analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
In direzione ostinata e contraria lucana – a cura di Roberto Bernabò
Basilicata coast to coast
titolo originale: Basilicata coast to coast
nazione: Italia
anno: 2010
regia: Rocco Papaleo
genere: Commedia / Musicale
durata: 105 min.
distribuzione: Eagle Pictures
cast: Rocco Papaleo (Nicola Palmieri) • Giovanna Mezzogiorno (Tropea Limongi) • Alessandro Gassman (Rocco Santamaria) • Paolo Briguglia (Salvatore Chiarelli) • Michela Andreozzi (Lucia) • Claudia Potenza (Maria Teresa) • Max Gazzè (Franco Cardillo)
sceneggiatura: Walter Lupo • Rocco Papaleo
fotografia: Fabio Olmi
montaggio: Christian Lombardi
Sinossi: “Basilicata coast to coast” è un viaggio denso di imprevisti e di incontri inaspettati che porta una combriccola di musicisti a mettersi in viaggio per partecipare al Festival del teatro-canzone di Scanzano Jonico, attraversando a piedi la Basilicata, dal Tirreno allo Ionio.
“La Basilicata esiste, è un po’ come il concetto di Dio, ci credi o non ci credi.” Nicola Palmieri “Eseguiremo ora un pezzo del mio amico Nicola Palmieri: Alba barra tramonto.”
Rocco Santamaria
1. Introduzione – dedicata al recupero del cinema commedia brillante all’italiana, d’evasione, musicale e di contenuto
In questo film di esordio di Rocco Papaleo – un attore che seguo da tempo con un certo interesse, forse proprio perché, nelle sue interpretazioni, spesso sopra le righe, almeno quanto contro corrente, intravedo qualcosa di me – ho trovato conferma a molte delle cose che penso, e che sostengo, in questo blog, da anni.
Breve analisi del film in forma di cocktail – a cura di Roberto Bernabò
Amabili resti
titolo originale: The Lovely Bones
nazione: U.S.A. / Gran Bretagna / Nuova Zelanda
anno: 2009
regia: Peter Jackson
genere: Drammatico
durata: 139 min.
distribuzione: Universal Pictures
official site italiano: http://www.lovelybones.com/intl/it/#home
cast: M. Wahlberg (Jack Salmon) • R. Weisz (Abigail Salmon) • S. Tucci (George Harvey) • S. Sarandon (nonna Lynn) • S. Ronan (Susie Salmon) • T. McCarthy (Caden) • R. Ritchie (Ray Singh) • N. SooHoo (Holly) • R. Malcolm (moglie caporeparto)
sceneggiatura: F. Walsh • P. Boyens • P. Jackson
musiche: Brian Eno e Peter Chilvers
fotografia: A. Lesnie
montaggio: J. Olssen
Sinossi: Tratto dal best-seller di Alice Sebold, “The Lovely Bones” (in italiano: “Amabili Resti“) racconta la storia della giovane adolescente Susie Salmon, barbaramente uccisa e che veglia dall’alto la sua famiglia e il suo assassino. La giovane dovrà tenere a freno il suo desiderio di vendetta per riuscire ad aiutare la famiglia a guarire dal dolore.
analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
“Il recupero di una identità e di una verità storica, attraverso una narrazione rigorosa, onesta, morale e poetica” – a cura di Roberto Bernabò
L’uomo che verrà – Scheda
titolo originale: L’uomo che verrà
nazione: Italia
anno: 2009
regia: Giorgio Diritti
genere: Drammatico
durata: 117 min.
distribuzione: Mikado Film
Sito Originale del film: http://www.uomocheverra.com/
Attori e Personaggi
Alba Rohrwacher: Beniamina
Maya Sansa: Lena
Claudio Casadio: Armando
Greta Zuccheri Montanari: Martina
Stefano “Vito” Bicocchi: Signor Buganelli
Eleonora Mazzoni: Signora Buganelli
Orfeo Orlando: Il mercante
Diego Pagotto: Pepe
Bernardo Bolognesi: Il partigiano Gianni
Stefano Croci: Dino
Zoello Gilli: Dante
Timo Jacobs: Ufficiale medico SS
Raffaele Zabban: Don Giovanni Fornasini
sceneggiatura: G. Diritti • G. Galavotti • T. Pedroni
musiche: Marco Biscarini • Daniele Furlati
fotografia: R. Cimatti
montaggio: G. Diritti • P. Marzoni
Sinossi: Inverno, 1943. Martina ha 8 anni, vive alle pendici di Monte Sole, non lontano da Bologna, è l’unica figlia di una famiglia di contadini che, come tante, fatica a sopravvivere. Anni prima ha perso un fratellino di pochi giorni e da allora ha smesso di parlare. Nel dicembre la mamma rimane nuovamente incinta. I mesi passano, il bambino cresce nella pancia della madre e Martina vive nell’attesa del bimbo che nascerà mentre la guerra man mano si avvicina e la vita diventa sempre più difficile. Nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1944 il piccolo viene finalmente alla luce. Quasi contemporaneamente le SS scatenano nella zona un rastrellamento senza precedenti, che passerà alla storia come la strage di Marzabotto.
Monte Sole – cenni storici: Sulla fine del 1943, dopo l’armistizio firmato dal re e Badoglio con gli alleati, l’Italia è divisa in due, occupata a sud dall’esercito anglo-americano, al centro e al nord dai tedeschi, che hanno anche liberato Mussolini e lo hanno posto a capo di uno stato fantoccio, la cosiddetta Repubblica di Salò. È in questo periodo che nella zona di Monte Sole, compresa tra il torrente Setta e il fiume Reno, a una trentina di chilometri a sud di Bologna, comincia spontaneamente a formarsi una brigata partigiana, la Brigata Stella Rossa. I partigiani sono i figli e i fratelli dei contadini che abitano la zona e lavorano la terra a mezzadria per conto dei proprietari terrieri, che in genere stanno in pianura. Il territorio è boscoso, il terreno difficile da coltivare e i raccolti scarsi. Le famiglie, spesso numerose, fanno sempre più fatica perché il fascismo prima e la guerra poi le hanno rese ancora più povere di quanto non fossero già. I partigiani incarnano un atteggiamento di ribellione diffuso e nei mesi successivi con le loro azioni di guerriglia creano grossi problemi a tedeschi e fascisti, già incalzati dall’avanzata dell’esercito anglo-americano. Il 29 settembre del 1944 le SS scatenano nella zona una rappresaglia senza precedenti che prosegue nei giorni successivi, mettendo a ferro e fuoco il Monte Sole. Circa 770 persone, per lo più bambini, donne e anziani, vengono massacrate: un eccidio immane rimasto nella storia come “la strage di Marzabotto”, dal nome del comune a cui appartiene la maggior parte del territorio.
Riconoscimenti: La pellicola ha vinto il premio Marc’Aurelio d’Oro del pubblico al miglior film ed il Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio d’Argento al Festival Internazionale del Film di Roma 2009.
Altre informazioni: Il film è stato girato nelle province di Siena e Bologna, con un budget di 3 milioni di euro, grazie, anche, al supporto di Rai Cinema, del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, con quello del Programma MEDIA dell’Unione Europea, con la partecipazione di Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, con il sostegno di Regione Toscana e Toscana Film Commission, ed infine con il sostegno di Regione Emilia-Romagna e Cineteca di Bologna.
Nella versione originale il film è in dialetto bolognese con sottotitoli in italiano.
“Ecco la cosa che ho capito … che molti vogliono ammazzare qualcun altro ma non ho capito perché” Martina
“Tutti noi siamo quello che ci hanno insegnato ad essere”
Ufficiale delle S.S.
1. Dedicato alla crisi del Cinema Italiano ed ai talenti nascosti
analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
La sostenibile leggerezza dell’essere (e della sua casa)- a cura di Roberto Bernabò
Up
titolo originale: Up
nazione: U.S.A.
anno: 2009
regia: Peter Docter • Bob Peterson
genere: Animazione
durata: 104 min.
distribuzione: Buena Vista International
sceneggiatura: B. Peterson
musiche: M. Giacchino
montaggio: T. Gonzales • C. Hsu
Trama: Carl Fredricksen è un anziano ultrasettantenne che ha sempre desiderato di vedere il mondo, ma è sempre stato ostacolato dal tran tran quotidiano e dagli impegni di lavoro. Quando però incontra Russell, un boyscout di otto anni che gli offre l’ultima occasione per realizzare il sogno della sua vita, decide di mettersi in viaggio portandosi appresso la propria casa.
§§§
1. Introduzione
Chi è Carl Fredricksen?
Perché la sua storia parla di noi?
Dov’è il segreto di questo (ennesimo) capolavoro della Pixar?
Beh, non è che sia proprio facilissimo rispondere, univocamente, a questa domanda.
Chi conosce la storia della Pixar Animation Studios, e della sua straordinaria ascesa, potrebbe essere addirittura portato a credere, ad esempio, che “UP” possa rappresentare un titolo celebrativo dei 10 anni di esistenza in vita della partnership strategica con la Disney, e del crescente successo che ogni lungometraggio di questo incredibile laboratorio, fondato dal genio di George Lucas e dal 1996 acquistata e sviluppata da Steve Jobs, l’alchemico co-creatore della Apple, è riuscito sempre a ripetere nel tempo, in maniera sempre superiore rispetto al precedente, sia come risultato al box office che come critica.
E l’ipotesi, intendiamoci, non è che sia peregrina.
[UP è, esattamente, il decimo film realizzato dalla Pixar, diretto da Peter Docter (con la collaborazione di Bob Peterson) che è stato anche il film di apertura dell'ultimo Festival di Cannes 2009, (primo film di animazione a ricevere questo onore).
Ed è stata proprio la direzione di Cannes a concedere, a questo lungometraggio, una proiezione speciale in 3D, fortemente voluta dagli organizzatori. Perché, come forse pochi ancora sanno, il film, prodotto da Jonas Rivera e John Lasseter, in realtà è stato girato, come per tutti gli altri film Pixar, solo in 2D, e solo successivamente, proprio in previsione dell'onore concesso dal Fetival di Cannes, ne è stata realizzata una versione in tre dimensioni, che non è esattamente lo specifico campo di expertise dell'azienda californiana.
Infatti, se si tratta della prima volta in 3D per la Pixar, non lo è certamente per la casa madre Disney che in questo ben specifico campo attualmente detiene il primato (basti pensare a Bolt, alla riedizione di Nightmare Before Christmas o ai film-concerto per giovanissimi di Hannah Montana o dei Jonas Brothers ) e che ha in fase di lancio tantissimi nuovi progetti.]
Ciò non di meno io credo che UP, sia un titolo, invece, straordinariamente evocativo della prospettiva esistenziale dei personaggi protagonisti del film.
2. La légèreté degli esistenti
Ed in particolare quella che i francesi definiscono la légèreté, che è stata, ad esempio, uno dei valori fondanti, nonché centrale tema degli aspetti estetici ed etici, del cinema di Charlie Chaplin, e di alcuni autori – registi della Nouvelle Vague francese, come, ad esempio, François Truffaut.
§§§
2. Circa “la leggerezza” secondo Italo Calvino e secondo la Pixar
Traggo dalle “Lezioni Americane” (six memos for the next millenium) – di Italo Calvino:
Calvino dedica la prima delle lezioni americane all’opposizione leggerezza-peso, dichiarando di sostenere le ragioni della leggerezza, in quanto sulla leggerezza pensa di avere “più cose da dire”.
Il suo lavoro di scrittore è stato, infatti, una sottrazione di peso.
Egli ha cercato di togliere peso soprattutto alle strutture del racconto e del linguaggio.
Per Calvino, quindi, la leggerezza è un valore che egli riconosce in opere del passato, vede attuale nel presente, e che proietta nel futuro. La leggerezza è una qualità che Calvino vede nelle “Metamorfosi” di Ovidio, in particolare nel rapporto fra Perseo e la Medusa e in Lucrezio nel “De rerum natura“. In Lucrezio ed in Ovidio la leggerezza è un modo di vedere il mondo che si fonda sulla filosofia e sulla scienza; ma in entrambi i casi “La leggerezza è qualcosa che si crea nella scrittura, con i mezzi linguistici che sono quelli del poeta, indipendentemente dalla dottrina del filosofo che il poeta dichiara di voler seguire”. E’ presente anche in un romanzo come “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Kundera.
Anche la scienza dimostra che è possibile dissolvere la pesantezza, quando prova che il mondo si regge su entità sottilissime. Per quanto riguarda l’informatica, il software non potrebbe esercitare il potere della sua leggerezza, se non mediante la pesantezza dell’hardware.
La leggerezza, per Calvino, si associa comunque sempre alla precisione e alla determinazione: può essere associata al linguaggio, che diventa così un elemento senza peso “che aleggia sopra le cose come una nube“; ci può essere un alleggerimento nella narrazione di un ragionamento, o di un processo psicologico, o in qualunque descrizione; ci possono, infine, essere immagini di leggerezza, che assumono un valore emblematico.
Calvino riporta molti esempi tratti da Cervantes, Shakespeare, Cyrano de Bergerac,Leopardi; qual è il filo che accomuna esempi tanto diversi? E’ la scrittura intesa come metafora della sostanza pulviscolare del mondo; la parola, come la intende Calvino, è quindi “inseguimento perpetuo delle cose, adeguamento alla loro varietà infinita“. E chissà, se in queste prospettive, non aggiungerebbe, oggi, questo film della Pixar.
Alla base della letteratura come ricerca della leggerezza, in quanto reazione al peso di vivere, c’è un bisogno antropologico; lo sciamano rispondeva alla precarietà dell’esistenza della tribù annullando il peso del suo corpo, trasportandosi in volo in un altro mondo, in un altro livello di percezione.
La letteratura perpetua questo dispositivo antropologico, questo nesso tra lievitazione desiderata e privazione sofferta, che si trasforma in leggerezza, e permette di volare nel regno dove ogni mancanza sarà magicamente risarcita.
Aldilà delle illuminanti e geniali intuizioni contenute nelle citazioni calviniane, che pure ho inteso, in parte, riprendere, credo che quello della légèreté sia un po’ il fil rouge di tutte le opere della Pixar.
Tutti gli esistenti del film UP, risolvono, a guardare bene, il loro problema esistenziale trovando un sicuro rifugio nella leggerezza.
Lievitare è un po’ il segreto delle loro vite.
E potremmo agevolmente sostenere che tutto, nel film UP, viene ricondotto alla “sostenibile leggerezza dell’essere“.
E sarà proprio, infatti, nell’incontro tra Carl, questo apparentemente imperturbabile vecchietto (pensato, a detta degli autori, come un mix di Walter Matthau e Spencer Tracy), e la sua casetta volante, con:
il piccolo Russell, un esploratore junior di otto anni che si trovava sul portico di Carl e che sarà così il suo fedele compagno di viaggio
un misterioso ma affettuoso uccello goloso di cioccolato
un cane parlante di nome Dug
ed infine del redivivo Charles Muntz – esploratore eroe della giovinezza di Carl
che il concetto di leggerezza (ed il suo contrario) saranno, un po’ pervasivamente, la chiave di volta per la risoluzione di un po’ tutti i conflitti, e dei punti di snodo del racconto.
Peraltro, se solo ragionaste, con un po’ di memoria, a molti altri esistenti dei film della Pixar (come non rievocare il genio di Wall-e o di Ratatouillle), trovereste chili, o … ehm pardon volevo dire grammi, di leggerezza anche lì.
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3. Il tempo che scorre, i sogni da realizzare vs. il rimpianto degli eldoradi perduti, ed il rapporto tra vecchio e nuovo
Se è vero che la légèreté è la lente con la quale il regista Peter Docter, coadiuvato da Bob Peterson, guarda un po’ a tutti gli esistenti del film, gli eventi di UP narrano, ovviamente a mio modo di vedere, alcuni concetti che, oserei dire, sia nello specifico filmico, che in quello narrativo, ripropongono alcuni archetipi del mito americano e, perchè no, anche di quelli della Pixar.
Cerchiamo, rapidamente, di analizzarli tutti.
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3.1 Il tempo che scorre
Qui siamo, quasi, sul filosofico, oltre che nell’esistenziale.
Nella prima parte del film assistiamo, infatti, all’incontro di quelli che in quel momento della narrazione, sono solo due bambini (il protagonista Carl e sua moglie Elle), uniti dalla comune passione per le avventure e le esplorazioni. (Altro riferimento alla mission della Pixar).
Sempre nelle rapide sequenze iniziali li vediamo, poi, semplicemente crescere insieme, amarsi, e trascorrere il resto della loro vita uniti, tra gioie e dolori, un po’ come tutti.
Quando incontriamo, quindi, per la prima volta, Carl Fredricksen da anziano, (ben doppiato, in italiano, dal veterano Giancarlo Giannini), conosciamo già il suo passato, il suo grande amore per la oramai scomparsa moglie, il suo più grande rimpianto, quello di non aver mai mantenuto la promessa fatta all’amata Ellie: portarla in Sud America per una grande avventura e costruire una casetta colorata in un luogo magico e dimenticato chiamato Paradise Falls, (forse un vago riferimento “Paradise lost” di John Milton), proprio dove il loro mito di gioventù, l’esploratore Charles Muntz (che ha la felliniana voce di Arnoldo Foà), scomparve anni or sono, alla ricerca di un mitico pennuto.
Qui subentrano altri due elementi narrativi.
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3.2 L’importanza di realizzare i sogni vs. gli eldoradi perduti
Quello che muove all’azione Carl Fredricksen, a guardare bene, è il conflitto interiore tra due oscure forze contrastanti tra loro.
Paradossalmente anche evocata nel rapporto protagonismo – antagonismo tra Carl Fredricksen e del suo giovanile eroe, l’esploratore Charles Muntz.
Il rimpianto per quelli che chiamo gli eldoradi perduti, e cioè la felice vita trascorsa con la moglie, e la forza di realizzarne il sogno.
Se non ci fosse l’uno non ci sarebbe l’altra.
In questo rapporto entrano, quasi come guidati da una forza divina o, se preferite, da un deus ex machina molto spirituale, gli altri esistenti del film.
Il petulante, ma affettuosissimo giovane esploratore Russel, il cane Dug, lo struzzo colorato e gigante goloso di cioccolato.
La cosa straordinaria di questa avventura è proprio quella di farci assistere alla realizzazione di un sogno.
Devo dire che, aldilà di esilaranti trovate, come quando il cane dice “punta” e si mette a fissare qualcosa, o la parolina magica per rendere inoffensivi i “cani nemici” di Charles Muntz: “Scoiattolo“, la cosa che mi ha colpito di più del film è stata proprio quella di questa quasi mistica apparizione. Come se il cinema, ancora una volta, diventasse il luogo delle magie, dove non solo le case volano sospinte dai palloncini ad elio, ma dove la forza, anche visiva di un sogno ,riesce, non senza difficoltà, a trovare il suo epico epilogo.
C’è qualcosa di alchemico nell’opera di dare attuazione ad un sogno, qualcosa che si avvera solo se, a quel sogno, ci si crede con tutte le proprie forze, e se, in nome di quel sogno, si è disposti a rischiare tutto. (Vedi la casa che scompare tra le nuvole).
Non trovate che, anche qui, faccia capolino il mito della Pixar?
Ed arriviamo al messaggio finale del film.
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3.3 Il rapporto tra il vecchio ed il nuovo
Forse avrei dovuto dire il rapporto tra vecchio e giovane, e, forse, ancora meglio, tra genitori e figli.
O, forse, avrei dovuto accennare al gap che, da sempre, divide generazioni successive.
E già perché è proprio come se gli sceneggiatori avessero voluto, sapientemente, inserire, anche, tutti questi elementi sociali, nel raccontare, sempre con la lente della leggerezza, l’universo dei valori che cambia e che evolve.
Come nel mutamento, già accennato, del rapporto tra Carl Fredricksen con il suo idolo giovanile, l’esploratoreCharles Muntz, che da bambino vs. il suo mito, si trasforma in una potente relazione protagonismo – antagonismo.
O come il fatto che mentre nella figura di Carl Fredricksen, la passione per l’esplorazione nasce libera e pura, al limite indirizzata dalla moglie bambina, nel caso del giovane Russel è come se derivasse, invece, da un vuoto affettivo e familiare, frutto dell’evoluzione sociale e valoriale dei rapporti familiari.
Ma il film ci parla proprio di questo, alla fine.
Di quanto sia importante che il vecchio dialoghi con il nuovo.
E di come importante sia, alla fine, che il progetto contenga sia tutta la prorompente ed ardente voglia del giovane di essere nuovo, sia l’esperienza del vecchio, intesa come origine, insostituibile, di patrimonio di conoscenze, non solo, ma, anche, di esperienza di vita.
Insomma alla fine di questa analisi mi sono convinto di una cosa.
Che questa storia ci parli, infondo, di una cosa ed una sola: della Pixar, signori.
Alla prossima.
Ah si certo … le musiche. Ok, sono importantissime. Ecco, l’ho detto.
analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
Danimarca / Germania / Francia / Italia – 2008
Il disturbato ed esoterico mondo di Lars von Trier – a cura di Roberto Bernabò
titolo originale: Antichrist nazione: Danimarca / Germania / Francia / Italia anno: 2008 regia: Lars von Trier genere: Porno-Horror / Drammatico durata: 104 min. distribuzione: Key Films cast: Wiliam Dafoe • Charlotte Gainsbourg sceneggiatura: Lars von Trier fotografia: Anthony Dod Mantle montaggio: Anders Refn
Trama: “Antichrist” si basa sulla teoria secondo la quale sarebbe stato Satana e non Dio a creare il mondo. Una coppia che sta cercando di superare il lutto della morte di un figlio, si rifugia nell’”Eden”, la loro isolata casa nei boschi, nella speranza di risolvere i loro problemi e salvare il loro matrimonio. Ma la Natura farà il suo corso, e le cose volgeranno presto dal male al peggio …
“Una donna che piange è una donna che trama“
1. Introduzione
E’ inutile nasconderlo.
Seguo questo regista da molto tempo.
Ogni suo film è, per me, motivo di entusiasmo.
Quando esce una sua opera, rimango emozionato e attendo, con ansia, la visione in sala di una sua proiezione.
Nel caso di specie, poi, attendevo questo Antichrist addirittura da anni, e la prova è qui.
In quest’ultima pellicola, noto, però, una significativa divergenza, rispetto a tutta l’opera precedente del regista. Ma forse anche no, come mi piace, spesso, dire.
La verità è come se il maestro avesse avuto bisogno, tramite questo lavoro, di liberarsi di alcune sue fobiche ossessioni.
Quasi come se, nella rappresentazione dei quadri che compongono, soprattutto visivamente, la storia, egli avesse voluto fare, direi definitivamente, i conti con i suoi demoni, le sue manie, le sue allucinanti ed allucinate visioni della vita e dei temi che, quasi come un atto compulsivo agito attraverso una sorta, d’inconscia, coazione a ripetere, ritornano, come una cifra distintiva, nelle sue pellicole.
Un film che è limitante circoscrivere ad un genere (certo, compreso quello esoterico), e che è impossibile descrivere, senza cercare di trattare, quasi con paranoica pazienza, il linguaggio evocativo e simbolico, che da sempre caratterizza lo specifico filmico del regista, ma che, nel caso di specie, diventa il suggello formale più importante, che ci aiuta a ricondurre quest’opera, ad una ristretta cerchia di registi, dal maestro Andrei Tarkovsky, a cui il regista danese ha dedicato, non a caso, il film, a Stanley Kubrick ed all’ultimo Francis Ford Coppola, che hanno usato il cinema quasi e più, come una tela pittorica, che come, solo, un luogo di narrazione.
In questo post:
1. Introduzione
1.1. Circa il significato di simbolo e di allegoria
1.2. Differenze tra simbolo ed allegoria
2. Prologo – I significanti anticipatori della sequenza iniziale
3. Capitolo 2 – Dolore
4. La sofferenza psichica come dante causa dei temi sviluppati nell’opera e della Natura in particolare
5. “Capitolo 3 – Pena: il caos regna e Capitolo 4 – Disperazione”
5.1. Eden e Albero
5.2. Capitolo 4 – Disperazione
5.2.1. Il piede
5.2.2. Satana
6. “L’epilogo”
7. La scena finale – il femmineo assoluto – chi è l’Anticristo?
7.1. Un apparente errore formale ci svela un dettaglio sul rapporto dualismo vs. unicità
8. Conclusioni
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1.1. Circa il significato di simbolo e di allegoria
La parola “simbolo” deriva dal latino symbolum ed a sua volta dal greco σύμβολον súmbolon dalle radici σύμ- (sym-, “insieme”) e βολή (bolḗ, “un lancio”), avente il significato approssimativo di “mettere insieme” indica in origine un rapporto che si istituisce tra due oggetti ed entità separate, quasi fondendole insieme: ma essa è passata molto presto a definire aspetti essenziali della comunicazione e del pensiero umano, dando luogo ad accezioni molto diversificate e contrastanti.
Si ha un simbolo quando si dà un rapporto piú profondo tra significante e significato, quando l’oggetto che rappresenta un altro oggetto è legato ad esso da rapporti di somiglianza, da qualcosa di piú intimo, che può essere anche assai vago e indeterminato e può richiamare valori profondi, non immediatamente manifesti nel linguaggio comune.
Quando per esempio si prende l’agnello come simbolo di Cristo, non si presuppone semplicemente che la figura dell’agnello indichi Cristo, ma che tra l’agnello e Cristo ci sia un legame profondo, determinato dalla mansuetudine e dal sacrificio: l’uso del simbolo è legato al proposito di attribuire alle cose e alle figure della natura un valore, che va al di là della loro immediata apparenza, che rinvia alle forme rituali o a un significato occulto della realtà, che non può essere immediatamente designato, ma che deve essere raggiunto indirettamente, per via obliqua.
Il rapporto tra la figura simbolica e il suo significato si costruisce attraverso il principio dell’analogia (parola che in greco ha il significato originario di “proporzione”), che mette a confronto due domini diversi della realtà, istituisce un legame mentale tra cose che di per sé non avrebbero alcuna relazione tra loro; è lo stesso principio su cui si costruisce la figura retorica della metafora. Il simbolo può essere definito anche come potenziamento della metafora, sua trasformazione da semplice figura retorica a rivelazione di realtà e valori profondi, a immagine stabile e assoluta.
La produzione di simboli è un’attività fondamentale in ogni tipo di società umana e costituisce una delle basi essenziali dello sviluppo della conoscenza, che prende le mosse proprio dal tentativo di trovare rapporti e associazioni tra le cose, di individuare somiglianze tra le realtà piú lontane: il simbolo è pertanto lo strumento determinante delle forme di coscienza mitiche e rituali, e svolge naturalmente un ruolo essenziale nella religione, nella filosofia, nella letteratura, nelle arti. Alcuni orientamenti filosofici fanno risalire tutta la cultura umana, le forme di coscienza e di immaginazione, i modelli di comportamento, all’attività simbolica, all’istituzione di rapporti continui tra parole, cose, oggetti, sfere diverse dell’esperienza, che in ultima analisi sfuggono alla mera descrizione verbale.
1.2. Differenze tra simbolo ed allegoria
Un simbolo è qualcosa di più concreto, statico, assoluto rispetto all’allegoria.
Per esempio, un’aquila può essere simbolo di regalità, di forza, ecc.
Anche un’aquila in volo o in un’altra azione generica spesso ha valenza di simbolo, indipendente dal contesto entro il quale viene posta.
Quando invece il contesto è basilare nell’interpretazione si parla di allegoria.
Un’aquila che, all’interno di una narrazione, scenda dal cielo e faccia una serie di azioni significative può rappresentare un’immagine più complessa (ad esempio simboleggiava il Sacro Romano Impero e in base alle azioni che può compiere nello specifico si può estrapolare una situazione politica specifica).
Spesso l’allegoria, nella sua complessità maggiore, ha un’interpretazione “soggettiva”, cioè legata al tipo di lettura che se ne fa.
Il legame tra oggetto significato e immagine significante nell’allegoria è arbitrario e intenzionale, a differenza del simbolo in cui è piuttosto convenzionale.
Nell’allegoria non può essere decodificato in maniera intuitiva e immediata, ma necessita di un’elaborazione intellettuale. L’allegoria è comunque sempre “relativa” (al contrario di “assoluta”), ovvero è suscettibile di una discussione critica nella fase di interpretazione.
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In questo post cercherò, pertanto, di restituire, attraverso la mia analisi, alcuni degli elementi che ritengo di avere individuato a proposito di questo film, che personalmente, considero un capolavoro, e forse uno dei più bei lungometraggi del maestro, a dispetto delle poco entusiaste, ma anche poco competenti critiche, che la pellicola ha raccolto, dalla sua uscita a Cannes e nelle sale, anche se l’attrice Charlotte Gainsbourg ha vinto, direi più che meritatamente, la palma d’oro come migliore attrice protagonista.
Prima, però, di addentrarci nell’analisi è necessario chiarire, preliminarmente, che Antichrist non è certo un film per tutti.
Lo stesso regista ha affermato di averlo scritto, esclusivamente, per se stesso, durante un periodo di depressione.
Noi, che lo seguiamo, ribadisco, da anni, crediamo che ci abbia trasposto le sue paure ed una visione della natura umana molto poco ortodossa.
Lo ha fatto girando una pellicola non molto lunga (100 minuti), ma estremamente intensa. Lo ha fatto di getto, senza pensarci troppo; lo ha fatto con estrema naturalezza e sincerità, mettendo in scena i suoi incubi senza censure né coperture. Senza temere le incomprensioni, anzi: con l’orgoglio (per alcuni la presunzione), di chi sostiene di essere il “miglior regista di sempre” e di scrivere, niente meno, che per ispirazione divina.
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2. Prologo – I significanti anticipatori della sequenza iniziale
Il film ha inizio (la cosa è spolier ma non più di tanto) con una sequenza in bianco nero girata al rallenty (scelta formale precisa, nel senso che dilata l’azione rispetto al tempo dello spettatore, ed, anche, rispetto al tempo reale dell’azione stessa), nella quale assistiamo a due riprese, montate con un classico incastro non lineare, una di un uomo ed una donna (Wiliam Dafoe e Charlotte Gainsbourg, gli esistenti protagonisti della pellicola), che stanno facendo l’amore, e loro figlio che, svegliatosi durante l’amplesso, riesce a sporgersi da una finestra aperta della loro casa, e muore, cadendo nel vuoto, proprio mentre i genitori raggiungono l’orgasmo.
Attenzione, a guardare bene, non c’è dolore in questa scena.
Anzi.
Il bambinorespira la libertà. Cade la neve fuori e, d’un tratto, cade anche lui. Muore. Col suo peluche vicino. Soffice, sulla neve.
Questa sequenza ha già in se gran parte dei temi che saranno sviluppati nell’intreccio narrativo, che sarebbe impossibile comprendere, senza cercare di coglierne i significanti simbolici ed allegorici.
In primo luogo l’immagine di “tre mendicanti” (the three beggars). I loro nomi (dolore, ansia, disperazione; pain, grief, despair in inglese), appaiono sulle statuette che il bambino in questa, solo apparentemente dolente sequenza, getta a terra, prima di cadere dalla finestra, nomi che ritorneranno sulle carte che la donna aveva ritagliato per la sua tesi, accompagnati dalle figure di tre animali (volpe, corvo, daino).
Un frammento tanto rivelatorio quanto anticipatorio di quello che accadrà, a breve, nella vita degli esistenti protagonisti.
Senza considerare che la donna, ma questo verrà rivelato con un flashback assai più avanti, vede benissimo il figlio salire sul mobile e sporgersi nel vuoto, senza che questo le darà modo di salvarlo (motivo che, nel terzo tempo del film, scatenerà la sua follia, e che anticipa il complesso ruolo del femmineo nella visione alchemica del regista).
Il numero tre e queste statuette ritorneranno più volte nella trama, divertitevi a scoprire dove.
La sequenza si svolge mentre l’unica traccia audio non è rappresentata dai rumori in presa diretta delle due distinti azioni, ma da un’aria dell’opera di George Frideric Handel “Rinaldo“, libretto di Giacomo Rossi, dal titolo “Lascia ch’io pianga“.
Di una bellezza struggente, che, a leggere il testo, non stride con la drammaticità degli eventi narrati (e anche con quelli che saranno narrati) ma che, anzi, li descrive e li contiene tutti:
Lascia ch’io pianga la cruda sorte,
E che sospiri la libertà!
E che sospiri, e che sospiri la libertà!
Lascia ch’io pianga la cruda sorte,
E che sospiri la libertà!
Nei significanti di questa sequenza – che, ripeto, racchiude già gran parte del senso dell’opera, compresa la complessa relazione tra il regista danese, il sesso, e la donna intesa come il femmineo, come volto divino, ed, al tempo stesso, satanico, agente attivo del dolore della condizione dell’uomo sulla terra - non è arduo azzardare un riferimento alla genesi del mondo, ed al mito, esoterico, della creazione.
Nelle due sequenze, infatti, durante l’atto sessuale dei genitori, un bambino, il loro figlio, muore.
Quasi a ricordarci che, nella visione esoterica della creazione, l’atto della genesi è un atto impuro (la sua purificazione è, forse, anticipata sua dalla bottiglia d’acqua che cade sui coniugi, e dai panni lavati dalla lavatrice, con cui tale sequenza si chiude, non priva di ulteriori significanti alchemici n.d.r.), dal quale deriva un’opera imperfetta (il creato) ed, in essa, la condizione di dolore, ansia, disperazione, cui è costretto l’uomo fatto ad immagine e somiglianza del suo creatore.
Ma è già anticipata, anche, ripeto, la visione che del femmineo il regista ha.
Una visione spesso confusa con misoginia, e, che, nella sequenza finale, si chiarirà direi in una maniera che, mai prima d’ora, era stata così esplicita e definitiva.
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3. Capitolo 2 – Dolore
Dopo l’evocativa sequenza in bianco nero, il film viene filtrato, nel primo degli atti che compongono la storia, in un’ambientazione assolutamente claustrofobica.
L’appartamento dei due genitori, ormai privi del figlio.
Qui scopriremo altri segni allegorici.
La prima cosa di cui prendiamo atto è che mentre la donna soffre pene indicibili per la perdita del figlio, l’uomo no.
Io azzardo che già da questa sequenza, il film si trasla in una prospettiva che non è più (quanto meno non più solo) narrativa, ma è assai più simbolica e filosofica.
Gli esistenti assumono una collocazione precisa, che aiuterà Lars von Trier e rappresentarci (è il caso di usare questo termine), alcune sue radicali ossessioni.
Se la donna prova dolore, è lei che ha in se la pietas, mentre l’uomo rappresenta, sicuramente, la parte razionale della visione del dualismo divino.
L’una, il dolore, che prova ma, anche, che infligge, (non è forse lei ad ammettere di conoscere il fatto che il bambino si svegliava di notte e si allontanava?
E non è forse lei a vestirlo con le scarpe al contrario deformando i suoi piedini come risulterà dal referto dell’autopsia?
E non sarà lei a martirizzare il marito?
E non sarà – sempre e solo lei, ultimo tassello di un mosaico che il regista compone assai lentamente – a vedere il figlio salire sul mobile e precipitarsi nel vuoto?)
L’altro, l’uomo, con i suoi tentativi salvifici, la forza della conoscenza, e della razionalità, volte ad aiutare la donna ad elaborare il lutto.
Da notare, a suggello della prospettiva divina degli esistenti, le predominanze cromatiche dei blu e degli azzurri nei loro abiti e nei colori della loro casa.
Già nei primi semplici dialoghi iniziali dell’atto, quasi senza accorgercene, avremmo, già, a disposizione tutti gli elementi per comprendere che questo dualismo, non potrà mantenersi inalterato a lungo.
Una delle due forze cercherà, sicuramente, di sopraffare l’altra, ed all’altra non rimarrà nessuna alternativa, se non quella di attaccare, a sua volta, e spiegheremo meglio, anche, perché.
4. La sofferenza psichica come dante causa dei temi sviluppati nell’opera e della Natura in particolare
Prima di addentrarci nella spiegazione del dualismo divino, però, vorrei inserire altri elementi, perché, sono convinto, che in questa opera, come ho già anticipato prima, entrino anche altre forze, che non necessariamente attengono all’ambito esoterico delle convinzioni del regista, ma che ne sono, in qualche misura, i loro danti causa.
E sicuramente una delle forze oscure di quest’opera è la sofferenza psichica.
Non sono io a sostenere questa tesi, sia chiaro, è stato, e mi ripeto, lo stesso regista a dire che alcune visioni di questo film, sono state a lui quasi imposte dalla depressione neurovegetativa, che ha affrontato prima delle riprese.
Ed è certo la sofferenza psichica, che mette in relazione ad esempio l’opera di Lars con la Natura.
Pensiamo alla sequenza iniziale dell’atto dolore.
La Natura ha un ruolo di primissimo piano nella mente e nell’opera di Lars in questo film, e lo si capisce già in una delle prime sequenze, quella girata in ospedale. Vicino al letto dove è sdraiata la donna, la mdp inquadra un vaso di piante e, con una lentissima carrellata in avanti (o più probabilmente con uno zoom ottico), gli si avvicina sempre più, progressivamente, mentre i due protagonisti sembrano scomparire sullo sfondo. Seguono altre sequenze, in cui sono intervallate immagini di rami e cespugli, di natura selvaggia e cupa, come una sorta di anticipazione dell’ambientazione in cui si svolgerà l’azione della storia.
La sequenza è angosciante, ed al tempo stesso, potente ed innovativa, e tutti siamo costretti a chiederci “come mai il regista abbandona gli esistenti per avvicinarsi alla natura?“
Le risposte non tarderanno ad arrivare.
Durante la terapia che il marito Wiliam Dafoe imporrà alla moglie, egli cercherà di risalire a cosa, per lei, rappresenta l’ambiente dove la paura che lei prova (o dice di provare) è più forte, e lei risponderà il bosco.
Ora, senza necessariamente arrivare ad intravedere in questa visione e nella potentissima sequenza che pone praticamente termine al primo capitolo del “Dolore”, dell’auto dei due coniugi che entra in un fitto bosco, (una selva oscura?) un riferimento dantesco, che pure non sarebbe peregrino cogliere, dobbiamo comprendere che nel bosco troveremo moltissimi dei segni simbolici che fonderanno, in un unico, le ossessioni di Lars von Trier, con la sua visione esoterica del mondo.
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5. “Capitolo 3 – Pena: il caos regna e Capitolo 4 – Disperazione”
Mentre il primo atto, “Il dolore“, è servito al regista a filtrare la narrazione in un contesto oniricamente simbolico e allegorico, questo secondo atto rappresenta il fulcro del film. E’ qui che osserveremo alcune immagini che non è arduo definire quadri.
In primis il bosco ed il luogo chiamato Eden.
Questo bosco è, in qualche misura, la rappresentazione perfetta di ciò che Lars von Trier pensa dell’intero mondo.
Un luogo dark, prevalentemente abitato non dalla vita, ma dalla morte.
Infiniti sono i segni che ci parlano di questo.
Nel “capitolo 3 – Pena il caos regna”, infatti, l’opera descrive l’origine delle paure della protagonista, che avviene l’estate antecedente la morte del figlio, la sequenza accoglie “il pianto della natura“, che anticipa il tema della natura matrigna, che piange la pena di tutte le cose viventi condannate a morire. Qui è importante comprendere che i tre mendicanti (l’ultimo atto) sono anche oltre che i significanti dei tre tempi centrali del film raffigurati anche con tre animali:
“la volpe, il corvo ed il daino” tre simboli molto evocativi che ricoreranno un po’ in tutti gli atti del film compreso nello strabiliante epilogo.
2. Il dialogo tra i coniugi mentre cadono le ghiande, e le considerazioni che la moglie fa a proposito del fatto
che, quando esse battono sul tetto della casa, sono (già) morte.
3. Le mani della scena, forse più apocalittica del film, quando Dafoe possiede la moglie su un albero, ci
torneremo.
Ma soffermiamoci, un attimo, sul concetto di bosco, e sulle figure di Eden e di Albero.
La moglie, già nel racconto fatto al marito nell’atto precedente, anticipa la visione del bosco, dove poi i due si recheranno.
5.1. Eden e Albero
Due segni hanno colpito, più di altri, la mia attenzione:
Il termine Eden;
L’Albero che viene, in tale posto, rappresentato.
Non si può non cogliere, nuovamente, un esplicito riferimento alla cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre, ed alla necessità di superare il dualismo.
“Gli alberi sono lo sforzo infinito della terra per parlare al cielo in ascolto“, è stato detto dal Fr. Tagore.
Meno poeticamente di lui, osservo che, considerato singolarmente, l’albero può essere il simbolo dell’uomo, i piedi per terra (e sul dettaglio dei piedi torneremo), e la testa rivolta al cielo.
Nel nostro caso, però, gli alberi sono due, uguali e speculari tra loro: è spontaneo l’accostamento all’Albero della Vita ed a quello della Conoscenza del Bene e del Male, e questo lo si evince anche dal dettaglio che l’albero ci veine raffigurato come una pianta che marcisce.
Nella Bibbia è scritto che al centro del giardino dell’Eden fu posto un albero, il cui frutto, se mangiato, avrebbe comunicato l’immortalità. Collocato però nel medesimo posto vi è pure un altro albero, quello della Conoscenza.
Poiché non è fisicamente possibile che due oggetti, diversi, occupino, contemporaneamente, la stessa porzione di spazio, è verosimile che i due alberi Lars li rappresenti in uno solo, in quanto non sono altro che aspetti diversi di un’unica realtà.
Se questa ipotesi è esatta, ne consegue che la dualità è male, nel senso che ci separa dall’Uno, e deve essere pertanto superata, dialetticamente, da chi vuole ottenere la Conoscenza, che dà la Vita.
Ed ecco che l’uomo del film (da notare l’assenza di nomi propri agli esistenti protagonisti, un elemento apparentemente banale ma che banale non è), affronterà allora un lungo viaggio, dall’esteriore all’interiore, dal celato al manifesto, dal fenomeno al noumeno, dalle tenebre alla luce; la meta è l’essenza stessa dell’Infinito: il mistero dell’Unità.
Ma allora, la realtà che ci circonda è pura illusione? Il dilemma è stato risolto da Shankara, il grande filosofo indiano: la realtà è tale solo se rapportata alla conoscenza del relativo, è invece illusione, maya, a cospetto dell’Assoluto.
Per esprimere questo concetto si fa l’esempio dell’uomo che, entrato in una stanza buia, scambia una corda per un serpente e prova paura, fin tanto che non si accorge di come stanno effettivamente le cose. Per svelare l’illusione insita nella realtà ‘relativa’ occorre che questa sia dunque esaminata, a cominciare da quella che ci è più vicina, la Natura, e con ciò siamo pronti per passare al simbolo successivo.
La Natura, quindi, come villa di Satana, giacché il cielo rimarrebbe appannaggio di Dio.
E’ importante notare che il capitolo del Caos che regna finisce con la guarigione della donna che suggella due altri significanti:
il riconoscimento della supremazia comunque della razionalità, il ritorno della donna alla sua originaria condizione di donna – strega. Donna carnefice che si esplicherà meglio nel quarto atto – Disperazione.
5.2. Capitolo 4 – Disperazione
E’ importante chiarire che in questo atto, superata la condizione di sofferenza, la donna può ricongiungersi alla sua natura di martire.
Due segni sono fondamentali per comprendere questa evoluzione.
Il flashback sulla sequenza iniziale dove avremo modo di constatare che la donna vede il bambino salire sul mobile, prima, e cadere nel vuoto poi.
Questa vera e propria rivelazione è fondamentale per comprendere l’intenzione di von Trier di svelarci al dunque chi sia davvero l’Anticristo.
Un essere capace di produrre il male ed il bene nello stesso momento.
Un essere che potrebbe fermare la morte del figlio ma che preferirà godere del suo piacere.
Questa rivelazione spiega:
il dolore maggiore che la donna soffre rispetto all’uomo
la sua intenzione di purificare la fonte del piacere di quell’atto che tanto esecranda risulta al dunque anche ai suoi ambivalenti occhi.
Giustifica, inoltre, il titolo di questo atto che non è più solo Dolore e Pena ma che tracima in vera e propria Disperazione una condizione che costringerà l’uomo a reagire agli attacchi della donna.
5.2.1. Il piede
A questo punto direi che abbiamo, in parte, svelato cosa muove la donna a conficcare, nella fine della gamba del marito, una ruota che lo condanni a rimanere con i piedi ben fissi sulla terra.
Non è un caso che Dafoe, in questa sequenza, cerchi di sprofondare nelle viscere della terra, perché ha oramai compreso le intenzioni del femmineo, improvvisamente rivoltatosi contro di lui.
La ruota di pietra è il peso che costringe l’uomo a rimanere solo con i piedi per terra, senza poter, più, rivolgere gli occhi al cielo.
Condanna che la donna stava lentamente infliggendo anche al figlio (allacciandogli le scarpe al contrario).
5.2.2. Satana
C’è un’ultima cosa.
Il riferimento a Satana compare più nelle cose in se che nella narrazione.
Ma è evidente che mentre Dafoe svolge il ruolo di terapeuta egli annota, in una sorta di piramide, le cose che alla moglie fanno paura.
Ad un certo punto la sequenza inquadra questa gerarchia:
Me
Satana
Natura
Bosco
In questa sequenza egli, subito dopo avere scritto: Me, cancella questa parola.
Perché?
Perché Satana e Me, forse, sono la sessa cosa?
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6. “L’epilogo”
Ed ecco anche spiegato cosa porterà, nell’ultima parte del film, “L’epilogo“, Wiliam Dafoe ad uccidere la donna, mai così tanto esplicita nei film di von Trier:
“Una donna che piange è una donna che trama“
Ed a bruciarla su un rogo, lei che non era riuscita a portare a termine una tesi sulla persecuzione delle donne nel medioevo.
E’ in questa ulteriore sovrapposizione, tra il protagonista maschile dell’opera, ed il pensiero disturbato (penseranno i più) di Lars von Trier, che il film ci lascia i disperati messaggi verso l’alto.
E’ importante, in primo luogo, sottolineare che il commento musicale alla sequenza di tale atto, torna ad essere “Lascia ch’io pianga“, ed è importante questa sottolineatura, perché contiene un nuovo riferimento alla cruda sorte ed alla libertà, questa volta dell’uomo.
Non meno importante è l’idea che l’unica strada verso la conoscenza è il noumeno, il superamento dialettico del dualismo.
Questo spiega, in parte, il terrore che il regista nutre nei confronti della donna, e nei confronti dell’atto sessuale in se.
Vi starete, a questo punto, chiedendo del perché la moglie martiri i sessi (sia il suo che quello del marito).
La mia risposta è, ancora una volta, racchiusa nell’impurità dell’atto sessuale.
Se è il sesso il tramite terreno che abilita il ripetersi dell’atto (impuro) della creazione, e se è il piacere il motivo principale che attrae l’uomo verso la donna, e verso questo atto, allora sono chiare due conseguenze:
la prima è che la donna, che attrae l’uomo con il suo piacere, è parte del disegno abominevole della imperfezione e della impurità di questo atto, ed ha verso l’uomo un potere tremendo, se è vero che in due sequenze cogliamo assai bene questo riferimento.
Nel primo atto, quando Dafoe, vendendo meno ai suoi proponimenti di terapeuta, possiede la moglie per distrarla dal suo dolore.
Ed in una delle scene forse più potenti del film, quando la donna uscita di casa di notte si masturba nel bosco, e viene, poi, raggiunta dal marito, che la possiede sul tronco dell’albero, dove compaiono molte mani di corpi che sembrerebbero morti.
La seconda conseguenza è che l’atto sessuale è il vero peccato, che, per essere in qualche modo purificato, deve essere privato del piacere, ecco quindi che la donna masturba l’uomo dopo averlo colpito sul sesso, facendo si che dal suo pene fuoriesca insieme al suo seme, il suo sangue, ed, in una sequenza successiva, procederà a tagliarsi il suo stesso clitoride, in una delle sequenze forse più raccapriccianti dell’opera.
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7. La scena finale – il femmineo assoluto – chi è L’Anticristo?
Mi rendo conto che, forse, non ho chiarito a sufficienza che è l’Antichristo in un film che lo evoca addirittura nel titolo.
Ritengo che la mia analisi non lasci dubbi, al riguardo, ma mi piace integrare le mie conclusioni con quelle di Marco Bellentani, sicuramente più esplicite al rigurado:
E’ sicuramente il personaggio interpretato da Wiliam Dafoe, del resto è l’unico che resta vivo al termine dell’opera, esistente con cui la natura comunica (essa tace, per lo piiù, al personaggio femminile isterico e cristiano), tramite simboli, fruscii, ma anche parole e grida d’animale.
Le costellazioni animali sono il nuovo nord della bussola della vita.
L’uomo, dunque, passa attraverso il martirio della strega, del senso di colpa, e deve ributtare tutto l’isterimo freud-cristiano che porta all’infibulazione, alla castrazione femminile (anche per colpa del maschio).
Superato quell’attimo, si deve rendere conto del gesto contro natura, palesemente cristiano, dell’uccisione, nella castrazione, del senso di tutto, del sesso, innocente atto che rende tutto possibile, in svariati modi a seconda della specie, animale o vegetale. [Ergo, la castrazione è evidentemente un gesto cristiano - contro natura da combattere. E così lo sono i "no" alla vita niezcthiani].
A quel punto il nuovo messia è pronto a salire sul monte, in attesa del popolo di streghe, represse dalla cultura, soggiogate dal cristianesimo e dalle sue paure, condannate all’isteria e dunque non comprese, ma uccise o curate come un virus!
Esso è colui che cura quell’inutile senso di colpa, quell’inutile strumento di controllo, inoculato infidamente in noi dall’era cristiana, ma anche dalla modernità. Un film immenso, che rifugge il finale catartico alla Dogville, perché mira ad essere compreso, lentamente, dal nostro io. Le risposte sono profonde, difficili da percepire: La verità non avrà mai un linguaggio completamente umano.
Liberatosi della moglie, oramai morta e addirittura bruciata su una pira, come una strega del medioevo, l’uomo si aggira in un mondo pieno di luce, senza più ombre perché il dualismo è stato superato, oramai libero, e compie due incontri, dovremmo dire, con la Conoscenza.
Il primo è quello dei cadaveri che gli si rivelano nella Natura.
Un suggello dark della condanna che, in qualche modo, livella tutti i vivi ad un unico ed ineluttabile destino.
Il secondo è quello del femmineo che gli si fa incontro sulla collina. Una moltitudine di donne, che, non essendo più una, rappresentano non più il femmineo alternativo, ma quella parte di femmineo che è in lui.
E’ questa forse l’immagine forse più evocativa e pregante dell’opera, che Larsvon Trier inserisce alla fine del film, quasi a comunicarci la sua visione definitiva sulla questione del tema della Unicità al di sopra del bene e del male.
Una sequenza, anche questa, impeccabile e potente, che non potrà lasciarvi indifferenti.
In questo contesto pongo una ulteriore riflessione.
Gli esistenti lo abbiamo detto non hanno nome. Essi potrebbero essere due aspetti di un unico tema.
7.1. Un apparente errore formale ci svela un dettaglio sul rapporto dualismo vs. unicità
In una sequenza di un dialogo iniziale, i cinefili ci fanno caso, Lars compie una piccola serie d’inquadrature scorrette sotto il profilo formale.
Nei dialoghi, infatti, si studia, i soggetti devono essere inquadrati con campo e controcampo.
In parole povere se un esistente parla da un lato dello schermo, l’altro deve rispondergli dall’altro, guardando verso di lui.
Bene riguardate uno dei dialoghi iniziali tra l’esistente interpretato da Dafoe e l’altro interpretato dalla Gainsbourg,noterete, come ho fatto io, che essi vengono inquadrati nella stessa porzione di schermo.
La cosa sarebbe normale se l’esistente Dafoe parlasse a se stesso, ma se, invece, parla alla moglie allora delle due l’una:
o Lars ha voluto, clamorosamente, sovvertire questo paradigma formale in queste inquadrature,
oppure, come è più agevole credere, lo ha fatto con consapevolezza, con sapiente cognizione di causa, quasi a volerci anticipare che Dafoe e la mogliesono si due entità separate, ma parte di un’unica Verità. Due volti di un unico esistente. L’Anticristo appunto.
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8. Conclusioni
In conclusione posso dire che a me il film è piaciuto molto anche per gli aspetti formali.
E’ raro trovare una direzione della fotografia così perfetta anche nei suoi aspetti cromatici (le predominanze degli azzurri e dei rossi, i giochi delle luci e delle ombre), che sottolineano, direi perfettamente, in maniera che non è arduo definire caravaggesca, la prospettiva dualistica dell’opera.
Le immagini perfette del film:
le sequenze rallentate del racconto della donna nel bosco;
le allitterazioni visive di lei che varca il ponte che conduce ad Eden, o la soglia della tana della volpe.
I dialoghi dei coniugi, fonte di critiche inutili, che andrebbero sicuramente rivisti e riascoltati in lingua originale, considerando la supervisione di Crepet nella versione italiana.
Ed ultimo, ma non meno importante motivo, le interpretazioni degli attori che è approssimativo considerare eccellenti (questo spiega la palma d’oro alla Gainsbourg), che hanno lavorato sui personaggi come raramente ho visto fare in un film.
Certo rimangono ancora molti simboli di cui parlare, la volpe ed il corvo (forse un riferimento all’elogio alla accortezza, di cui il personaggio di Dafoe sembra essere pregno, della fiaba di Fedro).
Il Daino.
Ma come dire … la visione del film è talmente bella, che, personalmente, la consiglio più e più volte a tutti.
Dispiace solo che un’opera così visionaria, e così ricca di riferimenti, non sia stata apprezzata (nomination per la palma d’oro a Cannes a parte).
Ma è il destino dei geni che utilizzano il cinema non per fare soldi, ma per cercare di comunicare arte.
E Lars, in questo, continua ad essere un maestro, penso, anche che la sua casa di produzione, la Zentropa, sia un luogo magico, ed ammiro, molto, anche il rigore con cui questo regista co-gestisce tale progetto … ditemi da quale altra casa di produzione, anche americana, escono fuori immagini così perfette stilisticamente.
Adesso Lars, però, ti preghiamo … con Wasington, completa la trilogia sugli USA.
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Roberto Bernabò: @Daniela Non so, te lo dico sinceramente, quanto abbia, in verità, colto, nel profondo, quello che...
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