analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
Tra remake e presunta profanazione gotica, ecco a voi, il blockbuster che difendiamo – a cura di Roberto Bernabò
Wolfman
titolo originale: The wolf man – L’uomo lupo
nazione: U.S.A. / Gran Bretagna
anno: 2010
regia: Joe Johnston
genere: Horror / Fantasy
durata: 125 min.
distribuzione: Universal Pictures
cast: Benicio Del Toro (Lawrence Talbot) • E. Blunt (Gwen Conliffe) • A. Hopkins (Sir John Talbot) • H. Weaving (Isp. Francis Abberline) • G. Chaplin (Maleva)
sceneggiatura: Andrew Kevin Walker, David Self, che hanno riscritto il film basandosi sulla sceneggiatura originale di Curt Siodmak (autore di quella dell’originale film del 1941)
musiche: P. Haslinger
fotografia: S. Johnson
montaggio: W. Murch • D. Virkler • M. Goldblatt
Sinossi: L’infanzia di Talbot è finita la morte in cui la madre è morta. Dopo aver lasciato il paesino addormentato Vittoriano di Blackmoor, ha passato decenni per riprendersi e cercare di dimenticare. Ma quando la fidanzata di suo fratello, Gwen Conliffe, lo rintraccia per chiedergli aiuto per cercare il suo perduto amore, Talbot ritorna a casa e si unisce alla ricerca. Scoprirà che qualcosa dotato di una forza bruta e di un’insaziabile sete di sangue sta uccidendo i paesani e che un sospettoso ispettore di Scotland Yard chiamato Aberline è venuto ad investigare.
Non voltarti mai indietro Lawrence, non voltarti mai … il passato è una landa desolata di orrori Sir John Talbot
analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
“Il recupero di una identità e di una verità storica, attraverso una narrazione rigorosa, onesta, morale e poetica” – a cura di Roberto Bernabò
L’uomo che verrà – Scheda
titolo originale: L’uomo che verrà
nazione: Italia
anno: 2009
regia: Giorgio Diritti
genere: Drammatico
durata: 117 min.
distribuzione: Mikado Film
Sito Originale del film: http://www.uomocheverra.com/
Attori e Personaggi
Alba Rohrwacher: Beniamina
Maya Sansa: Lena
Claudio Casadio: Armando
Greta Zuccheri Montanari: Martina
Stefano “Vito” Bicocchi: Signor Buganelli
Eleonora Mazzoni: Signora Buganelli
Orfeo Orlando: Il mercante
Diego Pagotto: Pepe
Bernardo Bolognesi: Il partigiano Gianni
Stefano Croci: Dino
Zoello Gilli: Dante
Timo Jacobs: Ufficiale medico SS
Raffaele Zabban: Don Giovanni Fornasini
sceneggiatura: G. Diritti • G. Galavotti • T. Pedroni
musiche: Marco Biscarini • Daniele Furlati
fotografia: R. Cimatti
montaggio: G. Diritti • P. Marzoni
Sinossi: Inverno, 1943. Martina ha 8 anni, vive alle pendici di Monte Sole, non lontano da Bologna, è l’unica figlia di una famiglia di contadini che, come tante, fatica a sopravvivere. Anni prima ha perso un fratellino di pochi giorni e da allora ha smesso di parlare. Nel dicembre la mamma rimane nuovamente incinta. I mesi passano, il bambino cresce nella pancia della madre e Martina vive nell’attesa del bimbo che nascerà mentre la guerra man mano si avvicina e la vita diventa sempre più difficile. Nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1944 il piccolo viene finalmente alla luce. Quasi contemporaneamente le SS scatenano nella zona un rastrellamento senza precedenti, che passerà alla storia come la strage di Marzabotto.
Monte Sole – cenni storici: Sulla fine del 1943, dopo l’armistizio firmato dal re e Badoglio con gli alleati, l’Italia è divisa in due, occupata a sud dall’esercito anglo-americano, al centro e al nord dai tedeschi, che hanno anche liberato Mussolini e lo hanno posto a capo di uno stato fantoccio, la cosiddetta Repubblica di Salò. È in questo periodo che nella zona di Monte Sole, compresa tra il torrente Setta e il fiume Reno, a una trentina di chilometri a sud di Bologna, comincia spontaneamente a formarsi una brigata partigiana, la Brigata Stella Rossa. I partigiani sono i figli e i fratelli dei contadini che abitano la zona e lavorano la terra a mezzadria per conto dei proprietari terrieri, che in genere stanno in pianura. Il territorio è boscoso, il terreno difficile da coltivare e i raccolti scarsi. Le famiglie, spesso numerose, fanno sempre più fatica perché il fascismo prima e la guerra poi le hanno rese ancora più povere di quanto non fossero già. I partigiani incarnano un atteggiamento di ribellione diffuso e nei mesi successivi con le loro azioni di guerriglia creano grossi problemi a tedeschi e fascisti, già incalzati dall’avanzata dell’esercito anglo-americano. Il 29 settembre del 1944 le SS scatenano nella zona una rappresaglia senza precedenti che prosegue nei giorni successivi, mettendo a ferro e fuoco il Monte Sole. Circa 770 persone, per lo più bambini, donne e anziani, vengono massacrate: un eccidio immane rimasto nella storia come “la strage di Marzabotto”, dal nome del comune a cui appartiene la maggior parte del territorio.
Riconoscimenti: La pellicola ha vinto il premio Marc’Aurelio d’Oro del pubblico al miglior film ed il Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio d’Argento al Festival Internazionale del Film di Roma 2009.
Altre informazioni: Il film è stato girato nelle province di Siena e Bologna, con un budget di 3 milioni di euro, grazie, anche, al supporto di Rai Cinema, del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, con quello del Programma MEDIA dell’Unione Europea, con la partecipazione di Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, con il sostegno di Regione Toscana e Toscana Film Commission, ed infine con il sostegno di Regione Emilia-Romagna e Cineteca di Bologna.
Nella versione originale il film è in dialetto bolognese con sottotitoli in italiano.
“Ecco la cosa che ho capito … che molti vogliono ammazzare qualcun altro ma non ho capito perché” Martina
“Tutti noi siamo quello che ci hanno insegnato ad essere”
Ufficiale delle S.S.
1. Dedicato alla crisi del Cinema Italiano ed ai talenti nascosti
analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
Pandora vs. America, ovvero realtà virtuale vs. realtà analogica, la riflessione ecologista, panteistica e new age, scontata e prevedibile, di James Cameron – a cura di Roberto Bernabò
Avatar
titolo originale: Avatar
nazione: U.S.A.
anno: 2009
regia: James Cameron
genere: Fantascienza / Azione / Thriller
durata: 166 min. – 3D
officiale site: http://www.avatarmovie.com/index.html
distribuzione: 20th Century Fox
cast: Zoe Saldana (Neytiri) • Sam Worthington (Jake Sully) • Michelle Rodriguez (Trudy Chacon) • Sigourney Weaver (Dr. Grace Augustine) • Giovanni Ribisi (Selfridge) • C. Pounder (Moha) • S. Lang (Col. Quaritch) • Joel Moore (Norm Spellman) • Wes Studi • D. Rao (Dr. Max Patel)
sceneggiatura: J. Cameron
musiche: J. Horner
fotografia: M. Fiore
montaggio: J. Refoua • S. Rivkin
uscita nelle sale: 15 Gennaio 2010
Trama: Nel 2154, l’umanità si trova in piena crisi energetica. Su Pandora, mondo incontaminato e dominato da una natura incontrastata, si trova un minerale rarissimo e capace di risolvere la crisi terrestre. La RDA è incaricata di estrarre questo minerale, il cui più ricco giacimento si trova sotto un possente e gigantesco albero, luogo sacro dove vive la comunità indigena locale, i Na’vi. La diplomazia e la conoscenza della loro cultura sembrano le uniche vie per dominarli e cacciarli da lì. Il progetto «Avatar», capeggiato dalla dottoressa Grace, è essenziale per lo svolgimento della missione: con la creazione di un ibrido Na’vi è possibile trasportare la coscienza di una persona all’interno di esso. Così facendo, l’interazione con i Na’vi diventa una realtà tangibile. Dopo la morte del fratello gemello, scienziato rinomato e rispettato, è il marine Jack Sully l’unico ad essere idoneo geneticamente al suo avatar. Obbligato su una sedia a rotelle, vivere in quella creatura forte e dall’enorme vitalità si rivela un’esperienza unica. Ma quando entra in contatto con la meravigliosa Neytiri, con la tribù Na’vi e con il respiro di Pandora, il dovere di proteggere quest’incredibile sogno dall’ombra dell’intervento militare del colonnello Quaritch si trasformerà in una guerra per preservare la vita del pianeta.
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“Si è capovolto tutto … adesso il mondo vero è là fuori, ed il sogno qui dentro.” Jake Sully
1. Introduzione – il populismo necessario ed ineludibile di James Cameron
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L’etica di un gangster – possibili argomentazioni a favore – a cura di Roberto Bernabò
Nemico Pubblico – Public Enemies
titolo originale: Public Enemies
nazione: U.S.A.
anno: 2009
regia: Michael Mann
genere: Drammatico / Gangster
durata: 144 min.
distribuzione: Universal Pictures
cast: J. Depp (John Dillinger) • C. Bale (Melvin Purvis) • M. Cotillard (Billie Frechette) • J. Russo (Walter Dietrich) • D. Wenham (Harry ‘Pete’ Pierpont) • J. Clarke (John ‘Red’ Hamilton) • S. Dorff (Homer Van Meter) • C. Tatum (Pretty Boy Floyd) • R. Cochrane (Agente Carter Baum) • B. Katic (Anna Sage) • E. De Ravin (Barbara Patzke) • B. Crudup (J. Edgar Hoover) • G. Ribisi (Alvin Karpis) • J. Ortiz (Phil D’Andrea) • S. Hatosy (Agente John Madala) • D. Harvey (cliente Steuben Club) • S. Leigh (Helen Gillis) • S. Graham (Baby Face Nelson) • S. Garrett (Tommy Carroll) • S. Lang (Charles Winstead) • M. Craven (Gerry Campbell) • L. Mason (portiere Union Station) • L. Taylor (Sheriff Lillian Holley) • D. Warshofsky (Warden Baker) • L. Sobieski (Polly Hamilton)
sceneggiatura: R. Bennett • M. Mann • A. Biderman
musiche: E. Goldenthal
fotografia: D. Spinotti
montaggio: J. Ford • P. Rubell
Trama: Nessuno poteva fermare Dillinger e la sua banda. Non esisteva prigione dalla quale non riuscisse ad evadere. Il suo carisma e le rocambolesche fughe dalle prigioni lo rendevano interessante agli occhi di tutti – da quelli della sua fidanzata Billie Frechette a quelli del pubblico americano che non aveva simpatia per le banche responsabili di aver fatto precipitare il paese nella depressione. Ma mentre le avventure di Dillinger e della sua banda – che nell’ultimo periodo comprendeva anche due individui sociopatici dal nome Baby Face Nelson e Alvin Karpis – intrigavano i più, Hoover si riproponeva di utilizzare la pubblicità che la cattura del criminale avrebbe potuto generare in suo favore per trasformare il suo “Bureau of Investigation” nel dipartimento di polizia nazionale che è adesso l’FBI. Fece pertanto di Dillinger il primo Nemico Pubblico Numero Uno degli Stati Uniti d’America, mettendogli alle calcagna Purvis, l’affascinante “Clark Gable dell’FBI”.
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“Volevi sapere dov’è, tu stupido piedipiatti?
Gli sei passato accanto a State Street. Ma eri troppo impaurito per guardarti attorno.
Stava vicino al marciapiede in quella Buick nera.”
- Billie Frechette
1. Introduzione: il point of conentration narrativo(molto spoiler)
Mi sono interrogato più volte, dopo la visione in anteprima, in lingua originale della pellicola, su cosa mi avesse veramente colpito di questo bellissimo film.
Ed alla fine sono giunto ad una conclusione solo apparentemente paradossale.
1.1 L’etica del protagonista e la non etica degli antagonisti
Certo parlando di un gangster celeberrimo e pericoloso come John Dillinger, peraltro realmente esistito, il titolo del paragrafo può sembrare un’affermazione forte e persino fuori luogo, anche se è storia che il celeberrimo rapinatore restituì agli americani parte dei proventi delle sue rapine, cosa che controbuì, e non poco, a renderlo celebre ed a farne una sorta di moderno Robin Hood, eppure.
Traggo dal libro “La rapina in banca – Storia. Teoria. Pratica” – a cura di Klaus Schönberger.
Alla fine della sua vita, durata solo 31 anni, era diventato un mito, un eroe popolare, una sorta di Robin Hood dei rapinatori americani all’epoca della Grande Depressione.
E non perché regalasse ai poveri parte del suo bottino: nel corso delle sue rapine si limitava a far sparire qualche cambiale. Dillinger aveva lasciato la scuola e lavorava quando capitava, disertò il servizio militare ed era un grande ammiratore di Jesse James. Bastò questo, e una rapina ai danni di un anziano signore nel 1924, a farlo condannare a 20 anni di reclusione. Si fece trasferire in una prigione del Michigan, dove conobbe Homer van Meter e Harry Pierpont, che lo introdussero nei circoli elitari del carcere, composti da rapinatori d’alta classe che gli svelarono i trucchi della rapina in banca. Il 22 maggio 1933 Dillinger fu rilasciato, non prima di aver promesso ai suoi compagni che li avrebbe tirati fuori.
Nel giugno 1933, in un solo giorno, rapinò con altri complici una banca (al mattino), un drugstore e un supermercato (il pomeriggio). In breve tempo riuscì a mettere insieme la somma necessaria per far evadere i suoi amici, ma fu arrestato poco prima di poter entrare in azione, il 22 settembre 1933. Le armi necessarie all’evasione erano tuttavia già penetrate nel carcere, e il 27 settembre Homer van Meter, Harry Pierpont e altri riuscirono a scappare dalla prigione del Michigan. Il 12 ottobre furono loro stessi a sdebitarsi con Dillinger: lo liberarono, e due giorni dopo dettero inizio a un nuovo ciclo di colpi, tra cui alcuni agguati a stazioni di polizia per procurarsi armi automatiche e giubbotti antiproiettile.
Il 23 ottobre alleggerirono la Central National Bank di Greenclastle, Indiana, di 74.782 dollari. Il governatore dello Stato dell’Ohio chiese allora l’intervento della Guardia nazionale, e la banda fuggì alla volta di Chicago, dove, a metà gennaio del 1934, effettuò un colpo alla National First Bank. Le rapine si svolgevano secondo un piano ricorrente: un membro della banda studiava il posto, in seguito si stabiliva chi sarebbe entrato nella banca, chi si sarebbe occupato di guardare le spalle ai complici e chi avrebbe guidato la macchina su cui fuggire. Una volta nella banca, era in genere Dillinger a chiedere di poter parlare con il direttore, al quale poi comunicava gentilmente che si trattava di una rapina e che avrebbe dovuto consegnargli tutti i soldi depositati in cassaforte. Nel caso in cui il direttore avesse mostrato segni di esitazione, Dillinger avrebbe estratto la pistola. Nel corso della rapina alla National First Bank un palo della banda fu ucciso – l’unica morte di cui Dillinger fu mai ritenuto responsabile.
Il 22 gennaio Dillinger venne nuovamente arrestato e trasferito nel carcere di massima sicurezza di Crown Point, in cui già il 3 marzo prese due persone in ostaggio minacciandole con una pistola di legno che si era costruito da solo, si procurò quindi armi vere e imprigionò 26 dipendenti del carcere, poi rubò un’auto e si dileguò. Dillinger si guadagnò le prime pagine dei giornali, con grande disonore delle autorità. Divenne il “nemico pubblico numero uno” e sulle sue tracce si mise addirittura l’Fbi.
Il 22 luglio 1934, tre settimane dopo la sua ultima rapina, avvenuta a South Bend, Dillinger fu raggiunto alla schiena dalle pallottole di due poliziotti che lo aspettavano all’uscita di un cinema. A tradirlo era stata una donna, allettata dalla ricompensa promessa dalla taglia sulla testa di Dillinger.
Sembra che centinaia di persone, uscendo dal cinema, intinsero i propri fazzoletti nel lago di sangue in cui giaceva il bandito, per portarsi a casa un ricordo di lui. Furono 15.000 le persone che parteciparono al suo funerale e pare che, segretamente, fosse stata preparata per Dillinger una maschera mortuaria. Il bandito aveva conquistato i cuori della gente, e ancora oggi ci si chiede se fosse davvero Dillinger la persona uccisa quella sera. La sua storia può essere ripercorsa a Nashville, nel museo a lui dedicato.
Eppure, dicevo prima dell’inciso sulla vera storia di Dillinger, credo che, per comprendere, bene, quello che muove all’azione un po’ tutti gli esistenti del film, il ricorso all’etica può essere un elemento guida che può fornire una chiave di lettura che agevola la verifica della coerenza dell’impianto narrativo.
1.2 La prospettiva narrativa: la storia vista dalla parte del gangster
Altro elemento che salta subito all’occhio – e che certamente deriva dalle scelte narrative non del regista (o quanto meno non solo), ma dell’autore del romanzo Bryan Burrough, (ed il cui titolo è “Nemico pubblico – il romanzo criminale dell’America degli anni trenta“), di cui il film di Michael Mann rappresenta un’eccellente trasposizione dal letterario al filmico – è la prospettiva narrativa.
Il point of concentration dell’azione non è, infatti, narrare, asetticamente, la storia del rapinatore JohnDillinger, ma è di farlo scegliendo il punto di vista del gangster.
(Per la cronaca Bryan Burrough, http://www.bryanburrough.com/, ex reporter del Wall Street Journal, oggi scrive perVanity Fair. Ha vinto per tre volte il premio Jhon Hancock Award, conferito all’eccellenza nel giornalismo finanziario. E’ autore di numerosi libri, il più recente dei quali è The Big Rich è stato nella top ten dei libri più venduti edita dal New York Times).
Lo spettatore è quasi parte della sua banda.
Vive la lotta senza quartiere a lui, quasi partecipando alle sue azioni, sia criminali, che sentimentali.
E’ come se il regista narrasse il film scegliendo di abbandonare un ruolo di narratore, e delegando, tale compito, direi, se non esclusivamente, quantomeno in maniera prevalente, all’eroe.
Con un’accortezza.
Non riusciamo mai a capire esattamente come farà l’eroe a risolvere, sequenza dopo sequenza, tutti i vari bit narrativi che compongono la storia, che evolve nel classico canovaccio in cui l’esistente protagonista viene, via via, caricato di problemi sempre più grandi, e sempre più difficili da risolvere.
1.3 Il ruolo del Cinema
Il terzo elemento, che non è certamente trascurabile, e che appare allo spettatore cinephìle anche meno accorto, è il ruolo affidato al Cinema.
Ed in particolare al Cinema inteso in una triplice accezione.
Al Cinema, cioè, che tutti gli spettatori godono assistendo al film.
Al Cinema inteso, in chiave strettamente metalinguistica, del film nel film.
Ed al Cinema inteso come sala, come luogo cioè di fruizione del film (non è assolutamente banale questo aspetto per comprendere le sequenze finali). Una sorta di medium ambientale, attraverso il quale è possibile, persino un gangster braccato da schiere di poliziotti, evadere (è il caso, più che mai, di usare questo termine), dalla giogo della propria esistenza, per poi riprenderla, con un diverso grado di consapevolezza, al termine della proiezione.
Quasi come se il Cinema, in tale accezione, fosse il luogo dove guariamo e dove rinasciamo, pronti e ritemprati da nuove Verità, anche le più ferali, e nefaste e definitive.
Una chicca metalinguistica, che, dopo il film di Quentin Tarantino, è come se stesse diventando un po’ una cifra della recente produzione made in USA. Anche se, in questo, caso ampiamente giustificata dalla cronaca degli eventi storici.
E non è un caso notare che nella sequenza che chiude il film, ci sia come una netta contrapposizione tra chi è dentro la sala cinematografica, e chi, invece, attende fuori, eccezion fatta, forse, per la entraneuse immigrata rumena- Anna Sage, la donna che tradirà l’eroe, ma questo non vale per Dillinger, che, in una memorabile sequenza che precede la catartica e drammatica sequenza del cinema, ha modo di comprendere, fino in fondo, in una spericolatissima visita agli uffici della FBI, chi realmente sono stati i suoi fedeli compagni e chi no.
Il post in effetti potrebbe finire qui.
Ma proverò, lo stesso, a sviluppare meglio i tre punti della introduzione.
§§§
2. Circa l’etica del protagonista e la non etica degli antagonisti
La questione nei gangster movie è un po’ sempre la stessa.
Ci sono due fazioni, opposte, facilmente identificabili.
Ci sono i buoni, che normalmente coincidono con i tutori della legge, e ci sono i cattivi, che sono i gangster.
Che rapinano, uccidono, insomma fanno cose esecrande.
E’ difficile però, in genere, empatizzare, in questa ontologia del cinema, fino in fondo, e sin dalle primissime sequenze, con i cattivi, e, soprattutto, con il loro leader.
Anzi, se dovessi pensare agli ultimi film italiani come “Gomorra” di Matteo Garrone, ad esempio, dovrei ammettere, semmai, che l’obiettivo della narrazione è esattamente l’opposto.
C’è da chiedersi allora: “Perché il romanzo prima, ed il film dopo, tentano, invece, di mitizzare le gesta di John Dillinger?“
In realtà sappiamo che, quanto meno al cinema, è possibile fare praticamente tutto.
E non credo nemmeno, peraltro, che questo sia, in assoluto, il primo film in cui ciò accade.
Ma la cosa mi appare chiara se si mette al centro un altro tema.
Un tema con con cui la suddivisione buoni – cattivi, forse, c’entra poco.
E’ un tema morale e quasi filosofico.
Quello dell’etica.
E, lo dobbiamo proprio ammettere, di etica ultimamente in giro, e non solo in Italia, se ne vede pochina in giro, non credete?
Se guardiamo le azioni del protagonista, e quelle del suo antagonista Melvin Purvis, incaricato dall’ancora più arrivista e determinato J. Edgar Hoover, interpretati rispettivamente, più che convenientemente, dal bravissimo Christian Bale, e da Billy Crudup, noteremo un classico dei film del regista “narrare le gesta di uomini costretti ad agire in condizioni estreme“.
E’ questo che riesce a fare fruire di un fiato una pellicola di ben 140 minuti.
E sarà, proprio, la diversa prospettiva etica, a farci sentire vicini al gangster.
Va aggiunto che il contesto della storia è l’America della Grande Depressionedegli anni ‘30 (toh, guarda, chissà perchè mi vengono alla mente i corsi ed i ricorsi storici di Giambattista Vico), e che Dillinger è una gangster assai più astuto e capace dei poliziotti che sono costretti a contrastarlo, che fa una cosa ed una sola:
rapina banche !!!
Proprio quelle banche che, anche nel 1930, furono tra le maggiori responsabili della povertà degli americani. Ma tu guarda.
E’ proprio vero … non s’impara mai abbastanza dai propri errori.
Detto questo è evidente perché il popolo americano, dell’epoca, ed uno scrittore, con vocazioni giornalistiche finanziarie, contemporaneo, ne mitizzano le gesta.
Perché, in quel contesto, Dillinger diventò davvero un eroe popolare, che seppe sfruttare le incapacità di un sistema difensivo poco connesso tra stato e stato, degli USA, e che ebbe, peraltro, il merito (direi suo malgrado), di provocare probabilmente la prima grande e strutturata lotta al crimine degli USA.
E quelli mica sono come noi.
Quando decidono di fare una cosa, la mettono in mano a persone competenti.
Competenti e, spesso, senza scrupoli.
E se un gangster è senza scrupoli, per definizione, i tutori dell’ordine dovrebbero essere, invece, animati non da bramosie di successo personale, ma da un elevatissimo spirito di servizio, agito solo ed esclusivamente in favore della collettività.
Ed è proprio su questo piano, che il rapporto protagonista – antagonista, tra Dillingere Melvin Purvis, si ibrida.
Chi è il buono e chi il cattivo?
Chi è che si preoccupa, realmente, della sorte dei suoi uomini, e della sua innamorata?
Queste domande trovano, tutte, risposte nell’azione del film, ed è, pertanto, pleonastico che io risponda.
Il Potere, e noi in Italia, ahimè, lo sappiamo sin troppo bene, quando deve raggiungere un obiettivo, non conosce regole, e chi meglio di noi, oggi, ad oltre un secolo dagli eventi narrati dal film, può comprenderlo meglio?
Una sequenza però ci parla dell’etica anche tra gli antagonisti tutori dell’ordine.
E’ il poliziotto, umile ma sagace, che studia, realmente, lui si, e con lealtà, il suo avversario, sino alle estreme conseguenze.
Divertitevi a scoprirlo tra la compagine dell’FBI, ed apprezzatene anche il gesto altamente morale di cui è capace nella sequenza che chiude il film.
Sequenza che fa, peraltro, da suggello all’altro ambito di sviluppo della trama: la romanticissima love story tra John Dillinger e Billie Frechette, interpretata, direi magnificamente, dal premio OscarMarion Cotillard (migliore attrice protagonista per il film “La vie en rose” – 2007 – di Olivier Dahan, nel quale interpretò niente meno che Édith Piaf, e fortemente voluta per la parte dal regista).
3. Circa il ruolo del Cinema
In primo luogo il cinema come potente strumento evocativo e ri-evocativo di un’epoca.
Quella della Grande Depressione.
Tutto in questa produzione è meticoloso.
Basti pensare come ho avuto moto di leggere sulle note di produzione, ai ben 107 set allestiti.
O alla fedeltà, quasi maniacale, nel selezionare tutti luoghi dell’azione.
Le ricostruzioni degli interni e degli esterni.
I costumi.
Alla scelta degli attori, perchè se è vero che Dillinger diventò un mito tra gli americani, è altrettanto vero che Johnny Depp (davvero notevole nel ruolo, secondo me questo film segna un punto di svolta davvero importante nella carriera di questo attore, che, ultimamente, si era, a mio avviso, troppo legato alle saghe dei Pirati, ad esistenti dark, ed a quelli dei film di Tim Burton, devo, in verità, ancora apprezzarlo in Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo – The Imaginarium of Doctor Parnassus, regia di Terry Gilliam – 2009), è nato a soli 160 miglia dalla casa d’infanzia di Dillinger, sita a Mooresville, nell’Indiana.
Es alla suggestiva e notevole colonna sonora.
Ma c’è una cosa che non passa inosservata allo spettatore cinephìle.
Sull’orlo del suo baratro Dillinger fa due cose.
Forse rese ancora più epiche da una probabile forzatura della verità storica.
Si reca in un cinema.
E si fida di una donna che non è quella che ama.
Perché lo fa?
Cosa cercava in un Cinema un uomo ormai disperato?
Che aveva visto morire ad uno ad uno tutti i suoli leali, coraggiosi e fedeli compagni di avventura.
Qui il film ha una interessantissima, almeno per me, deriva metalinguistica.
Da un lato, ancora una volta, riusciamo ad apprezzare la chicca del film nel film (nel caso di specie “Le due strade” – 1934 di W.S. Van Dyke II, titolo sicuramente non scelto a caso in quanto fedele alla ricostruzione in quanto realmente fu la visione della pellicola l’ultima azione del vero Dillinger, con Clarke Gable nella parte di un gangster prossimo alla sua morte. (Traggo dal Morandini: Dopo aver passato insieme l’infanzia in un quartiere popolare di Manhattan, due amici prendono strade diverse: uno diventa magistrato, l’altro delinquente. Il primo condannerà a morte il secondo. Sceneggiato dal giovane Joseph L. Mankiewicz su un racconto di Arthur Caesar che vinse un Oscar, ha un interesse soprattutto storico come archetipo di dramma criminale “made in Hollywood”, ma non manca di qualità intrinseche per il brio degli interpreti e della messinscena. Noto anche perché il nemico pubblico n. 1, John Dillinger, fu ucciso vicino al Biograph Theatre di Chicago subito dopo averlo visto. Esiste in edizione colorizzata. Conosciuto anche come “Le due vie“.)
E dall’altro come non riflettere, e questa volta seriamente, sul ruolo del Cinema come luogo dove assistiamo all’opera cinematografica.
Il soggetto che parla qui (alias Rob.) deve riconoscere una cosa.
Gli piace uscire da una sala cinematografica.
Ritrovandosi nella strada illuminata, e quasi deserta (ci va sempre di sera preferendo, quasi sempre, il durante la settimana) e dirigendosi mollemente verso qualche pub, o ristorante, o caffè, cammina in silenzio, (non gli piace parlare subito del film che ha appena visto), un po’ intorpidito, goffo, infreddolito – insomma assonato: insomma ha sonno, ecco a che cosa pensa.
Nel suo corpo si è diffuso un senso di torpore, di dolcezza, di calma: languido come un gatto addormentato, si sente un po’ disarticolato, o meglio (perché per un’organizzazione morale il riposo non può consentire che in questo), irresponsabile.
In breve, è evidente, esce in uno stato di ipnosi.
E dell’ipnosi (vecchia arma psicanalitica, che la psicanalisi sembra ormai trattare con condiscendenza) ciò che percepisce è il più antico dei poteri: quello di guarire.
Dal cinema si esce spesso proprio così.
Come vi si entra?
Fatta eccezione per il caso, a dire il vero sempre più frequente, di una ricerca culturale ben precisa (film scelto, voluto, cercato, oggetto di una vera e propria vigilanza preliminare), si va al cinema approfittando di un momento di ozio, di disponibilità, di vacanza.
Tutto si svolge come se, ancora prima di entrare nella sala, si sommassero le condizioni classiche dell’ipnosi:
1. vuoto
2. ozio
3. disimpegno
non è davanti al film, o a causa del film che si sogna.
Quasi inconsapevolmente si sogna ancor prima di diventare spettatori.
C’è in pratica una “situazione del cinema“, e tale situazione è “pre-ipnotica“.
Per citare una metonimia che risponde al vero, il “nero della sala” è prefigurato dalla “fantasticheria crepuscolare” (preliminare all’ipnosi secondo Breur e Freud) che precede al nero e conduce il soggetto, di strada in strada, di blog in blog, di manifesto in manifesto, ad inabissarsi infine in un cubo scuro, anonimo, indifferente, dove deve prodursi quel festival di affetti che sono, siamo soliti chiamare film.
§§§
Mi piace pensare che anche Dillinger avesse cercato un’esperienza del genere, per sentirtisi davvero pronto ad affrontare l’epilogo forse più giusto e definitivo, al termine di quella delle due strade che si era scelto, in definitiva, tanto per vivere, che per morire.
Una. Per la co-sceneggiatrice Ann Biderman. E’ una scrittrice per il cinema e per la televisione. Riguardo al Cinema la segnalo per “Il senso di Smilla per la neve” un film di genere thriller del 1997, diretto da Bille August, e basato sull’omonimo romanzo (titolo originale in danese: Frøken Smillas fornemmelse for sne) del 1992 scritto da Peter Høeg. Tra gli interpreti principali troviamo Julia Ormond, Gabriel Byrne e Tom Wilkinson.
E per “Schegge di paura” un film thriller del 1996, diretto da Gregory Hoblit e tra gli altri interpretato da Richard Gere, Laura Linney ed Edward Norton.
La sceneggiatura stesa per il film è liberamente basata sul romanzo giallo di William Diehl Primal Fear.
Due. Per la colonna sonora.
Degna di nota è colonna sonora con musiche di Otis Taylor, Elliot Goldenthale e con, soprattutto, la voce struggente voce di Billie Holiday, ascoltate la celeberrima The Man I Love.
Nemico Pubblico – Public Enimies – le tracce musicali
1. Ten Million Slaves – Otis Taylor
2. Chicago Shake – The Bruce Fowler Big Band
3. Drive To Bohemia – Elliot Goldenthal
4. Love Me or Leave Me – Billie Holiday
5. Billie’s Arrest – Elliot Goldenthal
6. Am I Blue? – Billie Holiday
7. Love In The Dunes – Elliot Goldenthal
8. Bye Bye Blackbird – Diana Krall
9. Phone Call To Billie – Elliot Goldenthal
10. Nasty Letter – Otis Taylor
11. Plane To Chicago – Elliot Goldenthal
12. O Guide Me Thou Great Jehova – Indian Bottom Association, Old Regular Baptists
13. Gold Coast Restaurant – Elliot Goldenthal
14. The Man I Love – Billie Holiday
15. JD Dies – Elliot Goldenthal
16. Dark Was The Night, Cold Was The Ground Blind – Willie Johnson
analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
Ibridazioni tra generi noir e thriller e l’ambiguità femminea
La doppia ora
titolo originale: La doppia ora
nazione: Italia
anno: 2009
regia: Giuseppe Capotondi
genere: Drammatico / Thriller
durata: 95 min.
distribuzione: Medusa Film
cast: Ksenia Rappoport (Sonia) • Filippo Timi (Guido) • G. Colangeli (prete anziano)
sceneggiatura: L. Rampoldi • A. Fabbri • S. Sardo
musiche: P. Catalano
fotografia: T. Radcliffe
montaggio: G. Notari
Trama: Sonia viene da Lubiana e fa la cameriera. Guido è un ex poliziotto e lavora come custode in una villa. Si incontrano in uno speed date. Lui è un cliente fisso. Per lei è la prima volta, e si vede. Poche parole, un’istintiva attrazione. In pochi giorni imparano a conoscersi, a svelare le proprie ferite. Sono sul punto di innamorarsi, quando Guido muore. Improvvisamente, durante una rapina nella villa che dovrebbe custodire. Sonia si ritrova da sola a elaborare un lutto di cui non riesce a trovare il senso. E di cui alcuni addirittura la ritengono responsabile. Mentre il passato di Sonia ritorna, con tutti i suoi nodi non risolti, la realtà che la circonda comincia a collassare, fino a crollarle addosso. Chi è veramente Sonia? E soprattutto, è davvero Guido quello che lei continua a vedere?
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Introduzione
Inizio subito con il dire una cosa.
E’ raro vedere un debutto di un regista italiano ultimamente.
Ed è rarissimo che questa cosa coincida con una pellicola di livello.
Non è questo il caso di Giuseppe Capotondi, né quello di questo film per tutta una serie di ragioni.
Ne citerò tre che tenterò di argomentare e sviluppare in questa analisi.
La prima: l’impianto narrativo:
ibridazioni tra generi noir e thriller
ambiguità femminea dell’esistente Sonia e collocazione temporale della “crisi” del personaggio
ambiguità vs. doppiezza
La seconda: l’idea filmica di riprendere qualcosa che non è la realtà
La terza: gli aspetti inerenti la celata misoginia, legata ancora all’ambiguità femminea dell’esistente Sonia, del regista.
1. L’impianto narrativo
Chi mi legge lo sa. Amo molto la risoluzione delle problematiche che un buon impianto narrativo comporta, e, devo riconoscere, che se c’è davvero un aspetto di pregio, di questo lungometraggio, e, della sua indiscutibile atmosfera aurorale, che, spesso, accompagna le opere prime, è proprio quello inerente la sceneggiatura. Non a caso il film ha ricevuto una menzione speciale al Premio Solinas.
Ma perchè è interessante l’impianto narrativo de “La doppia ora“?
Per due motivi.
L’ibridazione, di notevole spessore, tra il genere thriller ed il genere noir.
L’ambiguità specificamente femminea, dell’esistente protagonista Sonia, interpretata, direi magnificamente, da Ksenia Rappoport, che si è conquistata, per questa parte, la Coppa Volpi alla recente Mostra di Venezia ‘67.
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1.1 Ibridazioni tra genere noir e genere thriller
Il genere noir si differenzia dal giallo perché lo scopo del film non è, solamente, raccontare e risolvere un crimine. A fine storia lo spettatore deve riflettere, sulla base di ciò che ha visto, sulla realtà che gli sta intorno, deve analizzare il mondo che lo circonda in base alle informazioni che riesce a raccogliere dalle immagini, in modo tale che quasi la soluzione del crimine passi in secondo piano. Il noir tende ad avere più un antieroe come protagonista, invece dell’eroe del giallo. Ed è anche proprio la differenza tra i finali, che rende i due generi diversi tra loro, anche se, ovviamente, facilmente considerabili, comunque, contigui. Il finale giallo è, infatti in genere, un finale consolatorio, e frequentemente la soluzione del giallo riporta allo status quo. Il finale di un noir è, invece, sempre, poco consolatorio, a volte capita che addirittura non esista, o che non ci sia soluzione al l’intreccio della storia. Il punto di vista della narrazione, è l’altra differenza importante: il giallo è la storia raccontata dai buoni. Il noir è la storia raccontata dal punto di vista criminale … il tutto con le debite, ovvie, e dovute eccezioni.
La caratteristica comune delle opere appartenenti al genere thriller, e che lo distingue dal poliziesco, è quella di cercare di provocare nel lettore o nello spettatore una particolare tensione, la suspense, che può sfociare, a volte, anche, nella paura. Spesso lo spettatore assiste direttamente alla preparazione ed all’esecuzione di un crimine, subendo, pertanto, un forte coinvolgimento emotivo. Per raggiungere il climax gli autori utilizzano, più volte, tutti gli accorgimenti tipici di questo genere: accavallamento di più intrecci, personaggi che operano nell’ombra, sequenze al rallenty ed i cliffhanger.
I thriller si fondono, comunque, spesso con il giallo in senso lato, ma sostanziali sono le differenze nella trama. In un thriller, il protagonista deve spesso fermare i piani criminali dell’antagonista. Il pericolo e gli scontri, più o meno violenti, sono spesso elementi fondamentali della trama. Mentre nel giallo classico il climax viene, di solito, raggiunto quando il mistero viene risolto, nei thriller viene raggiunto quando il protagonista, alla fine, riesce a battere l’antagonista, salvando la vita a sé stesso, e, molto frequentemente, anche ad altri personaggi.
In effetti, chi assiste ad una proiezione de “La doppia ora“, assiste, di fatto, all’intreccio direi molto interessante, e spesso, peraltro, anche ribaltato rispetto agli archetipi fondanti, di queste due ontologie, che raramente, come in questa opera, vengono costantemente a mescolarsi, tanto che lo spettatore non riesce, per un lungo tratto del film, a comprendere, realmente, a quale di questi due generi sia, quantomeno prevalentemente, attribuibile il lungometraggio.
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1.2 Ambiguità femminea dell’esistente Sonia e la collocazione temporale della “crisi” del personaggio
Questo è, direi, uno dei temi centrali del film, che riprenderò, anche, nell’ultimo paragrafo di questa analisi.
Calato nell’impianto narrativo, questo aspetto, è notevolmente ed abilmente, direi, dissimulato, probabilmente proprio perchè è la stessa Sonia – nella lunga “crisi” del suo personaggio, collocata, direi in maniera abbastanza ardua ed innovativa, all’inizio del film, con una soluzione che mi ha riportato alla mente, proprio per questa peculiarità narrativa, la costruzione dell’intreccio del film “Lantana” di Ray Lawrence (Australia – 2001) – a non averlo, persino lei, chiaro, a livello inconscio.
Nel contesto dello specifico aspetto inerente l’impianto del racconto, l’ambiguità femminea di Sonia, viene, più che altro, utilizzata per confondere lo spettatore, con espedienti che rendono molto arduo il processo d’infralettura narrativa.
Quella che sembra appunto “la crisi della protagonista“, ha, viceversa, delle spiegazioni assolutamente plausibili e corrette, che si esplicitano nella narrazione curiosamente assolutamente lineare dello sviluppo dell’intreccio.
E direi che questo specifico aspetto (rendere ardua l’infralettura), in una trama lineare, è quello che maggiormente rende pregevole il lavoro della sceneggiatura, che ha, secondo noi, giustamente ed ampiamente, meritato la menzione al Premio Solinas.
1.3 Ambiguità vs. doppiezza
Non è un caso, peraltro, e chiudo, che l’ambiguità si accompagni con il concetto di doppiezza, rievocata nel titolo, e nell’impossibilità (lieve anticipazione di destino degli esistenti), che, nonostante quanto Guido racconti, circa il possibile avverarsi dei desideri espressi nello scoccare della cosiddetta “doppia ora” (es. le 23:23), ciò di fatto, poi, non avvenga nella realtà.
Piccolo bit anticipatorio, che è, infondo, lo stesso Guido a regalarci, a guardare bene, con la sua ammissione che, secondo lui, questo mito, è solo una credenza priva di fondamento, alla quale lui, pertanto, non crede, convinzione, che, invece, (ennesima allitterazione sulla doppiezza), sarà egli stesso, di fatto, a smentire, con la sua ostinata, fino a rasentare l’ingenuità, fiducia, nella buona fede di Sonia che, a sua volta, in quanto a doppiezza, è, come dire, una sorta di archetipo junghiano.
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2. Idea filmica di riprendere la non realtà
Un altro aspetto notevole, forse anche sotto lo specifico filmico, e non solo narrativo, è l’idea del regista (informazione molto spoiler attenzione), di riprendere – nel primo tempo del racconto – una sezione della vita della protagonista (che crea il presupposto per il primo grande colpo di scena e di snodo della narrazione degli eventi), che è si della vita della protagonista, ma che, rispetto a quello che lo spettatore è portato (genialmente peraltro) a credere, non corrisponde con la realtà con cui il film ha inizio.
Molto si è detto, e giustamente, parlando di “Bastardi senza gloria” di Quentin Tarantino, di quanto il cinema possa filmare persino un epilogo storico inesistente ed immaginario.
Molto si può dire, pertanto, della sua capacità di riprendere, in questo film, una condizione puramente mentale, che nessun umano se non, forse, attraverso una sua traumatica esperienza, riuscirà a fare mai entrare nel suo campo visivo (reale). Non intendo anticipare di più, per non sciupare la grande emozione, che, ad un certo punto lo svelamento di questa parte del racconto comporterà alla narrazione degli eventi, posso solo dire che mi ha particolarmente colpito.
E’ come se il racconto si traslasse su un piano sfalsato, e, per certi versi, parallelo alla vita degli esistenti, e conducesse, volutamente, lo spettatore a congetture, convinzioni, e conclusioni del tutto errate, rispetto a quelle che, invece, nello sviluppo dell’intreccio, si paleseranno come vere (nel senso di reali).
Qui, lo dobbiamo ammettere, il film raggiunge una lentezza forse appena eccessiva, ma nel contempo innesca una lunga serie di colpi di scena, davvero molto raffinati, che costringono lo spettatore a rimettere in discussione un po’ anche molti aspetti valoriali, di un po’ tutti gli esistenti.
Notevole non c’è che dire.
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3. Misoginia celata del regista
Quando parlo di misoginia del regista, sia chiaro, non dico che, necessariamente, Giuseppe Capotondi sia un misogino.
Per misoginia, infatti, normalmente s’intende (dal greco μισεω miseo, io odio e γυνη gyne, donna), un’esagerata avversione nei confronti delle donne.
Generalmente da parte di uomini, più raramente da parte di donne.
Spesso è usato come sinonimo o rafforzativo di maschilismo. I due concetti possono essere separati considerando la misoginia come un atteggiamento individuale e il maschilismo (da quale la misoginia può semmai derivare), come un sistema di valori che considera le donne inferiori all’uomo, e che perciò, secondo le teorie del femminismo, va riconosciuto come una vera e propria teoria politica, alla pari del razzismo o dell’antisemitismo, che mira alla sottomissione delle donne.
Qui, a guardare meglio, stiamo probabilmente parlando invece di una misoginia legata al concetto di ambiguità femminea.
Quindi non un’avversione tout court, quanto, piuttosto, una visione molto precisa, anche nell’iconografia pittorica del ‘500, in cui la donna, e la sua potente attrazione virginale, portano l’uomo all’errore, e, spesso alla sofferenza.
Potremmo dire che lo sviluppo valoriale dell’impianto narrativo, ci porta a contatto con esistenti femminili che non rappresentano, come peraltro abbiamo visto essere coerente con lo specifico filmico del genere noir, personaggi positivi.
La donna o è ambigua (Sonia), o, peggio, è vacua (Margherita).
Sonia, a guardarla bene, è una personache ha nella sua natura – ed è questa, forse, potremmo dire, l’unica attenuante ai suoi comportamenti, essendo la stessa, probabilmente, assai più forte della sua stessa, inconscia, volontà – unacostante capacità di provocare il male delle persona che, invece, dovrebbe amare.
Il padre prima.
[Altro rapporto archetipale ben accennato, ma non altrettanto bene sviluppato, se non in una prospettiva oserei dire didascalica, e, forse, eccessivamente di maniera].
Guido poi.
L’uomo che l’ama, la sceglie (lui si), e che la salva, persino.
La donna, in pratica, che alla fine si rivela in una prospettiva assai contigua al volto che del femmineo che il geniale regista danese Lars von Trier,da anni cerca di trasferirci, con ben diversi, (e che diversità), toni formali.
E cioè:
la donna come causa primaria della sofferenza dell’uomo.
Ma volutamente mi fermo qui, perchè questo aspetto, che intendiamoci è sicuramente presente, non è probabilmente la chiave di lettura più appropriata per descrivere l’opera, che la sfrutta e l’adopera per costruire, assai sapientemente, peraltro, il sempre difficile rapporto tra suspance e sorpresa.
Che rimane, e lo dobbiamo proprio ammettere, una delle cose probabilmente più pregevoli del film, unitamente alle capacità attoriali non solo di Ksenia Rappoport (Sonia) e di Filippo Timi (Guido), ma un po’ di tutti quanti gli altri attori del film, e questo, sicuramente, per merito della eccellente capacità di Capotondi di dirigerli sul set.
Anche se la storia viene narrata, direi quasi esclusivamente, per il tramite dei due soli esistenti protagonisti, elemento che rende, pertanto, ancora più difficoltosa, la restituzione, allo spettatore, di questo specifico aspetto d’impianto narrativo.
Degna di nota anche la direzione della fotografia affidata a Ted Radcliffe, sia per le scene sgranate e volutamente sovraesposte delle sequenze iniziali, sia per il risultato complessivo dell’opera, che tocca aspetti molto specifici dei generi, e soprattutto per i chiaro scuri, quasi caravaggeschi, di alcune inquadrature, che suggellano le luci e le ombre di questa, veramente ben narrata, storia a sfondo noir, che consiglio a tutti di vedere.
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4. Curiosità cinephìle – già richiesto un remake made in USA del film
Chiudo con una curiosità cinephìle. Aumenta il numero di compratori statunitensi interessati a realizzare un remake a stelle e strisce di questo film … notevole risultato rebus sic stantibus … non vi pare?
analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
Apologia del metalinguaggio cinematografico in salsa pseudo storica – a cura di Roberto Bernabò
Bastardi senza gloria
titolo originale: Inglorious Basterds
nazione: U.S.A.
anno: 2008
regia: Quentin Tarantino
genere: Azione
durata: 148 min.
distribuzione: Universal Pictures
cast: Bradd Pitt (Lt. Aldo Raine) • E. Roth (Sgt. Donnie Donowitz) • D. Kruger (Bridget von Hammersmark) • M. Laurent (Shosanna Dreyfus) • C. Waltz (Col. Hans Landa) • D. Bruhl (Frederick Zoller) • S. Levine (PFC Hirschberg)
sceneggiatura: Q. Tarantino
fotografia: R. Richardson
montaggio: S. Menke
Trama: Nei primi anni dell’occupazione tedesca in Francia, Shosanna Dreyfus assiste all’esecuzione della sua famiglia per mano del colonnello nazista Hans Landa. Shosanna risce miracolosamente a sfuggire alla morte e si rifugia a Parigi, dove assume una nuova identità e diviene proprietaria di una sala cinematografica. Altrove, in Europa, il tenente Aldo Raine addestra una squadra speciale di soldati ebrei. Noti al nemico come “I Bastardi”, i soldati entrano in contatto con l’attrice tedesca, agente sotto copèertur, Bridget Von Hammersmark. L’intento è quello di organizzare una missione che miri ad eliminare i leader del Terzo Reich. Anche Shosanna sta tramando la sua personale vendetta …
“Una voce chiara e sonora, inudibile per la vasta moltitudine” Wiliam Wordsworth
1. Inglorious Basterds – una pellicola cinéphile
Presentato al Festival del cinema di Cannes dove il lungometraggio, tenuto in gestazione per oltre dieci anni, con mille ripensamenti e cambiamenti alla trama, si è aggiudicato una Palma d’oro per la migliore interpretazione maschile che è andata a Christoph Waltz alias il Colonnello tedesco Hans Landa ed una nomination per la Palma d’oro per il miglior regista andata al regista Quentin Tarantino credo che questo “Inglorious Basterds” rappresenti un po’, come dire, il capolavoro del regista che fonde, in un unico, tutta una serie di riferimenti ed inventa un nuovo genere di cinema, che si diverte a beffeggiare la storia, in maniera così raffinata e sofisticata, da meritarsi addirittura i plausi del Vaticano, pensate un po’.
In realtà “Bastardi senza gloria” (toh guarda, per una volta un titolo tradotto fedelmente), si pone e si propone come una pellicola per un pubblico cinéphile, tali e tante sono le riflessioni che spinge a fare.
Da quello della narrazione filmica e metafilmica, a quello della sapiente scelta degli attori (è noto, ad esempio, che pur non sapendo se Brad Pitt avesse accettato di fare il film, Tarantino ha costruito l’esistente protagonista il tenente Aldo Raine, pensando che sarebbe stato proprio tale attore ad interpretarlo), per dirne due.
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2. Circa la narrazione filmica e mtalinguistica
Si dice, tradizionalmente, che gli eventi di una storia vengano trasformati in un intreccio dal discorso, cioè dal modo in cui sono presentati.
Sembra, solo apparentemente, una considerazione banale, eppure, credo che dentro questa frase ci sia il “succo” delle riflessioni formali e stilistiche di questo regista, che nel suo “specifico filmico” non fa altro, a mio modo di vedere, che porsi, direi quasi in maniera ossessiva, come si possa ragionare per adattare questo assunto in chiave filmica. E, lo devo proprio ammettere, ad ogni suo film rimango, come dire, folgorato dalle intuizioni e dai lampi di genio, con cui egli riesce ad affrontare ed a risolvere, brillantemente, tale questione, anche in storie ed in intrecci, così diverse/i tra loro.
Aggiungo che mai come in questo film, in particolare, è come se il regista avesse voluto raccontare, in chiave metaforica naturalmente, cosa significhi per lui il Cinema, inteso non solo come mezzo espressivo, ma, forse, sopratutto, come luogo dove accade la rappresentazione della narrazione, quasi a suggerirci che ciò che accade sullo schermo, non è più (o anche meno) importante, di quello che accade in sala. E forse, e sottolineo forse, è quasi come se, nei cruenti eventi che chiudono il film, egli immaginasse, simbolicamente, lo sconvolgimento che ogni opera dovrebbe scatenare, negli ignari spettatori, e chissà probabilmente anche nell’autore, ma qui siamo a mie personali supposizioni teoriche, che lasciano, per voi che leggete, un po’ il tempo che trovano. E che attengono alla ricerca di uno stile puro, assolutamente filmico, che questo regista più di altri, esprime.
Prendiamo, ad esempio, uno degli incipit con cui il luogo tenente Raine si presenta allo spettatore.
“Sono il tenente Aldo Raine e sto mettendo insieme una squadra speciale.
Mi servono otto soldati.
Ci faremo paracadutare in Francia vestiti da civili.
Faremo una sola cosa – uccideremo nazisti.”
Ora, lo capite anche voi, che questa frase è si un’ottima presentazione di quello che sta per accadere, ed in qualche modo anche dis-ancorabile dalla narrazione filmica (credo, infatti, che sarà utilizzata quale incipit del romanzo che dovrebbe essere già uscito in questi giorni edito da Bompiani), eppure ritengo che, nel contesto del film, funzioni assai bene sia per scaraventare gli esistenti nella loro avventura, e sia per incuriosire, direi quasi morbosamente, lo spettatore in sala.
Ecco, direi che il gioco di Quentin Tarantino non sia solo quello di trovare, e scovare, ed immaginare, storie assolutamente, come dire, “sopra le righe“, quello sarebbero capaci a farlo in tanti (forse), no, ma sia soprattutto quello di costruire, con spasmodica e mirabile ostinazione, il come questi eventi, che già hanno un enorme potenziale eversivo (pensiamo, anche ad esempio, al riguardo, alle donne stuntmen di Grindhouse – a prova di morte), debbano essere presentati allo spettatore, per diventare ancora più straordinari.
Pensiamo, anche, ad un altro elemento fondante di questa intenzione.
Il dialogo. O, ancora meglio, i dialoghi.
Mai, come al cinema, lo spettatore viene messo a parte, e riesce a comprendere gli eventi dell’intreccio narrativo, se non, prevalentemente, attraverso le parole che gli esistenti, in qualche modo, dichiarano.
Nulla è più rilevatore dell’intenzione di un personaggio, di quello che dirà, una volta ripreso dalla macchina da presa.
Se Raine, ad esempio, non anticipasse, esplicitamente, ed all’inizio della Storia, la sua intenzione, forse assisteremmo ad un altro film, non dico più o meno avvincente o bello, dico semplicemente diverso.
Tarantino, per riuscire a fare questo, gioca con almeno quattro elementi della narrazione filmica (aldilà delle questioni ontologiche tra narratore nascosto e narratore palese, e che pure sarebbero interessanti da affrontare, peraltro), a mio modo di vedere:
serrare i bit narrativi quando la cosa gli serve,
dilatarli quando deve invece fare crescere la suspance,
cambiare costantemente le carte in tavola nello svolgimento della storia, per impedire che lo spettatore immagini con precisione cosa accadrà nelle sequenze successive,
utilizzare il dialogo come principale forma di narrazione.
Un altro elemento con cui QT si diverte, e con cui si è particolarmente divertito con questo film, è, infine, il cosiddetto citazionismo.
Una pratica, cioè, attraverso la quale alcuni elementi formali di una determinata sequenza, chiamano in causa altre opere, afferenti spesso anche altre ontologie del cinema, di altri autori, al solo scopo di citarli (sia le sequenze, che gli autori), nel contesto della narrazione, in maniera spesso raffinata, quando cioè gli accadimenti di quella storia e di quell’intreccio, hanno, anche indirettamente, un qualche legame con “una situazione narrativa altra“, che è, appunto, quella citata. Anche Woody Allen, ad esempio, è un maestro in questo tipo di operazioni, direi quasi fino al plagio.
Le citazioni più evidenti ed esplicite, anche sonore, sono rivolte, nel caso di specie, al cinema italiano, ed a quello di Sergio Leone, in particolare, ma vi potrete divertire a trovarne infinite altre, perché Quentin Tarantino usa questa pratica, ed è evidente, non perché ami il suo cinema, ma perché ama il cinema in generale, ed è questa una delle chiavi che mi fanno particolarmente amare questo assolutamente geniale regista.
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3. Gli aspetti inerenti la struttura narrativa di QT
Spesso Quentin Tarantino viene identificato come un regista pulp, o splatter.
La definizione, soprattutto inquadrando la sua ultima produzione, è sicuramente inadeguata ed incompleta.
Il genera pulp basa, infatti, tutto il suo potere evocativo nelle scene in cui assistiamo a quella che, secondo alcuni, potrebbe arrivare alle vette della cosiddetta “estetica delle violenza“.
E non vi è dubbio che Tarantino, con film come “Kill Bill“, abbia contribuito, con pagine notevoli, a mio avviso, allo sviluppo di questa particolare prospettiva del genere.
Ma secondo me Tarantino è molto di più.
E’ come se egli pensasse alla storia direttamente in chiave filmica.
Cioè la sua storia è una storia filmica e basta.
Non si può raccontare un film come “Bastardi senza gloria“.
Non avrebbe alcun senso, anche se questo racconto è, a guardare bene:
certo diviso in capitoli,
certo con dei personaggi protagonisti in rapporto antagonistico (e che rapporto ragazzi),
certo con uno sviluppo del conflitto agito in tutte le possibili dimensioni:
da quella valoriale / etica,
a quella ideologica,
a quella razziale,
a quella culturale,
e persino a quella sociale;
un classico rispetto ai temi ossessivi del regista, già sviscerati, peraltro, in altre sue opere (come, ad esempio: il rapporto della vittima che diventa carnefice).
etc., etc., etc.
Insomma, tutto, nella costruzione di quest’opera, è, e dobbiamo proprio riconoscerlo, saldamente ancorato ai dettami della struttura narrativa, tanto è vero che da questo racconto è stato tratto, anche, un romanzo. Quasi a sconfessare questa mia ipotesi di analisi.
Eppure.
Eppure io credo che con “Bastardi senza gloria” è come se Quentin ci avesse consegnato una sorta di Lectio Magistralis del suo personalissimo modo di vedere la questione “Cinema“.
Non è più, quanto meno non solo, la violenza l’unico fulcro del film.
Ma è l’idea di toccare un materiale sacro come la Storia per riscriverla.
E’ l’idea di costringere lo spettatore ad essere attivo nel decriptare il senso e le intenzioni degli eventi, a farsi parte integrante e partecipe, dell’idea folle che questo film porta avanti, a cercare d’immaginare il prossimo bit narrativo senza mai riuscire a capire cosa abbiano in testa, realmente, i personaggi del film.
E’ l’idea di raccontare un’intera storia di 148 minuti per partire dal Cinema ed arrivare in un Cinema.
Insomma Quentin non immagina un film come forma di espressione solamente, egli ha in mente un’opera cinematografica in cui la storia debba, irrinunciabilmente, includere, anche, l’effetto che sullo spettatore farà, l’atto di assistere a quella storia.
Non che la cosa sia innovativa in se, intendiamoci, è semmai innovativo – quasi come se questa fosse l’ossessione delle ossessioni di questo autore – il modo in cui Tarantino risolve questo aspetto.
In questo senso, ritengo di poter affermare, che Tarantino debba essere, ormai, consegnato di diritto alla Storia del Cinema, in quanto narratore assolutamente innovativo, iper-creativo ed in-catalogabile.
Potremo solo dire non più (solo) un thriller, non più (solo) un film d’azione, non più (solo) un pulp serratissimo e ricco di suspance, ma, assai più semplicemente, un film alla maniera di Quentin Taranatino in “Bastardi senza gloria“.
Un film percettivamente interattivo, insomma, dove la storia si narra, solo e completamente, se lo spettatore si estasia.
E noi, alla proiezione in lingua originale con sottotitoli in italiano, esperienza che consiglierei a tutti dato il fatto che i personaggi parlano tutti nella loro madre lingua (Tedesco, Inglese, Francese e pesino Italiano), dobbiamo ammettere che ci siamo estasiati.
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4. Certo dovrei parlarvi
Ah, la questione non dovrebbe certo chiudersi qui.
Questo post, però, dovrebbe davvero diventare chilometrico, per esaurirla tutta.
Ma mi basterà accennare, elencandoli non certo per ordine d’importanza, a tutti gli altri motivi di pregio, per i quali quest’opera, sia disgiuntamente che congiuntamente considerandoli, andrebbe assolutamente vista in sala, quanto meno questo è il mio caloroso consiglio:
l’assoluta originalità del soggetto
la cura maniacale del casting internazionale, in quanto lo stesso è stato curato, in funzione dei personaggi dell’intreccio, direttamente nei luoghi originali delle ambientazioni della storia (Francia, USA e Germania), cito al riguardo, alcuni attori del film per farvi comprendere:
Bradd Pitt – americano
Diane Kruger - tedesca
Daniel Brühl – tedesco
Gedeon Burkhard – tedesco
Eli Roth – americano
Mélanie Laurent – francese
Michael Fassbender – americano
Christoph Waltz – austriaco
etc.
la preparazione della troupe, ed in particolare:
la bravura della costumista Anna Sheppard
quella del coreografo David Wasco
quella degli effetti speciali di Greg Nicotero
la fedeltà delle location
la cittadina tedesca di Bad Schandau e gli interni della Lapadite Farm, e la collaborazione con lo studio Babelsberg (Il Pianista, Il falsario, The reader – a voce alta)
Berlino
Parigi
la sua durata(148 minuti)
l’innovativa metalinguistica riflessione (per il modo in cui viene proposta, ancora una volta, alla Tarantino), sul Cinema.
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5. Epilogo
Chiudo questo post con alcune citazioni, che mi sembrano importanti per comprendere il senso di questa opera.
“C’era una volta nella Germania dei nazisti” …”ovviamente non è un documentario …“, ha affermato Diane Kruger, “Il film parla di un gruppo di ribelli che decide di prendersi una rivincita. Lo adoro“.
“E’ un film in perfetto stile Quentin Tarantino sugli stereodi e sulla velocità“, ha affermato E.Roth, parlando in tono concitato, “Pur essendo ambientato nella seconda Guerra Mondiale, non è un film sula seconda Guerra mondiale, è veloce, emozionante, intenso, pieno di pulpiti e di tensione, di sparatorie, di quelle scene di violenza che ti aspetti in un film di Quentin Tarantino, dove, tuttavia, la Storia, viene trattata in modo del tutto originale“.
Insomma, se non lo aveste ancora capito, “Bastardi senza gloria” è un film-vendetta, dove si parla dello spirito della Vendetta e di Cinema.
“Ho sempre considerato i film di Quentin romantici“, ha affermato B.J. Novak, “questo lo è in modo particolare. E’ la storia più romantica che abbia mai scritto Quentin, dove il Cinema assume il ruolo di salvatore del mondo. E’ la storia di un’idea molto romantica. Romantica e brillante“.
La parte che, ovviamente, Quentin Tarantino ha amato di più?
“Mi piace il fatto che sia la forza del cinema a combattere i nazisti“, ha affermato il regista, “E non solo in senso metaforico ma come realtà assoluta“.
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Un sogno, lo dobbiamo ammettere, davvero affascinante, tanto quanto la sua utopistica ambizione, ma cos’altro sarebbe, il Cinema, senza questo desiderio ardente di proporre un mondo migliore?
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analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
Che – L’argentino
titolo originale: Che: Part One
nazione: U.S.A.
anno: 2008
regia: Steven Soderbergh
genere: Biografico
durata: 126 min.
distribuzione: Bim Distribuzione
cast: B. Del Toro (Ernesto ‘Che’ Guevara de la Serna) • R. Santoro (Raul Castro) • J. Ormond (Lisa Howard) • M. Díaz (María Antonia) • D. Bichir (Fidel Castro) • Y. Vazquez (Alejandro Ramirez) • S. Cabrera (Camilo Cienfuegos)
sceneggiatura: P. Buchman • B. Van Der Veen • B. Van Der Veen
musiche: A. Iglesias
fotografia: S. Soderbergh
montaggio: P. Zumárraga
Trama: 26 novembre 1956. Fidel Castro parte verso Cuba con un gruppo di un’ottantina di ribelli. Uno di loro è Ernesto Guevara, un medico argentino a cui presto verrà attribuito il soprannome ‘Che’. Il gruppo ha una finalità precisa: abbattere il regime dittatoriale di Fulgencio Batista sostenuto dagli americani. Il Che si dimostra da subito un combattente abile particolarmente versato nell’arte della guerriglia. Diventa così sempre più famoso tra i suoi compagni e tra la popolazione per la sua determinazione mista a una profonda passione per i più deboli e sfruttati. Ben presto diventerà un comandante e, con la vittoria dei castristi, uno dei miti di quella rivoluzione.
“Un popolo che non sa né leggere né scrivere è un popolo facile da manipolare.”
“La lotta s’intensificherà: “Patria o Morte!”
“Un grande rivoluzionario è animato da un grande sentimento d’Amore: Amore per l’umanità, amore per la giustizia e per la verità.”
Ernesto Che Guevara
Ernesto ‘Che’ Guevara è convenzionalmente rappresentato o come un santo della rivoluzione, oppure come uno spietato carnefice. In verità, a mio modo di vedere, Steven Soderbergh, nella sua epica biografia del “Che“, non avverte la necessità di definire il personaggio in nessuna di queste due ontologie.
Il biopic, infatti, non è scritto dal punto di vista della storia, ma dal point of view di Guevara (non a caso la sceneggiatura è basata anche sul libro “Diario della rivoluzione cubana“, scritto dallo stesso Guevara), attraverso una sorta di cronaca giorno per giorno del processo che determinò il rovesciamento del regime di Batista a Cuba, e, successivamente (ma questo sarà oggetto della seconda parte del film Che: la Guerriglia), del tentativo analogo, ma fallito, in Bolivia.
Il film – che, va detto, è un’opera unica e come tale fu presentata a Cannes – nella sua versione per le sale si svolge in due parti, denominate “Che: L’argentino” e “Che: La guerriglia“.
La pellicola resiste, come dire, alla tentazione di esaltare eccessivamente il Che, e si sforza di delinearlo, attraverso un’interpretazione-transfert di Benicio Del Toro, così convincente, da avere meritato la palma d’oro come miglior interpretazione maschile di un esistente protagonista all’ultimo festival di Cannes, nella sua dimensione più umana, ma che si staglia, comunque, contro l’orizzonte degli eventi, riuscendo a toccare un po’ tutte le basi convenzionali del genere biografico.
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2. Eventi ed esistenti: Il punto di vista narrativo – circa il Che Guevara’s pint of view
A Cuba, ci uniamo a lui, ma attraverso un processo parziale di documentazione.
Provo a spiegarmi meglio. Apprendiamo si, ad esempio, che è il Comandante è anche un medico, ma non conosciamo né come né perché lo sia diventato.
Quasi come se fosse un dato di fatto che si tratti di un rivoluzionario.
Di un leader naturale degli uomini.
Fidel Castro è il suo compagno, ma il film non ci mostra il loro rapporto in maniera dettagliata, la maggior parte del tempo, i due eroi sono separati. Non c’è una alcun riferimento alle decisioni politiche del rivoluzionario come, invece, descritto nel film del 2004 “I diari della motocicletta” di Walter Salles.
2.1. Il Che narrato al presente filmico
“Che” è narrato sempre nel tempo presente.
Veniamo a conoscenza che ha, dentro di se, la decisione irrevocabile di rovesciare governi (direi che questo rappresenta, per lui, verso tutta l’America Latina, una sorta di imperativo categorico kantiano), e questo spiega il motivo per cui, nella sua descrizione di ingiustizia, egli si identifica con i contadini, e non con la classe dirigente del paese, e anche se è nominalmente un comunista, non viene documentata in alcun modo una riflessione ideologica.
Se si eccettua il rapporto non sempre facile con il comunismo sovietico, che Il Che non amava poi più di tanto, e comunque meno del compagno Fidel, perché considerava la libertà un bene talmente primario ed irrinunciabile, che non doveva essere assogettato a limitazione alcuna, nemmeno se suggerita dalla causa, comune, del comunismo.
Il Che ci appare, sempre, completamente concentrato, esclusivamente, sul compito immediatamente davanti a lui.
Il suo metodo è quello di dare voce al risentimento popolare nei confronti di un dittatore, conquistare il sostegno delle persone, e demoralizzare gli opposti eserciti di soldati.
Ha bisogno di pochi uomini, perché dentro e dietro di lui, è sostenuto da una idea molto forte che, nel caso di Cuba, era già nella coscienza collettiva, persino tra le fila del dittatore batista.
Con questo metodo, in verità, ha lavorato assai più agevolmente a Cuba, che non in Bolivia, ma questo lo si comprenderà meglio nella seconda parte del film.
2.2. La vita del Che come un arco
La pellicola di Soderbergh, durante i suoi lunghissimi 258 minuti, funziona un po’ come come un arco: verso l’alto per la vittoria a Cuba, (dove si chiude la prima parte del film), una pausa con la sua famiglia in Argentina, verso il basso alla sconfitta in Bolivia.
A Cuba i ribelli sono accolti dalla gente dei villaggi, vengono sempre aiutati nell’alimentazione, nel poter essere nascosti, ed il Che, in questa parte del film, è acclamato dalla gente tanto che il viaggio guerrigliero verso l’Havana, diventa una vera e propria marcia trionfale.
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3. Linguaggio audiovisivo: Lo specifico filmico dell’opera e del regista
Soderbergh, per questo film, si è calato nei panni di:
Non c’è, volutamente, a mio modo di vedere, alcuna fantasia nel lavoro di inquadratura.
Il regista, direi, rimane sempre a ridosso costante del Che,con tenace e consapevole determinazione.
Nonostante tale scelta formale non ci sono, però, che pochi stacchi in soggettiva, ma che risultano tutti, peraltro, efficacissimi.
Il point of view del Che, quasi avulso dalla storia (se si eccettuano i suoi discorsi alle Nazioni Unite con la celeberrima frase: “O patria o Muerte“), è restituito, a mio modo di vedere, benissimo.
Probabilmente proprio perché è come se partecipassimo con lui nell’azione, e non lo guardassimo, come un eroe, da un punto di vista esogeno agli eventi.
L’opzione scelta dal Soderbergh, si insomma lo specifico filmico dell’opera, che è un po’ la cifra stilistica del regista, è quella di alternare due forme di narrazione filmica.
Quella a colori, realizzata con la Digitale RED, nella Sierra Maestra, ricca di esperienze cromatiche, con macchina da presa a ridosso dell’eroe.
Qui l’intento drammaturgico è quello di restituirci l’esperienza dell’azione bellica con le sue atrocità, le morti dei compagni, la solidarietà tra i rivoluzionari, il rigore etico che esige la rivoluzione, la malattia del Che con i suoi continui attacchi di asma, tutti elementi che che ci fanno soffrire, con lui, le fatiche della lotta nella lunghissima battaglia per raggiungere l’Havana.
E quella in bianco nero, dove il Che ci appare in una lunga intervista, o ripreso nei suoi discorsi alle Nazioni Unite.
Qui, secondo me, l’intento drammaturgico è quello di ricordarci che il regista non desidera, più di tanto, prendere posizione, apparendo lui attraverso il suo personale punto di vista, e rafforzare l’idea archetipale del biopic, che esige che a parlare siano, invece, prevalentemente, se, non, addirittura esclusivamente, i fatti ed i loro autori, e non l’interpretazione, troppo spesso revisionistica, del documentarista, attraverso, però, la rivelatoria esperienza della loro visione.
Una vera e propria scelta di campo, non c’è che dire.
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4. Rese attoriali: Circa l’interpretazione-transfert di Benicio Del Toro
Benicio Del Toro, uno dei produttori del film, offre una prestazione eroica, non da ultimo perché è auto-effacing.
La sua interpretazione non è né esaltante né esaltata, come quella della maggior parte degli eroi epici.
Il Che di Benicio Del Toro, emerge a Cuba nella vittoria, in Bolivia, come vedremo nella seconda parte, invece, scompare assorbito nella sconfitta, ed, a volte, è quasi difficile riconoscerlo dietro un groviglio di barba e capelli.
Direi che l’immedesimazione – aiutata anche dalla straordinaria somiglianza dell’attore con il rivoluzionario, ha contribuito nel lavoro, che l’interprete-produttore ha svolto, con una tale dedizione che ha sicuramente dei significati, questi si, politici – sul personaggio è totale, e non è un caso l’idea di contribuire alla produzione della pellicola, io credo.
Il suo Che è, infatti, rappresentato non tanto, e non solo, come una personalità, quanto come una sorta di testamento spirituale, come in un racconto a futura memoria di ciò che fu l‘idea rivoluzionaria. Quasi a suggerirci che esiste ancora si l’idioma rivoluzione, ma non più il corrispondente correlativo oggettivo.
Meritatissima pertanto la palma d’oro guadagnatasi a Cannes.
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5. Conclusioni
Si può chiedere, in conclusione, ed è legittimo, se il film (unito nelle due parti), non sia troppo lungo.
Personalmente sono portato a ritenere che ci sia una valida ragione per la sua lunghezza.
L’esperienza di Guevara a Cuba (ed in Bolivia) non è stata, solo, una serie di eventi ed aneddoti, ma direi prevalentemente un’enorme, gigantesca, quasi sovrumana, arrivo a dire, prova di resistenza che potrebbe quasi essere definita come quella di un pazzo. Come del resto egli stesso ammette a Fidel Castro, in una delle sequenze iniziali del biopic, prima della loro partenza per l’isola.
Le dimensioni dell’enorme fatica e dell’altrettanto smisurata follia sia di Fidel che del Che, dovevano essere filtrate in una proporzione tra il racconto delle gesta e la durata del film, e questo per evitare le inevitabili (mi si perdoni l’allitterazione), semplificazioni e banalizzazioni, che un’operazione del genere corre sempre il rischio di portarsi dietro.
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Del resto non sono, solo, le visioni, un po’ alterate dalla follia, d’immaginare un futuro diverso, quelle destinate a cambiare il corso della storia?
Auguro a tutti i lettori di questo blog una Santa Pasqua di resurrezione di nostro Signore.
Augurio che invio, con intenzioni particolari, a tutti i nostri compatrioti degli Abruzzi e dell’Aquila, una città dove ho trascorso diverso tempo per questioni professionali, in maniera particolare.
analisi di eventi esistenti e linguaggio audiovisivo
Ex
titolo originale: Ex
nazione: Italia / Francia
anno: 2009
regia: Fausto Brizzi
genere: Drammatico
durata: 120 min.
distribuzione 01 Distribution
cast: Alessandro Gassman (Davide) • Claudia Gerini (Elisa) • Cecil Cassel (Monique) • Cristiana Capotondi (Giulia) • Vincenzo Salemme (Filippo) • A. Infanti (padre di Elisa) • Silvio Orlando (Luca) • Flavio Insinna (Don Lorenzo) • Elena Sofia Ricci (Michela) • Francesca Nunzi (Antonella) • Malik Zidi (Marc) • Claudio Bisio (Sergio) • Gian Marco Tognazzi (Corrado) • Nancy Brilli (Caterina) • Enrico Montesano (Antonio) • Fabio De Luigi (Paolo) • V. Alfieri (Andrea) • C. Moss (John) • Martina Pinto (Valentina) • Carla Signoris (Loredana) • Giorgia Würth
sceneggiatura: Fausto Brizzi • M. Bruno • M. Martani
fotografia: M. Montarsi
Trama: Tra Natale e San Valentino sei coppie sono messe in crisi dalla ricomparsa dei vari ex. Filippo e Caterina stanno divorziando e lottano per non avere l’affidamento dei figli; anche Luca e Loredana sono alle prese con un divorzio sopra le righe e Luca si trasferisce a vivere nella casa studentesca del figlio ricominciando a 50 anni suonati una vita da Peter Pan; Sergio, divorziato da anni e gaudente per vocazione, si ritrova a fare il padre di due adolescenti complicate, dopo la morte improvvisa della sua ex moglie; Elisa sta per sposarsi con Corrado e il prete si rivela essere un suo ex; Giulia vive con Marc a Parigi, ma un trasferimento imprevisto in Nuova Zelanda trasforma il loro in un amore a distanza e rischia di farli diventare ex; Paolo, fidanzato con Monique, è minacciato da Davide, ex di lei, geloso e niente affatto rassegnato.
Che poi, volendo fare della dietrologia spicciola, non è che Fausto Brizzi sia così ottimista sugli italiani così come lo è invece, e anche troppo, nei confornti dell’amore.
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Introduzione
Diciamo subito che ho assistito alla proiezione della pellicola in una condizione di inferiorità psicologica. Ero alla prima romana del film. Con tutto il cast presente, con Fausto Brizzi che, prima del film, ha presentato gli attori e ci ha intrattenuto in maniera divertente per qualche minuto. Divertendo anche gli attori che sembravano molto affiatati. E per finire ancora lui il regista Fausto Brizzi ha preso posto nella stessa fila dove ero io a soli due posti da me.
Ecco secondo me un pregio di Brizzi, ed è un pregio non da poco, è che è molto simpatico.
Fausto non incarna l’archetipo del regista italiano un po’ intellettualoide, consapevole di far parte di un’avanguardia culturale.
No. Lui è, come dire, il regista della porta accanto. Uno di noi. Un amico. Uno che ti racconta una storia con intelligenza, scanzonatagine, sarcasmo, ed anche, cosa che non guasta mai, con molto senso dell’umorismo, più o meno come te la racconterebbe un tuo amico.
Con tutta la feroce sincerità, l’imbranatagine, la simpatia, l’ingenuità, l’ambiguità, di uno dei tuoi migliori amici.
Brizzi attinge da un universo borghese talmente contiguo al tuo, che ti verrebbe voglia di salutarlo, nel cast in un ruolo millimetrico c’è persino davvero un mio amico Dario Cassini, che fa il proprietario del locale a luci rosse dell’addio al celibato di Corrado (Gian Marco Tognazzi), il promesso sposo di Elisa (Claudia Gerini). Ecco ora, tanto per dire, Gian Marco Tognazzi, un interprete che era rimasto un po’ in ombra ultimamente, secondo me è uno dei pochi attori italiani che sa calarsi nel personaggio. Brizzi, per dire, gli affida il ruolo di un esistente mediocre, e lui fa l’esistente mediocre, con molta onestà intellettuale. E questo, personalmente, io lo apprezzo molto.
In questo post:
1. Circa il genere commedia brillante all’italiana e la visione esasperata dei suoi archetipi 2. Inversione dei ruoli e genere comico
2.1. L’ampliamento dello spettro dei generi da parodiare 2.2. Funzionalità dell’inversione dei ruoli al genere comico
3. I limiti dell’impianto narrativo – lo sviluppo del conflitto
4. Le rese attoriali
5. Conclusioni
1. Circa il genere commedia brillante all’italiana e la visione esasperata dei suoi archetipi
Cerchiamo però di entrare un po’ più nel merito del film e dello specifico filmico dell’autore.
Brizzi si rifà, ontologicamente, al genere brillante della commedia all’italiana, quasi, però, come se si divertisse, nel caso di specie, a provocarne gli stilemi e ad esasperare le situazioni, fino quasi al parossismo, divertendosi, perché il fatto che lui si diverta arriva, a rasentare il surreale.
Guardiamo qualche sequenza che può rivelarci questi nascosto intento formale.
Si parte dalla famiglia borghese.
Qui si affrontano tre soli archetipi (tutti antagonistici a quelli del genere classico):
la coppia di cinquantenni in crisi dopo la separazione dai figli: Silvio Orlando (Luca) e Carla Signoris (Loredana)
la coppia di cinquantenni separata: Claudio Bisio (Sergio) e Elena Sofia Ricci (Michela) nella quale Sergio incarna il ruolo dello scapolo impenitente
la coppia ricchissima che si riscopre: Vincenzo Salemme (Filippo) e Nancy Brilli (Caterina).
Il tema, all’interno della prospettiva di questa analisi, è capire quanto Brizzi alteri, in maniera parossistica, le situazioni.
Io direi molto.
Già solo guardando alla scena madre del litigio della cena il regista ci indica una via sopra le righe dove tutti gli accadimenti avranno un po’ del realistico ed un po’ del surreale.
E così dovremo assistere all’innamoramento del sacerdote Flavio Insinna (Don Lorenzo) per la sua ex Elisa (Claudia Gerini).
E così i due giovani amanti Cristiana Capotondi (Giulia) e Malik Zidi (Marc) saranno separati in due parti del mondo lontanissime, e guarda caso lei sarà trasferita in Nuova Zelanda, (la terra di mezzo).
E così i due amanti di Cecil Cassel (Monique): Fabio De Luigi (Paolo l’attuale) e Alessandro Gassman (Davide, l’ex) si troveranno protagonisti di una quasi inverosimile inversione di ruoli.
E non è forse lo psicanalista Claudio Bisio (Sergio) ad avere bisogno di ritrovare se stesso dopo la morte della moglie?
Lo stesso dicasi per le situazioni dei figli.
I figli di Nancy Brilli (Caterina) e di Vincenzo Salemme (Filippo) propongono un interessante ulteriore inversione di ruoli tra chi deve guidare l’educazione verso la cultura in una famiglia, supportati in questo solo dalla sagace arguzia del magistrato Silvio Orlando. Che da giudice di cause di separazione si troverà anche lui nell’ennesima inversione di ruoli nei panni di un marito in cerca di un divorzio.
O nella magistrale sequenza in cui Valentina, la figlia di Claudio Bisio, viene, da questi, sorpresa a fare l’amore in camera sua con il fidanzato Giampi.
Potrei continuare all’infinito.
2. Inversione dei ruoli e genere comico
Perché Brizzi usa questo artificio narrativo?
Per due ragioni specifiche.
2.1. L’ampliamento dello spettro dei generi da parodiare
La prima è che così facendo amplia, infinitamente, lo spettro dei generi a cui potere fare il verso. E può divertirsi ad ibridare il genere principale (la commedia) con altri. E le citazioni possibili diventano praticamente infinite.
Si tratta, anche qui, solo di divertirsi a riconoscerle tutte. Persino Nanni Moretti, uno dei padri del surrealismo italiano, viene citato non a caso.
2.2. Funzionalità dell’inversione dei ruoli al genere comico
Perché il gioco delle inversioni è moto funzionale al genere comico.
Ecco io direi che più che una commedia quello di Fausto Brizzi è finalmente un film comico intelligente.
L’autore dimostra, e vivaddio se ce n’è bisogno, che si può far ridere senza necessariamente ricorrere ad artifici grevi, a parolacce gratuite.
Io direi che le intenzioni di questo regista sono chiare ed in parte anche ambiziose.
Restituire al genere commedia l’aggettivo brillante, contrapponendosi però come intenti, ma non come audience da attrarre, ai cine-panettoni ed ai film dei vari Vanzina e Neri Parenti, di cui, attenzione, è stato per anni uno degli sceneggiatori. Quasi che come se, da regista, avesse finalmente la possibilità di fare emergere la sua visione della questione, ed avesse, pertanto, la possibilità di esprimere una versione più raffinata e meno volgare del film comico per le masse.
Detto questo non è che stiamo sostenendo che ci troviamo difronte al nuovo François Truffaut, ma devo riconoscere che un certo talento nell’imbastire una trama Brizzi ed i suoi sceneggiatori ce l’hanno.
L’autore infatti riesce, in un universo infinitamente piccolo quale quello di una cerchia di amici borghesi, incarnanti in un unico tutto il meglio ed insieme tutto il peggio che questa classe di persone è oggi in grado di esprimere, ed a farne emergere tutte le contraddizioni, i parossismi, le inquietudini, le lacerazioni affettive, le superficialità, eccetera, eccetera, eccetera, senza mai (o quasi mai), scadere nel didascalico, e senza mai prendersi troppo sul serio. In questo ho trovato forse il pregio migliore del film.
In questa specifica accezione questo regista, effettivamente, riesce nell’intenzione di ricondurre il genere commedia al passo con i tempi, a far diventare un film brillante, una divertente parodia dei giorni nostri, dandoci anche modo di ricordarci una lezione evergreen, che, infondo, per fare ridere, non serve altro che osservare, con dissacrante ironia, il quotidiano.
3. I limiti dell’impianto narrativo – lo sviluppo del conflitto
Avendo l’abbonamento a Sky Cinema mi è capitato di vedere più volte sia “Notte prima degli esami” che “Notte prima degli esami oggi“. Tremo all’idea che l’autore voglia girare il sequel di Amici Miei. Ma una cosa voglio dirla, con questi film Brizzi compie un passo in avanti nella sua capacità narrativa.
Intendiamoci, stiamo sempre parlando di cinema d’intrattenimento rivolto al grande pubblico, e non certo di film con intenzioni autoriali e con dei contenuti intrinseci rilevanti, ma, del resto, questo genere, è sempre stato poco più o poco meno di questo.
Ma ciò non di meno l’impianto qualche limite ce l’ha.
Il rapporto protagonismo – antagonismo non è agito in una prospettiva completa, a nostro modo di vedere.
Lo sviluppo del conflitto, analizzandolo, è agito solo ed esclusivamente in una chiave, peraltro molto funzionale al film, infra-personale (tra gli esistenti), raramente è sviluppato in chiave inter-personale tra l’esistente e se stesso, se si esclude, ovviamente, la crisi dello psicanalista Bisio (dove però quella è l’unica chiave di sviluppo), e non è mai agito in una prospettiva ultra-personale, cioè in uno scontro tra ad esempio ciò che bene o ciò che è male, o ancora tra ciò che è buono e ciò che è cattivo.
Manca ancora a questo regista la capacità d’immaginare dei valori guida nei quali fare muovere gli esistenti.
Non esiste, insomma, per farla breve, un cattivo.
Il film, se ha un limite, è quello di eccedere nel buonismo, nel mieloso, nel politicamente corretto, in quello che definirei un happy end continuo davvero eccessivo.
Bisogna pure ammettere che la vita non è tutta rosa e fiori.
Gli eventi dolorosi del film, ce ne sono per fortuna, sono tutti sublimati ed elaborati in questa prospettiva buonista, che magari riesce a creare delle emozioni, ma non riesce a creare ed a far vibrare una storia.
Non a caso troverete molte recensioni che parlano, impropriamente, di film a episodi. No. Il film a episodi non è questo. Questo è semmai un tentativo di sceneggiatura a storie intrecciate.
Un canovaccio classico nel genere.
Il mio consiglio all’autore è di osare di più.
Le idee ci sono, sono anche migliorate, è migliore è anche la qualità della trama, ma manca ancora qualcosa per poter parlare di un nuovo autore alla Pietro Germi, per citare uno dei punti di riferimento che Brizzi ha, se è vero che vuole affrontare un sequel di Amici Miei e dal quale rimane ancora, per il momento, distante anni luce.
4. Le rese attoriali
Sono tutte molto al di sopra di quello che avrei immaginato.
Bravissimi tutti gli attori, Caludio Bisio andrebbe restituito al cinema a tempo pieno.
Claudia Gerini è a suo agio in un ruolo molto verdonesco, Flavio Insinna se facesse meno televisione lo riuscirei a separare dall’immagine video, ma è bravo (anche in questo ruolo ho intravisto il riferimento ad un genere italo-francese quello di Don Camillo e l’onorevole Peppone, i dialoghi con il Cristo sono una citazione esplicita).
Alessandro Gassman mi aveva convinto di più in un film di Gian Maria Tavarelli: (2006) Non prendere impegni stasera, in cui il ruolo era più o meno il medesimo, ma lo spessore della sua interpretazione era di tutt’altra intensità, qui siamo appunto alla parodia, venuta un po’ male.
Cristiana Capotondi è molto brava, oltre ad essere sempre più bella. E’ l’attrice italiana, secondo me, più promettente del momento. Le consiglierei ruoli più ambigui e cattivi, per completare lo spettro delle sue, sempre più convincenti, capacità attoriali.
Fabio De Luigi: conferma il suo momento di grazia, ha i tempi e la mimica del comico. La sequenza del concerto dei Jalisse resta una delle cose memorabili del film.
Carla Signoris è brava. Dovrebbe perdere il gusto per la battuta a tutti costi, ma è brava.
Silvio Orlando: ecco io una cosa su Silvio Orlando la voglio dire da tempo. E’ un attore bravissimo, eclettico, che si muove più a suo agio, secondo me, in personaggi come questo, un po’ sopra le righe, un po’ stressati, ma ha il limite che riconosco a molti attori italiani: è quasi sempre il personaggio a piegarsi al modo di recitare di Silvio Orlando e non il contrario. Ecco l’ho detto. Ma, per dire, era anche il limite di Alberto Sordi.
Gli altri non li cito puntualmente, ma assolvono tutti molto egregiamente al loro ruolo, certo fa specie vedere un Enrico Montesano relegato ad un ruolo così di spalla, me è bravo lo stesso e gli vogliamo sempre bene.
5. Conclusioni
In conclusione della mia analisi cosa posso aggiungere?
Che mi sono divertito assai assistendo al film.
Quindi alla fine il mio giudizio finale è che il film alla fine funziona, che diverte, che sa emozionare, e che magari dura forse un po’ troppo.
Che magari è un tantino troppo prevedibile.
Che, e mi ripeto, è un po’ troppo intriso di buoni sentimenti.
Certo le canzoni scritte apposta da Fabio Antonacci ce le saremmo volute davvero risparmiare.
Ma sono peccati veniali.
Confermo il mio tre virgola cinque e, se volete farvi due sane risate senza pensare troppo, andatevelo a vedere, ma si dai.
analisi di eventi esistenti e linguaggio audiovisivo
Revolutionary Road
titolo originale: Revolutionary Road
nazione: U.S.A. / Gran Bretagna
anno: 2008
regia: Sam Mendes
genere: Drammatico
durata: 119 min.
distribuzione: Universal Pictures
cast: L. Di Caprio (Frank Wheeler) • K. Winslet (April Wheeler) • K. Bates (Mrs. Helen Givings) • Z. Kazan (Maureen Grube) • K. Hahn (Milly Campbell) • M. Shannon (John Givings) • R. Simpkins (Jennifer Wheeler) • T. Simpkins (Michael Wheeler)
sceneggiatura: J. Hayte
musiche: T. Newman
fotografia: R. Deakins
montaggio: T. Anwar
Trama: Basato sul noto romanzo di Richard Yates, è la storia di una giovane coppia che cerca di realizzarsi all’interno di una società estremamente conformista. Intrappolati in un mondo di convenzioni e menzogne, i due giovani perdono gradualmente ogni speranza, e le loro illusioni tradite condurranno ad un amaro epilogo.
«Se nella letteratura americana moderna ci vuole qualcos’altro per fare un capolavoro, non saprei dire cosa»
Tennessee Williams
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Introduzione
Certo se dovessimo partire dal romanzo dovremmo riconoscere che:
«Se nella letteratura americana moderna ci vuole qualcos’altro per fare un capolavoro, non saprei dire cosa»: questo il giudizio di Tennessee Williams su Revolutionary Road, uno dei classici “dimenticati” della narrativa americana del secondo Novecento.
Frank e April Wheeler sono una coppia middle class dei sobborghi benestanti di New York che coltiva il proprio anticonformismo con velleità ingenua, quasi ignara della sua stessa ipocrisia: nella storia della giovane famiglia felice la tensione è nascosta ma crescente, il lieto fine impossibile, ma l’inevitabile esplosione avviene solo dopo trecento pagine fra le più intense e penetranti della narrativa americana degli ultimi cinquant’anni.
La scrittura realistica, cristallina, spietata di Richard Yates ha fatto epoca, ispirando generazioni intere di scrittori e dando vita al “realismo sporco” di Raymond Carver e Richard Ford (vincitore del premio Pulitzer per Il giorno dell’indipendenza e autore dell’introduzione a questa nuova edizione del romanzo).
Fatevi, pertanto, un favore, come ho fatto io, leggetevi anche il romanzo, e ringraziate l’editore Minimum Fax, che ci offre la possibilità di leggere questo vero e proprio capolavoro della narrativa americana ancora oggi.
In questo post:
Circa l’operazione di trasposizione dal letterario al filmico – una chiave di lettura emotiva ed emozionale
Il rapporto antagonistico tra conformismo ed anticonformismo
Il ruolo della follia, della disperazione e del confronto con gli altri
Una regia al servizio della drammaturgia della storia del romanzo
Conclusioni
1. Circa l’operazione di trasposizione dal letterario al filmico – una chiave di lettura emotiva ed emozionale
C’è un tema che non è possibile non affrontare all’inizio di un commento a questo film.
Quello della trasposizione dal letterario al filmico.
Un tema che in verità pone più interrogativi che risposte e che nel caso di specie liquiderò così.
Non affrontandolo cioè, per una volta, sotto un profilo squisitamente tecnico come sono, invece, solito fare, quanto piuttosto usando una chiave di lettura più emotiva ed emozionale, se mi perdonerete la lieve allitterazione.
Esiste dentro un romanzo come un’anima, uno spleen, un atmosfera, che è qualcosa che dalle pagine si trasferisce dentro di voi. Vi fa prendere parte agli eventi, vi fa vivere l’intensità delle emozioni di tutti i punti di snodo della storia.
Questa cosa, che si stacca dal romanzo e vi rimane addosso per giorni, una volta che siete giunti alla parola fine, spesso rimane viva dentro di noi, pronta a riaccendersi ad un ricordo, ad una rilettura, a qualche accadimento che ce la riporta alla memoria.
Alle volte non sappiamo più nemmeno perché ci siamo così immedesimati in questa sensazione.
Ecco se c’è un merito, un grande merito, nell’opera di Sam Mendes, che occhio, è il marito di Kate Winslet, è quello di aver catturato nelle immagini del film Revolutionary Road quest’anima.
Nell’assistere ad una proiezione del film io ho provato, se non addirittura in certe parti amplificate, grazie alla bravura di tutti gli attori e di Kate Winslet in particolare (che ha già vinto, per questa interpretazione, un Golden Globe), tutte le emozioni e i dolori e le speranze e le pulsioni e le delusioni e le vittorie e le sconfitte, a volte solo interiori, dei due esistenti protagonisti.
Per comprendere il film non è necessario, dunque, avere letto il bellissimo romanzo di Richard Yates, per decenni libro di culto apprezzato da pochi estasiati lettori, quindi promosso dal Time fra i cento migliori romanzi di tutti i tempi, ma può bastare la visione del film, che rimane, nonostante tutte le considerazioni che sarebbe giusto fare circa l’assoluta perfezione dell’operazione di trasposizione e di adattamento computa da Justin Haythe, un’opera artistica di notevole spessore, anche, appunto, indipendentemente dal romanzo di cui ha rubato l’anima.
2. Il rapporto antagonistico tra conformismo ed anticonformismo
Altra cosa straordinaria nella storia ambientata negli anni ‘50 nei molto conformisti anni ‘50, è un aspetto ancora molto attuale – e registrato, peraltro mirabilmente, registicamente nella sequenza del treno degli impiegati pendolari che rovescia in città questa moltitudine, collettivamente anonima, ma soggettivamente riportante anche il protagonista Leonardo DiCaprio…Frank Wheeler, sempre straordinariamente intenso nelle sue interpretazioni – è l’alienazione in cui il capitalismo costringe l’essere umano.
Potrei dire che tutto lo psicodramma registrato nella storia, sia del romanzo che del film, si basa sullo sviluppo di un conflitto non infra-personale, ma tra due modi di vivere il matrimonio all’interno di una società borghese e appunto conformista, che mi ha, peraltro, ricondotto alla mente certe inquietudini del cinema di Lars von Trier, e più precisamente quello tra conformismo ed anticonformismo.
Tutto ciò che spinge all’azione gli esistenti, e, si badi bene, la questione non si limita solo ai coniugi Wheeler, è infondo racchiusa in questo rapporto.
Cos’altro.
3. Il ruolo della follia, della disperazione e del confronto con gli altri
Beh come non accennare al ruolo direi decisivo, ai fini dello sviluppo narrativo, all’agente alchemico il cui mandato è quello di far cadere il velo delle ipocrisie del rapporto coniugale dei Wheeler, quello di Michael Shannon…John Givings, oserei dire perfetto sia nell’impianto filmico e sia nella assoluta fedeltà all’esistente del romanzo. Esiste una battuta tremendamente annunciante questo ruolo, ed è racchiusa in un termine “disperazione“. “Ci vuole del coraggio ad ammettere di vedere che oltre che essere alienante e ripetitiva la vita qui sia anche pregna di disperazione, perché ci vuole del fegato a vedere la disperazione“, o qualcosa del genere. A ben guardare quello di John Givings nonè l’unico esistente del film con i quali quasi inconsciamente i due coniugi Wheeler si confrontano.
La determinazione a condurre, in avanti o meno, il progetto di partire per l’Europa, è sempre, a ben guardare, la risultante dei continui confronti con gli altri esistenti intorno a loro. E sarà proprio il peso delle opposte conclusioni a cui, a seguito di tali confronti, i due esistenti protagonisti giungeranno, nel profondo inconscio del loro io, a creare i presupposti per l’epilogo, tanto drammatico, quanto perfetto nel suo evolversi, dell’intreccio narrativo.
4. Una regia al servizio della drammaturgia della storia del romanzo
La regia di Sam Mendes, già premio Oscar per American Beauty, ci è parsa, per una volta, misurata. Attenta all’operazione di adattamento, consapevole che era la storia del romanzo la cosa da salvaguardare in questo film, e non i vezzi registici, anche se …, anche se alcune sequenze rimangono mirabili, come mirabile è la capacità di accompagnare il crescere della tensione delle inquietudini, e tutti i cambi di passo drammaturgico, degli eventi del racconto.
5. Conclusioni
Il dolore, a mio modo di vedere, non dovrebbe mai essere qualcosa di eccessivo per diventare arte. Deve, piuttosto, essere contenuto all’interno, sublimarsi nell’anima dell’artista, per trasfigurarsi e per poi venire fuori, espressivamente, in una sorta di atto liberatorio in cui tutta l’angoscia, il senso di disperazione, l’intensità emotiva, venga riassunta e tutta contenuta in un gesto, un atto, assoluto e definitivo.
Come ne “L’urlo di Munch“.
Credo che tale considerazione si adatti, benissimo, all’interpretazione di Kate Winslet … April Wheeler, non saprei come descriverla meglio, che ci ha davvero commosso fino all’inverosimile, sarà che stiamo invecchiando, e che se non dovesse vincere l’Oscar, (anche se lo so che è nominata per “The Reader“), allora vorrà dire che effettivamente dovremmo, e seriamente, riflettere se mantenere ancora aperto questo blog.
Vi lascio con il trailer ufficiale del film “The Reader” di Stephen Daldry, con Kate Winslet, Ralph Fiennes, Alexandra Maria Lara e Bruno Ganz, per il quale Kate Winslet, dopo aver vinto per il film del post il Golden Globe, ha appena ricevuto la nomination per l’Oscar come migliore attrice protagonista. Il film è in programmazione nelle sale italiane dal 20 febbraio 2009.
Prosegue la mia collaborazione con il progetto della rivista Rapporto Confidenziale diretta da Alessio Galbiati e Roberto Rippa, che viene distribuita gratuitamente in formato pdf. Decido, pertanto, di pubblicare, anche nel mio blog, il mio terzo articolo della rubrica da me tenuta: “Storia e Discorso”. Scaricate la rivista e distribuitela in rete. In fondo al post troverete il sommario del numeroundici, ricco di contenuti inediti ed interessanti.
In ogni caso, anche se non c’entra una ceppa, do il mio personale in bocca al lupo al quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti d’America – Barack Obama: “Yes we can”.
In fondo anche questo è l’inizio di una storia – che mi auguro straordinaria – nonché un evento nella piena accezione del termine come avrete modo di verificare, e la coincidenza è un incipit perfetto per il mio articolo.
L’evento dinamico – l’innesco della storia – le innovazioni delle strutture non lineari
a cura di Roberto Bernabò
1. Introduzione
Un concetto molto importante in sceneggiatura è quello dell’evento dinamico.
In effetti, a volere essere rigorosi, l’evento dinamico non è un concetto esclusivamente filmico, al contrario, è insito nell’idioma stesso di narrativa, anche se, ovviamente, nel linguaggio audiovisivo acquisisce delle specificità peculiari.
Ma che cos’è l’evento dinamico di una storia, e perché, a mio avviso, è uno di quegli elementi sui quali si combatte una battaglia d’innovazione nella espressione cinematografica contemporanea?
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2. Evento dinamico e sua funzione drammaturgica
L’evento dinamico è quello che da l’innesco alla storia, e che, potremmo dire, scaraventa l’eroe nella sua avventura (per eroe intendo ovviamente l’esistente protagonista del film), e che altera, nella sua vita, lo stato di equilibrio preesistente.
Il concetto stesso di evento, se ricondotto ad esempio al linguaggio psicoanalitico, è un accadimento di una certa rilevanza.
Anche nel linguaggio comune adottiamo questa definizione per descrivere qualcosa di non ordinario.
Ora il linguaggio narrativo si nutre di eventi tanto che amo distinguere – nella storia e nel discorso narrativo – eventi ed esistenti.
Ma, tra gli eventi di una storia, quello dinamico ha una importanza drammaturgica fondamentale.
Senza l’evento dinamico la storia è come se non avesse inizio.
E lo spettatore faticherebbe, non poco, ad entrare ed a lasciarsi guidare nella narrazione dell’intreccio.
Facciamo qualche esempio.
Citiamo il romanzo italiano per antonomasia. Qual’è l’evento dinamico de “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni ed analizzando lo specifico filmico qual è quello del film “Il sorpasso” di Dino Risi, il notissimo regista di commedia all’italiana recentemente scomparso?
Ne “I promessi sposi” l’evento dinamico è la decisione di Don Rodrigo di non far celebrare le nozze di Lucia Mondella con Renzo Tramaglino, decisione comunicata a Don Abbondio, che avrebbe dovuto celebrarle, dai due bravi nella celeberrima scena “questo matrimonio non s’ha da fare“.
Nel film di Dino Risi l’evento dinamico è rappresentato dalla decisione di Roberto Mariani (Jean Louis Trintignant) di accettare, nel giorno di ferragosto, l’invito di Bruno Cortona (Vittorio Gassman) a lasciare gli studi, e di andare, con lui, al mare, decisione che avrà, nella sua vita, tragiche conseguenze.
Entrambi gli eventi, come possiamo agevolmente comprendere, assolvono perfettamente alla loro funzione drammaturgica.
Dobbiamo comprendere che, senza l’alterazione iniziale dell’equilibrio preesistente, tanto il lettore di un romanzo, quanto lo spettatore di un film, non troverebbero niente di attrattivo nel racconto.
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3. Collocazione dell’evento dinamico nell’intreccio narrativo – alcune considerazioni sulla scrittura non lineare
Come è possibile notare entrambi gli eventi sono collocati all’inizio della narrazione.
Nella struttura narrativa classica è quasi una regola non scritta quella di collocare, in tale momento, questo importante elemento della storia.
Ma perché è così importante questa collocazione?
Perché senza l’abbrivio dell’evento dinamico il lettore, tanto quanto lo spettatore, faticherebbe a concentrarsi sulla narrazione.
Non capirebbe cioè il racconto di cosa parla.
Eppure.
Eppure, se vi prendeste la briga di analizzare, sotto questo specifico punto di vista, le storie narrate da uno dei più interessanti sceneggiatori contemporanei: Guillermo Arringa, vi accorgereste che questa apparente regola non scritta, viene da lui, molto abilmente, non dico sovvertita, ma agita in maniera a volte davvero molto innovativa.
Nella scrittura cosiddetta non lineare, infatti, le rigidi collocazioni spazio temporali di un racconto che le strutture narrative classiche esigono, vengono assolutamente stravolte.
La narrazione non necessariamente parte dall’evento dinamico.
Spesso in questo tipo di strutture narrative (penso anche ad esempio al film “Traffic” di Steven Soderbergh, sceneggiato da Stephen Gaghan) gli eventi si susseguono in maniera assolutamente complessa.
Va detto che uno degli elementi specifici della fruizione di un audiovisivo implica il cosiddetto processo d’infralettura narrativa (il complemento alla storia che ogni spettatore compie saturando gli accadimenti non registrati nella visione), viene reso molto più difficile, se non si ha una cura maniacale, nel rendere più o meno esplicite, le portate e le ampiezze delle anacronie (sia diegetiche che extradiegetiche), quando le stesse intervengono nel racconto (nel film Traffic, ad esempio, alcuni esistenti avevano dei tagli di capelli diversi a seconda del periodo specifico del racconto, in maniera da agevolare lo spettatore nel comprendere un salto anacronico, sia all’indietro nel tempo che in avanti rispetto all’adesso filmico).
4. Uno sguardo in avanti
Probabilmente è per questi aspetti di difficile (a volte difficilissima si pensi, al riguardo, al film Memento di Cristopher Nolan) resa filmica che, nei corsi di sceneggiatura, si consiglia (per non dire s’impone) di collocare l’evento dinamico nella prima mezz’ora di proiezione.
Ma ribadisco la scrittura non lineare sta sempre più mettendo in discussione questo dettame formale.
E se c’è una cosa, che, a mio modesto avviso, differenzierà gli autori nel futuro, non sarà (solo) la storia di un film (avendo il cinema raccontato ormai tutto, o quasi), ma il come la stessa sarà narrata (soprattutto sul piano filmico ovviamente).
In questo senso sono certo che non solo gli aspetti formali ed estetici saranno importanti (si parla nuovamente dell’avvento del cinema in tre dimensioni, e dello sviluppo sempre più considerevole della computer graphic), ma anche quelli (sempre di più, a mio modesto parere, in quanto più determinanti, quasi inconsapevolmente, nella percezione dello spettatore, e consapevolmente da parte dei critici e dei selezionatori di pellicole per i festival) più intimamente connessi alle strutture narrative.
Rapporto Confidenziale – rivista digitale di cultura cinematografica
numeroundici (gennaio 2009)
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Rapporto Confidenziale – rivista digitale di cultura cinematografica
Gratuito, libero e indipendente. Questo è Rapporto Confidenziale.
Anche questo mese di fronte ai vostri occhi, voglioso di incuriosirvi.
Buona lettura.
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SOMMARIO DEL NUMERO 11
04 La copertina. ilcanediPavlov!
05 Editoriale di Alessio Galbiati
06 Nella mia pelle di Samuele Lanzarotti
08 Western contemporaneo ovvero il cowboy che perse la strada di casa di Costanza Baldini
11 SPECIALE. NUOVO CINEMA RUMENO
Noul cinema romanesc. La nuova generazione di registi rumeni racconta la Romania post Ceauşescu di Roberto Rippa 12
4 luni, 3 saptamâni si 2 zile di Roberto Rippa 14
A fost sau n-a fost? di Sergio Citterio 15
Cum mi-am petrecut sfarsitul lumii di Roberto Rippa 16
Moartea domnului Lăzărescu di Roberto Rippa 17
La Romania vista dall’Italia di Alessio Galbiati 18
Mar Nero di Sergio Citterio 19
Pa-ra-da di Roberto Rippa 19
Il resto della notte di Alessio Galbiati 20
Cover Boy. L’ultima rivoluzione di Alessio Galbiati 21
Gara de Nord_copii pe strada di Alessio Galbiati 22
24 Baghead di Alessandra Cavisi 25 STORIA E DISCORSO – ARTICOLO N.3. L’evento dinamico – l’innesco della storia – le innovazione delle strutture non lineari di Roberto Bernabò
27 Love is the Devil di Samuele Lanzarotti
28 I tre volti della paura di Francesco Moriconi
30 CINEMUNA. IL VERO NELL’ASSURDO. Nessuna verità | No Man di Ciro Monacella
31 What Ever Happened to Baby Jane? di Alessandra Cavisi
32 Riflessi sulla pelle di Sanuele Lanzarotti
34 Il cinema sperimentale di InharmoniCity di Alessio Galbiati
37 cinemautonome
39 Indice filmografico
41 Arretrati
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Rapporto Confidenziale – rivista digitale di cultura cinematografica
analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
Changeling (The Exchange)
titolo originale: Changeling (The Exchange)
nazione: U.S.A.
anno: 2008
regia: Clint Eastwood
genere: Thriller
durata: 140 min.
distribuzione: Universal Pictures
cast: A. Jolie (Christine Collins) • J. Malkovich (Reverendo Briegleb) • A. Ryan (Amica di Christine) • J. Butler Harner (Gordon Northcott) • J. Donovan (Capitano J.J. Jones) • M. Kelly (Detective Lester Ybarra)
sceneggiatura: J. Straczynski
fotografia: T. Stern
montaggio: J. Cox
Sinossi: Il film è tratto da una storia vera ambientata negli Anni Venti. Una madre sospetta che la persona, restituitale dopo un rapimento, non sia veramente suo figlio. Quando la donna esprime alla polizia i suoi sospetti viene spedita in un centro psichiatrico di recupero mentale. il film descrive la battaglia legale e psicologica di questa donna per fare trionfare la giustizia, grazie all’aiuto di un pastore della chiesa presbiteriana di St. Paul, in una Los Angeles governata da una Polizia violenta e corrotta.
§§§
In questo post:
1. Circa gli eventi e gli esistenti del film
2. La lezione di Cinema di Clint Eastwood
2.1. Tumulto e dilatazione
2.2. Il point of conentration di Eastwood e degli esistenti di Changeling
2.3. il deus ex machina dell’impianto narrativo: L’amore di una madre
3. Clint Eastwood l’ultimo grande regista classico di Holliwood
1. Circa gli eventi e gli essitenti del film
Ricordo anni fa di avere letto un racconto di Dino Buzzati.
Era tratto dalla Boutique del mistero. Me lo lesse mia madre, chissà forse è per questo che me lo ricordo e che questo film mi ha commosso così tanto.
S’intitolava “L’uovo“.
La trama era più o meno questa.
Pagando 20.000 lire un bambino può partecipare a una gigantesca caccia all’Uovo, prendendo tutte le uova che riusciva a prendere. Una cameriera decide di far andare anche sua figlia a questa caccia all’uovo, anche se non aveva i soldi per pagare l’entrata. L’inganno viene però scoperto, si sottrae l’uovo alla bambina e si arresta la madre perché aveva insultato una patronessa della Croce Viola Internazionale. La forza di volontà di quella madre, violentemente separata dalla propria figlia, è tale che i poliziotti e la patronessa cadono morti solo perché la donna vuole così. A nulla valgono tutte le armi o le costrizioni: alla fine alla bambina viene restituito un uovo come quello che gli era stato ingiustamente sottratto.
Voi direte, giustamente, cosa c’entra questo racconto con Changeling.
Forse niente ma a me è venuto in mente per un motivo molto semplice.
Esiste una forza soprannaturale che non può impedire ad una madre di subire una ingiustizia nei confronti del proprio figlio.
E’ questo che accomuna queste due storie.
E’ questo che commosse il mio cuore di bambino ed è questo che ha commosso quella parte del mio cuore che proprio non ce la fa a crescere.
E’ quella parte che rivive quando quasi per cosmogonie segrete si ritrova ad assistere ad un film.
Se poi il film è quello che ho visto ieri all’Eden girato da uno degli ultimi maestri del cinema di Holliwood, uno che ha capito come si narrano le storie al cinema, uno che cura i suoi progetti tanto con il cuore, quanto con la pancia, quanto con il cervello, mai separando queste matrici ma al contrario fondendole tutte in un unico mainstream geniale, toccante, commovente, drammatico, disperato, ingiusto, ed al tempo stesso, esaltante, mistico, trionfante, catartico ed anche denunciante, capirete che quello di cui vi sto parlando è un vero e proprio capolavoro.
Perché Eastwood è ancora uno di quelli che da una storia vera è capace di tirare fuori un film d’epoca. Come non rimanere affascinati, ad esempio, dall’enorme centralino di commutazione, dove la capoturno Angelina Jolie si muove tra le centraliniste con la leggiadria dei pattini ed, al tempo stesso, con l’occhio sempre vigile della madre, di colei che si prende cura tanto dei clienti quanto delle sue dipendenti?
Chengeling, un termine coniato apposta per descrivere questi orribili scambi di persona, o, peggio, di bambini che accadevano e che forse accadono ancora oggi ahimé, è un film che ti assale su diversi fronti emozionali. Al principio ad esempio con la sua mostruosa crudeltà. Che ti scaraventa nell’impotenza più disperante di una donna che perde suo figlio e che viene ingiustamente perseguitata da una polizia corrotta.
Fino al punto di finire, senza alcuna perizia psichiatrica, ma solo per ordine di un sedicente inquirente, nelle cure di un reparto psichiatrico condotto dal perfido Dr. Jonathan Steele, un luogo che rievoca lo spettro della tortura ingiusta ed ingiustificata. Da quelle perpetrate dai nazisti contro gli ebrei nei campi di concentramento, a tutte le altre forme d’ingiustizia sinonimo di ferocia, di follia, di vigliaccheria, di perdita totale del rapporto con la realtà che solo negli ambienti dove alligna la dittatura si riesce a mettere in campo come se quel male non avesse luogo, non avesse punizione, non fosse una cosa deplorevole.
Il paradosso della realtà è che una polizia corrotta l’agente di simili abomini, che solo il coraggio del reverendo presbiteriano Briegleb combatte da una stazione radio.
Ma, come nell’uovo di Buzzati, ecco che anche nel film di Clint Eastwood il cuore ferito di una madre non può essere così facilmente sottomesso.
E qui inizia la parte più entusiasmante per lo spettatore che dopo essere sceso negli inferi della corruzione, e della più bieca e malvagia incompetenza, si ritrova ad ascendere, in un crescendo quasi wagneriano di colpi di scena, di nuove crisi e nuovi climax, si troverà scaraventato in un susseguirsi progressivo ad un vero e proprio e clamoroso ribaltamento dell’equilibrio delle forze in campo.
Ed ecco allora che il migliore avvocato della città, grazie all’intercessione del reverendo Briegleb, riesce prima a fare scarcerare tutte le donne prigioniere degli aguzzini del reparto psichiatrico, che ivi marciscono a volte per molti anni in virtù di un fantomatico codice 12 (una norma abominevole quasi quanto la sua arbitrarietà, che concedeva poteri straordinari agli ispettori di Polizia inquirenti), e poi ad organizzare addirittura un processo contro la Polizia di Los Angeles, per fare valere le sacrosante ragioni di Christine Collins.
Parallela a questa sequenza di eventi, quasi a confondere le acque etiche della narrazione, Eastowood di racconta l’altra faccia della Polizia, quella che, nonostante le difficoltà di un contesto corrotto, si sforza di fare con coraggio e con impegno, il suo onesto dovere, oserei dire quasi suo malgrado.
Un detective, forse impaurito ma sicuramente coraggioso e competente, indaga su un minore che deve essere espatriato. Vive in un ranch insieme ad un suo cugino: Gordon Northcott.
Si, il folle, colui che in quegli anni balzò agli onori, anzi ai disonori delle cronache, per i plurimi ed efferati omicidi omicidi nei confronti di minori.
Ora il caso vuole che il detective buono, scopra che tra queste vittime innocenti c’è Walter Collins anche il figlio di Christine Collins.
E l’inizio della fine dell’incubo, anche se un’altra dura prova attende Christine Collins: il processo contro il potenziale omicida di suo figlio.
Un processo senza alcuna speranza viste le prove schiaccianti che culminerà con l’impiccagione dell’assassino. Forse ho raccontato anche troppo ma l’ho ritenuto necessario per portare a compimento questa analisi.
2. La lezione di cinema di Clint Eastwood
Quando feci il corso di sceneggiatura alla Fandango, m’insegnarono una cosa molto semplice, in apparenza.
Mi dissero.
Il film, la sua storia, deve essere riassumibile in una sola frase.
E’ incredibile come Eastwood dimostri che un film che dura ben 140 minuti osservi questa solo apparentemente banale regola.
Non racconta forse Changeling:
La storia di una madre, che perde suo figlio, e che si ribella alla corrotta Polizia di Los Angeles, che gli riconsegna un bambino che non è suo figlio, fino a fare valere le sue ragioni?
In realtà le cose non stanno proprio così. Eastwood come tutti i maestri del cinema Holliwoodiano è bravissimo nel portare avanti con una storia molte altre storie.
Cerchiamo di capire meglio le strategie di storia e discorso adottate. A mio mdo di vedere gli artifici narrativi vanno in due direzioni.
2.1. Tumulto e dilatazione
Un tumultuoso susseguirsi di eventi nella prima fase della storia.
Un allargamento di certi momenti della narrazione senza peraltro la minima esagerazione. Lo spettatore non se ne accorge. Lui vuole gustarsi quella dilatazione di quella parte della storia ne ha bisogno.
Ma dentro la catarsi Eastwood inserisce un elemento di drammaturgia ulteriore.
La pena di morte.
La barbarie nella barbarie. (Eastwood la mette di proposito ed è una chicca in un film già perfetto).
So che alcuni critici, forse troppo severi, o forse semplicemente troppo distratti, hanno accusato Eastwood di mettere troppa carne al fuoco, e di concludere la sua storia come in una sorta di struttura ad estuario in cui il finale si disperderebbe in più direzioni, perlatro in apparente contraddizione tra loro.
2.2. Il Point of conentration di Eastwood e degli esistenti di Changeling
Niente di tutto questo.
Eastwood non abbandona mai il suo point of concentration registico. Come non consente di abbandonarlo a nessuno dei suoi esistenti.
Non lo consente al bugiardo Detective Lester Ybarra, che manterrà il punto fino a farsi espellere dal corpo della Polizia.
Non consentirà di farlo abbandonare al Reverendo Briegleb, che continuerà, per tuta la vita, a denunziare i soprusi della Polizia di Los Angeles.
Ma soprattutto non consentirà di farlo fare a lei, a Christine Collins, il vero eroe per caso, demiurgico del film,che, con commovente ostinazione, continuerà a cercare il figlio tutta la vita.
Eastwood non abbandona il suo point of conentration perchè a lui non interessa, solo, la storia di Christine. Lui non fa un film solo per una verità, dentro questa verità inserisce altre verità, tutte altrettanto importanti. Non si ferma ad una ingiustizia, tenta sempre di farci comprendere le altre ingiustizie che troppo più spesso si compiono nel nome di una finta giustizia, ed in questo il suo cinema rimane, indiscutibilmente, mistico.
Abbiamo molto bisogno, in questo momento così difficile della storia dell’umanità, di comprendere queste dinamiche duali.
Questo doppio che sempre l’etica si porta dietro.
Questa sorta di ambivalenza.
Ma il vero gigante dell’opera di Eastwood a guardare bene, quell’uno al di sopra del bene e del male, non è il Dio invocato dal pastore presbiteriano.
Capace di operare lentamente ma inesorabilmente. No.
2.3. Il deus ex machina dell’impianto narrativo: L’amore di una madre
Il vero deus ex machina del racconto, è l’ancestrale ed irrefrenabile forza che si cela nell’amore di una madre verso suo figlio.
Il film si chiude con una scena che avevo giudicato male, ma che adesso mi si svela in tutta la sua grandiosità.
E’ racchiusa nella frase che Christine Collins dice al detective buono, nella sequenza finale del film.
“Stasera ho una cosa che ieri non avevo: la Speranza.”
E Dio solo lo sa di quanto ne abbiamo bisogno.
E chi dice che Angelina Jolie non merita l’Oscar, proprio nel momento in cui sta per dare alla luce un nuovo figlio, non conosce questo amore. Nè l’alchemico suo potere.
3. Clint Eastwood l’ultimo grande regista classico di Holliwood
Note a margine sulla scenografia di una Los Angeles ricostruita con un rigore degno dei migliori maestri di tutti i tempi.
I movimenti di macchina, che qualcuno accusa di essere leziosi, scontati, non si fanno notare più di tanto, il film non arriva per gli aspetti formali, arriva assi di più, ed in maniera devastante, per quelli emotivi, motivo di di più per dire che Clint Eastwood è un grande regista.
Forse l‘ultimo regista classico che Holliwood annoveri ancora tra le sue fila.
Che il Signore del cinema lo protegga ancora a lungo. Tra l’altro, detto tra noi, è anche l’autore della colonna sonora del film. Davvero incredibile il talento cinematografico di quell’uomo.
E non cadrò nel tranello, inutile e pleonastico, di paragonare questo film ad altre sue opere. Non ha senso, nell’arte, misurare. Ecco l’ho detto.
analisi di eventi esistenti e linguaggio audiovisivo
The Burning Plain – il confine della solitudine
titolo originale: The Burning Plain
nazione: U.S.A.
anno: 2008
regia: Guillermo Arriaga
genere: Drammatico
durata: 110 min.
distribuzione: Medusa Film
cast: C. Theron (Sylvia) • K. Basinger (Gina) • J. Lawrence (Mariana) • J. Yazpik (Carlos) • J. de Almeida (Nick) • D. Pino (Santiago) • T. Ia (Maria) • D. Torres (Cristobal) • B. Cullen (Robert)
sceneggiatura: G. Arriaga
fotografia: R. Elswit
montaggio: C. Wood
Trama: Storia di una madre, Gina, e di una figlia, Sylvia, che ha avuto un’infanzia molto complicata, impegnate a ricostruire un legame. Impegno non facile all’interno di un racconto dai tratti molto incisivi che la regia guida con mano maestra e forte intensità.
Le conseguenze della solitudine – a cura di Roberto Bernabo’
Introduzione
Continuo a leggere o critiche distruttive su quest’opera, o commenti, se non esattamente esaltanti, comunque molto positivi.
Chiariamo subito che Gulliermo Arriga è uno sceneggiatore sulle cui capacità e bravura è difficile argomentare a sfavore.
E chiariamo anche che – come spesso vi sentirete dire se vi avvicinerete allo studio della sceneggiatura o a quello della regia (le due materie sono contigue ma hanno regole assai diverse) – una cosa è scrivere (nell’accezione letterale del termine) un film, un’altra è girarlo. Ma questo vivaddio è una cosa chiara ai più immagino.
Il tema del linguaggio, o meglio dei linguaggi, utilizzati dal cinema mi sembra centrale nell’affrontare un’analisi, non solo di questo film, ma in generale delle intenzioni artistiche di questo sceneggiatore messicano, che con questo film, dopo alcuni immagino significativi contrasti con il regista che ha contribuito a renderlo famoso (sia chiaro nel bene e nel male), Alejandro González Iñárritu, passa anche dietro la macchina da presa per "girare" una sceneggiatura originale (altro tema che affronteremo, prima o poi) "scritta" da lui.
In questo post:
Differenze ontologiche tra sceneggiatura e regia
Circa la narrazione non lineare di un racconto ed elementi innovativi nell’utilizzo delle anacronie nell’opera di Gulliermo Arriga (molto spoiler)
La pianura che brucia come metafora della ribellione alla solitudine – i limiti dell’impianto narrativo
Conclusioni
1. Differenze ontologiche tra sceneggiatura e regia
Sembra una differenza semplice da immaginare e da comprendere ma vi assicuro che non è così.
In un libro scritto a più mani da sceneggiatori e registi:
"Fare Cinema" – di Jean-Claude Carrière, Francis Ford Coppola, Costantino Costa Gravas, Senel Paz – si legge, nella parte scritta da Jean-Claude Carrière, uno dei più celebri sceneggiatori che ha collaborato con Luis Buñuel, che che un giorno il maestro lo chiamò.
Doveva incontrare di lì a poco il produttore e gli chiese di portare una copia stampata della sceneggiatura, si trattava del celeberrimo "Le charme discret de la bourgeoisie".
Scena per scena il maestro iniziò a scrivere dei numeri. Pensava, leggeva, e, subito dopo aver letto una scena, scriveva un numero.
Incuriosito da questa pratica sconosciuta allo sceneggiatore che non riusciva, pur essendo un addetto ai lavori, a capire cosa significasse, questi domandò:
"Maestro, ma cosa sono quei numeri affianco ad ogni scena?"
"Questi che sto scrivendo ora?" rispose Luis Buñuel.
"Si, proprio quelli" incalzò
Jean-Claude Carrière.
"Beh, visto che devo incontrare il produttore", spiegò il regista, "sto annotandomi con quante riprese intendo realizzare ogni singola scena".
Da questo semplice scambio di battute s’intuisce la grande differenza che esiste tra lo scrivere un racconto su carta, per quanto già organizzato per sequenza di scene (da cui il nome sceneggiatura), e la sua trasposizione in pellicola.
Il regista deve risolvere altri problemi.
Che non sono legati, solo, all’intreccio narrativo, ma assai più pregni di un ancor più intimo legame con la resa drammaturgica, il mood che s’intende dare all’opera-film, il rendere coerente, nell’atmosfera drammaturgica delle interpretazioni degli attori che dovranno essere diretti, quello che nella sceneggiatura è scritto, e ancora, dove posizionare la macchina da presa, con quanti stacchi realizzare una scena, di quali luci si ha bisogno, e potrei scrivere migliaia di altri elementi specifici di questa competenza, che è considerata, a torto o a ragione, così importante, da fare arrivare a dire che il film non è dello sceneggiatore ma del regista.
Per quanto, ripeto, intimamente connesse, le due fasi sono quasi antagonistiche.
Si potrebbe dire, con un’approssimazione volutamente provocatoria, che il regista lavora contro lo sceneggiatore.
Andrebbe anche aggiunto che il montatore lavora contro il regista, ma questo ci porterebbe fuori dall’ambito dell’analisi che s’intende svolgere in questo paragrafo. Magari ci torneremo per pellicole che giustificheranno questa ulteriore specificità della costruzione del linguaggio audiovisivo.
Quello che ho inteso far capire è che, pur essendo sceneggiatura e regia, fasi diverse, non è impossibile che uno sceneggiatore, a forza di lavorare con un regista, possa sviluppare delle proprie idee riguardo alla trasposizione in pellicola di un suo lavoro.
Ed è probabilmente una forte diversità di vedute tra lui e
Alejandro González Iñárritu, con il quale, ripeto, pare abbia litigato, che Gulliermo Arriga abbia deciso di passare anche dietro la macchina da presa, come si usa dire in gergo.
2. Circa la narrazione non lineare di un racconto ed elementi innovativi nell’utilizzo delle anacronie nell’opera di Gulliermo Arriga (molto spoiler)
E’ noto, a chi si occupa come me di cinema per passione oltre che per studio, che non esiste un solo modo di raccontare una storia.
Non si parte sempre, necessariamente, dall’inizio per arrivare alla fine.
Si possono inserire elementi completivi che recuperano parti del racconto attingendo dal passato, e questi inserti vengono chiamati anacronie (nel linguaggio cinematografico chiamati flshback).
Le anacronie, invero, possono anche anticiparci elementi di una porzione del futuro del racconto, andando cioè molto in avanti rispetto all’inizio della narrazione (nel linguaggio cinematografico chiamati fleshforward).
Se c’è una cosa che aveva dimostrato, in tutte le sue precedenti sceneggiature, Gulliermo Arriga, era una spiccata e probabilmente innata attitudine a costruire storie basate sul racconto non lineare (Amores perros – 2000 di Alejandro González Iñárritu; 21 Grammi – Il peso dell’anima – 2003 di Alejandro González Iñárritu; Le tre sepolture – 2005 di Tommy Lee Jones; Babel – 2006 di Alejandro González Iñárritu).
Ora qui la questione è che, in questo film, a mio modo di vedere, la celeberrima lezione di Gerard Genette, da me più volte citata in questo blog, circa laportata e l’ampiezza delle anacronie, è come se venisse superata.
In The Burning Plain non è corretto, almeno a mio modo di vedere, parlare di portata o ampiezza delle anacronie, quanto, piuttosto, di una innovativa costruzione parallela prima, e convergente poi, di due storie, una, palesemente per lo spettatore, risalente al passato, ed una seconda, sempre chiaramente per lo spettatore, imbastita nel presente filmico.
L’idea davvero innovativa è poi quella di fare convergere i due racconti paralleli, facendo scoprire allo spettatore che gli stessi, per quanto apparentemente diversi, riguardavano gli stessi esistenti ed in particolare la figura di Sylvia alias Mariana. Questo, peraltro, giustifica la diversità dei nomi dei due esistenti, che in realtà sono la stessa persona, (altrimenti l’artificio verrebbe svelato troppo presto), e la considerevole differenza tra le due attrici, (magari un ulteriore limite dei film ma, secondo me, più intimamente legata all’idea di non rendere esplicito lo schema dell’impianto narrativo, che rovinerebbe, e non poco, il colpo di scena sul finale).
Ora, aldilà della resa filmica, non si può certo dire che il tentativo sia di semplice attuazione, o, di più, di facile concepimento.
Tutt’altro direi, e vorrei aggiungere, che questo andrebbe valutato, a mio modo di vedere, prima di affermare che l’opera di Arriga non è valida.
Certo c’è da considerare che lo sceneggiatore è all’esordio come regista, ma credo che, anche in questa componente del racconto, la pellicola non sia affatto da sottovalutare, anzi.
3. La pianura che brucia come metafora della ribellione alla solitudine – i limiti dell’impianto narrativo
In una celebre canzone di montaliane atmosfere Francesco Guccini cantava:
"L’ angoscia che dà una pianura infinita? Hai voglia di me e della vita,
di un giorno qualunque, di una sponda brulla? Lo sai che non siamo più nulla?
Non siamo una strada né malinconia, un treno o una periferia,
non siamo scoperta né sponda sfiorita, non siamo né un giorno né vita …
Non siamo la polvere di un angolo tetro, né un sasso tirato in un vetro,
lo schiocco del sole in un campo di grano, non siamo, non siamo, non siamo …
Si fa a strisce il cielo e quell’ alta pressione è un film di seconda visione,
è l’ urlo di sempre che dice pian piano:
"Non siamo, non siamo, non siamo …"
Questi versi, che potrebbero adattarsi benissimo al film peraltro, mi sono tornati alla mente proprio pensando allo spleen prevalente che muove all’azione gran parte dei personaggi.
Tutto ha origine ed è contenuto dalla disperazione che sa dare, se vissuta male, la solitudine.
Del resto il sottotitolo del film è "il confine della solitudine".
E’ lei l’ospite ingombrante del film.
E’ lei che spinge la madre Kim Basinger (Gina), (direi bella e brava), di Jennifer Lawrence (Mariana), bravissima e premiata con il Premio Marcello Mastroianni (Mostra d’Arte Cinematografica Internazionale di Venezia, 2008) come migliore attrice emergente, alle loro disperate e direi, con diversi livelli d’intensità, drammatiche azioni.
Ed è sempre lei, la solituidine intendo, amplificata dal senso di colpa a giustificare la vita dissoluta di Charlize Theron (Sylvia), notevole nella capacità d’interpretare un personaggio per niente semplice, soprattutto considerando quello che ho detto circa la convergenza della sua storia con quella di Mariana.
In questa foto la vedete discutere con
Gulliermo Arriga … chissà forse anche lei non era convintissima delle motivazioni all’azione del suo personaggio.
Ora la cosa che veramente è da analizzare, per comprendere il punto di snodo più importante del racconto, e quindi della mia critica al film, è se l’evento dimanico della storia (quello che altera lo stato di equilibrio preesistente degli esistenti): l’esplosione della baracca roulotte (collocata all’inizio del film con l’artificio narrativo filico in gergo definito "fantasma", – di cui un’altro esempio lo potrete ritrovare nel film "Il profumo di Yvonne" di Patrice Leconte, 1994), squallida, sporca, solitaria e praticamente abbandonata, anche lei, in una pianura desolata e desolante, ha, effettivamente, la forza per reggere le motivazioni all’azionedegli esistenti e giustificare, in maniera convicente, l’evolversi, ben poco importa se nell’adesso filmico o nel passato, degli eventi della storia.
Perchè, a nostro modo di vedere, se esistono dei limiti a questo film non sono da ricercare nelle capacità registiche di Arriga, quanto, piuttosto, nell’effettivo funzionamento dell’impianto narrativo definito in fase di screenpaly.
Rifletteteci e, magari, mi darete ragione.
Non esistono, a guardare bene, altre lacune nel racconto. Tutto è spiegato, tutto si riannoda. Tutto alla fine coincide.
Tranne una cosa. Un dubbio. Un, ragionevole, dubbio, come direbbero i giuristi.
Può la solitudine degli esistenti giustificare, drammatirgicamente, la sotria?
4. Conclusioni
In conclusione di questa analisi io personalmente confermo il giudizio positivo che mi ero fatto vedendo il trailer.
Il film, presentato alla recente mostra di Venezia 65, ed approdato nelle sale con una versione ridotta rispetto alla extended version della mostra (30 minuti in meno, pare), magari non riesce a commuovere sempre (a me sul finale ci è riuscito, ma, voglio dire non so quanto questo faccia testo visto che io mi commuovo pure vedendo topolino), ma ha sicuramente un suo spleen, una sua traccia, una sua ambientazione psico-drammatica, una sua atmosfera epica (penso alle sequenze sulla scogliera, penso alla sequenza in cui Mariana e Santiago bruciano i kaktus e potrei continuare).
La direzione della fotografia, affidata al sempre bravissimo Robert Elswit, merita una menzione a parte, se penso alla bellezza di come sono resi certi luoghi, legata anche alla scelta di location molto suggestive.
Le rese attoriali sono tutte, secondo me, degne di nota, a partire da quella di Kim Basinger:
che riesce a dare spessore ad una condizione femminile ammettiamolo abbastanza scontata, e, per certi versi, addirittura squallida.
A quella di Charlize Theron:
che ha dimostrato, con questo film, di saper toccare corde psico-drammatiche quasi da Actor Studios.
Per concludere con la notevolissima interpretazione di Jennifer Lawrence:
bravvissima, intensa, già un’attrice pure essendo cosi giovane.
Che dire … che bisogna dare fiducia ad uno sceneggiatore che si è avventurato nel mondo della regia, secondo me, e che è riuscito, secondo molti, addirittura e migliorare, con questo passo, per certi versi, la resa delle sue opere, rispetto, ad esempio, a quanto realizzato dal regista messicano Alejandro González Iñárritu, che molto deve del suo successo proprio alla peculiarità del racconto non lineare di cui Arriga è un maestro.
Che forse però, proprio per questo, questi non deve eccedere troppo nei virtuosismi di tale tipo di scrittura, e ritornare e preoccuparsi degli elementi più importanti della sceneggiatura, come ad esempio:
lo sviluppo del conflitto,
la caratterizzazione dei personaggi,
le complicazioni progressive,
la catarsi … che è forse la cosa veramente riuscita del film.
La domanda "Tu non vieni?" che Maria rivolge a Sylvia, oramai ritornata Mariana, va molto oltre il perdono e ci riconduce al tema centrale dello specifico narrativo di Gulliermo Arriga: tentaredi far dialogare ed accordare posizioni apparentemente inconciliabili.
breve analisi di eventi esistenti e linguaggio audiovisivo
Il passato è una terra straniera
titolo originale: Il passato è una terra straniera
nazione: Italia
anno: 2007
regia: Daniele Vicari
genere: Drammatico
durata: 120 min.
distribuzione: 01 Distribution
cast: E. Germano (Giorgio) • M. Riondino (Francesco) • C. Caselli (Maria) • V. Lodovini (Antonia) • M. Baliani (Franco) • D. Poggi (Anna) • L. Indovina (Alessandra) • M. Jurado (Angelica) • R. Carrisi (Giulia)
sceneggiatura: G. Carofiglio • F. Carofoglio • M. Gaudioso • D. Vicari
fotografia: G. Gossi
Trama: Giorgio è uno studente modello, figlio di intellettuali borghesi, conduce una vita normale e un po’ noiosa. Fino a quando una sera conosce Francesco, coetaneo torbido e affascinante, e tra i due nasce subito una forte amicizia. Francesco si mantiene barando al gioco e Giorgio, attratto dalla personalità e dalla vita avventurosa del suo amico, diventa suo complice …
Chi mi legge lo sa.
Amo le trasposizioni dal letterario al filmico. Sono uno dei miei temi ossessivi ed ossessionanti.
L’operazione non è mai facile, eppure.
Eppure, in questo film, anche se non avete letto l’omonimo romanzo di Gianrico Carofiglio, che vi consiglio, nulla lascerebbe presagire che la sceneggiatura ne è un adattamento.
Tanto il ritmo è creato con un progressione quasi da thriller con inserti di noir, ferma restando l’archiviazione della pellicola nel genere drammatico.
La cosa che mi ha convinto di più – le rese attoriali di Elio Germano e di Michele Riondino.
Eh si, diciamo che l’esistente di Elio Germano (Giorgio), ricorda e rievoca per certi versi un classico della commedia all’italiana: “Il Sorpasso” di Dino Risi, in cui uno studente universitario di giurisprudenza si lascia tentare dalle pulsioni della vita, da un esistente sconosciuto e molto diverso da lui.
Ovviamente qui siamo di fronte a tutt’altra storia.
Ma non per gli anni che separano le pellicole, quanto per il diverso ruolo che ha l’altro esistente, Michele Riondino (Francesco), una vera e propria rivelazione.
Francesco sarà una sorta di Virgilio al che condurrà Giorgio nel più classico dei canovacci drammaturgici: la discesa morale nell’abisso e non solo del sesso, per l’ascesa economica.
Si parla tanto della fascinazione della violenza. Ne ha parlato anche il regista, eppure io credo che siano altri due gli elementi caratterizzanti questo film.
§§§
1. La ribellione alle regole borghesi ed il loro ribaltamento
La scoperta che un giovane borghese ingabbiato da rigide regole familiari e di status compie entrando in relazione con un mondo forse a lui contiguo, ma assolutamente nuovo per lui, e più cinico, e più violento, che da un lato progressivamente mina il sistema di ancore e di certezze psicologiche dell’esistente, e dall’altro abilita la fuoriuscita di pulsioni per troppo tempo represse.
§§§
2. La progressiva affermazione della personalità di Giorgio
La progressiva affermazione della personalità differente dei due ragazzi amici – nemici, e qui la dinamica protagonismo – antagonismo e lo sviluppo del conflitto meriterebbero ben altre dissertazioni, personalità che inevitabilmente, vista l’età degli esistenti nel racconto, – ed anche qui molto si dovrebbe dire a proposito dell’utilizzo delle anacronie completive – si esprime nel sesso, che ha un ruolo, direi centrale, nello sviluppo della storia e nell’affermazione della diversità non solo etica ma anche estetica e morale, tra i due esistenti protagonisti, bravissimi entrambi.
Semplificando possiamo dire che Vicari ha saputo vedere il cinema nel romanzo e viceversa. Ha saputo scovare, nel tema dell’identità, un elemento forse universale che ci parla dell’attuale momento culturale del nostro paese, che ci riconduce all’alba delle nostre scelte di vita, che ci trascina quasi a forza in quella zona d’ombra che sempre la storia dell’umanità attraversa nella transizione tra due secoli e tra due millenni. Un tema modernamente antico, che il regista ha saputo riproporre con bravura, affidandosi anche alle notevoli capacità attoriali dei due protagonisti.
Qualche pecca nel finale e nell’eccessiva ampiezza della portata dell’anacronia inziale, un vezzo che non fa giustizia alla chiarezza del racconto, che non riesce a riappendere, come direbbe il tenente Colombo, tutti i fili pendenti della storia.
Bravi tutti gli attori del cast e Chiara Caselli in particolare che a noi ci piace sempre molto, credibile del ruolo di una donna sposata, ricca e delusa, ma in cerca di emozioni. Guardando la foto datemi torto ;).
Interessante anche il volto di una Bari mai troppo interessata dal cinema d’autore, con il suo porto, il suo slang così particolare, reso celebre solo, ahimè, dalle stereotipazioni alla Banfi, che sa invece conferire all’azione un alone che, non so perché, amplifica in maniera interessante, il senso del mistero del viaggio in un universo nuovo e sconosciuto di Giorgio.
Considerato il cinema italiano ultimamente visto nelle sale, segnaliamo questa pellicola, questo regista, e questo inedito duo di attori, alla vostra attenzione cinefila.
analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
Vicky Cristina Barcelona
titolo originale: Vicky Cristina Barcelona
nazione: Spagna / U.S.A.
anno: 2008
regia: Woody Allen
genere: Commedia
durata: 96 min.
distribuzione: Medusa Film
cast: S. Johansson (Christina) • P. Cruz (María Elena) • R. Hall (Vicky) • J. Bardem (Juan Antonio) • C. Messina (Doug) • P. Clarkson (Judy Nash) • K. Dunn (Mark Nash) • J. Perillán (Charles) • M. Barceló (dottore) • J. Domènech (Julio Josep)
sceneggiatura: W. Allen
fotografia: J. Aguirresarobe
montaggio. A. Lepselter
L’insostenibile romanticismo delle turiste americane – a cura di Roberto Bernabo’
In questo post:
Introduzione.
La struttura narrativa del film: gli antagonismi archetipali ed i riferimenti, oramai sempre più evidenti, al cinema europeo.
Lo sviluppo del conflitto: i riferimenti ribaltati a Jules e Jim.
Scelte di narrazione: la voce fuori campo perché è un’ennesima citazione di Jules e Jim errata e fuori luogo.
La debole caratterizzazione degli esistenti e sue ripercussioni sulle rese attoriali.
Eventi: la goffa ri-mescolatura di quelli di Jules e Jim.
Specifico del linguaggio audiovisivo.
Conclusioni: il disprezzo del regista verso la borghesia americana ed in generale verso l’umanità.
1. Introduzione
Ho visto ieri sera l’ultima fatica europea del creativo, e sempre eclettico, regista ebraico newyorkese, e tenterò, in questo post, d’illustrare:
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i motivi per i quali questo film non mi ha convinto,
alcune citazioni, a volte plateali, altre pretestuose, che il regista, credo assai consapevolmente, usi, con alcuni ribaltamenti tipici del suo stile narrativo, del cinema di François Truffaut, e della pellicola Jules e Jim in maniera particolare, con tutte le riserve che da un simile accostamento possono derivare.
2. La struttura narrativa del film: gli antagonismi archetipali ed i riferimenti, oramai sempre più evidenti, al cinema europeo
Non c’è che dire Woody Allen maneggia l’arte dello screenplay, come che ne so, un artigiano scultore il marmo o un pittore la tavolozza dei colori.
Conosce tutti i trucchi del mestiere, ed è diventato anche scaltro. Perché inventare storie nuove se posso, con le mie alchemiche capacità, utilizzare o meglio ri-utilizzare materiali narrativi già usati cambiando semmai qua e là qualche elemento ed invertendo, ad esempio, il sesso ai protagonisti.
Già dalle prime battute del film s’intuiscono due cose.
Che lo schema narrativo è un classico: due personalità, assai diverse tra loro, messe in relazione da un evento dinamico, nel caso di specie un viaggio a Barcellona.
Che, peraltro, lo stesso non è del tutto originale ma particolarmente, a nostro giudizio, ispirato al celeberrimo capolavoro di FrançoisTruffaut Jules e Jim, come abbiamo appena avuto modo di dire.
Nello specifico qual’è la strategia narrativa dell’opera?
Quella di prendere due archetipi (solo apprentemente contrapponibili peraltro) di donna:
una estremamente razionale ed avveduta: Vicky alias RebeccaHall bellissima e bravissima (forse l’attrice migliore del film tra le tre);
una seconda che ne è l’esatto contrario: Christina alias Scarlett Johansson (sempre giunonicamente stupenda, ma leggermente fuori parte e sottotono).
Farle partire insieme, come abbiamo detto (evento dinamico che, a voler essere precisi non è questo, quanto, piuttosto, quello di accettare l’invito di Juan Antonio a trascorrere un weekend ad Oviedo, in quanto sarà questo quello che altereràlo stato di equilibrio pre-esistente nella vita delle due giovani protagoniste) per un viaggio (di ben due mesi, beate loro, ma dove vivi Woody?) a Barcellona e qui.
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E qui farle incontrare, e che te lo dico a fa, il bello e tenebroso Juan Antonio alias niente di meno che i premio Oscar Javier Bardem.
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Aggiungiamociuna ex moglie artista, pittrice pure lei, ma ancor più genialoide dell’ex marito, fuori dagli schemi, in crisi depressiva e con attacchi improvvisi di gelosia: Maria Elena alias Penelope Cruz, ed il gioco è fatto.
Gli elementi antitetici di base, si i colori della tavolozza per restare nella metafora, sui quali sviluppare il soggetto ci sono tutti.
Ma a guardare bene.
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A guardare bene scopriamo che Woody Allen ha iniziato questa sorta di vacanza cinefila europea con degli obiettivi culturali, non so quanto consci e quanto inconsci, ben precisi e che si esplicitano sotto la forma di omaggi, quasi eccessivamente evidenti, agli stilemi tipici del cinema europeo, e dei suoi più illustri registi.
E se, sopratutto con Match Point, il vecchio Woody citava copiosamente Alfred Hitchcock, in quest’opera spagnola personalmente io intravedo, in maniera smaccata, il riferimento ad una pellicola davvero simbolo della Nouvelle Vague francese: il celeberrimo Jules e Jim di François Truffaut.
3. Lo sviluppo del conflitto: i riferimenti ribaltati a Jules e Jim
Analizziamo, per un attimo, in maniera comparata lo sviluppo del conflitto del film di Allen con quello di Truffaut.
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In Jules e Jim gli esistenti protagonistisono due amici.
Nel film di Allen sono due amiche (primo evidente riferimento ribaltato).
Nel film diTruffaut entrambi gli amici s’innamorano della stessa donna (Cathrine).
In questo diAllen entrambe le amiche s’innamorano dello stesso uomo. (Juan Antonio). (Secondo riferimento ribaltato).
InJules e Jim, Cathrine, ad un certo punto dell’intreccio,cercherà di uccidere Jules con uno sparo.
In questofilm di Allen l’azione dello sparo è realizzata da un terzo esistente, l’ex moglie di Juan Antonio. (Maria Elena). (Terzo riferimento in parte modificato).
InJules e Jim l’obiettivo del film era mostrare una via altra allo sviluppo del rapporto amoroso di coppia. Peraltro, in quella pellicola, questo elemento andrebbe inquadrato negli obiettivi complessivi dello specifico filmico dei registi della nouvelle vague, che consistettero nel tentativo di scardinare, e mettere in discussione, tutti gli elementi fondanti, compresi, ovviamente, quelli inerenti i valori eticie morali trasmessi degli esistenti, del cinema francese di quegli anni da parte del cartello dei registi della rive gouche.
Nel film di Allen si scimmiotta questo obiettivo, ed in parte lo si mette addirittura in crisi.
Gli esistenti diVicky Cristina Barcelona, infatti, probabilmente in maniera consapevole (vedi infra ultimo paragrafo), non hanno lo spessore di quelli del romanzo di Henri-Pierre Roché che François Truffaut, con l’aiuto dello stesso scrittore, traspose dal letterario al filmico in maniera a dir poco mirabile (ho letto anche il romanzo e mi posso permettere una simile affermazione).
Le scene, ad esempio, della passeggiata in bicicletta nella campagna catalana citano, ancora apertamente, sempre in maniera rigorosamente ribaltata, quelle del film di François Truffautsenza averne, però, né l’intensità e la giustificazione drammaturgica, né, conseguentemente, la poetica magia.
Un puro divertissmant, probabilmente dedicato al pubblico cinephile, che non so quanto gradirà, a dire il vero.
Divertissmant coerente con l’obiettivo di ricreare gli stessi conflitti infra-personali ed inter-personali tra gli esistenti, ma che risulta, per certi versi, addirittura irriguardoso rispetto all’opera citata.
Ovviamente, a prova di smentita, potete divertirvi a trovare altre citazioni ed altri riferimenti all’opera di Truffaut, anche se, ovviamente, Allen cambia, volutamente, il finale ed altri elementi dell’intreccio, altrimenti ci troveremmo difronte o ad un remake o, peggio, ad un plagio.
4. Scelte di narrazione: la voce fuori campo perché è un’ennesima citazione di Jules e Jim errata e fuori luogo
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Sempre avendo come riferimento ontologico la pellicola di François Truffaut, Allen abbonda, in questo film, con l’utilizzo di inserti di una voce narrante fuori campo.
Ora se c’è una cosa che ci era piaciuta degli ultimi film del regista era proprio un uso molto limitato di questo elemento della narrazione.
Quegli intrecci erano coinvolgenti proprio perché guidati dall’azione e non dalla loro descrizione. Che, nel caso di specie, intende essere, probabilmente, nelle intenzioni del regista, l’ennesima citazione dell’opera di Truffaut, ma che risulta del tutto pretestuosa, non essendo il film di Allen, un adattamento di un soggetto letterario.
Nel caso di Jules e Jim, infatti, l’operazione di Truffaut era quella di tentare di restituire allo spettatore elementi completivi di parti di descrizioni del romanzo che, nell’opera di trasposizione dal letterario al filmico, spesso vengono perdute. Un’ennesima scelta innovatrice per l’epoca che aveva, però, degli obiettivi drammaturgici ben chiari e delle giustificazioni narrative specifiche.
Nel caso del film di Allen, ripeto, la voce narrante fuori campo è del tutto pleonastica, e non trova alcuna giustificazione credibile dal punto di vista narrativo, risultando, pertanto, alterante lo specifico filmico degli ultimi film del regista.
5. La debole caratterizzazione degli esistenti e sue rieprcussioni sulle rese attoriali
Un’altra pecca, ovviamente a mio giudizio, del film di Allen, soprattutto se rapportato a quello di Truffaut, che abbondantemente cita, risiede proprio nella carente caratterizzazione dei personaggi.
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Prendiamo ad esempio Maria Elena. Molte sequenze con questo esistente risultano un po’ troppo sopra le righe.Ma Allen non da in pasto allo spettatore elementi narrativi bastanti alla loro giustificazione drammaturgica. E come se le stesse fossero state concepite in fase di stesura del soggetto, ma successivamente, troppo poco sviluppate, nella realizzazione della scrittura della sceneggiatura.
Risultato … il personaggio di Maria Elena s’imponefastidiosamente, come eccessivamente stereotipato,e le sue continue isterie appaiono troppo accademiche e stucchevoli.
Analoghe considerazioni andrebbero svolte per il personaggio di Christine, che dovrebbe essere la romantica bohemienne delle due amiche, e che si rivela, invece, solo quale una giovane nevrotica e irrisolta, con l’aggravante che la carente caratterizzazione incide sulle capacità attoriali di Scarlett Jhoansson sulle quali inizio, peraltro, in parte, a ricredermi.
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Molto più convincente, anche sotto il profilo della sua caratterizzazione, è, invece, il personaggio di Vicky, che offre la possibilità di apprezzare le eccellenti capacità recitative della bellissima Rebecca Hall, nei cui occhi potrei perdermi per anni.
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Juan Antonio – Javier Bardem fa delle cose del tutto ingiustificate ed ingiustificabili (sempre, ovviamente, per quanto a conoscenza dello spettatore), soprattutto da quando entra in scena l’ex moglie Maria Elena, ma le capacità attoriali di Bardem, anche se messe duramente alla prova, sopperiscono le carenze di screenplay.
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6. Eventi: la goffa ri-mescolatura di quelli di Jules e Jim
Direi che abbiamo già abbondantemente argomentato questo elemento, in questa analisi, ma voglio, comunque, in questo paragrafo, sottolineare che, magari, nelle intenzioni del regista, la citazione era voluta, e forse era voluta proprio per farci apprezzare una sorta di decadenza e di perdita di spessore, di annacquamento, di certi intenti rivoluzionari nella società contemporanea.
Quasi come se lui, Woody Allen intendo, vero reale interprete di uno stile di vita sentimentale alternativo (si è sposato con una delle figlie adottive di una sua ex compagna Mia Farrow, vedete un po’), disprezzasse i goffi tentativi di certa borghesia di ricercare, senza averne le potenzialità emotive e celebrali, nuovi stili e nuovi equilibri di vita amorosi.
Per il resto, ripeto, l’intreccio narrativo di questo film non convince.
Forse il regista farebbe meglio fermarsi un paio d’anni a riflettere, ma so che non lo farà, ahimè.
7. Specifico del linguaggio audiovisivo
Allen sa usare, con maestria, la macchina da presa e, sotto il profilo squisitamente tecnico, il suo linguaggio audiovisivo ha una cifra tutta sua.
Nonostante le citazioni Allen ha uno stile inconfondibile, fatto non solo d’inquadrature raffinate, che rasentano a volte, persino, l’auto citazione, come nella particolare sequenza “rossa” della camera oscura, (un’altro esplicito riferimento al cinema della nouvelle vague ed al film di Jan Luc Godard “Un famme es un famme” in particolare) dove si assiste al celeberrimo bacio saffico tra Maria Elena e Christina, ma anche di sonori particolari, soprattutto musicali, come l’ossessiva e cantinelante canzone su Barcellona.
La direzione della fotografia di J. Aguirresarobe è notevole, non c’è che dire.
Nulla da eccepire, pertanto, al tocco del maestro che, però, se non adeguatamente supportato dallo screenpaly, rischia di scadere nel gioco di stile, privo dell’intensità drammaturgica, e del bilanciato rapporto tra suspance e sorpresa, ad esempio, di Match Point.
8. Conclusioni: il disprezzo del regista verso la borghesia americana ed in generale verso l’umanità
Presentato fuori concorso all’ultimo Festival di Venezia, è noto che è stato lo stesso sia stato girato soprattutto in virtù del fatto che il regista è stato chiamato dalla pro-loco catalana che gli ha chiesto sdi ambientare una sua opera a Barcellona al fine di rilanciarla e farle un po’ di pubblicità, elemento che ha scatenato, peraltro, non poche proteste in Spagna visti i finanizamenti pubblici catalani destinati al cinema quasi del tutto esauriti solo per uesto film, da parte di molti registi catalani.
E Woody, a cui non l’idea non è affatto dispiaciuta (figurarsi una bel viaggio in Spagna a spese della produzione del film in Spagna e per di più in compagnia dell’amata Scrlett), si è dichiarato disponibile.
Questo però non vuol dire che il regista non abbia approfittato dell’occasione per restituirci alcuni delle sue ossessioni di sempre come ad esempio la riporoposizione di un tema che già negli altri film europei avevo denunziato, ed, in parte, già anticipato in questa analisi.
Una sorta di disprezzo con il quale Woody Allen guarda ai suoi esistenti.
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Nel rappresentare la sua visione dell’evoluzione della società capitalistica, ed i suoi ultimi film sono tutti ambientati in contesti molto facoltosi, in una borghesia spesso vacua e superficiale (vedi il marito di Vicky che incarna maggiormente questo giudizio del regista), Allen non perde occasione per mostrarcene il lato peggiore. No, vi prego, non chiamiamo in causa anche Luis Buñuel.
E così, dietro la felice famiglia catalana che ospita le due ragazze, c’è un matrimonio in crisi, nel quale nessuno dei coniugi ha le palle per agire una decisione risolutiva.
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E così la determinata ed equilibrata Vicky scoprirà di essere lei la vera romantica fra le due amiche, ma, nel contempo, non avrà, nemmeno lei, il coraggio di abbandonare un matrimonio grigio, che le offrirà, però, la garanzia di una vita dorata dalla ricchezza.
E così Christina non avrà lo spessore sentimentale di vivere quella vita così diversa, e libera dalle rigide imposizioni sociali, che crede di desiderare.
C’è, peraltro, un personaggio che, probabilmente più di altri, interpreta il pensiero nascosto di Allen sulla società contemporanea.
E’ il padre di Juan Antonio, un poeta che, forse, ha addirittura avuto un rapporto amoroso con la ex moglie del figlio Maria Elena, che non pubblica le sue opere perché disprezza un’umanità che non è capace di amare.
Ecco io non lo so se sia davvero questo il vero grande limite della società capitalistica.
Non so nemmeno se esista ancora il capitalismo, a dire il vero, visto l’andare delle borse degli ultimi mesi, o quanto sia destinato a durare.
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Quello che so è che Woody Allen è un regista molto intelligente e capace e bravo e colto.
Ma che con questo film ci ha iniziato a stufare di nuovo.
Dovresti fermarti un attimo Woody. Girare un film ogni anno solo perché vuoi viaggiare in Europa in compagnia di Scarlett Johansson, e cercare di ri-evocare certi padri del nostro cinema, comincia ad essere davvero troppo poco.
Parafrasando, al contrario, un tuo celeberrimo film chiudo questo post chiedentoti: “Non provarci ancora, Woody“.
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