cinemavistodame.com di Roberto Bernabò

Archivio della categoria ‘ cinema e montaggio ’

La Prima Linea – di Renato De Maria

analisi di eventi, esistenti, e linguaggio audiovisivo

Le ragioni della lotta armata della sinistra italiana, in un esercizio di analessi storica e morale – a cura di Roberto Bernabò

Titolo originale: La Prima Linea
Altri titoli: Miccia Corta – The Front Line – La Première Ligne
Regia: Renato De Maria
Anno di produzione: 2009
Durata: 96′
Tipologia: lungometraggio
Genere: drammatico
Paese: Italia/Belgio
Produzione: Lucky Red, RTBF, Les Films du Fleuve; in collaborazione con Rai Cinema, Sky Cinema, Medusa Film, Quickfire Films Limited
Formato di ripresa: 35mm
Formato di proiezione: 35mm, colore
Ufficio Stampa: Lucky Red Ufficio Stampa
interpreti: Riccardo Scamarcio (Sergio Segio); Giovanna Mezzogiorno (Susanna); Daniela Tusa (Guardiana di Firenze); Awa Ly (Cantante Jazz); Fabrizio Rongione
soggetto: Sandro Petraglia; Ivan Cotroneo; Renato De Maria; Fidel Signorile
sceneggiatura: Renato De Maria; Sandro Petraglia; Ivan Cotroneo; Fidel Signorile
musiche: Max Richter
montaggio: Marco Spoletini
costumi: Nicoletta Taranta
scenografia: Alessandra Mura; Igor Gabriel
fotografia: Gian Filippo Corticelli
suono: Mario Iaquone; Marta Billingsley; Marc Bastien
casting: Francesco Vedovati
aiuto regista: Gianluca Mazzella
produttore: Andrea Occhipinti; Jean-Pierre Dardenne; Luc Dardenne; Arlette Zylberberg
Direttore di Produzione: Michela Rossi
Produttore Esecutivo: Delphine Tomson
Produttore Esecutivo: Gianluca Arcopinto
Produttore Associato: Stefano Massenzi
Produttore Associato: Carl Clifton
Sito Web: http://www.luckyred.it/laprimalinea
Ambientazione: Torino / Pinerolo (TO) / Venezia / Rovigo
Periodo delle riprese: Inizio riprese il 9 febbraio 2009
Budget: 5.000.000 euro
“La Prima Linea” è stato sostenuto da:
Film Commission Torino Piemonte
Eurimages
Wallimages
Tax Shelter ING invest de Tax Shelter
Productions Française Platteborse et Joëlle Levie
Inver Invest
Muriel Bostyn et Jean-Baptiste Piette
Tax Shelter del Governo Federale Belga
Libro da cui è tratto il film “La Prima Linea”:
“Miccia Corta. Una Storia di Prima Linea” di Sergio Segio, 256 pp, DeriveApprodi, collana DeriveApprodi, 2005: Sergio Segio, il “comandante Sirio”, è stato tra i fondatori di Prima linea, l’organizzazione armata che ha contato mille militanti e migliaia di simpatizzanti. In questo libro descrive una delle azioni più clamorose e audaci della lotta armata in Italia: l’assalto al carcere di Rovigo con cui liberò la sua compagna e altre tre detenute politiche. Il racconto si snoda in una sola giornata, il 3 gennaio 1982, con un ritmo incalzante tipico delle migliori sceneggiature di film d’azione. Sullo sfondo si intersecano alcuni fotogrammi delle lotte e dei movimenti degli anni Settanta.

Sinossi: 3 gennaio 1982. Sergio (Riccardo Scamarcio) è a Venezia, dove ha messo insieme un gruppo per attaccare il carcere di Rovigo e far evadere quattro detenute tra le quali Susanna (Giovanna Mezzogiorno), la donna che ama e con cui ha condiviso idee e scelte politiche. Tratto da una storia vera, quella di Rovigo è una delle più audaci evasioni mai messe a punto durante i turbolenti anni di piombo. Mentre il gruppo si avvicina al carcere, Sergio ricorda gli inizi della clandestinità, il passaggio alle armi e l’incontro con Susanna. Intanto la giornata del 3 gennaio volge al culmine: il gruppo è arrivato a Rovigo, all’interno del carcere Susanna e le altre attendono l’ora fissata. Un’esplosione fa saltare in aria il muro di cinta e comincia l’assalto. Susanna e Sergio si ritrovano, l’evasione è riuscita ma non tutto andrà come previsto …

Noi di Prima Linea abbiamo fatto cose da pazzi. Avevamo scambiato il tramonto per l’alba. Eravamo convinti di avere ragione, ma invece avevamo torto …. solo che allora non lo sapevamo.
Sergio Segio
La pellicola e’ ispirata al libro ““Miccia Corta. Una Storia di Prima Linea”” di Sergio Segio, l’ex comandante Sirio di Prima Linea, condannato a 30 anni per l’omicidio del giudice Alessandrini.

1. Introduzione – circa le ragioni della catarsi documentarista

Chi legge questo blog lo sa.

Amo molto il cinema documentarista.

Ho spesso scritto in favore di questa ontologia del cinema, perché una delle ragioni per cui amo così tanto la pratica della visione delle pellicole, in sala, è che spesso mi aiutano a capire, mi supportano in quel complesso lavoro che è la maturazione etica, civile, persino morale, arrivo a dire.

Vedere, assistere, in un documentario, alla ricostruzione di fatti realmente accaduti, come nel caso di specie, è come se mi liberasse dal dubbio.

E’ come se mi desse una prova inconfutabile di quello che realmente fu quella verità.

Con tutte le sue sfaccettature, i suoi dubbi, i suoi tormenti. Le sue molteplici, e sottili, e contraddittorie, angolature.

Questo processo, lento, che accade per il tramite dei nostri occhi, è una sorta di arte magica. Divinatoria. Trascendente arrivo a dire. E catartica.

In questo post:

1. Introduzione – circa le ragioni della catarsi documentarista
2. Circa il racconto non politico degli eventi e degli esistenti
3. Circa il linguaggio audiovisivo e le rese attoriali
4. Conclusioni

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Voci dal buio – di Giuseppe Carrisi – analisi

Italia – 2009

analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo

Voci dal buio - di Giuseppe Carrisi - locandina del film

Voci dal buio

regia: Giuseppe Carrisi
collaborazione artistica ed alla sceneggiatura: Francesco Niccolini
montaggio: Domenico De Orsi
produzione: Provincia di Pisa
produzione esecutiva: Vid Production
durata: 41 minuti
voto-5-stars

Trama: Da Barra a Goma. Dalla periferia di Napoli alla Repubblica Democratica del Congo. Il documentario di Giuseppe Carrisi, “Voci dal buio”, racconta, incrociandole, storie di ragazzi della camorra e di bambini congolesi che vivono nella guerra, nella povertà, nella violenza. Anche se geograficamente lontane, queste due realtà hanno un comune denominatore: i bambini sono vittime designate di una logica perversa che nega e calpesta sistematicamente i loro diritti. Da una parte la Repubblica Democratica del Congo, con il suo “esercito” di bambini soldato, di piccoli sfruttati nei lavori pesanti, abbandonati, vittime della fame e delle malattie; di bambine abusate, di minori accusati di atti di “stregoneria” o rinchiusi nelle carceri; dall’altra, un quartiere del capoluogo campano dove esiste un “esercitosimile, composto di piccoli soldati, anche se non è ugualmente visibile: quello delle giovani “leve” delle cosche criminali che dettano legge in tutta la zona. Un destino segnato dalla necessità di sopravvivere in un paese marchiato da atroci conflitti, guerre, e dalla quotidiana lotta per la sopravvivenza dove i bambini sono costretti a combattere ogni giorno, da un lato, e, dall’altro un destino ugualmente marcato a fuoco dalla nascita, ma dove la scelta di “combattere” è molto diversa: si sceglie un “ideale“, uno “stile di vita” per raggiungere un potere ben preciso e stabilito dalla camorra: il miraggio della ricchezza, dei soldi facili. In Congo non c’è scelta, perché si viene arruolati e basta, si finisce in miniera, per strada, si è costretti a lottare per sopravvivere. Insomma a Barra come a Goma, le vite dei bambini vengono buttate via come se non avessero alcun valore. Obiettivo del progetto è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, alla vigilia della ricorrenza del 2o° Anniversario della Convenzione Internazionale, stipulata a New York il 20 novembre 1989, e del 10° Anniversario della Convenzione numero 182 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sulle forme peggiori di lavoro minorile.

Cronache di un’infanzia negata – a cura di Roberto Bernabò

“Anche se voi vi credete assolti siete per sempre coinvolti”

Fabrizio de Andrè – Canzone del maggio

Voci dal buio_6

1. Introduzione – un incipit dedicato agli occhi

Voglio partire degli occhi.

Perché, a riflettere bene, sono proprio gli occhi, il fulcro pregnante di questo straordinario documentario del mio, caro, amico Giuseppe Carrisi.

Da un lato l’occhio dietro la cinepresa del documentarista.

Un occhio coraggioso ed imprudente, che cerca la verità, che la scava, l’assimila, la comprende, la penetra, e la restituisce pura, scevra di prese di posizione, d’interpretazione,  di manipolazione, libera da pregiudizi, ed affrancata dalla convenienza di chi sa, ma preferisce tacere.

Una verità assoluta, pronta per i nostri, di occhi, che rimangono, pur sempre, la principale fonte della nostra conoscenza.

Affinché noi crediamo perché vediamo, come amo dire, … ah se solo il medium televisivo si riappropriasse di questo assunto, non è vero Claudio Messora?

Dall’altra gli altri occhi del documentario, quelli innocenti, dei ragazzi protagonisti dell’inchiesta.

Occhi, anche questi, carichi di purezza ed al tempo stesso inondati, sommersi, infangati, loro malgrado ahimè, d’impurità.

Occhi impavidi ed impauriti al tempo stesso, dolci, vinti, smarriti, coraggiosi, spavaldi persino, ma di quella spavalderia figlia dell’ingenuità, tipica dell’ignoranza.

Che, insomma, ti scavano nell’anima, che parlano al tuo personale senso di responsabilità civile, fino a farti sentire in colpa.

Perché si, è vero, quegli occhi così giovani, ma già così adulti, sembrano urlarti che potremmo,  … dovremmo … tutti, impegnarci, in prima persona, di più, … molto, molto, molto, di più.

Tutti, nessuno escluso, persino tu che sei capitato qui per caso, che stai leggendo questo post, e che non hai nemmeno visto questo film, e che, forse, non lo vedrai mai, lo sai.

Che si, è proprio come cantava Fabrizio de Andrè nella celebre sua ballata “Canzone del maggio“: “Anche se voi vi credete assolti siete per sempre coinvolti“.

Questo ci tengo a dirlo, perché se un documentario non provoca questa reazione, allora vuole dire che ha fallito.

E questo “Voci dal buio” - di Giuseppe Carrisi (mai titolo fu più indovinato), invece, non solo non fallisce, ma coglie proprio nel segno.

Cerchiamo di capire perché.

Voci dal buio - di Giuseppe Carrisi

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2. Circa gli aspetti formali – le riprese: l’occhio nella bocca e la bocca nell’occhio

Anche se, a mio modo di vedere, l’aspetto che ho maggiormente apprezzato di questo film, è il montaggio, sia quello del materiale girato, che quello del sonoro, ma ne parleremo dopo, è pure vero che, per realizzare un buon documentario, è necessario disporre di molto materiale. E, aggiungo, … che deve essere stato realizzato bene.

E qui si arriva ad uno dei segreti del film.

Giuseppe ha girato, per ben quindici giorni, in Congo, a Goma, e per circa quattro a Barra, uno dei quartieri più degradati e malavitosi della zona Est di Napoli, la mia città.

Complessivamente oltre trenta ore di riprese, tra le due location.

Trenta ore pericolose.

Per tanti motivi.

Decidere di partire per il Congo, il giorno dopo avere ricevuto un’intimidazione, non è da tutti, ma queste cose sono normali nella realizzazione di un progetto come questo.

Girare a Barra - dove persino i Vigili Urbani e la Polizia, non solo non entrano, ma vi sconsigliano di farlo anche voi – non è cosa facile, vi assicuro, soprattutto se il materiale che avete intenzione di catturare con la cinepresa riguarda la Camorra.

Ma aldilà delle difficoltà, che sono, come dire, elemento fondante del cinema documentarista, (cosa sarebbe un documentarista che non rischiasse?), quello che mi preme fare comprendere è che lo specifico filmico di Carrisi, in questa sua opera, è davvero molto particolare.

Innanzitutto, nonostante le condizioni precarie, le riprese, girate in digitale e riversate in pellicola per le sale, sono tutte molto ben realizzate, anche se il set era, ovviamente, privo di particolari ausili formali. Ed anche se, le stesse, sono, spesso, ottenute con macchina in movimento. O con carenti condizioni d’illuminazione.

Voci dal buio - di Giuseppe Carrisi - il Vesuvio visto da Barra - Napoli

Le inquadrature di raccordo sono, tutte, molto suggestive, il Vesuvio più volte ripreso da Barra, ad esempio, ha dei richiami spettrali di notevole pregio.

Così come la direzione della fotografia che, vi assicuro, è gestita, considerati i contesti, con notevole maestria.

Voci dal buio - di Giuseppe Carrisi - il degrado di Barra - Napoli

Così come, pure, le sovrapposizioni dei due diversi, eppure, tristemente simili, degradi degli ambienti sociali in cui si svolgono gli eventi, oggetto della documentazione.

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I primi e primissimi piani, i dettagli degli occhi e delle bocche dei ragazzi, ma anche delle loro mani, costituiscono un suggello innovativo ed interessante proprio, a riflettere bene, dell’intenzione documentarista della pellicola.

Voci dal buio di Giuseppe Carrisi - bambina congoleseVoci dal buio di Giuseppe Carrisi - dettaglio di bambino congoleseVoci dal buio di Giuseppe Carrisi - bambini congolesiVoci dal buio di Giuseppe Carrisi

Questi organi, poi, in particolare: la bocca e gli occhi, non costituiscono, infondo, l’essenza stessa del cinema, e, ancora di più, di quello documentarista?

E non è il documentario, un resoconto, la raccolta di una testimonianza?

E la testimonianza non è forse, a sua volta, oculare ed orale?

Insomma, non saprei dire se ti rimangono impresse di più le immagini, che parlano con una sapienza ed un uso eccellente del mezzo, o il racconto dei ragazzi, che si compone gradualmente, come una sorta di puzzle visivo ed emozionale, nella mente e nel cuore di te spettatore, fino ad allora, quasi, ignaro, che vieni invaso dal senso di Pietas, che alberga nell’animo sensibile di Giuseppe.

Che, peraltro, era seduto accanto a me durante la proiezione.

Non è, al dunque, in conclusione di questo paragrafo, un documentario, un alchemico bilanciamento dell’occhio nella bocca e della bocca nell’occhio?

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3. Circa gli aspetti formali – il montaggio del girato – sovrapposizione ad incastro perfetta ed induttiva

Una delle cose che, vi assicuro, vi rimarrà maggiormente impressa, se assisterete, come me, ad una proiezione di questa bellissima opera di Giuseppe Carrisi, è proprio l‘accuratezza, quasi spasmodica, del montaggio del girato.

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Un’accuratezza che si rivela e che si svela nei contrappunti e nelle sovrapposizioni delle testimonianze dei ragazzi di Goma con quelle dei ragazzi di Barra.

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Realizzate spesso senza stacchi.

Montate selezionando ed accostando sequenze che li raffigurano ripresi nello stesso lato dello schermo, o dall’altro, quasi a fare capire che si, le loro storie sono diverse, ma sono infondo anche uguali. Come  se rappresentassero, insomma, un unico continuum filmico e narrativo, che esprimono, un po’, la cifra distintiva dell’opera.

Perché, a guardare bene dentro i racconti, alla fine, convergenti risulteranno essere i temi inerenti:

  • la costrizione all’uso delle armi,
  • il dovere decretare la morte di altri,
  • il dovere fare uso di sostanze stupefacenti, persino.

Ed analoghe, ahimè, risulteranno, le dilaniazioni emotive nelle menti di questi giovani, il senso di abbandono che queste vite si trovano a percepire.

Quasi come se, in una sorta di cinema induttivo, Giuseppe avesse la capacità di condurci dal particolare all’universale.

Una prospettiva che aggiunge, all’indiscutibile valenza documentativa dell’opera, un filtro che, senza minimamente prendere posizione, abilita, però, riflessioni assai più trascendenti, rispetto alle verità raccontate dagli eventi, per il tramite degli esistenti, tutti rigorosamente veri.

Geniale ed innovativo al tempo stesso credo, non vi pare?

3.1. La filastrocca del pifferaio

In questo sapiente montaggio, c’è un altro elemento che contribuisce al raggiungimento di questo risultato emotivo, ed è la bellissima filastrocca di Francesco Niccolini, liberamente ispirata al Pifferaio Magico dei fratelli Grimm.

Un uomo che, apparso quasi per magia in un paese infestato dai ratti, dapprima cerca di salvare da tale piaga i suoi abitanti, con l’ausilio della musica del  suo piffero, ma che poi, al mancato pagamento della sua prestazione, da parte degli adulti, finisce, invece, per vendicarsi proprio sui bambini.

Altra installazione sulla quale, e non poco, riflettere.

Perché è, infondo, proprio in questo gioco cadenzato di elementi che variano il ritmo di una cronaca, altrimenti, forse, davvero eccessivamente pesante, l’attentissima composizione del materiale montato, tema a me caro, che, come dire, distilla i quarantuno minuti dalle oltre trenta ore di girato.

Il tutto, bilanciando equamente, il materiale di Barra, con quello, molto interessante, girato nel carcere minorile di Nisida, a quello, probabilmente assai più copioso, girato a Goma, nel Congo.

Una cosa ci tengo a dirla da napoletano.

La struggente poesia con la quale Giuseppe ha raccolto alcuni degli esterni di Nisida e del “Carcere e mare“, come cantava una bellissima ballata del film “Scugnizzi” (1989) di Nanni Loy, che non posso non citare, unitamente a Baby gang (1992) di Salvatore Piscicelli.

3.2. L’intervista a Ferdinand Benge Luengo

A dire il vero, per completezza, devo citare, anche, come ulteriore elemento del format del documentario, gli spezzoni di una intervista ad un vecchio congolese: Ferdinand Benge Luego, molto preparato sui temi trattati dal film, che aiuta lo spettatore a contestualizzare, con una notevole dose di chiarezza espositiva, le principali piaghe che affliggono l’infanzia congolese e più in generale quella sudafricana e, ancora più in generale, quella dell’infanzia del Sud del mondo. E non solo.

Ce ne sono altri, in verità, di questi supplementi documentativi, che illustrano, ad esempio, le credenze dei bambini congolesi posseduti dal demonio dalle loro famiglie, incredibilmente amplificate dalla mano di finti stregoni senza scrupoli, che, in realtà, speculano su queste superstizioni, proprio come il pifferaio della filastrocca.

Ma questi elementi aggiuntivi, che, come mi sforzo di spiegare, “spezzano” le testimonianze dei ragazzi, non alterano il senso obiettivo della strategia documentativa che Carrisi propone.

E che cioè siano i fatti a parlare, e non le tesi.

Ecco, vorrei che consideraste, in chiusura di questo paragrafo, che tutta questa fase è durata, a differenza delle riprese, oltre un mese di sala di post-produzione.

Domenico De Orsi

Complimenti a Giuseppe, ed al suo giovane montatore Domenico De Orsi, che diretto da lui, si dimostra davvero di notevole spessore.

3.3. Chi è Francesco Niccolini

Francesco Niccolini

Francesco Niccolini (Arezzo, 1965), è autore di testi per il teatro e per la TV. Tra gli attori più importanti per i quali ha scritto: Marco Paolini (Il Milione, Parlamento Chimico, Teatro Civico), Massimo Schuster (Mahabharata), Sandro Lombardi, Antonio Catalano.

In questo momento sta lavorando alla ricostruzione della storia di Bagnoli a Napoli.

Collabora con la trasmissione di Rai3 «Report» di Milena Gabanelli.

Giornalista, scrive per «Avvenimenti» e «Diario».

Ha pubblicato alcuni libri, l’ultimo dei quali, Teatro Civico, insieme a Marco Paolini e Andrea Purgatori, uscirà a ottobre per Einaudi.

Ha collaborato a tutti i progetti di Giuseppe Carrisi sui bambini soldato sia cinematografici che teatrali.

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4. Circa gli aspetti formali – il montaggio del sonoro – occhi per sentire: la musicalità delle tracce audio

Giuseppe Carrisi accanto alla locandina del suo film  Voci dal buio - al Warner Village Parco dé Medici a Roma

Più conosco Giuseppe Carrisi, più credo che una delle sue qualità / capacità sia quella d’instaurare rapporti umani profondi e sinceri.

Credo che questa attitudine, nel cinema, e nel mestiere di regista, aiuti, peraltro, non poco.

Credo, anche, che dietro il suo aspetto bonario e sornione, Giuseppe, sia, invece, un uomo ed un professionista estremamente rigoroso.

La combinazione di questi suoi specifici aspetti caratteriali, secondo me, determinano, sul set, ed in post produzione, un clima molto fertile e creativo, intorno a lui, nel momento della realizzazione artistica, e non solo.

Come se lui, quasi senza chiedere, riuscisse a stabilire con i suoi collaboratori un’intesa tale, che poi il risultato che ne deriva … parla da solo.

Un dato, tra i tanti, che Giuseppe, nella cena che è seguita alla proiezione, mi ha comunicato, mi ha molto colpito.

Grazie alle conoscenze che ha in RAI, nonché, ovviamente, alla validità del suo progetto in cui, evidentemente, anche lì, hanno creduto, ha avuto modo di accedere ad una banca dati di oltre centocinquanta brani, da lui ascoltati uno per uno, per poi selezionarli ed inserirli nel contesto del montaggio del sonoro, e che conferiscono, alla narrazione, un’incredibile coerenza tra il commento musicale e la drammaturgia degli eventi.

Credo che, infondo, questa musicalità dell’opera, Giuseppe l’abbia cercata non solo nella selezione dei brani della colonna sonora, ma, anche, nella cura che ha dimostrato di avere nella scelta dei timbri vocali dei doppiatori, nelle rime della filastrocca del pifferaio, quasi come se, alle brutture ed alla crudezza dei racconti e di molte delle immagini, fosse, per lui, necessario ed urgente, contrappuntare ed opporre una sorta di bellezza uditiva.

Perché, per essere chiaro, il documentario porta avanti diverse tracce sonore.

  1. Quella in lingua originale, lasciata volutamente di sottofondo nel doppiaggio in italiano, nel più puro stile documentarista, nelle sequenze di Goma in Congo.
  2. Quella in presa diretta realizzata a Barra ed a Nisida.
  3. Quella della filastrocca liberamente ispirata alla favola del Pifferaio Magico, incastonata nei momenti giusti, durante le due narrazioni, tramite una voce narrante femminile, che è un po’ il filo rosso che lega le due cronache.
  4. Quella del silenzio di suggello ai cartelli, che compaiono nel montaggio dei girato, e che non sono altro che riflessioni che Giuseppe, in tanti anni di lavoro svolto, con amore per la causa delle infanzie negate, ha elaborato, e che sono parte della strategia di alternare elementi, che, in qualche misura, spezzino la testimonianza, nuda e cruda, degli eventi e degli esistenti,  in modo da fornire ulteriori dati sui quali riflettere.
  5. Quella della colonna sonora, della quale abbiamo già, in qualche misura, argomentato.

4.1. Il doppiaggio e la voce narrante

Due parole le vorrei davvero spendere in favore dei doppiatori.

Spesso noi cineblogger ci scagliamo contro questa categoria, che, bisogna riconoscerlo, a volte letteralmente deturpa le versioni originali di molte opere.

Ma, nel caso di pellicole come queste, dove l’opera di traduzione con le scritte in sovra-impressione risulterebbe complessa, e poco fruibile e chiara, Giuseppe, anche qui, ha selezionato  personalmente, ad uno ad uno, i ragazzi, tutti bravissimi, che gli hanno dato una mano in questo lavoro, nel quale arriva, ancora una volta, l’amore con il quale questo progetto è stato realizzato.

Insomma, chi si occupa di montaggio di documentari, lo sa.

Il sonoro è uno degli elementi più importanti dello specifico filmico del linguaggio, non a caso, audio-visivo, di questo genere.

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Che, da un lato, deve trasferire la percezione, assoluta, della precarietà della documentazione, girata, spesso, in condizioni, davvero, limite.

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Ma che, d’altronde deve essere, però, chiaro, comprensibile, perché è anche e soprattutto attraverso le testimonianze, che la denuncia si compone, ibridandosi e fondendosi con le immagini, e con tutte le altre componenti narrative e documentative dell’opera.

In questa specifica dimensione, che, ad esempio, ho molto apprezzato, anche, nei lavori documentaristici di Alina Marazzi, direi che la pellicola di Carrisi raggiunge una raffinatezza, quasi magica, se è vero che eravamo, davvero, tutti commossi, al termine della proiezione, e se è vero che l’applauso che è partito al termine del film, è stato fatto da tutti con emozionata partecipazione.

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5. Conclusioni – l’amore di Giuseppe per la causa dell’infanzia ed il mondo disordinato

Manca ancora una cosa, in effetti, a questa analisi del film.

E credo sia, alla fine, quella più importante.

E non attiene agli aspetti formali, che, come abbiamo visto, sono tutti assolutamente di spessore, e tutti inerenti le fasi d’ideazione e di realizzazione del film, e nei quali non va taciuta la competente collaborazione di Francesco Niccolini.

Il qualcosa di cui parlo è un qualcosa che deriva da un ambito che è, come dire, antecedente ed al tempo stesso contemporaneo e forse addirittura successivo al film.

E’ l’amore con il quale Giuseppe intende impegnarsi per documentare queste verità.

Voci dal buio - di Giuseppe Carrisi

Un amore che è si più dolce, quando le sequenze ci arrivano dal Congo.

Dove le violenze sono senz’altro più dure, assolute, senza possibilità di appello, quasi come se nel paese, paradossalmente, più ricco del continente Africano, fossero proprio i bambini ed i ragazzi, a saldare il conto più alto alle necessità edoniste ed egoistiche di un mondo, che non è solo quello occidentale, ma è anche quello emergente asiatico e quello cinese in particolare.

Barack Obama

Un conto che, forse, con l’avvento di un presidente degli USA afro-americano come Barck Obama, sarà, finalmente, grazie anche ad opere come quella di Giuseppe, portato (è questo il nostro auspicio), ad un grado di visibilità diverso, che potrebbe essere l’inizio di una nuova speranza.

Ma l’amore c’è anche per le storie dei ragazzi di Barra, che solo perché assai più vicine a noi, ci sembrano, forse, meno comprensibili e giustificabili.

Ed immagino che, gli eventuali detrattori di Carrisi, potranno dire che, infondo, la situazione di questi ragazzi è assai diversa rispetto a quella dei bambini congolesi, in quanto questi giovani esponenti delle cosche camorristiche napoletane, sono più responsabili e più indolenti di quelli sudafricani, perché maggiormente consapevoli e maggiormente parti attive e potremmo dire artefici della loro condizione.

E fa quasi rabbia, ammettiamolo, sentirli dire che quando usciranno dal carcere di Nisida probabilmente torneranno a delinquere.

Eppure.

Eppure Giuseppe ferma un fotogramma che mi è rimasto molto impresso.

Uno dei ragazzi di Barra dice:

Ma a che fare dovremmo studiare ed andare a scuola se poi ci ritroviamo a tornare in questo mondo disordinato.

Lì per lì mi è sembrata una frase come tante.

Ma poi mi sono soffermato sull’idea che quella era, pur sempre, una di quelle sequenze, che, Giuseppe, aveva salvato dalle oltre trenta ore di girato.

Quella frase, ho riflettuto, è, infondo, il comune denominatore tra le storie congolesi e quelle partenopee.

Un contesto dis-ordinato.

Dove è il suffisso dis, utilizzato, quasi inconsapevolmente, da quel ragazzo, il problema.

Di chi è la vera, definitiva, ed assoluta, responsabilità di quel dis-ordine che, a Goma come a Barra, è probabilmente l’unico responsabile di scelte e di destini così ingiusti e disperati?

Giuseppe Carrisi insieme ai bambini del Congo

Io non ho una risposta definitiva, né posso aggiungere, all’opera di Carrisi, conclusioni che pure, a mio modo di vedere, anche lui propone, con le cifre dei cartelli finali, sullo sfruttamento dei bambini, e sui tanti altri abomini che quelle scritte documentano, sia con riferimento ai bambini Congolesi, che ai ragazzi reclutati dalla Camorra di Barra, quasi un omaggio, inconscio, a “Gomorra” - di Matteo Garrone, ed a “Il Divo ” - di Paolo Sorrentino,  ma non vogliamo togliere, troppo, alla sorpresa di chi vedrà il film.

Posso solo sperare, ed augurarmi, che chi, come me, assiste a questo film, raggiunga un grado, non solo di conoscenza, ma, soprattutto, di consapevolezza diverso.

Un grado che … è solo un piccolo passo.

Come un piccolo passo è rappresentato dal fatto che, una struttura come la Warner Bros – Medusa, si sia mossa in favore di questo film.

Non è molto, è vero, dal 7 al 13 agosto, ma, credo, che vada letto, con speranza, il segnale che queste proiezioni, infondo, rappresentano.

Ed è questo l’augurio che faccio a Giuseppe – che porterà questo film, che ha già avuto un notevole successo di critica al Giffoni Film Festival, a rassegne del calibro di quella del Toronto Film Festival,  ed a quella del Sundance Film Festival – che tanti altri piccoli passi possano fare raggiungere, a questa piccola grande opera, il successo che merita.

Perchè noi ne  siamo certi che questa pellicola meriti riconoscimenti importanti.

E vogliamo chiudere questo post con una promessa.

Torneremo a parlare di questa pellicola, presto.

E non solo per i premi che merita, e che, siamo certi, vincerà, ma, anche, per segnalare altre sue uscite nelle sale italiane. E magari anche per qualche suo passaggio televisivo in RAI.

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Perché continuiamo a credere, nonostante tutto, che dovrebbero essere proprio queste, le più importanti destinazioni d’uso del cinema documentarista.

Ricordo a tutti che il film è ancora è ancora in programmazione, nei Warner Village Cinemas, sino a giovedì 13 agosto.

Una precisazione sulle immagini di questo post

Sono tutte catturate al computer durante la visione del trailer. Tranne quelle che raffigurano Giuseppe Carrisi e le locandine, che sono scattate con il mio Iphone 3G.

Quelle originali del film hanno, ovviamente, una qualità considerevolmente superiore. Ma è che io un post senza immagini … proprio non riesco a farlo. Mi scuserà Giuseppe e mi perdonerete pure voi lettori, pertanto, per la loro carente risoluzione.

Alla prossima.

Links

Vai alla pagina del film sul sito Warner Village Cinemas, e controlla in quale sala puoi vedere il film, cliccando qui.

Official Site di Francesco Niccolini: qui.

Sito dell’Associazione onlus Pizzicarms qui.

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The Burning Plain – di Guillermo Arriga (2008)

The Burning Plain - di Guillermo Arriga (2008)

analisi di eventi esistenti e linguaggio audiovisivo

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The Burning Plain – il confine della solitudine

titolo originale: The Burning Plain
nazione: U.S.A.
anno: 2008
regia: Guillermo Arriaga
genere: Drammatico
durata: 110 min.
distribuzione: Medusa Film
cast: C. Theron (Sylvia) • K. Basinger (Gina) • J. Lawrence (Mariana) • J. Yazpik (Carlos) • J. de Almeida (Nick) • D. Pino (Santiago) • T. Ia (Maria) • D. Torres (Cristobal) • B. Cullen (Robert)
sceneggiatura: G. Arriaga
fotografia: R. Elswit
montaggio: C. Wood


Trama
: Storia di una madre, Gina, e di una figlia, Sylvia, che ha avuto un’infanzia molto complicata, impegnate a ricostruire un legame. Impegno non facile all’interno di un racconto dai tratti molto incisivi che la regia guida con mano maestra e forte intensità.

Le conseguenze della solitudine – a cura di Roberto Bernabo’

Introduzione

Continuo a leggere o critiche distruttive su quest’opera, o commenti, se non esattamente esaltanti, comunque molto positivi.

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Chiariamo subito che Gulliermo Arriga è uno sceneggiatore sulle cui capacità e bravura è difficile argomentare a sfavore.

E chiariamo anche che – come spesso vi sentirete dire se vi avvicinerete allo studio della sceneggiatura o a quello della regia (le due materie sono contigue ma hanno regole assai diverse) – una cosa è scrivere (nell’accezione letterale del termine) un film, un’altra è girarlo. Ma questo vivaddio è una cosa chiara ai più immagino.

Il tema del linguaggio, o meglio dei linguaggi, utilizzati dal cinema mi sembra centrale nell’affrontare un’analisi, non solo di questo film, ma in generale delle intenzioni artistiche di questo sceneggiatore messicano, che con questo film, dopo alcuni immagino significativi contrasti con il regista che ha contribuito a renderlo famoso (sia chiaro nel bene e nel male), Alejandro González Iñárritu, passa anche dietro la macchina da presa per "girare" una sceneggiatura originale (altro tema che affronteremo, prima o poi) "scritta" da lui.

In questo post:

  1. Differenze ontologiche tra sceneggiatura e regia
  2. Circa la narrazione non lineare di un racconto ed elementi innovativi nell’utilizzo delle anacronie nell’opera di Gulliermo Arriga (molto spoiler)
  3. La pianura che brucia come metafora della ribellione alla solitudine – i limiti dell’impianto narrativo
  4. Conclusioni

1. Differenze ontologiche tra sceneggiatura e regia

Sembra una differenza semplice da immaginare e da comprendere ma vi assicuro che non è così.


In un libro scritto a più mani da sceneggiatori e registi:

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"Fare Cinema" – di Jean-Claude Carrière, Francis Ford Coppola, Costantino Costa Gravas, Senel Paz – si legge, nella parte scritta da Jean-Claude Carrière, uno dei più celebri sceneggiatori che ha collaborato con Luis Buñuel, che che un giorno il maestro lo chiamò.

Doveva incontrare di lì a poco il produttore e gli chiese di portare una copia stampata della sceneggiatura, si trattava del celeberrimo "Le charme discret de la bourgeoisie".

Scena per scena il maestro iniziò a scrivere dei numeri. Pensava, leggeva, e, subito dopo aver letto una scena, scriveva un numero.

Incuriosito da questa pratica sconosciuta allo sceneggiatore che non riusciva, pur essendo un addetto ai lavori, a capire cosa significasse, questi domandò:

"Maestro, ma cosa sono quei numeri affianco ad ogni scena?"

"Questi che sto scrivendo ora?" rispose Luis Buñuel.

"Si, proprio quelli" incalzò Jean-Claude Carrière.

"Beh, visto che devo incontrare il produttore", spiegò il regista, "sto annotandomi con quante riprese intendo realizzare ogni singola scena".

Da questo semplice scambio di battute s’intuisce la grande differenza che esiste tra lo scrivere un racconto su carta, per quanto già organizzato per sequenza di scene (da cui il nome sceneggiatura), e la sua trasposizione in pellicola.

Il regista deve risolvere altri problemi.

Che non sono legati, solo, all’intreccio narrativo, ma assai più pregni di un ancor più intimo legame con la resa drammaturgica, il mood che s’intende dare all’opera-film, il rendere coerente, nell’atmosfera  drammaturgica delle interpretazioni degli attori che dovranno essere diretti, quello che nella sceneggiatura è scritto, e ancora, dove posizionare la macchina da presa, con quanti stacchi realizzare una scena, di quali luci si ha bisogno, e potrei scrivere migliaia di altri elementi specifici di questa competenza, che è considerata, a torto o a ragione, così importante, da fare arrivare a dire che il film non è dello sceneggiatore ma del regista.

Per quanto, ripeto, intimamente connesse, le due fasi sono quasi antagonistiche.

Si potrebbe dire, con un’approssimazione volutamente provocatoria, che il regista lavora contro lo sceneggiatore.

Andrebbe anche aggiunto che il montatore lavora contro il regista, ma questo ci porterebbe fuori dall’ambito dell’analisi che s’intende svolgere in questo paragrafo. Magari ci torneremo per pellicole che giustificheranno questa ulteriore specificità della costruzione del linguaggio audiovisivo.

Quello che ho inteso far capire è che, pur essendo sceneggiatura e regia, fasi diverse, non è impossibile che uno sceneggiatore, a forza di lavorare con un regista, possa sviluppare delle proprie idee riguardo alla trasposizione in pellicola di un suo lavoro.

Ed è probabilmente una forte diversità di vedute tra lui e Alejandro González Iñárritu, con il quale, ripeto, pare abbia litigato, che Gulliermo Arriga abbia deciso di passare anche dietro la macchina da presa, come si usa dire in gergo.

2. Circa la narrazione non lineare di un racconto ed elementi innovativi nell’utilizzo delle anacronie nell’opera di Gulliermo Arriga (molto spoiler)

E’ noto, a chi si occupa come me di cinema per passione oltre che per studio, che non esiste un solo modo di raccontare una storia.

Non si parte sempre, necessariamente, dall’inizio per arrivare alla fine.

Si possono inserire elementi completivi che recuperano parti del racconto attingendo dal passato, e questi inserti vengono chiamati anacronie (nel linguaggio cinematografico chiamati flshback).

Le anacronie, invero, possono anche anticiparci elementi di una porzione del futuro del racconto, andando cioè molto in avanti rispetto all’inizio della narrazione (nel linguaggio cinematografico chiamati fleshforward).

Se c’è una cosa che aveva dimostrato, in tutte le sue precedenti sceneggiature, Gulliermo Arriga, era una spiccata e probabilmente innata attitudine a costruire storie basate sul racconto non lineare (Amores perros – 2000 di Alejandro González Iñárritu;   21 Grammi – Il peso dell’anima – 2003 di Alejandro González Iñárritu; Le tre sepolture – 2005 di Tommy Lee Jones; Babel – 2006 di Alejandro González Iñárritu).

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Ora qui la questione è che, in questo film, a mio modo di vedere, la celeberrima lezione di Gerard Genette, da me più volte citata in questo blog, circa la portata e l’ampiezza delle anacronie, è come se venisse superata.

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In The Burning Plain non è corretto, almeno a mio modo di vedere, parlare di portata o ampiezza delle anacronie, quanto, piuttosto, di una innovativa costruzione parallela prima, e convergente poi, di due storie, una, palesemente per lo spettatore, risalente al passato, ed una seconda, sempre chiaramente per lo spettatore, imbastita nel presente filmico.

L’idea davvero innovativa è poi quella di fare convergere i due racconti paralleli, facendo scoprire allo spettatore che gli stessi, per quanto apparentemente diversi, riguardavano gli stessi esistenti ed in particolare la figura di Sylvia alias Mariana. Questo, peraltro, giustifica la diversità dei nomi dei due esistenti, che in realtà sono la stessa persona, (altrimenti l’artificio verrebbe svelato troppo presto), e la considerevole differenza tra le due attrici, (magari un ulteriore limite dei film ma, secondo me, più intimamente legata all’idea di non rendere esplicito lo schema dell’impianto narrativo, che rovinerebbe, e non poco, il colpo di scena sul finale).

Ora, aldilà della resa filmica, non si può certo dire che il tentativo sia di semplice attuazione, o, di più, di facile concepimento.

Tutt’altro direi, e vorrei aggiungere, che questo andrebbe valutato, a mio modo di vedere, prima di affermare che l’opera di Arriga non è valida.

Certo c’è da considerare che lo sceneggiatore è all’esordio come regista, ma credo che, anche in questa componente del racconto, la pellicola non sia affatto da sottovalutare, anzi.

3. La pianura che brucia come metafora della ribellione alla solitudine – i limiti dell’impianto narrativo

In una celebre canzone di montaliane atmosfere Francesco Guccini cantava:

"L’ angoscia che dà una pianura infinita? Hai voglia di me e della vita,
di un giorno qualunque, di una sponda brulla? Lo sai che non siamo più nulla?
Non siamo una strada né malinconia, un treno o una periferia,
non siamo scoperta né sponda sfiorita, non siamo né un giorno né vita …

Non siamo la polvere di un angolo tetro, né un sasso tirato in un vetro,
lo schiocco del sole in un campo di grano, non siamo, non siamo, non siamo …
Si fa a strisce il cielo e quell’ alta pressione è un film di seconda visione,
è l’ urlo di sempre che dice pian piano:
"Non siamo, non siamo, non siamo …"


Questi versi, che potrebbero adattarsi benissimo al film peraltro, mi sono tornati alla mente proprio pensando allo spleen prevalente che muove all’azione gran parte dei personaggi.

Tutto ha origine ed è contenuto dalla disperazione che sa dare, se vissuta male, la solitudine.

Del resto il sottotitolo del film è "il confine della solitudine".

E’ lei l’ospite ingombrante del film.

E’ lei che spinge la madre Kim Basinger (Gina), (direi bella e brava), di Jennifer Lawrence (Mariana), bravissima e premiata con il Premio Marcello Mastroianni (Mostra d’Arte Cinematografica Internazionale di Venezia, 2008) come migliore attrice emergente, alle loro disperate  e direi, con diversi livelli d’intensità, drammatiche azioni.

Ed è sempre lei, la solituidine intendo, amplificata dal senso di colpa a giustificare la vita dissoluta di Charlize Theron (Sylvia),  notevole nella capacità d’interpretare un personaggio per niente semplice, soprattutto considerando quello che ho detto circa la convergenza della sua storia con quella di Mariana.

In questa foto la vedete discutere con Gulliermo Arriga … chissà forse anche lei non era convintissima delle motivazioni all’azione del suo personaggio.

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Ora la cosa che veramente è da analizzare, per comprendere il punto di snodo più importante del racconto, e quindi della mia critica al film, è se l’evento dimanico della storia (quello che altera lo stato di equilibrio preesistente degli esistenti): l’esplosione della baracca roulotte (collocata all’inizio del film con l’artificio narrativo filico in gergo definito "fantasma", – di cui un’altro esempio lo potrete ritrovare nel film "Il profumo di Yvonne" di Patrice Leconte, 1994), squallida, sporca, solitaria e praticamente abbandonata, anche lei, in una pianura desolata e desolante, ha, effettivamente, la forza per reggere le motivazioni all’azione  degli esistenti e giustificare, in maniera convicente, l’evolversi, ben poco importa se nell’adesso filmico o nel passato, degli eventi della storia.

Perchè, a nostro modo di vedere, se esistono dei limiti a questo film non sono da ricercare nelle capacità registiche di Arriga, quanto, piuttosto, nell’effettivo funzionamento dell’impianto narrativo definito in fase di screenpaly.

Rifletteteci e, magari, mi darete ragione.

Non esistono, a guardare bene, altre lacune nel racconto. Tutto è spiegato, tutto si riannoda. Tutto alla fine coincide.

Tranne una cosa. Un dubbio. Un, ragionevole, dubbio, come direbbero i giuristi.

Può la solitudine degli esistenti giustificare, drammatirgicamente, la sotria?

4. Conclusioni

In conclusione di questa analisi io personalmente confermo il giudizio positivo che mi ero fatto vedendo il trailer.

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Il film, presentato alla recente mostra di Venezia 65, ed approdato nelle sale con una versione ridotta rispetto alla extended version della mostra (30 minuti in meno, pare), magari non riesce a commuovere sempre (a me sul finale ci è riuscito, ma, voglio dire non so quanto questo faccia testo visto che io mi commuovo pure vedendo topolino), ma ha sicuramente un suo spleen, una sua traccia, una sua ambientazione psico-drammatica, una sua atmosfera epica (penso alle sequenze sulla scogliera, penso alla sequenza in cui Mariana e Santiago bruciano i kaktus e potrei continuare).

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La direzione della fotografia, affidata al sempre bravissimo Robert Elswit, merita una menzione a parte, se penso alla bellezza di come sono resi certi luoghi, legata anche alla scelta di location molto suggestive.

Le rese attoriali sono tutte, secondo me, degne di nota, a partire da quella di Kim Basinger:

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che riesce a dare spessore ad una condizione femminile ammettiamolo abbastanza scontata, e, per certi versi, addirittura squallida.

A quella di Charlize Theron:

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che ha dimostrato, con questo film, di saper toccare corde psico-drammatiche quasi da Actor Studios.

Per concludere con la notevolissima interpretazione di Jennifer Lawrence:

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bravvissima, intensa, già un’attrice pure essendo cosi giovane.

Che dire … che bisogna dare fiducia ad uno sceneggiatore che si è avventurato nel mondo della regia, secondo me, e che è riuscito, secondo molti, addirittura e migliorare, con questo passo, per certi versi, la resa delle sue opere, rispetto, ad esempio, a quanto realizzato dal regista messicano Alejandro González Iñárritu, che molto deve del suo successo proprio alla peculiarità del racconto non lineare di cui Arriga è un maestro.

Che forse però, proprio per questo, questi non deve eccedere troppo nei virtuosismi di tale tipo di scrittura, e ritornare e preoccuparsi degli elementi più importanti della sceneggiatura, come ad esempio:

  • lo sviluppo del conflitto,
  • la caratterizzazione dei personaggi,
  • le complicazioni progressive,
  • la catarsi … che è forse la cosa veramente riuscita del film.

La domanda "Tu non vieni?" che Maria rivolge a Sylvia, oramai ritornata Mariana, va molto oltre il perdono e ci riconduce al tema centrale dello specifico narrativo di Gulliermo Arriga: tentare di far dialogare ed accordare posizioni apparentemente inconciliabili.

Links

La mia analisi del film: Babel – di Alejandro González Iñárritu

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I film in uscita dal 27 giugno 2008

Russo russo, o russo italiano?

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Vogliamo anche le rose di Alina Marazzi – analisi di eventi, esistenti e linguaggio audivisivo

Vogliamo anche le rose - di Alina Marazzi

analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo

Alina Marazzi

La ri-lettura poetica dell’emancipazione femminile e della rivoluzione sessuale in Italiaa cura di Roberto Bernabo’

Montaggio: Ilaria Fraioli
Producer: Gaia Giani
Sound designing: Benni Atria
Montaggio del suono: Francesca Genevois
Animazione e titoli: Cristina Diana Seresini
Musiche originali: Ronin
Voce diari: Anita Caprioli, Teresa Saponangelo, Valentina Carnelutti
Supervisione ai testi: Silvia Ballestra
Ricerca immagini d’archivio: Ricardo Lacché, Annamaria Licciardello
Consulente storico: Diego Giachetti
Fotografie di repertorio: Paola Agosti
Missaggio: Paolo Segat
Editor Musicale: Painé Cuadrelli
Consulenza musicale brani di repertorio: Mauro Ermanno Giovanardi
I materiali del film: I diari di Anita, Teresa e Valentina provengono dalla Fondazione Archivio Diaristico Nazionale Pieve Santo Stefano.
Sito ufficiale: www.vogliamoanchelerose.it


Film d’autore:

  • "X chiama Y" di Mario Masini
  • "Anna" e "Festival del proletariato giovanile al Parco Lambro" di Alberto Grifi
  • "Se l’inconscio si ribella" di Alfredo Leonardi
  • "D – non diversi giorni.." di Anna Lajolo e Guido Lombardi
  • "Il piacere del testo", "Il filo del desiderio", "Ciclo continuo", "Bagagli" di Adriana Monti animazioni di Giulio Cingoli – Studio Orti
  • "Curiosità" e "La ragazza ideale" di Nino e Alfredo Pagot
  • "Cenerentola" di Pino Zac
  • "L’amore in Italia" di Luigi Comencini

Altri repertori da:

  • Archivio filmati storici Studio Moro
  • Cineteca di Bologna
  • Fondazione Cineteca Italiana
  • Archivio privato Ranuccio Sodi, Show Biz, Milano
  • Cinefiat, Torino
  • Aamod
  • Teche Rai – Rai Trade
  • Cineteca del Friuli
  • Cineteca Nazionale
  • Fondo privato Franca Zacchei
  • Fondo privato Clelia Pallotta
  • Fondo privato Famiglia Summaria
  • Fondo privato Anna Bottesini
  • Fondo privato Giorgio Magister
Come vivono le loro relazioni affettive, l’amore, la maternità? Di quanto esigeva il celebre slogan "Vogliamo il pane, ma anche le rose", con cui nel 1912 le operaie tessili marcarono con originalità la loro partecipazione a uno sciopero di settimane nel Massachusetts, forse il necessario, il pane, è oggi dato per acquisito. Ma le donne si sono battute per un mondo che desse spazio anche alla poesia delle rose. Ed è una battaglia più che mai attuale.
Alina Marazzi



1. Premessa

Come sempre faccio quando mi voglio fare un’idea precisa di un’opera cinematografica di un/una regista che apprezzo il mio sforzo è cercare di non leggere niente afferente al film. Niente sinossi, niente recensioni, non parlare con nessuno che abbia già visto il film. Perché, mi dico, devo essere scevro da qualsiasi condizionamento.

Magari certe volte, lo ammetto, è un approccio eccessivamente maniacale.

Ma nel caso del film di Alina Marazzi "Vogliamo anche le rose" è stato invece molto importante per cogliere, durante la visione della pellicola avvenuta al cinema Alcazar di Trastevere a Roma – che ho scoperto stasera essere di proprietà della direttrice della LuckyRed, che sentitamente ringrazio per il rigore della programmazione artistica della sala, che cura lei stessa in prima persona – molte delle cose che tenterò di restituire in questo post.

E che sono tutte attinenti naturalmente lo specifico filmico di Alina Marazzi, regista che conosco molto bene causa un innamoramento, quasi morboso, verso la pellicola "Un’ora sola ti vorrei" e precisamente:

Eventi ed esistenti:

  • Accuratezza nella raccolta della documentazione e nell’analisi e selezione del frutto della ricerca
  • Ri-lettura poetica
  • Lasciare poeticamente la parola alla documentazione

Linguaggio audiovisivo:

  • La congiunzione formale e cronologica ad "Un’ora sola ti vorrei"
  • L’importanza del sonoro nel montare i super8 al cinema
  • Un linguaggio filmico psicoanlitico, emozionale che ricrea le sensazioni del caleidoscopio ed al tempo stesso del mosaico

Conclusioni

2. Eventi ed esistenti
   2.1 Accuratezza nella raccolta della documentazione e nell’analisi e selezione del frutto della ricerca

La prima cosa che ho pensato vedendo questo film è che Alina ha una cura veramente assai notevole e sensibile e quasi maniacale nella raccolta dei materiali frutto della ricerca che lo stile documentarista delle sue opere esige.

Ma seppure Alina si avvale, come ho messo in evidenza nell’ampia raccolta dei collaboratori di questo film, di bravissimi ricercatori, è evidente che i reperti da questi raccolti vengono poi da lei letteralmente passati al setaccio.

Qui mi viene in mente André Bazin – il fondatore della celeberrima rivista "Les cahiers du cinéma" – quando diceva che la realtà, da sola, non ha alcun senso. Ciò che da un senso, una prospettiva storica agli eventi, che si limitano ad accadere, è appunto lo storico e, più di lui, il documentarista.

Il documentarista seleziona, taglia, accosta, separa, raccorda, crea assonanze e dissonanze. Costruisce insomma. Un documentario, in genere, è un’opera di lenta costruzione proprio come quella dell’amore cantato da Ivano Fossati nella sua celebre ballata.

Ecco una cosa che ammiro in Alina è l’assoluta mancanza di fretta nel costruire i suoi mediometraggi, mancanza di fretta che suggella, invece, la qualità che emerge in ogni frammento della pellicola. Uno stile che potremmo definire slow film. In questo caso il lavoro di ricerca e di montaggio è durato ben due anni, per dire.

   2.2. Ri-lettura poetica

Mentre assistevo alla proiezione di "Vogliamo anche le rose" mi sono venute in mente due parole. Ri-lettura e poesia. Che rissunte in un unico concetto diventano: ri-lettura poetica.

Ri-lettura

Nessun altro termine è, a mio parere, più appropriato per descrivere il senso della storia degli esistenti narrati nel film

I tre racconti dei tre personaggi cornice di Anita, Teresa e Valentina, progressivi nel tempo, sono, infatti, tratti dai loro diari, messi a disposizione di Alina dalla Fondazione Archivio Diaristico Nazionale Pieve Santo Stefano.

E le voci narranti fuori campo delle attrici che le impersonano, quelle di: Anita Caprioli, Teresa Saponangelo, Valentina Carnelutti, che probabilmente sono le stesse autrici dei testi, vista l’identicità dei nomi, non fanno altro che, appunto, ri-leggere i loro diari.

E già in questa prima accezione del termine ri-lettura, quasi letterale, mi viene in mente, peraltro, un collegamento che mette in una relazione di contiguità il diario, la forma diaristica scritta, e la forma filmica del documentario. Ne accennai già in occasione del reading di Nanni Moretti del diario di Caro Diario a cui assistetti al cinema Nuovo Sacher di Roma in occasione della nuova uscita nelle sale della sua pellicola Ecce Bombo. Qui il post che scrissi per l’occasione.

Come sostiene, infatti, Duccio Demetrio (ordinario di Filosofia dell’educazione all’Università di Milano-Bicocca e autore di testi sul ruolo formativo dei diari), la scrittura diaristica aiuta a fare chiarezza dentro di sé, perché induce a riflettere sul proprio mondo interiore, rende più ordinati e precisi i pensieri.

La vera azione demiurgica è quella che il diarista, compie analizzando criticamente anche se stesso. E’ l’azione maieutiuca che deriva dal guardare se stessi e la propria vita, e la propria opera esistenziale, da un’angolazione diversa, la vera rivoluzione esperenziale che consente all’individuo diarista una crescita che muove le più profonde azioni evolutive.

E se questo vale per la scrittura, vale, probabilmente elevato a potenza, per la sua ri-lettura in chiave filmico documentarista.

Forse è anche così che si diventa intellettuali.

Ed, in questa seconda accezione, il termine ri-lettura deve anche essere considerato quale tramite tra gli eventi di circa quaranta e cinquanta anni fa, la loro riproposizione nelle immagini che Alina ha selezionato, ed il significato che quelle stesse immagini, quelle stesse parole hanno oggi.

Ed è probabilmente questa seconda ri-lettura che ha mosso le intenzioni di Alina Marazzi, anche in considerazione della contiguità che le stesse hanno con l’ipotetico prosieguo della vita di sua madre.

Ed anche in questa pellicola questa complessa opera di recupero e di documentazione viene svolta con molta discrezione, cercando solo di far parlare le parole e le immagini, senza suggerire, necessariamente, una posizione, ma aiutandola, semmai, a venire fuori per quella che è, dal punto di vista emotivo, proprio grazie alle integrazioni visive e sonore degli inserti aggiunti da Alina e montati, con la maestria che avevamo già apprezzato in "Un ora sola ti vorrei", dalla bravissima Ilaria Fraioli.
 
Poetica



In questo collage che Alina fa delle tre storie, inframezza il racconto, che è quasi un sottofondo prevalentemente sonoro, con immagini di repertorio amatoriali (in super8), televisive, fatte ad esempio di:

  • scontri tra donne e la polizia a Roma a Campo dé Fiori nel 1972,
  • pubblicità vintage introvabili, frutto, probabilmente, delle ricerche nelle teche RAI, di reperti tratti dalla visione istituzionale degli archivi della televisione di Stato,
  • testimonianze messe a disposizione dal Centro di documentazione Operaia di Roma, dove troviamo, anche lì, una verità istituzionale altra, magari complementare, dove sogno un giorno di avere accesso personalmente;


  • e ancora di un fotoromanzo con Paola Pitagora dell’epoca, molto pertinente ai fatti narrati del film,
  • cartoni animati e fumetti,

ed è proprio in questa ricca e variegata e creativa componente, che il mediometraggio sprigiona, a mio avviso, in maniera assai potente, la sua straordinaria valenza poetica

Valenza non narrata banalmente con dei versi, con le parole, ma, molto più semplicemente, attraverso appunto un’accurata ri-creazione di un’atmosfera storica che appena denunzia uno spleen vagamente crepuscolare, ma torneremo su questo.

   2.2. Lasciare poeticamente la parola alla documentazione

I  fatti narrati descrivono, e mi rendo conto solo ora di non averlo ancora detto, i 20 anni che hanno determinato l’emancipazione delle donne in Italia e la loro lenta e progressiva conquista della parità con l’uomo, nonché quella che è passata alla storia come la "rivoluzione sessuale".

 

Con tutti questi inserti, questa scelta delle immagini che accompagnano il racconto o che lo spezzano, Alina trasla la narrazione soprattutto filmica, su un piano visivo che richiama i concetti di:

  • visione onirica,
  • introspezione psicoanalitica,
  • ri-lettura poetica appunto.

Un collage delicato, rappresentato con cura ed amore per "il senso emotivo della verità", si credo che esista una verità emotiva che solo le immagini possono evocare assai più delle parole.

Un film decisamente intimista come lo era "Un’ora sola ti vorrei", poeticamente declinato al femminile, non a caso è uscito nelle sale il giorno prima l’8 marzo, in cui, però, non c’è spazio per una proposizione di una verità altra, che non sia quella che solo lo spettatore può farsi durante le sensazioni e le emozioni che individualmente vive durante la proiezione della pellicola.


Non vi è, cioè, alcun tentativo d’indottrinamento, se non quello di condividere la prospettiva di chi documenta. Quasi come se lo spettatore fosse più parte di chi documenta che di coloro che sono intervistati.

Prospettiva, che lascia, peraltro, magari proprio per questo, un interrogativo che credo tutti coloro che, come me, hanno in parte vissuto quegli anni, si sono posti durante il film: "Cosa è diventato (o dove è andato a finire) oggi, tutto quel patrimonio di lotte, di conquiste fatte da quelle donne, di cui le tre citate non sono che un emblema, dal loro coraggio, dalle loro visioni anticipatrici?

Una su tutte è quella del racconto dell’aborto di Anita che arriva, ad esempio, in tutta la sua crudezza ma, al tempo stesso, in tutto il suo contenuto ideologico e di presa di coscienza, probabilmente evocativa di certe scelte legislative.

Domanda alla quale, volutamente, non mi rispondo perché il senso del film è, semmai, più porre interrogativi, che fornire risposte.

3. Esistenti
   3.1. La congiunzione formale e cronologica ad "Un’ora sola ti vorrei"



Gli eventi del film, curiosamente, come la stessa regista ha spiegato, partono proprio dagli anni successivi alla morte della madre Lisely Hoeply, quasi a riprendere le fila di un discorso interrottosi con la fine di quel primo film, come se Alina volesse ulteriormente indagare il mondo in cui la madre avrebbe potuto vivere.

Proprio come "In un ora sola ti vorrei" si parte dalla ricerca di un punto di vista individuale.

Non necessariamente, in questo caso, totalmente emblematico, ma è proprio in questa visione sofferta degli esistenti, scelti da Alina per descrivere quegli anni, che intravedo una sorta di analogia tra questi e la Lisely di "Un’ora sola ti vorrei".

Una supposizione ovvio, ma non tanto peregrina, considerando l’enorme quantità di materiale supervisionato dalla regista.

Quasi come se Alina avesse cercato testimonianze tormentate di quegli anni, che invero racchiusero anche molta spensieratezza e gioia, e qui si ritorna sul piano onirico e psicoanalitico del film, per leggere in quelle storie, non svelata, l’anima della madre morta suicida, l’ipotesi di un suo personale possibile percorso esistenziale altro.

La Lisely Hoeply del film "Un’ora sola ti vorrei", infatti, ci apparve come una donna ribelle, refrattaria alla mentalità borghese, proprio come le tre donne di questa nuova opera.

   3.2. L’importanza del sonoro nel montare i super8 al cinema

Merito frequentemente poco visibile allo spettatore è inoltre l’opera di costruzione di una traccia sonora completamente assente ad esempio in tutti i reperti amatoriali girati in super8 ed invece montati unitamente a rumori ed inserti sonori che solo uno spettatore attento e competente intuisce come aggiunte.

La coerenza complessiva dell’output e la restituzione di questa chiave onirica che ho citato nel post è molto legata a questa opzione sonora nel visivo. Quasi come se la realtà della ri-lettura di Alina fosse racchiusa, anche, in quello che ascoltiamo durante l’opera della visione.

Un’operazione quasi alchemica che aggiunge, che penetra, che integra e completa una verità girata molti anni prima con sonorità postume, ma al tempo stesso autentiche rispetto al senso delle immagini. E qui ritengo che il merito debba essere condiviso con la bravissima montatrice del suono: Francesca Genevois.

In questo specifico aspetto l’opera va considerata come espressione di un’eccellenza assoluta di questa meta competenza comunicativa, anche questa caratterizzante uno degli elementi dello specifico filmico della regista milanese, e che suggella la grande cura per il particolare e la raffinata sensibilità artistica di un’autrice che ritengo, a questo punto, assolutamente da seguire nell’evoluzione di questo suo personalissimo percorso.

E mi fa piacere riferirmi anche, in questo contesto, alle scelte svolte per l’accuratissima colonna sonora.

Personalmente ho molto apprezzato la citazione di Ennio Morricone e Joan Beatz di Here’s to you tratta dal celeberrimo film sui due anarchici Sacco e Vanzetti: peraltro in una versione instrumental, tratta dalla colonna originale del film, senza parole che io invece voglio ricordare:

Here’s to you Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph!

   3.3. Un linguaggio filmico psicoanlitico, emozionale che ricrea le sensazioni del caleidoscopio ed al tempo stesso del mosaico

Mi rendo conto che molto ho già detto riguardo le chiavi oniriche psicoanalitiche che affiorano nella pellicola, anche aldilà dei riferimenti espliciti alle psicoterapie di gruppo o alle sequenze che documentano alcuni gruppi di auto-coscienza, tipici degli anni della narrazione.

Faccio riferimento al caleidoscopio per l’effetto percettivo che creano:

  • l’alternanza d’immagini in bianco nero con quelle a colori,
  • altri elementi della componente visiva del film, come semplicemente il loro variare,
  • alcune immagine ferme come quelle che impressionano foto o quadri.

Tutto questo continuo movimento visivo, infatti, mi ha ricondotto alla mente il caleidoscopio con il quale si gioca da bambini, dove basta girare lo strumento e guardare dentro il buchino per vedere una forma sempre diversa frutto della composizione a specchi della stessa.

E che cos’è un questo documentario se non uno specchio, coloratissimo, di una parte di una verità.

Il riferimento al mosaico è invece afferente a quella componente di progressiva costruzione intellettuale che riconosco come un’abilità specifica del cinema di Alina Marazzi.

La sue sono pellicole di testa e di cuore, ed il risultato finale del film, quando scorrono gli interventi legislativi frutto di quelle contestazioni, di quelle ribellioni, di quelle sofferenze, di quelle visioni anticipatrici dei tempi, sono la parte più intellettuale del film nella piena accezione del termine.

E tutte le sequenze cui abbiamo assistito diventano come tanti tasselli di un unico onirico mosaico che Alina ha composto per noi.

Un mosaico che, proprio come l’opera d’arte che suggerisce, non si propone di esaurire il tema ma esclusivamente di evocarlo poeticamente appunto.

4. Conclusioni

Concludo dicendo che Alina Marazzi è, a mio modo di vedere, l’inventrice di un genere che è sicuramente basato sul documentario, al quale però la regista milanese aggiunge, più ed oltre la ricerca di una verità, una personalissima chiave emotiva, in parte anche scorrelata da tale ricerca ed, al tempo stesso, intimamente evocativa della stessa.

E’ forse questa sua faziosità personale - che affonda le radici nella sua travagliata crescita ed evoluzione psichica, molto legata agli eventi drammatici che l’hanno formata, e collegata, di conseguenza, al suo punto di vista emozionale che si trasferisce, quasi come in un transfert, al point of concentration dei suoi esistenti, faziosità sempre necessaria, intendiamoci, al documentarista che deve, per esigenza, dare una prospettiva di parte agli eventi, come ricordava il già citato André Bazin - che caratterizza il cinema di Alina Marazzi, che si sostanzia in una ricerca, non solo e non tanto, di una prospettiva storica, quanto, piuttosto, di una prospettiva emotiva ed introspettiva

Insomma credo si possa ritenere questo il tratto distintivo, la cifra individuale, l’intima essenza della sua opera, il segno più significante del suo specifico filmico.

Il film è stato presentato ai Festival di Locarno e di Berlino.

Ne consiglio vivamente la visione in sala. So che presto usciranno un libro ed un DVD di questa opera, che sicuramente farò miei.

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Alina Marazzi ed il mio post su "Un’ora sola ti vorrei".

 

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