatti, ogni esistente è assoggettato alle regole che vigono nel contesto familiare, e non solo, anche in quello sociale di riferimento, in cui vive un vero e proprio "sistema nel sistema" fatto di leggi e comportamenti etici, con segni completamente ribaltati, derivanti da una tradizione incombente, soffocante, ed al tempo stesso assoluta, alla quale non è facile sottrarsi.

Vite, in buona sostanza, segnate dalla nascita.

Vite che riconducono a molti dei versi del poeta (mi piace definirlo e ricordarlo così) Fabrizio De Andrè.

Penso alla canzone sui dieci comandamenti ad esempio, ed a quello che dice in merito al dovere di onorare il padre, in particolare.

"Onora il padre, onora la madre, e onora anche il loro bastone. Bacia la mano che ti ruppe il naso mentre chiedevi un boccone. Quando a mio padre si fermò il cuore non ho provato dolore".

Una struttura ellittica e circolare

Il film si snoda in una struttura filmica ellittica e circolare, ricca di anacronie infrattive, che rendono molto arduo il processo d’infralettura narrativa, questa potrebbe essere forse l’unica critica da muovere all’opera. Anche se, paradossalmente, è una delle cifre che, personalmente, mi ha fatto molto apprezzare la costruzione dell’impianto filmico.

La storia del personaggio cornice di Matteo, l’unico a muoversi insieme agli esistenti della sua azione, nell’adesso narrativo, riconduce la storia al suo epilogo.

Gli attori sono tutti straordinari.

Da cinefilo mi corre l’obbligo citare il cameo di Marina Suma, attrice esordiente nel 1981 nel film di Salvatore Piscicelli "Le occasioni di Rosa", che mi sembra doverso ricordare nel contesto di questo post, se non altro per le analogie, e non solo semantiche, con le atmosfere e gli esistenti della pellicola di Patierno.

Da notare che alcune sequenze sono girate di nascosto, secondo dettami formali più riconducibili al genere documentarista.

Va aggiunto che, invece, molte altre servono alla circolarità della storia.

Ne ricordo in particolare una di ragazzi che saltano, in un paesaggio periferico e molto degradato, che ritorna più volte nel film, ma via via che la trama scorre capiremo che quei ragazzi, nell’adesso narrativo, sono tutti morti in modo violento.

La risoluzione del conflitto e la catarsi

Il film agisce un tentativo di ribellione.

E qui la storia si ricongiunge, in maniera definitiva e risolutoria, all’altra prospettiva di sviluppo del conflitto della sceneggiatura, che è un conflitto interiore tra quello che gli esistenti sono diventati e quello che avrebbero potuto, ed, in alcuni casi, voluto essere.

Matteo, il ragazzo di trent’anni protagonista della storia, che torna al paese in licensa dal carcere dove sta scontando una pena per omicidio, tenterà di mettere in salvo Rosa, la sua amata, che come lui ha intenzione di reagire.

Rosa è rimasta vittima di un matrimonio, non senza sue responsabilità, con l’esistente forse più violento del film (tra i ragazzi, i genitori lo sono tutti in egual misura, anche se in modi differenti), Alessandro, il ragazzo che anni prima lo stesso Matteo ha assassinato.

Intorno a loro una serie di altri esistenti, che rimarranno tutti vittima del destino che quel tipo di contesti e di cultura riservano alle persone che non riescono a trovare la forza, e forse la consapevolezza, per distrarre le loro vite da quei valori segnati da una comune matrice di violenza. Ritorna l’eco del poeta genovese: "Se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo".

Il tentativo di Matteo riuscirà con l’aiuto di una suora sui generis, che saprà guardare al significato simbolico di quel gesto.

Credo che il senso dell’opera sia tutta lì.

Solo spezzando la spirale della orrenda tradizione di violenza, anche utilizzando una rottura rispetto alle morali cristiane più ortodosse, si può sperare di cambiare lo stato delle cose.

"Agire come se il proprio agire fosse regola universale" come c’insegnò Immanuel Kant  nel suo imperativo categorico, o, se preferite, "diventare il cambiamento che intendiamo vedere realizzato nel mondo" come c’insegnò il Mahatma Gandhi.

Continuo fermamente a credere che non ci sia un’alternativa.

Un tag e due ricerche

tag correlati  Sud; Francesco Patierno; Questione meridionale.

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   "ciak si gira" - l’integrazione sul set

l’intervista di Francesca Impecora al regista Daniele Vicari.

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Daniele Vicari

Volentieri pubblico nel mio blog questa interessante intervista a Daniele Vicari nato nel 1967, a Castel di Tora (Rieti), di cui ho avuto, dall’autrice, Francesca Impecora – che ringrazio ancora una volta pubblicamente, unitamente al caro amico e collega Fabio Gallucciol’autorizzazione alla diffusione su internet.

Uno degli obiettivi di questo spazio è, infatti, parlare di cinema e non solo di film, e farlo per dare visibilità a cose che nonrmalmente non ce l’hanno, come ciò che avviene dietro la macchina da presa che, come scoprirete, non è sempre tutte rose e fiori, come uno immagina.

Ricordo un film di François Truffaut: "Effetto Notte", dove il mai abbastanza compianto maestro, metteva in luce, proprio attraverso l’allegorico effetto della notte ricreata nelle riprese girate, invece, di giorno, la finzione, e le difficoltà, del mondo che gravitano nell’intorno di un set.

E poi, perché no, trovo molto stimolante impieghi altri della metafora cinema, e voi?

Buona lettura.

———

Una troupe cinematografica come metafora dell’integrazione? Perché no? In fondo, il cinema è un’arte che, fin dalla sua nascita, è sempre stata il frutto di un complesso lavoro di squadra. Un film oltre ad essere una creazione artistica è anche il prodotto finale risultante dall’unione di knowhow e talenti diversi, che confluiscono, si armonizzano e si integrano nella realizzazione della pellicola che vedremo al cinema o a casa nostra.

Da sempre il backstage cinematografico, dalla scelta del soggetto al mitico “ciak, si gira”, con il contorno di scenografia, luci, costumi, suono etc, ha attratto la curiosa attenzione del pubblico, cinefili e non.

Ne parliamo con Daniele Vicari, giovane regista che ha firmato diversi cortometraggi e documentari ed ha partecipato nel 1997 al film collettivo "Partigiani”. Insieme a Guido Chiesa ha co-diretto il documentario "Non mi basta mai", sulla vita di cinque operai licenziati dalla Fiat nel 1980. "Velocità massima", presentato alla 59ma Mostra del Cinema di Venezia (2002), rappresenta il suo esordio alla regia di lungometraggi cinematografici e gli vale anche il David di Donatello 2003 come miglior regista emergente. Nel 2004 ha diretto per la Fandango "L’orizzonte degli eventi" ancora con Valerio Mastandrea protagonista, il film è stato presentato in concorso alla “Semaine de la critique” del festival di Cannes 2005.

Nel 2005 ha pubblicato un libro didattico sul cinema, scritto in collaborazione  con Antonio Medici, “L’alfabeto dello sguardo”, Carocci editore.

1)    Daniele, grazie per aver accettato questa mini-intervista. Il set cinematografico come metafora del lavoro di squadra, dell’integrazione di professionalità diverse, oltre che di talenti artistici complementari. Che ne pensi? 

Integrazione

R. Penso che nel cinema il lavoro di squadra, inteso come condivisione di obiettivi e metodi, sia insostituibile tranne in casi assolutamente eccezionali. Un film, anche piccolo, ha sempre bisogno di una dimensione  organizzativa adeguata allo scopo che si vuole raggiungere. Nel mio ultimo film, “L’orizzonte degli eventi”, ci sono stati giorni in cui sul set tra attori, tecnici e comparse agivano centocinquanta persone. Senza un coordinamento razionale e condiviso non si riesce a dominare il caos, trasformandolo in una scena che abbia una sua armonia ed un significato chiaro e certo.

Forse vi è stato suggerito il mio nome perché ho partecipato a molti progetti collettivi, in vari gruppi e associazioni, e in alcuni casi ho condiviso anche la regia, una cosa difficilissima ma non impossibile. Difficilissima perché chi si esprime ha sempre una visione “particolare” “personale” “soggettiva”. Se devo essere sincero credo che senza quelle esperienze, a volte anche molto complicate, forse ora non farei il regista, perché quel confronto così serrato con persone spesso più preparate di me, mi ha permesso di mettere meglio a fuoco le mie aspirazioni e la mia visione del cinema.

2)    Ci racconti un po’ dal tuo punto di vista  il percorso di vita del film, come nasce l’idea, il soggetto e  la sceneggiatura, come si mettono insieme i professionisti che lo realizzeranno. Come si fa a far funzionare questa complessa macchina, a coordinare il tutto? 

Michelangelo Antonioni

R. L’idea di un film può nascere da qualunque spunto, Michalangelo Antonioni sostiene che l’idea del film “La notte” gli è venuta guardando un muro scrostato! L’idea ha quasi sempre a che vedere con la personalità di un autore (uno sceneggiatore, un regista ma anche un produttore) che sulla base di un’esperienza personale significativa pensa di poter trarne spunto per un’opera cinematografica. Nel mio caso, i due lungometraggi di finzione che ho realizzato nascono da due documentari. Realizzando i documentari ho conosciuto una determinata situazione che mi ha dato l’opportunità di scrivere una storia del tutto originale. Questa spunto si chiama “soggetto”, o idea. Anche se nell’industria cinematografica per soggetto si intende ormai generalmente una racconto di alcune pagine, che ha già una sua struttura narrativa ed i personaggi più importanti già delineati. Generalmente, ma non sempre, nel cinema italiano è il regista stesso l’autore del soggetto.

sceneggiatura

Altra cosa è la sceneggiatura. Qui raramente un regista si cimenta nella scrittura da solo. Fondamentale in questa fase è la condivisione del lavoro con uno o più sceneggiatori. Il principale problema nella scrittura di una sceneggiatura è immaginare e scrivere passaggi narrativi efficaci per condurre la vicenda narrata nella direzione giusta. Ed è nella discussione di ogni dettaglio che si cercano soluzioni. In questo caso un collettivo è capace di produrre molte più idee di un singolo individuo, fatte salve anche qui le eccezioni di “geni” isolati e rari. Ma spesso anche i geni devono ricorrere al lavoro di squadra, basti vedere i film di Kubrick per scoprire che oltre al regista, nei titoli viene sempre citato almeno uno sceneggiatore. Nel film di De Sica e ZavattiniLadri di biciclettecompaiono ben sette nomi tra gli sceneggiatori.

il regista e produttore Peter Jakson

Anche il produttore, se è davvero tale, è solitamente un compagno di viaggio del regista, il produttore interviene sulla sceneggiatura, sulla scelta degli attori e sulle decisioni finali di montaggio. Il rapporto tra regista e produttore può essere anche conflittuale e se lo è in maniera sana, può portare ad un miglioramento del film. Infatti il lavoro di gruppo è basato proprio su una particolare forma di conflitto, accettato da tutti. Ovviamente questo conflitto può degenerare e dare luogo a rotture dolorose. Per il bene dell’opera spesso qualcuno deve mediare il conflitto. In qualche situazione eccezionale, per il bene dell’opera la rottura può essere la salvezza, perché non è detto che un regista (un produttore uno sceneggiatore ecc.) sappia o voglia necessariamente fare quel film.

Forotogafia

Gli altri collaboratori del regista, il direttore della fotografia, lo scenografo, il costumista ecc vengono coinvolti a vari livelli nel film. A volte anche in fase di scrittura si chiede un parere in merito alla realizzabilità effettiva di una determinata soluzione tecnica o figurativa. Questi collaboratori devono saper interpretare le motivazioni profonde di ogni passaggio narrativo per poi aggiungere qualcosa di personale nella realizzazione, qui il regista può facilitare questo contributo oppure frustrarlo. Io generalmente credo che sia importante far esprimere al massimo i collaboratori, solo così si possono trovare soluzioni innovative, vitali, che possono migliorare il film. Inoltre un coinvolgimento emotivo ed intellettuale da parte di tutti permette anche di trovare efficaci soluzioni alle gravi carenze di budget di cui soffre cronicamente il nostro cinema.

Tengo a dire che questa forma così intensa di collaborazione, se ben gestita, fornisce impagabili strumenti per realizzare al meglio le idee del regista, permettendogli di realizzare l’opera nella maniera più  personale possibile. Forse lo strumento principale nelle mani del regista è proprio questa collaborazione.

3)    Come avviene questa integrazione? Quali sono i problemi più comuni che si presentano? Come vengono risolti? 

R. Ho già accennato alla questione del conflitto. Secondo me un certo livello di conflittualità in un ambiente creativo e vitale deve esserci, deve essere accettata da tutti, ovviamente poi bisogna fare una sintesi dei vari punti di vista, ed in ultima analisi, su due sponde spesso contrapposte ma non nemiche, la sintesi devono farla il regista ed il produttore.

regia

I guai più seri nascono quando il conflitto tra queste due figure si radicalizza. In un film ci sono varie figure che “mediano” in questo caso: l’aiuto regista e l’organizzatore generale. Sono loro che devono conciliare le esigenze espressive (a volte anche le nevrosi) del primo e quelle più prosaiche del secondo (anche in questo caso non si possono escludere nevrosi). La retorica del set vuole che si faccia tutto “per il bene del film”. Ovviamente non sempre questo è il vero scopo di certe frizioni.

Gruppi di lavoro

Nei gruppi di lavoro ci sono dinamiche complesse che non sempre hanno una loro origine nel merito della cosa che si sta facendo, allora sono guai seri! Perché è difficile condividere un percorso creativo se non c’è fiducia e stima reciproca. A quel punto arriva la rottura insanabile.

Spesso i registi, come gli attori, sono persone particolari, hanno una loro visione del mondo, grandi fragilità, paure, quindi è difficile lavorarci insieme. Però se a queste fragilità si accompagna una certa dose di generosità nel rendere tutti partecipi, allora la troupe “adotta” il film e lo porta a compimento “nonostante” il caratteraccio del regista.

4)    Puoi raccontarci un aneddoto o situazione curiosa che ti sia mai capitato a proposito dell’integrazione… 

locandina film "L'orizzonte degli eventi".

R. Durante la lavorazione dell’”Orizzonte degli eventi”, per una serie di coincidenze nefaste, dopo aver passato una intera giornata (30.000 euro circa di costo)  nella preparazione di una scena con la pioggia artificiale, con una illuminazione molto complessa perché la scena era notturna ed ambientata in un luogo totalmente buio, sul Gran Sasso, inspiegabilmente l’acqua dell’autobotte finisce durante il primo ciak. Panico. Fine delle riprese. La scena rischia di essere tagliata, ce ne torniamo tutti in albergo con la faccia da cani bastonati. Una scena per me importante, e per la quale avevo ingaggiato una “battaglia” con la produzione, studiata attentamente dal direttore della fotografia. Ora, al di la delle colpe bisognava cercare una soluzione per evitare che fosse un massacro economico ma che allo stesso tempo non fosse cancellata. Studiando la sceneggiatura con il mio direttore della fotografia, Gherardo Gossi, abbiamo pensato di fare dei cambiamenti sullo svolgimento dell’azione, infatti realizzando la scena precedente al tramonto, avremmo potuto evitare la notte sfruttando l’imbrunire. In questo modo, senza predisporre di nuovo l’intero parco luci (una rinuncia da parte di Gherardo e una da parte mia), il giorno successivo abbiamo fatto molto velocemente ciò di cui avevamo bisogno facendo quadrare il cerchio. Questo è un esempio di profonda e fattiva collaborazione. Purtroppo, bisogna dirlo, le cose non vanno sempre così.

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