analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
Ibridazioni tra generi noir e thriller e l’ambiguità femminea
La doppia ora
titolo originale: La doppia ora
nazione: Italia
anno: 2009
regia: Giuseppe Capotondi
genere: Drammatico / Thriller
durata: 95 min.
distribuzione: Medusa Film
cast: Ksenia Rappoport (Sonia) • Filippo Timi (Guido) • G. Colangeli (prete anziano)
sceneggiatura: L. Rampoldi • A. Fabbri • S. Sardo
musiche: P. Catalano
fotografia: T. Radcliffe
montaggio: G. Notari
Trama: Sonia viene da Lubiana e fa la cameriera. Guido è un ex poliziotto e lavora come custode in una villa. Si incontrano in uno speed date. Lui è un cliente fisso. Per lei è la prima volta, e si vede. Poche parole, un’istintiva attrazione. In pochi giorni imparano a conoscersi, a svelare le proprie ferite. Sono sul punto di innamorarsi, quando Guido muore. Improvvisamente, durante una rapina nella villa che dovrebbe custodire. Sonia si ritrova da sola a elaborare un lutto di cui non riesce a trovare il senso. E di cui alcuni addirittura la ritengono responsabile. Mentre il passato di Sonia ritorna, con tutti i suoi nodi non risolti, la realtà che la circonda comincia a collassare, fino a crollarle addosso. Chi è veramente Sonia? E soprattutto, è davvero Guido quello che lei continua a vedere?
§§§
Introduzione
Inizio subito con il dire una cosa.
E’ raro vedere un debutto di un regista italiano ultimamente.
Ed è rarissimo che questa cosa coincida con una pellicola di livello.
Non è questo il caso di Giuseppe Capotondi, né quello di questo film per tutta una serie di ragioni.
Ne citerò tre che tenterò di argomentare e sviluppare in questa analisi.
La prima: l’impianto narrativo:
ibridazioni tra generi noir e thriller
ambiguità femminea dell’esistente Sonia e collocazione temporale della “crisi” del personaggio
ambiguità vs. doppiezza
La seconda: l’idea filmica di riprendere qualcosa che non è la realtà
La terza: gli aspetti inerenti la celata misoginia, legata ancora all’ambiguità femminea dell’esistente Sonia, del regista.
1. L’impianto narrativo
Chi mi legge lo sa. Amo molto la risoluzione delle problematiche che un buon impianto narrativo comporta, e, devo riconoscere, che se c’è davvero un aspetto di pregio, di questo lungometraggio, e, della sua indiscutibile atmosfera aurorale, che, spesso, accompagna le opere prime, è proprio quello inerente la sceneggiatura. Non a caso il film ha ricevuto una menzione speciale al Premio Solinas.
Ma perchè è interessante l’impianto narrativo de “La doppia ora“?
Per due motivi.
L’ibridazione, di notevole spessore, tra il genere thriller ed il genere noir.
L’ambiguità specificamente femminea, dell’esistente protagonista Sonia, interpretata, direi magnificamente, da Ksenia Rappoport, che si è conquistata, per questa parte, la Coppa Volpi alla recente Mostra di Venezia ‘67.
§§§
1.1 Ibridazioni tra genere noir e genere thriller
Il genere noir si differenzia dal giallo perché lo scopo del film non è, solamente, raccontare e risolvere un crimine. A fine storia lo spettatore deve riflettere, sulla base di ciò che ha visto, sulla realtà che gli sta intorno, deve analizzare il mondo che lo circonda in base alle informazioni che riesce a raccogliere dalle immagini, in modo tale che quasi la soluzione del crimine passi in secondo piano. Il noir tende ad avere più un antieroe come protagonista, invece dell’eroe del giallo. Ed è anche proprio la differenza tra i finali, che rende i due generi diversi tra loro, anche se, ovviamente, facilmente considerabili, comunque, contigui. Il finale giallo è, infatti in genere, un finale consolatorio, e frequentemente la soluzione del giallo riporta allo status quo. Il finale di un noir è, invece, sempre, poco consolatorio, a volte capita che addirittura non esista, o che non ci sia soluzione al l’intreccio della storia. Il punto di vista della narrazione, è l’altra differenza importante: il giallo è la storia raccontata dai buoni. Il noir è la storia raccontata dal punto di vista criminale … il tutto con le debite, ovvie, e dovute eccezioni.
La caratteristica comune delle opere appartenenti al genere thriller, e che lo distingue dal poliziesco, è quella di cercare di provocare nel lettore o nello spettatore una particolare tensione, la suspense, che può sfociare, a volte, anche, nella paura. Spesso lo spettatore assiste direttamente alla preparazione ed all’esecuzione di un crimine, subendo, pertanto, un forte coinvolgimento emotivo. Per raggiungere il climax gli autori utilizzano, più volte, tutti gli accorgimenti tipici di questo genere: accavallamento di più intrecci, personaggi che operano nell’ombra, sequenze al rallenty ed i cliffhanger.
I thriller si fondono, comunque, spesso con il giallo in senso lato, ma sostanziali sono le differenze nella trama. In un thriller, il protagonista deve spesso fermare i piani criminali dell’antagonista. Il pericolo e gli scontri, più o meno violenti, sono spesso elementi fondamentali della trama. Mentre nel giallo classico il climax viene, di solito, raggiunto quando il mistero viene risolto, nei thriller viene raggiunto quando il protagonista, alla fine, riesce a battere l’antagonista, salvando la vita a sé stesso, e, molto frequentemente, anche ad altri personaggi.
In effetti, chi assiste ad una proiezione de “La doppia ora“, assiste, di fatto, all’intreccio direi molto interessante, e spesso, peraltro, anche ribaltato rispetto agli archetipi fondanti, di queste due ontologie, che raramente, come in questa opera, vengono costantemente a mescolarsi, tanto che lo spettatore non riesce, per un lungo tratto del film, a comprendere, realmente, a quale di questi due generi sia, quantomeno prevalentemente, attribuibile il lungometraggio.
§§§
1.2 Ambiguità femminea dell’esistente Sonia e la collocazione temporale della “crisi” del personaggio
Questo è, direi, uno dei temi centrali del film, che riprenderò, anche, nell’ultimo paragrafo di questa analisi.
Calato nell’impianto narrativo, questo aspetto, è notevolmente ed abilmente, direi, dissimulato, probabilmente proprio perchè è la stessa Sonia – nella lunga “crisi” del suo personaggio, collocata, direi in maniera abbastanza ardua ed innovativa, all’inizio del film, con una soluzione che mi ha riportato alla mente, proprio per questa peculiarità narrativa, la costruzione dell’intreccio del film “Lantana” di Ray Lawrence (Australia – 2001) – a non averlo, persino lei, chiaro, a livello inconscio.
Nel contesto dello specifico aspetto inerente l’impianto del racconto, l’ambiguità femminea di Sonia, viene, più che altro, utilizzata per confondere lo spettatore, con espedienti che rendono molto arduo il processo d’infralettura narrativa.
Quella che sembra appunto “la crisi della protagonista“, ha, viceversa, delle spiegazioni assolutamente plausibili e corrette, che si esplicitano nella narrazione curiosamente assolutamente lineare dello sviluppo dell’intreccio.
E direi che questo specifico aspetto (rendere ardua l’infralettura), in una trama lineare, è quello che maggiormente rende pregevole il lavoro della sceneggiatura, che ha, secondo noi, giustamente ed ampiamente, meritato la menzione al Premio Solinas.
1.3 Ambiguità vs. doppiezza
Non è un caso, peraltro, e chiudo, che l’ambiguità si accompagni con il concetto di doppiezza, rievocata nel titolo, e nell’impossibilità (lieve anticipazione di destino degli esistenti), che, nonostante quanto Guido racconti, circa il possibile avverarsi dei desideri espressi nello scoccare della cosiddetta “doppia ora” (es. le 23:23), ciò di fatto, poi, non avvenga nella realtà.
Piccolo bit anticipatorio, che è, infondo, lo stesso Guido a regalarci, a guardare bene, con la sua ammissione che, secondo lui, questo mito, è solo una credenza priva di fondamento, alla quale lui, pertanto, non crede, convinzione, che, invece, (ennesima allitterazione sulla doppiezza), sarà egli stesso, di fatto, a smentire, con la sua ostinata, fino a rasentare l’ingenuità, fiducia, nella buona fede di Sonia che, a sua volta, in quanto a doppiezza, è, come dire, una sorta di archetipo junghiano.
§§§
2. Idea filmica di riprendere la non realtà
Un altro aspetto notevole, forse anche sotto lo specifico filmico, e non solo narrativo, è l’idea del regista (informazione molto spoiler attenzione), di riprendere – nel primo tempo del racconto – una sezione della vita della protagonista (che crea il presupposto per il primo grande colpo di scena e di snodo della narrazione degli eventi), che è si della vita della protagonista, ma che, rispetto a quello che lo spettatore è portato (genialmente peraltro) a credere, non corrisponde con la realtà con cui il film ha inizio.
Molto si è detto, e giustamente, parlando di “Bastardi senza gloria” di Quentin Tarantino, di quanto il cinema possa filmare persino un epilogo storico inesistente ed immaginario.
Molto si può dire, pertanto, della sua capacità di riprendere, in questo film, una condizione puramente mentale, che nessun umano se non, forse, attraverso una sua traumatica esperienza, riuscirà a fare mai entrare nel suo campo visivo (reale). Non intendo anticipare di più, per non sciupare la grande emozione, che, ad un certo punto lo svelamento di questa parte del racconto comporterà alla narrazione degli eventi, posso solo dire che mi ha particolarmente colpito.
E’ come se il racconto si traslasse su un piano sfalsato, e, per certi versi, parallelo alla vita degli esistenti, e conducesse, volutamente, lo spettatore a congetture, convinzioni, e conclusioni del tutto errate, rispetto a quelle che, invece, nello sviluppo dell’intreccio, si paleseranno come vere (nel senso di reali).
Qui, lo dobbiamo ammettere, il film raggiunge una lentezza forse appena eccessiva, ma nel contempo innesca una lunga serie di colpi di scena, davvero molto raffinati, che costringono lo spettatore a rimettere in discussione un po’ anche molti aspetti valoriali, di un po’ tutti gli esistenti.
Notevole non c’è che dire.
§§§
3. Misoginia celata del regista
Quando parlo di misoginia del regista, sia chiaro, non dico che, necessariamente, Giuseppe Capotondi sia un misogino.
Per misoginia, infatti, normalmente s’intende (dal greco μισεω miseo, io odio e γυνη gyne, donna), un’esagerata avversione nei confronti delle donne.
Generalmente da parte di uomini, più raramente da parte di donne.
Spesso è usato come sinonimo o rafforzativo di maschilismo. I due concetti possono essere separati considerando la misoginia come un atteggiamento individuale e il maschilismo (da quale la misoginia può semmai derivare), come un sistema di valori che considera le donne inferiori all’uomo, e che perciò, secondo le teorie del femminismo, va riconosciuto come una vera e propria teoria politica, alla pari del razzismo o dell’antisemitismo, che mira alla sottomissione delle donne.
Qui, a guardare meglio, stiamo probabilmente parlando invece di una misoginia legata al concetto di ambiguità femminea.
Quindi non un’avversione tout court, quanto, piuttosto, una visione molto precisa, anche nell’iconografia pittorica del ‘500, in cui la donna, e la sua potente attrazione virginale, portano l’uomo all’errore, e, spesso alla sofferenza.
Potremmo dire che lo sviluppo valoriale dell’impianto narrativo, ci porta a contatto con esistenti femminili che non rappresentano, come peraltro abbiamo visto essere coerente con lo specifico filmico del genere noir, personaggi positivi.
La donna o è ambigua (Sonia), o, peggio, è vacua (Margherita).
Sonia, a guardarla bene, è una personache ha nella sua natura – ed è questa, forse, potremmo dire, l’unica attenuante ai suoi comportamenti, essendo la stessa, probabilmente, assai più forte della sua stessa, inconscia, volontà – unacostante capacità di provocare il male delle persona che, invece, dovrebbe amare.
Il padre prima.
[Altro rapporto archetipale ben accennato, ma non altrettanto bene sviluppato, se non in una prospettiva oserei dire didascalica, e, forse, eccessivamente di maniera].
Guido poi.
L’uomo che l’ama, la sceglie (lui si), e che la salva, persino.
La donna, in pratica, che alla fine si rivela in una prospettiva assai contigua al volto che del femmineo che il geniale regista danese Lars von Trier,da anni cerca di trasferirci, con ben diversi, (e che diversità), toni formali.
E cioè:
la donna come causa primaria della sofferenza dell’uomo.
Ma volutamente mi fermo qui, perchè questo aspetto, che intendiamoci è sicuramente presente, non è probabilmente la chiave di lettura più appropriata per descrivere l’opera, che la sfrutta e l’adopera per costruire, assai sapientemente, peraltro, il sempre difficile rapporto tra suspance e sorpresa.
Che rimane, e lo dobbiamo proprio ammettere, una delle cose probabilmente più pregevoli del film, unitamente alle capacità attoriali non solo di Ksenia Rappoport (Sonia) e di Filippo Timi (Guido), ma un po’ di tutti quanti gli altri attori del film, e questo, sicuramente, per merito della eccellente capacità di Capotondi di dirigerli sul set.
Anche se la storia viene narrata, direi quasi esclusivamente, per il tramite dei due soli esistenti protagonisti, elemento che rende, pertanto, ancora più difficoltosa, la restituzione, allo spettatore, di questo specifico aspetto d’impianto narrativo.
Degna di nota anche la direzione della fotografia affidata a Ted Radcliffe, sia per le scene sgranate e volutamente sovraesposte delle sequenze iniziali, sia per il risultato complessivo dell’opera, che tocca aspetti molto specifici dei generi, e soprattutto per i chiaro scuri, quasi caravaggeschi, di alcune inquadrature, che suggellano le luci e le ombre di questa, veramente ben narrata, storia a sfondo noir, che consiglio a tutti di vedere.
§§§
4. Curiosità cinephìle – già richiesto un remake made in USA del film
Chiudo con una curiosità cinephìle. Aumenta il numero di compratori statunitensi interessati a realizzare un remake a stelle e strisce di questo film … notevole risultato rebus sic stantibus … non vi pare?
analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
Francia / Italia – 2006
L’arte del sogno
titolo originale: The Science of Sleep
nazione: Francia / Italia
anno: 2006
regia: Michel Gondry
genere: Commedia
durata: 105 min.
distribuzione: Mikado Film
cast: G. García Bernal (Stéphane Miroux) • C. Gainsbourg (Stéphanie) • Miou-Miou (Christine Miroux) • A. Chabat (Guy)
sceneggiatura: M. Gondry
musiche: J. Bernard
fotografia: J. Bompoint
Trama: Stéphane è un giovane timido e impacciato, con una fervida immaginazione: vive in un mondo eccentrico, in cui sogno e realtà si confondono. Giunto a Parigi con la speranza di poter diventare un grande illustratore, dovrà fare i conti con un impiego monotono e noioso. Le cose sembrano finalmente cambiare quando Stéphane incontra la sua vicina di casa Stéphanie: i due si conoscono e si piacciono. Stéphane rende Stéphanie partecipe dei suoi processi creativi e delle invenzioni del suo mondo immaginario, lanciandosi in una meravigliosa storia d’amore senza le limitazioni della realtà.
«Hai mai fatto un sogno tanto realistico da sembrarti vero? E se da un sogno così non ti dovessi più svegliare? Come potresti distinguere il mondo dei sogni da quello della realtà?»
by Matrix di Andy e Larry Wachowsky – Morpheus
Grazie all’interessamento di una lettrice, francese, del blog ho riscoperto questo vecchio post del 2007. Decido di ripubblicarlo perché, proprio in questi giorni su Sky, stanno trasmettendo l’ultimo suo film “Be Kind Rewind – Gli acchiappafilm” sul quale, pur avendolo visto in sala, non ho scritto analisi. Lo faccio perché la ritengo una delle mie migliori recensioni, per una serie anche lunga di motivi, che sarebbe complesso ed inutile citare. Tra l’altro cosa non da poco in questo film recita come attrice nel ruolo di protagonista femminile la recentissima palma d’oro Charlotte Gainsbourg molto apprezzata da queste parti.
Per chi non l’avesse ancora letta, pertanto, buona lettura.
Introduzione
Non è facile affrontare in un post la complessità di un regista creativo come Michel Gondry, eppure qualche idea, sul suo cinema, me la sono fatta sia vedendo i suoi film, e sia leggendo qua e la cose su di lui.
Ed ho anche alcune teorie specifiche sull’ultima sua opera (che è in realtà un progetto antecedente ad “Eternal sunshine of the spotless mind“, il lungometraggio che lo ha reso celebre al grande pubblico, che ha conquistato un Oscar per la migliore sceneggiatura originale e altre due nominations agli Academy Awards, nonché quattro altre nominations ai Goden Globe).
Ed allora, mi dico, sono pronto a scriverne nel blog per condividere con i miei lettori le mie strampalate teorie.
In questo post:
realtà mediata dalle tecnologie – l’esperienza di video-clipper del regista e conseguenti contaminazioni sul linguaggio audiovisivo
la trama non lineare, ma non composta tramite anacronie, della struttura narrativa
la post-modernità degli esistenti
la citazione di Metropolis di Fritz Lang in “The science of Sleep”
il romanticismo nell’eroe gondriano
rapporto tra realtà e sogno nel cinema Gondry – interessanti esercizi d’inversione
rapporto tra cinema e filosofia – cinema e psicanalisi e mito del genio incompreso.
Mi sembra sia tutto.
Allora procediamo con ordine.
§§§
1 – Realtà mediata dalle tecnologie – l’esperienza di video-clipper del regista e conseguenti contaminazioni sul linguaggio audiovisivo
Devo aver letto, da qualche parte, che esiste una generazione di registi e di sceneggiatori che è nata con il computer tra le mani. Questa sorta di nouvelle vague sarebbe facilmente identificabile dal fatto che tra loro e la conoscenza della realtà si sarebbe, di fatto, frapposto un media, quello del computer e più in generale quello del video.
Io credo sia vero, e penso, anche, che pellicole come Matrix, dei fratelli Andy e Larry Wachowsky non sarebbero proprio mai nate in assenza di tale presupposto.
Così oggi mi sono preso la briga di verificare la data di nascita di Michel Gondry, che, in parte, smentisce questa teoria anche se.
Anche se il rapporto tra il geniale regista francese nato a Versailles l’8 maggio del 1964, e la sua vita, è mediato, sicuramente, dall’esperienza di musicista e di regista di videoclip musicali. E dire videoclip / video e dire computer è un po’ come dire la stessa cosa.
Dunque quando Stéphane, l’esistente protagonista del film “The science of Sleep” – titolo di vaga ispirazione shakespeareana, se è vero che in un passo del celebre monologo dell’Amleto l’atto di dormire(insieme al sognarema guarda) è visto come una possibile via di fuga al dilemma esistenziale del protagonista – parla all’ipotetico pubblico attraverso la trasmissione televisiva (TV Stéphane) della sua vita trovo, come dire, non solo confermate certe intuizioni, ma addirittura amplificate se non esasperate.
Peraltro va detto che Stéphane suona la batteria e questo non è affatto un caso, visto che Gondry ha iniziato la sua esperienza di artista proprio con tale strumento.
Dunque tutti i suoi intenti visivi, creativi non sono altro che una proiezione di quelli del regista, che dimostra con questo film, anche, la sua totale emancipazione dall’amico sceneggiatore Charlie Kaufman (“Eternal sunshine of the spotless mind“). Posso solo dire, al riguardo, che l’intero impianto narrativo mi è sembrato forse addirittura superiore al film precedente. Particolarmente ben scritti, infatti, mi sono parsi (a differenza di Eternal), anche gli esistenti minori, che svolgono assai bene la loro funzione drammaturgica, creando i giusti contrappunti caratteriali, e che sono costruiti ben calibrando gli elementi di conflitto narrativo necessari e coerenti con gli obiettivi dell’intreccio.
La contaminazione del linguaggio del video musicale è evidente proprio per la peculiarità della struttura narrativa che compone, in effetti, una storia in cui l’elemento oniricoè la giustificazione formale per sperimentare una trama che non si svolge su un piano lineare, pur senza proporre soluzioni anacroniche infrattive né diegetiche né extradiegetiche, anche se ogni sequenza può apparire extradiegetica rispetto alla precedente.
§§§
2. La trama non lineare, ma non composta tramite anacronie, della struttura narrativa
Gondry riesce cioè a far evolvere una storia non attraverso una sequenza di scene rigorosamente cronologicamente successive nell’asse spazio tempo, nè strettamente coerenti su un piano di sviluppo dell’intreccio, ma più che altro sfruttando il fatto che il film scorre davanti agli occhi dello spettatore, semplicemente attraverso la sua proiezione.
Questa opzione introduce il vero elemento centrale del materiale usato dal regista francese: il sogno (ovvero “La scienza del dormire“).
In effetti il sogno, proprio come il film di Gondry, non si pone alcuna questione di struttura narrativa né di coerenza di ambientazione.
Nel sogno noi possiamo uscire da una stanza della nostra casa e trovarci nel nostro ufficio, oppure possiamo credere che esista un modo di collegare un cervello ad un altro (e qui si anticipa in parte anche la citazione di Fritz Lang) attraverso un telefono o altre strampalate invenzioni.
In questa relazione, quasi alchemica, tra lo specifico filmico di Gondry ed il sogno, si chiarisce, senza alcun dubbio, la contaminazione tra linguaggio video-clipper e linguaggio audiovisivo cinematografico.
Una escamotage, bisogna ammetterlo, geniale.
Una sequenza predittiva, di vago sapore meta-linguistico, che ci parla delle ibridazioni tra i generi è quella ricorrente in cui Stéphane usa una videocamera di cartone, per costringere i protagonisti della sua vita a fare delle cose che lo spettatore vedrà poi reali all’interno del video.
3. La post-modernità degli esistenti
Qui s’introduce un altro elemento fondante il cinema di Gondry: la post modernità degli esistenti.
Le caratteristiche che definiscono, accomunandole, le situazioni in cui spesso si trovano gli esistenti di Gondry, risentono fortemente della loro post-modernità.
Lo sono, ad esempio, le situazioni familiari ed affettive. Gli esistenti di Gondry non hanno espliciti legami familiari, vivono spesso da soli, e si trovano anzi frequentemente schiacciati dalle loro responsabilità, che non sempre sanno come affrontare.
Lo sono, ancora, gli elementi tecnologici con cui Gondry costringe le loro azioni. Penso all’invenzione di cancellare i ricordi in “Eternal Sunshine“, o alle strampalate macchine inventate di Stéphane in “The science of Sleep“. Come non citare la macchina del tempo che viaggia nel passato e nel futuro per un secondo, o gli occhiali che rendono tridimensionali i quadri?
4. La citazione di Metropolis di Fritz Lang in “The science of Sleep”
Nei continui riferimenti agli elementi post-moderni del cinema di Gondry non sono riuscito a non leggere, in alcune sequenze di “The science of Sleep“, una citazione, non so quanto consapevole o inconsapevole (io propendo per la prima tesi), della pellicola di Fritz Lang: Metropolis.
In effetti, per chi ha visto tale opera i riferimenti potrebbero essere molteplici. Mi limiterò, però in quest’analisi, a citare la vista della metropoli che Stéphane ricostruisce, disegnandola, durante un suo sogno in cui immagina di liberarsi del suo datore di lavoro (liberarsi cioè dall’alienazione).
E’ come se Gondry lavorasse sul sogno, non visto, della inquietante pellicola di Lang. (Anche la sequenza in cui prorompe nell’ufficio con delle mani enormi va intesa in questa direzione).
Ed ecco che l’immagine futuristica (e post-moderna) della metropoli asfissiante ed alienante di Lang, diventa, nel film di Gondry, quasi un cartoon, materia attraverso la quale l’esistente protagonista anestetizza tutte le sue angosce e la sua insicurezza, rivestendole della fantastica materia immaginifica e trascendente del sogno. (Si pensi, a tal proposito, anche ad altre grottesche citazioni di genere come l’irresistibile sequenza dell’inseguimento tra Stéphane e la Polizia con auto di cartone, nella quale si confermano altre due mie intuizioni: la relazione tra cinema e psicoanalisi, ravvisabile nel poliziotto che assume le sembianze del compagno guru della madre, e dell’inversione tra realtà e sogno, ravvisabile nella rottura del parabrezza inesistente).
Come dire che Gondry non si preoccupa tanto della ortodossia formale verso l’atto della citazione, quanto, piuttosto, di tentare una equilibristica operazione di traslazione anche di questa, sul piano surrealmente onirico di cui nutre, e mi ripeto, il suo specifico filmico.
5. il romanticismo nell’eroe gondriano
Si sente spesso dire che i film di Gondry siano romantici.
Personalmente ritengo che questa affermazione sia assolutamente corretta sia su un piano letterario, sia su quello filmico.
Per romanticismo, infatti, si suole intendere un movimento che storicamente nacque come opposizione all’illuminismo. Rispetto a quello di matrice illuminista, l’eroe romantico esalta il sentimento, l’arte, il genio e l’individualità controla ragione. Va aggiunto che nella poetica romantica uno dei temi ricorrenti è quello dell’armonia tra l’uomo e la natura.
Sapete trovarmi, dunque, un eroe più romantico di Stéphane?
Va anche detto, sotto un profilo di estetica-cinematografica, che proprio nelle sequenze in cui vediamo Stéphane volare intravedo, come dire, una sottolineatura formale della coerenza tra lo specifico filmico gondriano e la poetica dell’eroe romantico. Così come pure, in tale accezione, risultano essere romantiche: l’abbandono dei costosi effetti speciali digitali utilizzati in “Eternal Sunshine“, ed il recupero di automazioni tradizionali che restituiscono alla pellicola una magia di vago sapore vintage. Il mare della barchetta di Stéphanie e l’acqua che esce dal rubinetto, realizzati con il cellophane, come nei cartoni animati russi, credo possano essere, sin da ora, consegnati di diritto alla storia del cinema, archiviati alla voce di quello post-moderno di Gondry.
Vorrei, però, adesso soffermarmi ancora, per qualche rigo, sulla relazione tra realtà e sogno.
§§§
6. Rapporto tra realtà e sogno nel cinema Gondry – interessanti esercizi d’inversione
Se si torna con la mente al film “Eternal Sunshine” e lo si mette in relazione con “The science of Sleep“, si scopre che, in entrambe le pellicole, Gondry condiziona lo sviluppo dell’intreccio proprio attraverso l’utilizzo di un luogo non fisico ma immaginario, cioè non composto da una realtà fenomenica, quanto piuttosto dalla mente degli esistenti.
In “Eternal Sunshine” la materia usata sono i ricordi, in “The Science of Sleep” abbiamo detto, il sogno.
E così come in “Eternal Sunshine” l’obiettivo delle sperimentazioni tecnologiche era quello d’invertire il segno della realtà, cancellando i ricordi, in “The Science of Sleep” Gondry si supera. Il suo obiettivo non è più limitarsi ad invertire di segno la realtà, quanto piuttosto, quello di creare un mondo che è il frutto di una ibridazione continua tra le due dimensioni.
In questa relazione, Gondry si diverte creando un gioco, quasi maniacale, di ribaltamento, continuamente inserendo: nel sogno segni reali (si pensi alla foresta o al pony o che che diventano veri), e, nella realtà, segni onirici (si pensi al pupazzo del pony che, grazie ad un complesso algoritmo d’invenzione di Stéphane, cavalca in modo assolutamente realistico, ed in ogni caso mai possibile, per un giocattolo).
Cosa vuole dirci Gondry attraverso la necessità d’invertire e di confondere la realtà con il sogno?
E’ come se egli anticipasse un tema che è l’intima relazione che lega il suo specifico filmico ad altri due elementi:
quello filosofico e
quello psicoanalitico, l’uno mistificato nell’altro.
§§§
7. Rapporto tra cinema e filosofia – cinema e psicanalisi e mito del genio incompreso
La ricerca filosofica di Gondry si basa sul desiderio, borderline tra intenzione artistica e speculazione filosofica, di governare la casualità attraverso processi mentali che riescano a risolvere il dilemma esistenziale dei suoi esistenti. (“Metti il bianco in modo casuale, è difficile riprodurre la casualità, l’ordine emerge sempre”).
“Come posso riuscire a sopravvivere in questo mondo a me così ostile?”
Tutta la sperimentazione artistica di Gondry mi appare, in questa prospettiva, come un interessantissimo esercizio stilistico fatto d’infinite variazioni sul tema, tutto proteso verso il tentativo di trovare una risposta a questa domanda.
Quasi come se all’interno dell’eclettismo intellettuale, creativo, artistico di Gondry si celasse, invece, un profondo senso di insicurezza / inadeguatezza (forse un vago riferimento esistenzialista), che egli, quasi inconsapevolmente, riflette nella motivazione all’azione dei suoi esistenti, attraverso una sorta di coazione a ripetere il mito del genio incompreso.
Gondry nutre sicuramente una grande fiducia nella sua arte ma trasferisce, ai suoi esistenti, l’insicurezza che probabilmente egli stesso vive.
Questo chiarisce, in parte anche giustificandolo, il vissuto della romanticaconquista dell’amore da parte dei suoi esistenti protagonisti.
Una conquista sempre molto sofferta ed ostacolata, non tanto perché non alla loro portata, quanto, piuttosto, a causa dei limiti che gli stessi si auto-infliggono probabilmente perché condizionati da non indagate, filmicamente, carenze affettive nelle loro età giovanili. (Probabilmente un inconscio riferimento auto-biografico, che Freud, non certo io, collegherebbe, che so, al bisogno di conquistare l’affetto della madre, o a quello di sedurre una donna a fini sessuali).
L’afasico rapporto tra la sua intelligenza ed il mondo, è giustificata dal gap tra l’altrettanta assoluta intelligenza ed unicità dei suoi esistenti protagonisti, e l’universo del loro quotidiano.
Interessante, a questo proposito, è la relazione tra questi ed il loro contesto lavorativo, tema in parte già sviluppato nel paragrafo dedicato alla post-modernità.
La speculazione filosofica sublima, quasi come mistificata in questa seconda scorza, in un’altra chiave di lettura dello specifico filmico gondryano: il rapporto tra il suo cinema e la psicoanalisi.
Il cinema di Gondry, infatti, è come se si rivolgesse, con una purezza ed una commovente (si commovente) intensità romantica oltremodo rare, istrionicamente, ad un ipotetico spettatore psicoanalista, al quale l’artista pare quasi smanioso di mostrare il suo prorompente inconscio desiderio di mettere a nudo il suo bisogno di comprensione (si pensi alla sequenza in cui Stéphane chiede a Stephanie di fare finta di non averlo visto, rannicchiandosi nel letto).
E qual’è lo strumento, normalmente usato in psicoanalisi, per consentire l’attivazione del presupposto terapeutico della guarigione?
Elementare, il sogno.
Nell’esercizio terapeutico del sogno, infatti, Gondry risolve, in nuce, il suo personale bisogno di comunicazione e di condivisione della sua incontenibile creatività artistica ma, anche, su un piano più strettamente drammaturgico, la catarsi dei suoi esistenti che riescono, così come nella scena finale de “The science of Sleep“, a vedere realizzati, come se quella di sognare fosse davvero una scienza alchemica, i loro più intimi, inconfessabili, ma, al dunque, non impossibili desideri.
analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
Danimarca / Germania / Francia / Italia – 2008
Il disturbato ed esoterico mondo di Lars von Trier – a cura di Roberto Bernabò
titolo originale: Antichrist nazione: Danimarca / Germania / Francia / Italia anno: 2008 regia: Lars von Trier genere: Porno-Horror / Drammatico durata: 104 min. distribuzione: Key Films cast: Wiliam Dafoe • Charlotte Gainsbourg sceneggiatura: Lars von Trier fotografia: Anthony Dod Mantle montaggio: Anders Refn
Trama: “Antichrist” si basa sulla teoria secondo la quale sarebbe stato Satana e non Dio a creare il mondo. Una coppia che sta cercando di superare il lutto della morte di un figlio, si rifugia nell’”Eden”, la loro isolata casa nei boschi, nella speranza di risolvere i loro problemi e salvare il loro matrimonio. Ma la Natura farà il suo corso, e le cose volgeranno presto dal male al peggio …
“Una donna che piange è una donna che trama“
1. Introduzione
E’ inutile nasconderlo.
Seguo questo regista da molto tempo.
Ogni suo film è, per me, motivo di entusiasmo.
Quando esce una sua opera, rimango emozionato e attendo, con ansia, la visione in sala di una sua proiezione.
Nel caso di specie, poi, attendevo questo Antichrist addirittura da anni, e la prova è qui.
In quest’ultima pellicola, noto, però, una significativa divergenza, rispetto a tutta l’opera precedente del regista. Ma forse anche no, come mi piace, spesso, dire.
La verità è come se il maestro avesse avuto bisogno, tramite questo lavoro, di liberarsi di alcune sue fobiche ossessioni.
Quasi come se, nella rappresentazione dei quadri che compongono, soprattutto visivamente, la storia, egli avesse voluto fare, direi definitivamente, i conti con i suoi demoni, le sue manie, le sue allucinanti ed allucinate visioni della vita e dei temi che, quasi come un atto compulsivo agito attraverso una sorta, d’inconscia, coazione a ripetere, ritornano, come una cifra distintiva, nelle sue pellicole.
Un film che è limitante circoscrivere ad un genere (certo, compreso quello esoterico), e che è impossibile descrivere, senza cercare di trattare, quasi con paranoica pazienza, il linguaggio evocativo e simbolico, che da sempre caratterizza lo specifico filmico del regista, ma che, nel caso di specie, diventa il suggello formale più importante, che ci aiuta a ricondurre quest’opera, ad una ristretta cerchia di registi, dal maestro Andrei Tarkovsky, a cui il regista danese ha dedicato, non a caso, il film, a Stanley Kubrick ed all’ultimo Francis Ford Coppola, che hanno usato il cinema quasi e più, come una tela pittorica, che come, solo, un luogo di narrazione.
In questo post:
1. Introduzione
1.1. Circa il significato di simbolo e di allegoria
1.2. Differenze tra simbolo ed allegoria
2. Prologo – I significanti anticipatori della sequenza iniziale
3. Capitolo 2 – Dolore
4. La sofferenza psichica come dante causa dei temi sviluppati nell’opera e della Natura in particolare
5. “Capitolo 3 – Pena: il caos regna e Capitolo 4 – Disperazione”
5.1. Eden e Albero
5.2. Capitolo 4 – Disperazione
5.2.1. Il piede
5.2.2. Satana
6. “L’epilogo”
7. La scena finale – il femmineo assoluto – chi è l’Anticristo?
7.1. Un apparente errore formale ci svela un dettaglio sul rapporto dualismo vs. unicità
8. Conclusioni
§§§
1.1. Circa il significato di simbolo e di allegoria
La parola “simbolo” deriva dal latino symbolum ed a sua volta dal greco σύμβολον súmbolon dalle radici σύμ- (sym-, “insieme”) e βολή (bolḗ, “un lancio”), avente il significato approssimativo di “mettere insieme” indica in origine un rapporto che si istituisce tra due oggetti ed entità separate, quasi fondendole insieme: ma essa è passata molto presto a definire aspetti essenziali della comunicazione e del pensiero umano, dando luogo ad accezioni molto diversificate e contrastanti.
Si ha un simbolo quando si dà un rapporto piú profondo tra significante e significato, quando l’oggetto che rappresenta un altro oggetto è legato ad esso da rapporti di somiglianza, da qualcosa di piú intimo, che può essere anche assai vago e indeterminato e può richiamare valori profondi, non immediatamente manifesti nel linguaggio comune.
Quando per esempio si prende l’agnello come simbolo di Cristo, non si presuppone semplicemente che la figura dell’agnello indichi Cristo, ma che tra l’agnello e Cristo ci sia un legame profondo, determinato dalla mansuetudine e dal sacrificio: l’uso del simbolo è legato al proposito di attribuire alle cose e alle figure della natura un valore, che va al di là della loro immediata apparenza, che rinvia alle forme rituali o a un significato occulto della realtà, che non può essere immediatamente designato, ma che deve essere raggiunto indirettamente, per via obliqua.
Il rapporto tra la figura simbolica e il suo significato si costruisce attraverso il principio dell’analogia (parola che in greco ha il significato originario di “proporzione”), che mette a confronto due domini diversi della realtà, istituisce un legame mentale tra cose che di per sé non avrebbero alcuna relazione tra loro; è lo stesso principio su cui si costruisce la figura retorica della metafora. Il simbolo può essere definito anche come potenziamento della metafora, sua trasformazione da semplice figura retorica a rivelazione di realtà e valori profondi, a immagine stabile e assoluta.
La produzione di simboli è un’attività fondamentale in ogni tipo di società umana e costituisce una delle basi essenziali dello sviluppo della conoscenza, che prende le mosse proprio dal tentativo di trovare rapporti e associazioni tra le cose, di individuare somiglianze tra le realtà piú lontane: il simbolo è pertanto lo strumento determinante delle forme di coscienza mitiche e rituali, e svolge naturalmente un ruolo essenziale nella religione, nella filosofia, nella letteratura, nelle arti. Alcuni orientamenti filosofici fanno risalire tutta la cultura umana, le forme di coscienza e di immaginazione, i modelli di comportamento, all’attività simbolica, all’istituzione di rapporti continui tra parole, cose, oggetti, sfere diverse dell’esperienza, che in ultima analisi sfuggono alla mera descrizione verbale.
1.2. Differenze tra simbolo ed allegoria
Un simbolo è qualcosa di più concreto, statico, assoluto rispetto all’allegoria.
Per esempio, un’aquila può essere simbolo di regalità, di forza, ecc.
Anche un’aquila in volo o in un’altra azione generica spesso ha valenza di simbolo, indipendente dal contesto entro il quale viene posta.
Quando invece il contesto è basilare nell’interpretazione si parla di allegoria.
Un’aquila che, all’interno di una narrazione, scenda dal cielo e faccia una serie di azioni significative può rappresentare un’immagine più complessa (ad esempio simboleggiava il Sacro Romano Impero e in base alle azioni che può compiere nello specifico si può estrapolare una situazione politica specifica).
Spesso l’allegoria, nella sua complessità maggiore, ha un’interpretazione “soggettiva”, cioè legata al tipo di lettura che se ne fa.
Il legame tra oggetto significato e immagine significante nell’allegoria è arbitrario e intenzionale, a differenza del simbolo in cui è piuttosto convenzionale.
Nell’allegoria non può essere decodificato in maniera intuitiva e immediata, ma necessita di un’elaborazione intellettuale. L’allegoria è comunque sempre “relativa” (al contrario di “assoluta”), ovvero è suscettibile di una discussione critica nella fase di interpretazione.
§§§
In questo post cercherò, pertanto, di restituire, attraverso la mia analisi, alcuni degli elementi che ritengo di avere individuato a proposito di questo film, che personalmente, considero un capolavoro, e forse uno dei più bei lungometraggi del maestro, a dispetto delle poco entusiaste, ma anche poco competenti critiche, che la pellicola ha raccolto, dalla sua uscita a Cannes e nelle sale, anche se l’attrice Charlotte Gainsbourg ha vinto, direi più che meritatamente, la palma d’oro come migliore attrice protagonista.
Prima, però, di addentrarci nell’analisi è necessario chiarire, preliminarmente, che Antichrist non è certo un film per tutti.
Lo stesso regista ha affermato di averlo scritto, esclusivamente, per se stesso, durante un periodo di depressione.
Noi, che lo seguiamo, ribadisco, da anni, crediamo che ci abbia trasposto le sue paure ed una visione della natura umana molto poco ortodossa.
Lo ha fatto girando una pellicola non molto lunga (100 minuti), ma estremamente intensa. Lo ha fatto di getto, senza pensarci troppo; lo ha fatto con estrema naturalezza e sincerità, mettendo in scena i suoi incubi senza censure né coperture. Senza temere le incomprensioni, anzi: con l’orgoglio (per alcuni la presunzione), di chi sostiene di essere il “miglior regista di sempre” e di scrivere, niente meno, che per ispirazione divina.
§§§
2. Prologo – I significanti anticipatori della sequenza iniziale
Il film ha inizio (la cosa è spolier ma non più di tanto) con una sequenza in bianco nero girata al rallenty (scelta formale precisa, nel senso che dilata l’azione rispetto al tempo dello spettatore, ed, anche, rispetto al tempo reale dell’azione stessa), nella quale assistiamo a due riprese, montate con un classico incastro non lineare, una di un uomo ed una donna (Wiliam Dafoe e Charlotte Gainsbourg, gli esistenti protagonisti della pellicola), che stanno facendo l’amore, e loro figlio che, svegliatosi durante l’amplesso, riesce a sporgersi da una finestra aperta della loro casa, e muore, cadendo nel vuoto, proprio mentre i genitori raggiungono l’orgasmo.
Attenzione, a guardare bene, non c’è dolore in questa scena.
Anzi.
Il bambinorespira la libertà. Cade la neve fuori e, d’un tratto, cade anche lui. Muore. Col suo peluche vicino. Soffice, sulla neve.
Questa sequenza ha già in se gran parte dei temi che saranno sviluppati nell’intreccio narrativo, che sarebbe impossibile comprendere, senza cercare di coglierne i significanti simbolici ed allegorici.
In primo luogo l’immagine di “tre mendicanti” (the three beggars). I loro nomi (dolore, ansia, disperazione; pain, grief, despair in inglese), appaiono sulle statuette che il bambino in questa, solo apparentemente dolente sequenza, getta a terra, prima di cadere dalla finestra, nomi che ritorneranno sulle carte che la donna aveva ritagliato per la sua tesi, accompagnati dalle figure di tre animali (volpe, corvo, daino).
Un frammento tanto rivelatorio quanto anticipatorio di quello che accadrà, a breve, nella vita degli esistenti protagonisti.
Senza considerare che la donna, ma questo verrà rivelato con un flashback assai più avanti, vede benissimo il figlio salire sul mobile e sporgersi nel vuoto, senza che questo le darà modo di salvarlo (motivo che, nel terzo tempo del film, scatenerà la sua follia, e che anticipa il complesso ruolo del femmineo nella visione alchemica del regista).
Il numero tre e queste statuette ritorneranno più volte nella trama, divertitevi a scoprire dove.
La sequenza si svolge mentre l’unica traccia audio non è rappresentata dai rumori in presa diretta delle due distinti azioni, ma da un’aria dell’opera di George Frideric Handel “Rinaldo“, libretto di Giacomo Rossi, dal titolo “Lascia ch’io pianga“.
Di una bellezza struggente, che, a leggere il testo, non stride con la drammaticità degli eventi narrati (e anche con quelli che saranno narrati) ma che, anzi, li descrive e li contiene tutti:
Lascia ch’io pianga la cruda sorte,
E che sospiri la libertà!
E che sospiri, e che sospiri la libertà!
Lascia ch’io pianga la cruda sorte,
E che sospiri la libertà!
Nei significanti di questa sequenza – che, ripeto, racchiude già gran parte del senso dell’opera, compresa la complessa relazione tra il regista danese, il sesso, e la donna intesa come il femmineo, come volto divino, ed, al tempo stesso, satanico, agente attivo del dolore della condizione dell’uomo sulla terra - non è arduo azzardare un riferimento alla genesi del mondo, ed al mito, esoterico, della creazione.
Nelle due sequenze, infatti, durante l’atto sessuale dei genitori, un bambino, il loro figlio, muore.
Quasi a ricordarci che, nella visione esoterica della creazione, l’atto della genesi è un atto impuro (la sua purificazione è, forse, anticipata sua dalla bottiglia d’acqua che cade sui coniugi, e dai panni lavati dalla lavatrice, con cui tale sequenza si chiude, non priva di ulteriori significanti alchemici n.d.r.), dal quale deriva un’opera imperfetta (il creato) ed, in essa, la condizione di dolore, ansia, disperazione, cui è costretto l’uomo fatto ad immagine e somiglianza del suo creatore.
Ma è già anticipata, anche, ripeto, la visione che del femmineo il regista ha.
Una visione spesso confusa con misoginia, e, che, nella sequenza finale, si chiarirà direi in una maniera che, mai prima d’ora, era stata così esplicita e definitiva.
§§§
3. Capitolo 2 – Dolore
Dopo l’evocativa sequenza in bianco nero, il film viene filtrato, nel primo degli atti che compongono la storia, in un’ambientazione assolutamente claustrofobica.
L’appartamento dei due genitori, ormai privi del figlio.
Qui scopriremo altri segni allegorici.
La prima cosa di cui prendiamo atto è che mentre la donna soffre pene indicibili per la perdita del figlio, l’uomo no.
Io azzardo che già da questa sequenza, il film si trasla in una prospettiva che non è più (quanto meno non più solo) narrativa, ma è assai più simbolica e filosofica.
Gli esistenti assumono una collocazione precisa, che aiuterà Lars von Trier e rappresentarci (è il caso di usare questo termine), alcune sue radicali ossessioni.
Se la donna prova dolore, è lei che ha in se la pietas, mentre l’uomo rappresenta, sicuramente, la parte razionale della visione del dualismo divino.
L’una, il dolore, che prova ma, anche, che infligge, (non è forse lei ad ammettere di conoscere il fatto che il bambino si svegliava di notte e si allontanava?
E non è forse lei a vestirlo con le scarpe al contrario deformando i suoi piedini come risulterà dal referto dell’autopsia?
E non sarà lei a martirizzare il marito?
E non sarà – sempre e solo lei, ultimo tassello di un mosaico che il regista compone assai lentamente – a vedere il figlio salire sul mobile e precipitarsi nel vuoto?)
L’altro, l’uomo, con i suoi tentativi salvifici, la forza della conoscenza, e della razionalità, volte ad aiutare la donna ad elaborare il lutto.
Da notare, a suggello della prospettiva divina degli esistenti, le predominanze cromatiche dei blu e degli azzurri nei loro abiti e nei colori della loro casa.
Già nei primi semplici dialoghi iniziali dell’atto, quasi senza accorgercene, avremmo, già, a disposizione tutti gli elementi per comprendere che questo dualismo, non potrà mantenersi inalterato a lungo.
Una delle due forze cercherà, sicuramente, di sopraffare l’altra, ed all’altra non rimarrà nessuna alternativa, se non quella di attaccare, a sua volta, e spiegheremo meglio, anche, perché.
4. La sofferenza psichica come dante causa dei temi sviluppati nell’opera e della Natura in particolare
Prima di addentrarci nella spiegazione del dualismo divino, però, vorrei inserire altri elementi, perché, sono convinto, che in questa opera, come ho già anticipato prima, entrino anche altre forze, che non necessariamente attengono all’ambito esoterico delle convinzioni del regista, ma che ne sono, in qualche misura, i loro danti causa.
E sicuramente una delle forze oscure di quest’opera è la sofferenza psichica.
Non sono io a sostenere questa tesi, sia chiaro, è stato, e mi ripeto, lo stesso regista a dire che alcune visioni di questo film, sono state a lui quasi imposte dalla depressione neurovegetativa, che ha affrontato prima delle riprese.
Ed è certo la sofferenza psichica, che mette in relazione ad esempio l’opera di Lars con la Natura.
Pensiamo alla sequenza iniziale dell’atto dolore.
La Natura ha un ruolo di primissimo piano nella mente e nell’opera di Lars in questo film, e lo si capisce già in una delle prime sequenze, quella girata in ospedale. Vicino al letto dove è sdraiata la donna, la mdp inquadra un vaso di piante e, con una lentissima carrellata in avanti (o più probabilmente con uno zoom ottico), gli si avvicina sempre più, progressivamente, mentre i due protagonisti sembrano scomparire sullo sfondo. Seguono altre sequenze, in cui sono intervallate immagini di rami e cespugli, di natura selvaggia e cupa, come una sorta di anticipazione dell’ambientazione in cui si svolgerà l’azione della storia.
La sequenza è angosciante, ed al tempo stesso, potente ed innovativa, e tutti siamo costretti a chiederci “come mai il regista abbandona gli esistenti per avvicinarsi alla natura?“
Le risposte non tarderanno ad arrivare.
Durante la terapia che il marito Wiliam Dafoe imporrà alla moglie, egli cercherà di risalire a cosa, per lei, rappresenta l’ambiente dove la paura che lei prova (o dice di provare) è più forte, e lei risponderà il bosco.
Ora, senza necessariamente arrivare ad intravedere in questa visione e nella potentissima sequenza che pone praticamente termine al primo capitolo del “Dolore”, dell’auto dei due coniugi che entra in un fitto bosco, (una selva oscura?) un riferimento dantesco, che pure non sarebbe peregrino cogliere, dobbiamo comprendere che nel bosco troveremo moltissimi dei segni simbolici che fonderanno, in un unico, le ossessioni di Lars von Trier, con la sua visione esoterica del mondo.
§§§
5. “Capitolo 3 – Pena: il caos regna e Capitolo 4 – Disperazione”
Mentre il primo atto, “Il dolore“, è servito al regista a filtrare la narrazione in un contesto oniricamente simbolico e allegorico, questo secondo atto rappresenta il fulcro del film. E’ qui che osserveremo alcune immagini che non è arduo definire quadri.
In primis il bosco ed il luogo chiamato Eden.
Questo bosco è, in qualche misura, la rappresentazione perfetta di ciò che Lars von Trier pensa dell’intero mondo.
Un luogo dark, prevalentemente abitato non dalla vita, ma dalla morte.
Infiniti sono i segni che ci parlano di questo.
Nel “capitolo 3 – Pena il caos regna”, infatti, l’opera descrive l’origine delle paure della protagonista, che avviene l’estate antecedente la morte del figlio, la sequenza accoglie “il pianto della natura“, che anticipa il tema della natura matrigna, che piange la pena di tutte le cose viventi condannate a morire. Qui è importante comprendere che i tre mendicanti (l’ultimo atto) sono anche oltre che i significanti dei tre tempi centrali del film raffigurati anche con tre animali:
“la volpe, il corvo ed il daino” tre simboli molto evocativi che ricoreranno un po’ in tutti gli atti del film compreso nello strabiliante epilogo.
2. Il dialogo tra i coniugi mentre cadono le ghiande, e le considerazioni che la moglie fa a proposito del fatto
che, quando esse battono sul tetto della casa, sono (già) morte.
3. Le mani della scena, forse più apocalittica del film, quando Dafoe possiede la moglie su un albero, ci
torneremo.
Ma soffermiamoci, un attimo, sul concetto di bosco, e sulle figure di Eden e di Albero.
La moglie, già nel racconto fatto al marito nell’atto precedente, anticipa la visione del bosco, dove poi i due si recheranno.
5.1. Eden e Albero
Due segni hanno colpito, più di altri, la mia attenzione:
Il termine Eden;
L’Albero che viene, in tale posto, rappresentato.
Non si può non cogliere, nuovamente, un esplicito riferimento alla cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre, ed alla necessità di superare il dualismo.
“Gli alberi sono lo sforzo infinito della terra per parlare al cielo in ascolto“, è stato detto dal Fr. Tagore.
Meno poeticamente di lui, osservo che, considerato singolarmente, l’albero può essere il simbolo dell’uomo, i piedi per terra (e sul dettaglio dei piedi torneremo), e la testa rivolta al cielo.
Nel nostro caso, però, gli alberi sono due, uguali e speculari tra loro: è spontaneo l’accostamento all’Albero della Vita ed a quello della Conoscenza del Bene e del Male, e questo lo si evince anche dal dettaglio che l’albero ci veine raffigurato come una pianta che marcisce.
Nella Bibbia è scritto che al centro del giardino dell’Eden fu posto un albero, il cui frutto, se mangiato, avrebbe comunicato l’immortalità. Collocato però nel medesimo posto vi è pure un altro albero, quello della Conoscenza.
Poiché non è fisicamente possibile che due oggetti, diversi, occupino, contemporaneamente, la stessa porzione di spazio, è verosimile che i due alberi Lars li rappresenti in uno solo, in quanto non sono altro che aspetti diversi di un’unica realtà.
Se questa ipotesi è esatta, ne consegue che la dualità è male, nel senso che ci separa dall’Uno, e deve essere pertanto superata, dialetticamente, da chi vuole ottenere la Conoscenza, che dà la Vita.
Ed ecco che l’uomo del film (da notare l’assenza di nomi propri agli esistenti protagonisti, un elemento apparentemente banale ma che banale non è), affronterà allora un lungo viaggio, dall’esteriore all’interiore, dal celato al manifesto, dal fenomeno al noumeno, dalle tenebre alla luce; la meta è l’essenza stessa dell’Infinito: il mistero dell’Unità.
Ma allora, la realtà che ci circonda è pura illusione? Il dilemma è stato risolto da Shankara, il grande filosofo indiano: la realtà è tale solo se rapportata alla conoscenza del relativo, è invece illusione, maya, a cospetto dell’Assoluto.
Per esprimere questo concetto si fa l’esempio dell’uomo che, entrato in una stanza buia, scambia una corda per un serpente e prova paura, fin tanto che non si accorge di come stanno effettivamente le cose. Per svelare l’illusione insita nella realtà ‘relativa’ occorre che questa sia dunque esaminata, a cominciare da quella che ci è più vicina, la Natura, e con ciò siamo pronti per passare al simbolo successivo.
La Natura, quindi, come villa di Satana, giacché il cielo rimarrebbe appannaggio di Dio.
E’ importante notare che il capitolo del Caos che regna finisce con la guarigione della donna che suggella due altri significanti:
il riconoscimento della supremazia comunque della razionalità, il ritorno della donna alla sua originaria condizione di donna – strega. Donna carnefice che si esplicherà meglio nel quarto atto – Disperazione.
5.2. Capitolo 4 – Disperazione
E’ importante chiarire che in questo atto, superata la condizione di sofferenza, la donna può ricongiungersi alla sua natura di martire.
Due segni sono fondamentali per comprendere questa evoluzione.
Il flashback sulla sequenza iniziale dove avremo modo di constatare che la donna vede il bambino salire sul mobile, prima, e cadere nel vuoto poi.
Questa vera e propria rivelazione è fondamentale per comprendere l’intenzione di von Trier di svelarci al dunque chi sia davvero l’Anticristo.
Un essere capace di produrre il male ed il bene nello stesso momento.
Un essere che potrebbe fermare la morte del figlio ma che preferirà godere del suo piacere.
Questa rivelazione spiega:
il dolore maggiore che la donna soffre rispetto all’uomo
la sua intenzione di purificare la fonte del piacere di quell’atto che tanto esecranda risulta al dunque anche ai suoi ambivalenti occhi.
Giustifica, inoltre, il titolo di questo atto che non è più solo Dolore e Pena ma che tracima in vera e propria Disperazione una condizione che costringerà l’uomo a reagire agli attacchi della donna.
5.2.1. Il piede
A questo punto direi che abbiamo, in parte, svelato cosa muove la donna a conficcare, nella fine della gamba del marito, una ruota che lo condanni a rimanere con i piedi ben fissi sulla terra.
Non è un caso che Dafoe, in questa sequenza, cerchi di sprofondare nelle viscere della terra, perché ha oramai compreso le intenzioni del femmineo, improvvisamente rivoltatosi contro di lui.
La ruota di pietra è il peso che costringe l’uomo a rimanere solo con i piedi per terra, senza poter, più, rivolgere gli occhi al cielo.
Condanna che la donna stava lentamente infliggendo anche al figlio (allacciandogli le scarpe al contrario).
5.2.2. Satana
C’è un’ultima cosa.
Il riferimento a Satana compare più nelle cose in se che nella narrazione.
Ma è evidente che mentre Dafoe svolge il ruolo di terapeuta egli annota, in una sorta di piramide, le cose che alla moglie fanno paura.
Ad un certo punto la sequenza inquadra questa gerarchia:
Me
Satana
Natura
Bosco
In questa sequenza egli, subito dopo avere scritto: Me, cancella questa parola.
Perché?
Perché Satana e Me, forse, sono la sessa cosa?
§§§
6. “L’epilogo”
Ed ecco anche spiegato cosa porterà, nell’ultima parte del film, “L’epilogo“, Wiliam Dafoe ad uccidere la donna, mai così tanto esplicita nei film di von Trier:
“Una donna che piange è una donna che trama“
Ed a bruciarla su un rogo, lei che non era riuscita a portare a termine una tesi sulla persecuzione delle donne nel medioevo.
E’ in questa ulteriore sovrapposizione, tra il protagonista maschile dell’opera, ed il pensiero disturbato (penseranno i più) di Lars von Trier, che il film ci lascia i disperati messaggi verso l’alto.
E’ importante, in primo luogo, sottolineare che il commento musicale alla sequenza di tale atto, torna ad essere “Lascia ch’io pianga“, ed è importante questa sottolineatura, perché contiene un nuovo riferimento alla cruda sorte ed alla libertà, questa volta dell’uomo.
Non meno importante è l’idea che l’unica strada verso la conoscenza è il noumeno, il superamento dialettico del dualismo.
Questo spiega, in parte, il terrore che il regista nutre nei confronti della donna, e nei confronti dell’atto sessuale in se.
Vi starete, a questo punto, chiedendo del perché la moglie martiri i sessi (sia il suo che quello del marito).
La mia risposta è, ancora una volta, racchiusa nell’impurità dell’atto sessuale.
Se è il sesso il tramite terreno che abilita il ripetersi dell’atto (impuro) della creazione, e se è il piacere il motivo principale che attrae l’uomo verso la donna, e verso questo atto, allora sono chiare due conseguenze:
la prima è che la donna, che attrae l’uomo con il suo piacere, è parte del disegno abominevole della imperfezione e della impurità di questo atto, ed ha verso l’uomo un potere tremendo, se è vero che in due sequenze cogliamo assai bene questo riferimento.
Nel primo atto, quando Dafoe, vendendo meno ai suoi proponimenti di terapeuta, possiede la moglie per distrarla dal suo dolore.
Ed in una delle scene forse più potenti del film, quando la donna uscita di casa di notte si masturba nel bosco, e viene, poi, raggiunta dal marito, che la possiede sul tronco dell’albero, dove compaiono molte mani di corpi che sembrerebbero morti.
La seconda conseguenza è che l’atto sessuale è il vero peccato, che, per essere in qualche modo purificato, deve essere privato del piacere, ecco quindi che la donna masturba l’uomo dopo averlo colpito sul sesso, facendo si che dal suo pene fuoriesca insieme al suo seme, il suo sangue, ed, in una sequenza successiva, procederà a tagliarsi il suo stesso clitoride, in una delle sequenze forse più raccapriccianti dell’opera.
§§§
7. La scena finale – il femmineo assoluto – chi è L’Anticristo?
Mi rendo conto che, forse, non ho chiarito a sufficienza che è l’Antichristo in un film che lo evoca addirittura nel titolo.
Ritengo che la mia analisi non lasci dubbi, al riguardo, ma mi piace integrare le mie conclusioni con quelle di Marco Bellentani, sicuramente più esplicite al rigurado:
E’ sicuramente il personaggio interpretato da Wiliam Dafoe, del resto è l’unico che resta vivo al termine dell’opera, esistente con cui la natura comunica (essa tace, per lo piiù, al personaggio femminile isterico e cristiano), tramite simboli, fruscii, ma anche parole e grida d’animale.
Le costellazioni animali sono il nuovo nord della bussola della vita.
L’uomo, dunque, passa attraverso il martirio della strega, del senso di colpa, e deve ributtare tutto l’isterimo freud-cristiano che porta all’infibulazione, alla castrazione femminile (anche per colpa del maschio).
Superato quell’attimo, si deve rendere conto del gesto contro natura, palesemente cristiano, dell’uccisione, nella castrazione, del senso di tutto, del sesso, innocente atto che rende tutto possibile, in svariati modi a seconda della specie, animale o vegetale. [Ergo, la castrazione è evidentemente un gesto cristiano - contro natura da combattere. E così lo sono i "no" alla vita niezcthiani].
A quel punto il nuovo messia è pronto a salire sul monte, in attesa del popolo di streghe, represse dalla cultura, soggiogate dal cristianesimo e dalle sue paure, condannate all’isteria e dunque non comprese, ma uccise o curate come un virus!
Esso è colui che cura quell’inutile senso di colpa, quell’inutile strumento di controllo, inoculato infidamente in noi dall’era cristiana, ma anche dalla modernità. Un film immenso, che rifugge il finale catartico alla Dogville, perché mira ad essere compreso, lentamente, dal nostro io. Le risposte sono profonde, difficili da percepire: La verità non avrà mai un linguaggio completamente umano.
Liberatosi della moglie, oramai morta e addirittura bruciata su una pira, come una strega del medioevo, l’uomo si aggira in un mondo pieno di luce, senza più ombre perché il dualismo è stato superato, oramai libero, e compie due incontri, dovremmo dire, con la Conoscenza.
Il primo è quello dei cadaveri che gli si rivelano nella Natura.
Un suggello dark della condanna che, in qualche modo, livella tutti i vivi ad un unico ed ineluttabile destino.
Il secondo è quello del femmineo che gli si fa incontro sulla collina. Una moltitudine di donne, che, non essendo più una, rappresentano non più il femmineo alternativo, ma quella parte di femmineo che è in lui.
E’ questa forse l’immagine forse più evocativa e pregante dell’opera, che Larsvon Trier inserisce alla fine del film, quasi a comunicarci la sua visione definitiva sulla questione del tema della Unicità al di sopra del bene e del male.
Una sequenza, anche questa, impeccabile e potente, che non potrà lasciarvi indifferenti.
In questo contesto pongo una ulteriore riflessione.
Gli esistenti lo abbiamo detto non hanno nome. Essi potrebbero essere due aspetti di un unico tema.
7.1. Un apparente errore formale ci svela un dettaglio sul rapporto dualismo vs. unicità
In una sequenza di un dialogo iniziale, i cinefili ci fanno caso, Lars compie una piccola serie d’inquadrature scorrette sotto il profilo formale.
Nei dialoghi, infatti, si studia, i soggetti devono essere inquadrati con campo e controcampo.
In parole povere se un esistente parla da un lato dello schermo, l’altro deve rispondergli dall’altro, guardando verso di lui.
Bene riguardate uno dei dialoghi iniziali tra l’esistente interpretato da Dafoe e l’altro interpretato dalla Gainsbourg,noterete, come ho fatto io, che essi vengono inquadrati nella stessa porzione di schermo.
La cosa sarebbe normale se l’esistente Dafoe parlasse a se stesso, ma se, invece, parla alla moglie allora delle due l’una:
o Lars ha voluto, clamorosamente, sovvertire questo paradigma formale in queste inquadrature,
oppure, come è più agevole credere, lo ha fatto con consapevolezza, con sapiente cognizione di causa, quasi a volerci anticipare che Dafoe e la mogliesono si due entità separate, ma parte di un’unica Verità. Due volti di un unico esistente. L’Anticristo appunto.
§§§
8. Conclusioni
In conclusione posso dire che a me il film è piaciuto molto anche per gli aspetti formali.
E’ raro trovare una direzione della fotografia così perfetta anche nei suoi aspetti cromatici (le predominanze degli azzurri e dei rossi, i giochi delle luci e delle ombre), che sottolineano, direi perfettamente, in maniera che non è arduo definire caravaggesca, la prospettiva dualistica dell’opera.
Le immagini perfette del film:
le sequenze rallentate del racconto della donna nel bosco;
le allitterazioni visive di lei che varca il ponte che conduce ad Eden, o la soglia della tana della volpe.
I dialoghi dei coniugi, fonte di critiche inutili, che andrebbero sicuramente rivisti e riascoltati in lingua originale, considerando la supervisione di Crepet nella versione italiana.
Ed ultimo, ma non meno importante motivo, le interpretazioni degli attori che è approssimativo considerare eccellenti (questo spiega la palma d’oro alla Gainsbourg), che hanno lavorato sui personaggi come raramente ho visto fare in un film.
Certo rimangono ancora molti simboli di cui parlare, la volpe ed il corvo (forse un riferimento all’elogio alla accortezza, di cui il personaggio di Dafoe sembra essere pregno, della fiaba di Fedro).
Il Daino.
Ma come dire … la visione del film è talmente bella, che, personalmente, la consiglio più e più volte a tutti.
Dispiace solo che un’opera così visionaria, e così ricca di riferimenti, non sia stata apprezzata (nomination per la palma d’oro a Cannes a parte).
Ma è il destino dei geni che utilizzano il cinema non per fare soldi, ma per cercare di comunicare arte.
E Lars, in questo, continua ad essere un maestro, penso, anche che la sua casa di produzione, la Zentropa, sia un luogo magico, ed ammiro, molto, anche il rigore con cui questo regista co-gestisce tale progetto … ditemi da quale altra casa di produzione, anche americana, escono fuori immagini così perfette stilisticamente.
Adesso Lars, però, ti preghiamo … con Wasington, completa la trilogia sugli USA.
Links
Scarica il post in formato PDF cliccando sull’iconcina:
Vai sul sito originale del film cliccando sul banner:
Il soggetto che parla qui (alias Rob.) deve riconoscere una cosa.
Gli piace uscire da una sala cinematografica.
Ritrovandosi nella strada illuminata, e quasi deserta (ci va sempre di sera preferendo, quasi sempre, il durante la settimana) e dirigendosi mollemente verso qualche pub, o ristorante, o caffè, cammina in silenzio, (non gli piace parlare subito del film che ha appena visto), un po’ intorpidito, goffo, infreddolito – insomma assonato: insomma ha sonno, ecco a che cosa pensa.
Nel suo corpo si è diffuso un senso di torpore, di dolcezza, di calma: languido come un gatto addormentato, si sente un po’ disarticolato, o meglio (perché per un’organizzazione morale il riposo non può consentire che in questo), irresponsabile.
In breve, è evidente, esce in uno stato di ipnosi.
E dell’ipnosi (vecchia arma psicanalitica, che la psicanalisi sembra ormai trattare con condiscendenza) ciò che percepisce è il più antico dei poteri: quello di guarire.
Dal cinema si esce spesso proprio così.
Come vi si entra?
Fatta eccezione per il caso, a dire il vero sempre più frequente, di una ricerca culturale ben precisa (film scelto, voluto, cercato, oggetto di una vera e propria vigilanza preliminare), si va al cinema approfittando di un momento di ozio, di disponibilità, di vacanza.
Tutto si svolge come se, ancora prima di entrare nella sala, si sommassero le condizioni classiche dell’ipnosi:
vuoto
ozio
disimpegno
non è davanti al film, o a causa del film che si sogna.
Quasi inconsapevolmente si sogna ancor prima di diventare spettatori.
C’è in pratica una “situazione del cinema“, e tale situazione è “pre-ipnotica“.
Per citare una metonimia che risponde al vero, il “nero della sala” è prefigurato dalla “fantasticheria crepuscolare” (preliminare all’ipnosi secondo Breur e Freud) che precede al nero e conduce il soggetto, di strada in strada, di blog in blog, di manifesto in manifesto, ad inabissarsi infine in un cubo scuro, anonimo, indifferente, dove deve prodursi quel festival di affetti che sono, siamo soliti chiamare film.
§§§
Ma che cosa vuol dire il nero del cinema (non posso mai, parlando di cinema, impedirmi di pensare “sala” più che “film“).
Il nero non è soltanto la sostanza stessa della fantasticheria (nel senso pre-ipnotico del termine).
E’ anche (e soprattutto oserei dire), il colore di un erotismo diffuso.
Grazie alla sua considerazione umana, alla sua assenza di mondanità (contraria all’”apparire” culturale di ogni sala teatro), all’affossamento delle posizioni (quanti spettatori al cinema, me compreso, si lasciano scivolare nella loro poltrona come in un letto, con il cappotto ancora indosso, o con i piedi appoggiati al sedile anteriore, laddove ciò è ancora possibile), la sala cinematografica, di tipo comune, è un luogo di disponibilità, ed è la disponibilità, l’ozio dei corpi, a definire meglio l’erotismo moderno, non quello della pubblicità, o dei video porno su internet, ma piuttosto quello della grande città, quello dei non luoghi, quello delle metropolitane affollate o degli autobus.
E’ in questo nero urbano che si esercita la libertà del corpo, quel lavorio incredibile, e invisibile degli affetti possibili, che trae origine da quello che si può considerare un vero e proprio “bozzolocinematografico“.
Chi, infatti più dello spettatore di cinema, potrebbe fare suo il motto del baco da seta:
“Inclusum labor illustrat“. (“E’ perché sono rinchiuso che lavoro e risplendo di tutto il mio desiderio”).
In questo nero del cinema (nero anonimo, popolato, numeroso: oh la noia, la frustrazione, delle proiezioni cosiddette private, eccettuate quelle nel terrazzo di E.A. e signora !!!), risiede il fascino stesso del film (e aggiungo: qualunque esso sia, ovvio).
Ricordate l’esperienza opposta: alla televisione che proietta anch’essa dei film, quel fascino ipnotico è del tutto assente !
E non è solo questione della sproporzione tra schermo e spettatore, che inverte le proporzioni degli esistenti cinematografici con quelli dei fruitori del film mediato dal video (fattore, invero, già invalidante la pre-ipnosi dell’immagine).
E’ dal nero cancellato, dall’anonimato rimosso, dallo spazio familiare, articolato (dai mobili, dagli oggetti ben noti) dall’addomesticato erotismo, – diciamo meglio per farne comprendere la levità: che deriva l’incompiutezza dell’erotizzazione - del luogo precluso: dalla televisione siamo condannati alla famiglia, di cui essa è divenuta lo strumento domestico, come diceva Arbore, sostituendo il focolare, con la sua grande pentola comune.
Ma tornando al nero del cinema … come separarlo dal cono di luce che lo fende?
Quel cono danzante che perfora il nero come un atavico e ancestrale raggio laser.
Un raggio magico che si converte in funzione delle sue innumerevoli particelle in figure cangianti.
Giriamo il volto verso il contro-valore di una di una vibrazione brillante, il cui getto imperioso rasenta la nostra testa, la sfiora, di spalle, di sbieco, una capigliatura, un volto. Come nei vecchi esperimenti d’ipnotismo,
Siamo affascinati senza vederlo in faccia, da questo spazio brillante, immobile, e danzante.
§§§
Tutto accade come se un lungo stelo di luce delineasse i contorni di una sorta di serratura, e tutti noi, attoniti, guardassimo attraverso il buco, complici di questa trasgressione postmoderna, che cosa?
L’immagine filmica, compreso quindi il suono, cos’è?
Un’illusione.
Questa parola va intesa, però, in senso ed in una accezione analitica.
Sono chiuso con l’immagine come se fossi compreso nella celeberrima relazione duale che fonda e da origine all’immaginario.
L’immagine è lì, davanti a me, per me: coalescente (significante e significato ben fusi insieme), analogica, globale, pregnante.
E’, insomma, l’illusione perfetta: mi precipito su di essa come un “animale” sul pezzo di stoffa somigliante che gli tendo.
Ciò di cui mi servo, e chiudo, per prendere essere parte dell’immagine ed, al tempo stesso, per essere libero nel nero del cinema, di prenderne cautamente, inconsciamente, lentamente ma necessariamente, le distanze.
Ecco in fin dei conti ciò che mi affascina: sono ipnotizzato, come in tutte le cose della mia vita, da una distanza.
E tale distanza non è critica (intellettuale) è, per così dire, una distanza amorosamente necessaria, dovuta, quella della separazione tra me e lo schermo (come tra me e l’amore, tra me e la mia definitiva e completa realizzazione), che esiste solo nel nero del cinema al cinema (e considerando il termine nella sua accezione etimologica) un godimento possibile della discrezione? O piuttosto una scusa per annullarmi, ancora una volta, nell’ennesima catartica proiezione, dolcemente e leopardianamente, in questo nero?
I contenuti di questo blog sono protetti da una licenza Creative Commons
Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia
Licenza Creative Commons