analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
Tra remake e presunta profanazione gotica, ecco a voi, il blockbuster che difendiamo – a cura di Roberto Bernabò
Wolfman
titolo originale: The wolf man – L’uomo lupo
nazione: U.S.A. / Gran Bretagna
anno: 2010
regia: Joe Johnston
genere: Horror / Fantasy
durata: 125 min.
distribuzione: Universal Pictures
cast: Benicio Del Toro (Lawrence Talbot) • E. Blunt (Gwen Conliffe) • A. Hopkins (Sir John Talbot) • H. Weaving (Isp. Francis Abberline) • G. Chaplin (Maleva)
sceneggiatura: Andrew Kevin Walker, David Self, che hanno riscritto il film basandosi sulla sceneggiatura originale di Curt Siodmak (autore di quella dell’originale film del 1941)
musiche: P. Haslinger
fotografia: S. Johnson
montaggio: W. Murch • D. Virkler • M. Goldblatt
Sinossi: L’infanzia di Talbot è finita la morte in cui la madre è morta. Dopo aver lasciato il paesino addormentato Vittoriano di Blackmoor, ha passato decenni per riprendersi e cercare di dimenticare. Ma quando la fidanzata di suo fratello, Gwen Conliffe, lo rintraccia per chiedergli aiuto per cercare il suo perduto amore, Talbot ritorna a casa e si unisce alla ricerca. Scoprirà che qualcosa dotato di una forza bruta e di un’insaziabile sete di sangue sta uccidendo i paesani e che un sospettoso ispettore di Scotland Yard chiamato Aberline è venuto ad investigare.
Non voltarti mai indietro Lawrence, non voltarti mai … il passato è una landa desolata di orrori Sir John Talbot
Breve analisi del film in forma di cocktail – a cura di Roberto Bernabò
Amabili resti
titolo originale: The Lovely Bones
nazione: U.S.A. / Gran Bretagna / Nuova Zelanda
anno: 2009
regia: Peter Jackson
genere: Drammatico
durata: 139 min.
distribuzione: Universal Pictures
official site italiano: http://www.lovelybones.com/intl/it/#home
cast: M. Wahlberg (Jack Salmon) • R. Weisz (Abigail Salmon) • S. Tucci (George Harvey) • S. Sarandon (nonna Lynn) • S. Ronan (Susie Salmon) • T. McCarthy (Caden) • R. Ritchie (Ray Singh) • N. SooHoo (Holly) • R. Malcolm (moglie caporeparto)
sceneggiatura: F. Walsh • P. Boyens • P. Jackson
musiche: Brian Eno e Peter Chilvers
fotografia: A. Lesnie
montaggio: J. Olssen
Sinossi: Tratto dal best-seller di Alice Sebold, “The Lovely Bones” (in italiano: “Amabili Resti“) racconta la storia della giovane adolescente Susie Salmon, barbaramente uccisa e che veglia dall’alto la sua famiglia e il suo assassino. La giovane dovrà tenere a freno il suo desiderio di vendetta per riuscire ad aiutare la famiglia a guarire dal dolore.
analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
Pandora vs. America, ovvero realtà virtuale vs. realtà analogica, la riflessione ecologista, panteistica e new age, scontata e prevedibile, di James Cameron – a cura di Roberto Bernabò
Avatar
titolo originale: Avatar
nazione: U.S.A.
anno: 2009
regia: James Cameron
genere: Fantascienza / Azione / Thriller
durata: 166 min. – 3D
officiale site: http://www.avatarmovie.com/index.html
distribuzione: 20th Century Fox
cast: Zoe Saldana (Neytiri) • Sam Worthington (Jake Sully) • Michelle Rodriguez (Trudy Chacon) • Sigourney Weaver (Dr. Grace Augustine) • Giovanni Ribisi (Selfridge) • C. Pounder (Moha) • S. Lang (Col. Quaritch) • Joel Moore (Norm Spellman) • Wes Studi • D. Rao (Dr. Max Patel)
sceneggiatura: J. Cameron
musiche: J. Horner
fotografia: M. Fiore
montaggio: J. Refoua • S. Rivkin
uscita nelle sale: 15 Gennaio 2010
Trama: Nel 2154, l’umanità si trova in piena crisi energetica. Su Pandora, mondo incontaminato e dominato da una natura incontrastata, si trova un minerale rarissimo e capace di risolvere la crisi terrestre. La RDA è incaricata di estrarre questo minerale, il cui più ricco giacimento si trova sotto un possente e gigantesco albero, luogo sacro dove vive la comunità indigena locale, i Na’vi. La diplomazia e la conoscenza della loro cultura sembrano le uniche vie per dominarli e cacciarli da lì. Il progetto «Avatar», capeggiato dalla dottoressa Grace, è essenziale per lo svolgimento della missione: con la creazione di un ibrido Na’vi è possibile trasportare la coscienza di una persona all’interno di esso. Così facendo, l’interazione con i Na’vi diventa una realtà tangibile. Dopo la morte del fratello gemello, scienziato rinomato e rispettato, è il marine Jack Sully l’unico ad essere idoneo geneticamente al suo avatar. Obbligato su una sedia a rotelle, vivere in quella creatura forte e dall’enorme vitalità si rivela un’esperienza unica. Ma quando entra in contatto con la meravigliosa Neytiri, con la tribù Na’vi e con il respiro di Pandora, il dovere di proteggere quest’incredibile sogno dall’ombra dell’intervento militare del colonnello Quaritch si trasformerà in una guerra per preservare la vita del pianeta.
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“Si è capovolto tutto … adesso il mondo vero è là fuori, ed il sogno qui dentro.” Jake Sully
1. Introduzione – il populismo necessario ed ineludibile di James Cameron
analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
Ibridazioni tra generi noir e thriller e l’ambiguità femminea
La doppia ora
titolo originale: La doppia ora
nazione: Italia
anno: 2009
regia: Giuseppe Capotondi
genere: Drammatico / Thriller
durata: 95 min.
distribuzione: Medusa Film
cast: Ksenia Rappoport (Sonia) • Filippo Timi (Guido) • G. Colangeli (prete anziano)
sceneggiatura: L. Rampoldi • A. Fabbri • S. Sardo
musiche: P. Catalano
fotografia: T. Radcliffe
montaggio: G. Notari
Trama: Sonia viene da Lubiana e fa la cameriera. Guido è un ex poliziotto e lavora come custode in una villa. Si incontrano in uno speed date. Lui è un cliente fisso. Per lei è la prima volta, e si vede. Poche parole, un’istintiva attrazione. In pochi giorni imparano a conoscersi, a svelare le proprie ferite. Sono sul punto di innamorarsi, quando Guido muore. Improvvisamente, durante una rapina nella villa che dovrebbe custodire. Sonia si ritrova da sola a elaborare un lutto di cui non riesce a trovare il senso. E di cui alcuni addirittura la ritengono responsabile. Mentre il passato di Sonia ritorna, con tutti i suoi nodi non risolti, la realtà che la circonda comincia a collassare, fino a crollarle addosso. Chi è veramente Sonia? E soprattutto, è davvero Guido quello che lei continua a vedere?
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Introduzione
Inizio subito con il dire una cosa.
E’ raro vedere un debutto di un regista italiano ultimamente.
Ed è rarissimo che questa cosa coincida con una pellicola di livello.
Non è questo il caso di Giuseppe Capotondi, né quello di questo film per tutta una serie di ragioni.
Ne citerò tre che tenterò di argomentare e sviluppare in questa analisi.
La prima: l’impianto narrativo:
ibridazioni tra generi noir e thriller
ambiguità femminea dell’esistente Sonia e collocazione temporale della “crisi” del personaggio
ambiguità vs. doppiezza
La seconda: l’idea filmica di riprendere qualcosa che non è la realtà
La terza: gli aspetti inerenti la celata misoginia, legata ancora all’ambiguità femminea dell’esistente Sonia, del regista.
1. L’impianto narrativo
Chi mi legge lo sa. Amo molto la risoluzione delle problematiche che un buon impianto narrativo comporta, e, devo riconoscere, che se c’è davvero un aspetto di pregio, di questo lungometraggio, e, della sua indiscutibile atmosfera aurorale, che, spesso, accompagna le opere prime, è proprio quello inerente la sceneggiatura. Non a caso il film ha ricevuto una menzione speciale al Premio Solinas.
Ma perchè è interessante l’impianto narrativo de “La doppia ora“?
Per due motivi.
L’ibridazione, di notevole spessore, tra il genere thriller ed il genere noir.
L’ambiguità specificamente femminea, dell’esistente protagonista Sonia, interpretata, direi magnificamente, da Ksenia Rappoport, che si è conquistata, per questa parte, la Coppa Volpi alla recente Mostra di Venezia ‘67.
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1.1 Ibridazioni tra genere noir e genere thriller
Il genere noir si differenzia dal giallo perché lo scopo del film non è, solamente, raccontare e risolvere un crimine. A fine storia lo spettatore deve riflettere, sulla base di ciò che ha visto, sulla realtà che gli sta intorno, deve analizzare il mondo che lo circonda in base alle informazioni che riesce a raccogliere dalle immagini, in modo tale che quasi la soluzione del crimine passi in secondo piano. Il noir tende ad avere più un antieroe come protagonista, invece dell’eroe del giallo. Ed è anche proprio la differenza tra i finali, che rende i due generi diversi tra loro, anche se, ovviamente, facilmente considerabili, comunque, contigui. Il finale giallo è, infatti in genere, un finale consolatorio, e frequentemente la soluzione del giallo riporta allo status quo. Il finale di un noir è, invece, sempre, poco consolatorio, a volte capita che addirittura non esista, o che non ci sia soluzione al l’intreccio della storia. Il punto di vista della narrazione, è l’altra differenza importante: il giallo è la storia raccontata dai buoni. Il noir è la storia raccontata dal punto di vista criminale … il tutto con le debite, ovvie, e dovute eccezioni.
La caratteristica comune delle opere appartenenti al genere thriller, e che lo distingue dal poliziesco, è quella di cercare di provocare nel lettore o nello spettatore una particolare tensione, la suspense, che può sfociare, a volte, anche, nella paura. Spesso lo spettatore assiste direttamente alla preparazione ed all’esecuzione di un crimine, subendo, pertanto, un forte coinvolgimento emotivo. Per raggiungere il climax gli autori utilizzano, più volte, tutti gli accorgimenti tipici di questo genere: accavallamento di più intrecci, personaggi che operano nell’ombra, sequenze al rallenty ed i cliffhanger.
I thriller si fondono, comunque, spesso con il giallo in senso lato, ma sostanziali sono le differenze nella trama. In un thriller, il protagonista deve spesso fermare i piani criminali dell’antagonista. Il pericolo e gli scontri, più o meno violenti, sono spesso elementi fondamentali della trama. Mentre nel giallo classico il climax viene, di solito, raggiunto quando il mistero viene risolto, nei thriller viene raggiunto quando il protagonista, alla fine, riesce a battere l’antagonista, salvando la vita a sé stesso, e, molto frequentemente, anche ad altri personaggi.
In effetti, chi assiste ad una proiezione de “La doppia ora“, assiste, di fatto, all’intreccio direi molto interessante, e spesso, peraltro, anche ribaltato rispetto agli archetipi fondanti, di queste due ontologie, che raramente, come in questa opera, vengono costantemente a mescolarsi, tanto che lo spettatore non riesce, per un lungo tratto del film, a comprendere, realmente, a quale di questi due generi sia, quantomeno prevalentemente, attribuibile il lungometraggio.
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1.2 Ambiguità femminea dell’esistente Sonia e la collocazione temporale della “crisi” del personaggio
Questo è, direi, uno dei temi centrali del film, che riprenderò, anche, nell’ultimo paragrafo di questa analisi.
Calato nell’impianto narrativo, questo aspetto, è notevolmente ed abilmente, direi, dissimulato, probabilmente proprio perchè è la stessa Sonia – nella lunga “crisi” del suo personaggio, collocata, direi in maniera abbastanza ardua ed innovativa, all’inizio del film, con una soluzione che mi ha riportato alla mente, proprio per questa peculiarità narrativa, la costruzione dell’intreccio del film “Lantana” di Ray Lawrence (Australia – 2001) – a non averlo, persino lei, chiaro, a livello inconscio.
Nel contesto dello specifico aspetto inerente l’impianto del racconto, l’ambiguità femminea di Sonia, viene, più che altro, utilizzata per confondere lo spettatore, con espedienti che rendono molto arduo il processo d’infralettura narrativa.
Quella che sembra appunto “la crisi della protagonista“, ha, viceversa, delle spiegazioni assolutamente plausibili e corrette, che si esplicitano nella narrazione curiosamente assolutamente lineare dello sviluppo dell’intreccio.
E direi che questo specifico aspetto (rendere ardua l’infralettura), in una trama lineare, è quello che maggiormente rende pregevole il lavoro della sceneggiatura, che ha, secondo noi, giustamente ed ampiamente, meritato la menzione al Premio Solinas.
1.3 Ambiguità vs. doppiezza
Non è un caso, peraltro, e chiudo, che l’ambiguità si accompagni con il concetto di doppiezza, rievocata nel titolo, e nell’impossibilità (lieve anticipazione di destino degli esistenti), che, nonostante quanto Guido racconti, circa il possibile avverarsi dei desideri espressi nello scoccare della cosiddetta “doppia ora” (es. le 23:23), ciò di fatto, poi, non avvenga nella realtà.
Piccolo bit anticipatorio, che è, infondo, lo stesso Guido a regalarci, a guardare bene, con la sua ammissione che, secondo lui, questo mito, è solo una credenza priva di fondamento, alla quale lui, pertanto, non crede, convinzione, che, invece, (ennesima allitterazione sulla doppiezza), sarà egli stesso, di fatto, a smentire, con la sua ostinata, fino a rasentare l’ingenuità, fiducia, nella buona fede di Sonia che, a sua volta, in quanto a doppiezza, è, come dire, una sorta di archetipo junghiano.
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2. Idea filmica di riprendere la non realtà
Un altro aspetto notevole, forse anche sotto lo specifico filmico, e non solo narrativo, è l’idea del regista (informazione molto spoiler attenzione), di riprendere – nel primo tempo del racconto – una sezione della vita della protagonista (che crea il presupposto per il primo grande colpo di scena e di snodo della narrazione degli eventi), che è si della vita della protagonista, ma che, rispetto a quello che lo spettatore è portato (genialmente peraltro) a credere, non corrisponde con la realtà con cui il film ha inizio.
Molto si è detto, e giustamente, parlando di “Bastardi senza gloria” di Quentin Tarantino, di quanto il cinema possa filmare persino un epilogo storico inesistente ed immaginario.
Molto si può dire, pertanto, della sua capacità di riprendere, in questo film, una condizione puramente mentale, che nessun umano se non, forse, attraverso una sua traumatica esperienza, riuscirà a fare mai entrare nel suo campo visivo (reale). Non intendo anticipare di più, per non sciupare la grande emozione, che, ad un certo punto lo svelamento di questa parte del racconto comporterà alla narrazione degli eventi, posso solo dire che mi ha particolarmente colpito.
E’ come se il racconto si traslasse su un piano sfalsato, e, per certi versi, parallelo alla vita degli esistenti, e conducesse, volutamente, lo spettatore a congetture, convinzioni, e conclusioni del tutto errate, rispetto a quelle che, invece, nello sviluppo dell’intreccio, si paleseranno come vere (nel senso di reali).
Qui, lo dobbiamo ammettere, il film raggiunge una lentezza forse appena eccessiva, ma nel contempo innesca una lunga serie di colpi di scena, davvero molto raffinati, che costringono lo spettatore a rimettere in discussione un po’ anche molti aspetti valoriali, di un po’ tutti gli esistenti.
Notevole non c’è che dire.
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3. Misoginia celata del regista
Quando parlo di misoginia del regista, sia chiaro, non dico che, necessariamente, Giuseppe Capotondi sia un misogino.
Per misoginia, infatti, normalmente s’intende (dal greco μισεω miseo, io odio e γυνη gyne, donna), un’esagerata avversione nei confronti delle donne.
Generalmente da parte di uomini, più raramente da parte di donne.
Spesso è usato come sinonimo o rafforzativo di maschilismo. I due concetti possono essere separati considerando la misoginia come un atteggiamento individuale e il maschilismo (da quale la misoginia può semmai derivare), come un sistema di valori che considera le donne inferiori all’uomo, e che perciò, secondo le teorie del femminismo, va riconosciuto come una vera e propria teoria politica, alla pari del razzismo o dell’antisemitismo, che mira alla sottomissione delle donne.
Qui, a guardare meglio, stiamo probabilmente parlando invece di una misoginia legata al concetto di ambiguità femminea.
Quindi non un’avversione tout court, quanto, piuttosto, una visione molto precisa, anche nell’iconografia pittorica del ‘500, in cui la donna, e la sua potente attrazione virginale, portano l’uomo all’errore, e, spesso alla sofferenza.
Potremmo dire che lo sviluppo valoriale dell’impianto narrativo, ci porta a contatto con esistenti femminili che non rappresentano, come peraltro abbiamo visto essere coerente con lo specifico filmico del genere noir, personaggi positivi.
La donna o è ambigua (Sonia), o, peggio, è vacua (Margherita).
Sonia, a guardarla bene, è una personache ha nella sua natura – ed è questa, forse, potremmo dire, l’unica attenuante ai suoi comportamenti, essendo la stessa, probabilmente, assai più forte della sua stessa, inconscia, volontà – unacostante capacità di provocare il male delle persona che, invece, dovrebbe amare.
Il padre prima.
[Altro rapporto archetipale ben accennato, ma non altrettanto bene sviluppato, se non in una prospettiva oserei dire didascalica, e, forse, eccessivamente di maniera].
Guido poi.
L’uomo che l’ama, la sceglie (lui si), e che la salva, persino.
La donna, in pratica, che alla fine si rivela in una prospettiva assai contigua al volto che del femmineo che il geniale regista danese Lars von Trier,da anni cerca di trasferirci, con ben diversi, (e che diversità), toni formali.
E cioè:
la donna come causa primaria della sofferenza dell’uomo.
Ma volutamente mi fermo qui, perchè questo aspetto, che intendiamoci è sicuramente presente, non è probabilmente la chiave di lettura più appropriata per descrivere l’opera, che la sfrutta e l’adopera per costruire, assai sapientemente, peraltro, il sempre difficile rapporto tra suspance e sorpresa.
Che rimane, e lo dobbiamo proprio ammettere, una delle cose probabilmente più pregevoli del film, unitamente alle capacità attoriali non solo di Ksenia Rappoport (Sonia) e di Filippo Timi (Guido), ma un po’ di tutti quanti gli altri attori del film, e questo, sicuramente, per merito della eccellente capacità di Capotondi di dirigerli sul set.
Anche se la storia viene narrata, direi quasi esclusivamente, per il tramite dei due soli esistenti protagonisti, elemento che rende, pertanto, ancora più difficoltosa, la restituzione, allo spettatore, di questo specifico aspetto d’impianto narrativo.
Degna di nota anche la direzione della fotografia affidata a Ted Radcliffe, sia per le scene sgranate e volutamente sovraesposte delle sequenze iniziali, sia per il risultato complessivo dell’opera, che tocca aspetti molto specifici dei generi, e soprattutto per i chiaro scuri, quasi caravaggeschi, di alcune inquadrature, che suggellano le luci e le ombre di questa, veramente ben narrata, storia a sfondo noir, che consiglio a tutti di vedere.
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4. Curiosità cinephìle – già richiesto un remake made in USA del film
Chiudo con una curiosità cinephìle. Aumenta il numero di compratori statunitensi interessati a realizzare un remake a stelle e strisce di questo film … notevole risultato rebus sic stantibus … non vi pare?
analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
Danimarca / Germania / Francia / Italia – 2008
Il disturbato ed esoterico mondo di Lars von Trier – a cura di Roberto Bernabò
titolo originale: Antichrist nazione: Danimarca / Germania / Francia / Italia anno: 2008 regia: Lars von Trier genere: Porno-Horror / Drammatico durata: 104 min. distribuzione: Key Films cast: Wiliam Dafoe • Charlotte Gainsbourg sceneggiatura: Lars von Trier fotografia: Anthony Dod Mantle montaggio: Anders Refn
Trama: “Antichrist” si basa sulla teoria secondo la quale sarebbe stato Satana e non Dio a creare il mondo. Una coppia che sta cercando di superare il lutto della morte di un figlio, si rifugia nell’”Eden”, la loro isolata casa nei boschi, nella speranza di risolvere i loro problemi e salvare il loro matrimonio. Ma la Natura farà il suo corso, e le cose volgeranno presto dal male al peggio …
“Una donna che piange è una donna che trama“
1. Introduzione
E’ inutile nasconderlo.
Seguo questo regista da molto tempo.
Ogni suo film è, per me, motivo di entusiasmo.
Quando esce una sua opera, rimango emozionato e attendo, con ansia, la visione in sala di una sua proiezione.
Nel caso di specie, poi, attendevo questo Antichrist addirittura da anni, e la prova è qui.
In quest’ultima pellicola, noto, però, una significativa divergenza, rispetto a tutta l’opera precedente del regista. Ma forse anche no, come mi piace, spesso, dire.
La verità è come se il maestro avesse avuto bisogno, tramite questo lavoro, di liberarsi di alcune sue fobiche ossessioni.
Quasi come se, nella rappresentazione dei quadri che compongono, soprattutto visivamente, la storia, egli avesse voluto fare, direi definitivamente, i conti con i suoi demoni, le sue manie, le sue allucinanti ed allucinate visioni della vita e dei temi che, quasi come un atto compulsivo agito attraverso una sorta, d’inconscia, coazione a ripetere, ritornano, come una cifra distintiva, nelle sue pellicole.
Un film che è limitante circoscrivere ad un genere (certo, compreso quello esoterico), e che è impossibile descrivere, senza cercare di trattare, quasi con paranoica pazienza, il linguaggio evocativo e simbolico, che da sempre caratterizza lo specifico filmico del regista, ma che, nel caso di specie, diventa il suggello formale più importante, che ci aiuta a ricondurre quest’opera, ad una ristretta cerchia di registi, dal maestro Andrei Tarkovsky, a cui il regista danese ha dedicato, non a caso, il film, a Stanley Kubrick ed all’ultimo Francis Ford Coppola, che hanno usato il cinema quasi e più, come una tela pittorica, che come, solo, un luogo di narrazione.
In questo post:
1. Introduzione
1.1. Circa il significato di simbolo e di allegoria
1.2. Differenze tra simbolo ed allegoria
2. Prologo – I significanti anticipatori della sequenza iniziale
3. Capitolo 2 – Dolore
4. La sofferenza psichica come dante causa dei temi sviluppati nell’opera e della Natura in particolare
5. “Capitolo 3 – Pena: il caos regna e Capitolo 4 – Disperazione”
5.1. Eden e Albero
5.2. Capitolo 4 – Disperazione
5.2.1. Il piede
5.2.2. Satana
6. “L’epilogo”
7. La scena finale – il femmineo assoluto – chi è l’Anticristo?
7.1. Un apparente errore formale ci svela un dettaglio sul rapporto dualismo vs. unicità
8. Conclusioni
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1.1. Circa il significato di simbolo e di allegoria
La parola “simbolo” deriva dal latino symbolum ed a sua volta dal greco σύμβολον súmbolon dalle radici σύμ- (sym-, “insieme”) e βολή (bolḗ, “un lancio”), avente il significato approssimativo di “mettere insieme” indica in origine un rapporto che si istituisce tra due oggetti ed entità separate, quasi fondendole insieme: ma essa è passata molto presto a definire aspetti essenziali della comunicazione e del pensiero umano, dando luogo ad accezioni molto diversificate e contrastanti.
Si ha un simbolo quando si dà un rapporto piú profondo tra significante e significato, quando l’oggetto che rappresenta un altro oggetto è legato ad esso da rapporti di somiglianza, da qualcosa di piú intimo, che può essere anche assai vago e indeterminato e può richiamare valori profondi, non immediatamente manifesti nel linguaggio comune.
Quando per esempio si prende l’agnello come simbolo di Cristo, non si presuppone semplicemente che la figura dell’agnello indichi Cristo, ma che tra l’agnello e Cristo ci sia un legame profondo, determinato dalla mansuetudine e dal sacrificio: l’uso del simbolo è legato al proposito di attribuire alle cose e alle figure della natura un valore, che va al di là della loro immediata apparenza, che rinvia alle forme rituali o a un significato occulto della realtà, che non può essere immediatamente designato, ma che deve essere raggiunto indirettamente, per via obliqua.
Il rapporto tra la figura simbolica e il suo significato si costruisce attraverso il principio dell’analogia (parola che in greco ha il significato originario di “proporzione”), che mette a confronto due domini diversi della realtà, istituisce un legame mentale tra cose che di per sé non avrebbero alcuna relazione tra loro; è lo stesso principio su cui si costruisce la figura retorica della metafora. Il simbolo può essere definito anche come potenziamento della metafora, sua trasformazione da semplice figura retorica a rivelazione di realtà e valori profondi, a immagine stabile e assoluta.
La produzione di simboli è un’attività fondamentale in ogni tipo di società umana e costituisce una delle basi essenziali dello sviluppo della conoscenza, che prende le mosse proprio dal tentativo di trovare rapporti e associazioni tra le cose, di individuare somiglianze tra le realtà piú lontane: il simbolo è pertanto lo strumento determinante delle forme di coscienza mitiche e rituali, e svolge naturalmente un ruolo essenziale nella religione, nella filosofia, nella letteratura, nelle arti. Alcuni orientamenti filosofici fanno risalire tutta la cultura umana, le forme di coscienza e di immaginazione, i modelli di comportamento, all’attività simbolica, all’istituzione di rapporti continui tra parole, cose, oggetti, sfere diverse dell’esperienza, che in ultima analisi sfuggono alla mera descrizione verbale.
1.2. Differenze tra simbolo ed allegoria
Un simbolo è qualcosa di più concreto, statico, assoluto rispetto all’allegoria.
Per esempio, un’aquila può essere simbolo di regalità, di forza, ecc.
Anche un’aquila in volo o in un’altra azione generica spesso ha valenza di simbolo, indipendente dal contesto entro il quale viene posta.
Quando invece il contesto è basilare nell’interpretazione si parla di allegoria.
Un’aquila che, all’interno di una narrazione, scenda dal cielo e faccia una serie di azioni significative può rappresentare un’immagine più complessa (ad esempio simboleggiava il Sacro Romano Impero e in base alle azioni che può compiere nello specifico si può estrapolare una situazione politica specifica).
Spesso l’allegoria, nella sua complessità maggiore, ha un’interpretazione “soggettiva”, cioè legata al tipo di lettura che se ne fa.
Il legame tra oggetto significato e immagine significante nell’allegoria è arbitrario e intenzionale, a differenza del simbolo in cui è piuttosto convenzionale.
Nell’allegoria non può essere decodificato in maniera intuitiva e immediata, ma necessita di un’elaborazione intellettuale. L’allegoria è comunque sempre “relativa” (al contrario di “assoluta”), ovvero è suscettibile di una discussione critica nella fase di interpretazione.
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In questo post cercherò, pertanto, di restituire, attraverso la mia analisi, alcuni degli elementi che ritengo di avere individuato a proposito di questo film, che personalmente, considero un capolavoro, e forse uno dei più bei lungometraggi del maestro, a dispetto delle poco entusiaste, ma anche poco competenti critiche, che la pellicola ha raccolto, dalla sua uscita a Cannes e nelle sale, anche se l’attrice Charlotte Gainsbourg ha vinto, direi più che meritatamente, la palma d’oro come migliore attrice protagonista.
Prima, però, di addentrarci nell’analisi è necessario chiarire, preliminarmente, che Antichrist non è certo un film per tutti.
Lo stesso regista ha affermato di averlo scritto, esclusivamente, per se stesso, durante un periodo di depressione.
Noi, che lo seguiamo, ribadisco, da anni, crediamo che ci abbia trasposto le sue paure ed una visione della natura umana molto poco ortodossa.
Lo ha fatto girando una pellicola non molto lunga (100 minuti), ma estremamente intensa. Lo ha fatto di getto, senza pensarci troppo; lo ha fatto con estrema naturalezza e sincerità, mettendo in scena i suoi incubi senza censure né coperture. Senza temere le incomprensioni, anzi: con l’orgoglio (per alcuni la presunzione), di chi sostiene di essere il “miglior regista di sempre” e di scrivere, niente meno, che per ispirazione divina.
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2. Prologo – I significanti anticipatori della sequenza iniziale
Il film ha inizio (la cosa è spolier ma non più di tanto) con una sequenza in bianco nero girata al rallenty (scelta formale precisa, nel senso che dilata l’azione rispetto al tempo dello spettatore, ed, anche, rispetto al tempo reale dell’azione stessa), nella quale assistiamo a due riprese, montate con un classico incastro non lineare, una di un uomo ed una donna (Wiliam Dafoe e Charlotte Gainsbourg, gli esistenti protagonisti della pellicola), che stanno facendo l’amore, e loro figlio che, svegliatosi durante l’amplesso, riesce a sporgersi da una finestra aperta della loro casa, e muore, cadendo nel vuoto, proprio mentre i genitori raggiungono l’orgasmo.
Attenzione, a guardare bene, non c’è dolore in questa scena.
Anzi.
Il bambinorespira la libertà. Cade la neve fuori e, d’un tratto, cade anche lui. Muore. Col suo peluche vicino. Soffice, sulla neve.
Questa sequenza ha già in se gran parte dei temi che saranno sviluppati nell’intreccio narrativo, che sarebbe impossibile comprendere, senza cercare di coglierne i significanti simbolici ed allegorici.
In primo luogo l’immagine di “tre mendicanti” (the three beggars). I loro nomi (dolore, ansia, disperazione; pain, grief, despair in inglese), appaiono sulle statuette che il bambino in questa, solo apparentemente dolente sequenza, getta a terra, prima di cadere dalla finestra, nomi che ritorneranno sulle carte che la donna aveva ritagliato per la sua tesi, accompagnati dalle figure di tre animali (volpe, corvo, daino).
Un frammento tanto rivelatorio quanto anticipatorio di quello che accadrà, a breve, nella vita degli esistenti protagonisti.
Senza considerare che la donna, ma questo verrà rivelato con un flashback assai più avanti, vede benissimo il figlio salire sul mobile e sporgersi nel vuoto, senza che questo le darà modo di salvarlo (motivo che, nel terzo tempo del film, scatenerà la sua follia, e che anticipa il complesso ruolo del femmineo nella visione alchemica del regista).
Il numero tre e queste statuette ritorneranno più volte nella trama, divertitevi a scoprire dove.
La sequenza si svolge mentre l’unica traccia audio non è rappresentata dai rumori in presa diretta delle due distinti azioni, ma da un’aria dell’opera di George Frideric Handel “Rinaldo“, libretto di Giacomo Rossi, dal titolo “Lascia ch’io pianga“.
Di una bellezza struggente, che, a leggere il testo, non stride con la drammaticità degli eventi narrati (e anche con quelli che saranno narrati) ma che, anzi, li descrive e li contiene tutti:
Lascia ch’io pianga la cruda sorte,
E che sospiri la libertà!
E che sospiri, e che sospiri la libertà!
Lascia ch’io pianga la cruda sorte,
E che sospiri la libertà!
Nei significanti di questa sequenza – che, ripeto, racchiude già gran parte del senso dell’opera, compresa la complessa relazione tra il regista danese, il sesso, e la donna intesa come il femmineo, come volto divino, ed, al tempo stesso, satanico, agente attivo del dolore della condizione dell’uomo sulla terra - non è arduo azzardare un riferimento alla genesi del mondo, ed al mito, esoterico, della creazione.
Nelle due sequenze, infatti, durante l’atto sessuale dei genitori, un bambino, il loro figlio, muore.
Quasi a ricordarci che, nella visione esoterica della creazione, l’atto della genesi è un atto impuro (la sua purificazione è, forse, anticipata sua dalla bottiglia d’acqua che cade sui coniugi, e dai panni lavati dalla lavatrice, con cui tale sequenza si chiude, non priva di ulteriori significanti alchemici n.d.r.), dal quale deriva un’opera imperfetta (il creato) ed, in essa, la condizione di dolore, ansia, disperazione, cui è costretto l’uomo fatto ad immagine e somiglianza del suo creatore.
Ma è già anticipata, anche, ripeto, la visione che del femmineo il regista ha.
Una visione spesso confusa con misoginia, e, che, nella sequenza finale, si chiarirà direi in una maniera che, mai prima d’ora, era stata così esplicita e definitiva.
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3. Capitolo 2 – Dolore
Dopo l’evocativa sequenza in bianco nero, il film viene filtrato, nel primo degli atti che compongono la storia, in un’ambientazione assolutamente claustrofobica.
L’appartamento dei due genitori, ormai privi del figlio.
Qui scopriremo altri segni allegorici.
La prima cosa di cui prendiamo atto è che mentre la donna soffre pene indicibili per la perdita del figlio, l’uomo no.
Io azzardo che già da questa sequenza, il film si trasla in una prospettiva che non è più (quanto meno non più solo) narrativa, ma è assai più simbolica e filosofica.
Gli esistenti assumono una collocazione precisa, che aiuterà Lars von Trier e rappresentarci (è il caso di usare questo termine), alcune sue radicali ossessioni.
Se la donna prova dolore, è lei che ha in se la pietas, mentre l’uomo rappresenta, sicuramente, la parte razionale della visione del dualismo divino.
L’una, il dolore, che prova ma, anche, che infligge, (non è forse lei ad ammettere di conoscere il fatto che il bambino si svegliava di notte e si allontanava?
E non è forse lei a vestirlo con le scarpe al contrario deformando i suoi piedini come risulterà dal referto dell’autopsia?
E non sarà lei a martirizzare il marito?
E non sarà – sempre e solo lei, ultimo tassello di un mosaico che il regista compone assai lentamente – a vedere il figlio salire sul mobile e precipitarsi nel vuoto?)
L’altro, l’uomo, con i suoi tentativi salvifici, la forza della conoscenza, e della razionalità, volte ad aiutare la donna ad elaborare il lutto.
Da notare, a suggello della prospettiva divina degli esistenti, le predominanze cromatiche dei blu e degli azzurri nei loro abiti e nei colori della loro casa.
Già nei primi semplici dialoghi iniziali dell’atto, quasi senza accorgercene, avremmo, già, a disposizione tutti gli elementi per comprendere che questo dualismo, non potrà mantenersi inalterato a lungo.
Una delle due forze cercherà, sicuramente, di sopraffare l’altra, ed all’altra non rimarrà nessuna alternativa, se non quella di attaccare, a sua volta, e spiegheremo meglio, anche, perché.
4. La sofferenza psichica come dante causa dei temi sviluppati nell’opera e della Natura in particolare
Prima di addentrarci nella spiegazione del dualismo divino, però, vorrei inserire altri elementi, perché, sono convinto, che in questa opera, come ho già anticipato prima, entrino anche altre forze, che non necessariamente attengono all’ambito esoterico delle convinzioni del regista, ma che ne sono, in qualche misura, i loro danti causa.
E sicuramente una delle forze oscure di quest’opera è la sofferenza psichica.
Non sono io a sostenere questa tesi, sia chiaro, è stato, e mi ripeto, lo stesso regista a dire che alcune visioni di questo film, sono state a lui quasi imposte dalla depressione neurovegetativa, che ha affrontato prima delle riprese.
Ed è certo la sofferenza psichica, che mette in relazione ad esempio l’opera di Lars con la Natura.
Pensiamo alla sequenza iniziale dell’atto dolore.
La Natura ha un ruolo di primissimo piano nella mente e nell’opera di Lars in questo film, e lo si capisce già in una delle prime sequenze, quella girata in ospedale. Vicino al letto dove è sdraiata la donna, la mdp inquadra un vaso di piante e, con una lentissima carrellata in avanti (o più probabilmente con uno zoom ottico), gli si avvicina sempre più, progressivamente, mentre i due protagonisti sembrano scomparire sullo sfondo. Seguono altre sequenze, in cui sono intervallate immagini di rami e cespugli, di natura selvaggia e cupa, come una sorta di anticipazione dell’ambientazione in cui si svolgerà l’azione della storia.
La sequenza è angosciante, ed al tempo stesso, potente ed innovativa, e tutti siamo costretti a chiederci “come mai il regista abbandona gli esistenti per avvicinarsi alla natura?“
Le risposte non tarderanno ad arrivare.
Durante la terapia che il marito Wiliam Dafoe imporrà alla moglie, egli cercherà di risalire a cosa, per lei, rappresenta l’ambiente dove la paura che lei prova (o dice di provare) è più forte, e lei risponderà il bosco.
Ora, senza necessariamente arrivare ad intravedere in questa visione e nella potentissima sequenza che pone praticamente termine al primo capitolo del “Dolore”, dell’auto dei due coniugi che entra in un fitto bosco, (una selva oscura?) un riferimento dantesco, che pure non sarebbe peregrino cogliere, dobbiamo comprendere che nel bosco troveremo moltissimi dei segni simbolici che fonderanno, in un unico, le ossessioni di Lars von Trier, con la sua visione esoterica del mondo.
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5. “Capitolo 3 – Pena: il caos regna e Capitolo 4 – Disperazione”
Mentre il primo atto, “Il dolore“, è servito al regista a filtrare la narrazione in un contesto oniricamente simbolico e allegorico, questo secondo atto rappresenta il fulcro del film. E’ qui che osserveremo alcune immagini che non è arduo definire quadri.
In primis il bosco ed il luogo chiamato Eden.
Questo bosco è, in qualche misura, la rappresentazione perfetta di ciò che Lars von Trier pensa dell’intero mondo.
Un luogo dark, prevalentemente abitato non dalla vita, ma dalla morte.
Infiniti sono i segni che ci parlano di questo.
Nel “capitolo 3 – Pena il caos regna”, infatti, l’opera descrive l’origine delle paure della protagonista, che avviene l’estate antecedente la morte del figlio, la sequenza accoglie “il pianto della natura“, che anticipa il tema della natura matrigna, che piange la pena di tutte le cose viventi condannate a morire. Qui è importante comprendere che i tre mendicanti (l’ultimo atto) sono anche oltre che i significanti dei tre tempi centrali del film raffigurati anche con tre animali:
“la volpe, il corvo ed il daino” tre simboli molto evocativi che ricoreranno un po’ in tutti gli atti del film compreso nello strabiliante epilogo.
2. Il dialogo tra i coniugi mentre cadono le ghiande, e le considerazioni che la moglie fa a proposito del fatto
che, quando esse battono sul tetto della casa, sono (già) morte.
3. Le mani della scena, forse più apocalittica del film, quando Dafoe possiede la moglie su un albero, ci
torneremo.
Ma soffermiamoci, un attimo, sul concetto di bosco, e sulle figure di Eden e di Albero.
La moglie, già nel racconto fatto al marito nell’atto precedente, anticipa la visione del bosco, dove poi i due si recheranno.
5.1. Eden e Albero
Due segni hanno colpito, più di altri, la mia attenzione:
Il termine Eden;
L’Albero che viene, in tale posto, rappresentato.
Non si può non cogliere, nuovamente, un esplicito riferimento alla cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre, ed alla necessità di superare il dualismo.
“Gli alberi sono lo sforzo infinito della terra per parlare al cielo in ascolto“, è stato detto dal Fr. Tagore.
Meno poeticamente di lui, osservo che, considerato singolarmente, l’albero può essere il simbolo dell’uomo, i piedi per terra (e sul dettaglio dei piedi torneremo), e la testa rivolta al cielo.
Nel nostro caso, però, gli alberi sono due, uguali e speculari tra loro: è spontaneo l’accostamento all’Albero della Vita ed a quello della Conoscenza del Bene e del Male, e questo lo si evince anche dal dettaglio che l’albero ci veine raffigurato come una pianta che marcisce.
Nella Bibbia è scritto che al centro del giardino dell’Eden fu posto un albero, il cui frutto, se mangiato, avrebbe comunicato l’immortalità. Collocato però nel medesimo posto vi è pure un altro albero, quello della Conoscenza.
Poiché non è fisicamente possibile che due oggetti, diversi, occupino, contemporaneamente, la stessa porzione di spazio, è verosimile che i due alberi Lars li rappresenti in uno solo, in quanto non sono altro che aspetti diversi di un’unica realtà.
Se questa ipotesi è esatta, ne consegue che la dualità è male, nel senso che ci separa dall’Uno, e deve essere pertanto superata, dialetticamente, da chi vuole ottenere la Conoscenza, che dà la Vita.
Ed ecco che l’uomo del film (da notare l’assenza di nomi propri agli esistenti protagonisti, un elemento apparentemente banale ma che banale non è), affronterà allora un lungo viaggio, dall’esteriore all’interiore, dal celato al manifesto, dal fenomeno al noumeno, dalle tenebre alla luce; la meta è l’essenza stessa dell’Infinito: il mistero dell’Unità.
Ma allora, la realtà che ci circonda è pura illusione? Il dilemma è stato risolto da Shankara, il grande filosofo indiano: la realtà è tale solo se rapportata alla conoscenza del relativo, è invece illusione, maya, a cospetto dell’Assoluto.
Per esprimere questo concetto si fa l’esempio dell’uomo che, entrato in una stanza buia, scambia una corda per un serpente e prova paura, fin tanto che non si accorge di come stanno effettivamente le cose. Per svelare l’illusione insita nella realtà ‘relativa’ occorre che questa sia dunque esaminata, a cominciare da quella che ci è più vicina, la Natura, e con ciò siamo pronti per passare al simbolo successivo.
La Natura, quindi, come villa di Satana, giacché il cielo rimarrebbe appannaggio di Dio.
E’ importante notare che il capitolo del Caos che regna finisce con la guarigione della donna che suggella due altri significanti:
il riconoscimento della supremazia comunque della razionalità, il ritorno della donna alla sua originaria condizione di donna – strega. Donna carnefice che si esplicherà meglio nel quarto atto – Disperazione.
5.2. Capitolo 4 – Disperazione
E’ importante chiarire che in questo atto, superata la condizione di sofferenza, la donna può ricongiungersi alla sua natura di martire.
Due segni sono fondamentali per comprendere questa evoluzione.
Il flashback sulla sequenza iniziale dove avremo modo di constatare che la donna vede il bambino salire sul mobile, prima, e cadere nel vuoto poi.
Questa vera e propria rivelazione è fondamentale per comprendere l’intenzione di von Trier di svelarci al dunque chi sia davvero l’Anticristo.
Un essere capace di produrre il male ed il bene nello stesso momento.
Un essere che potrebbe fermare la morte del figlio ma che preferirà godere del suo piacere.
Questa rivelazione spiega:
il dolore maggiore che la donna soffre rispetto all’uomo
la sua intenzione di purificare la fonte del piacere di quell’atto che tanto esecranda risulta al dunque anche ai suoi ambivalenti occhi.
Giustifica, inoltre, il titolo di questo atto che non è più solo Dolore e Pena ma che tracima in vera e propria Disperazione una condizione che costringerà l’uomo a reagire agli attacchi della donna.
5.2.1. Il piede
A questo punto direi che abbiamo, in parte, svelato cosa muove la donna a conficcare, nella fine della gamba del marito, una ruota che lo condanni a rimanere con i piedi ben fissi sulla terra.
Non è un caso che Dafoe, in questa sequenza, cerchi di sprofondare nelle viscere della terra, perché ha oramai compreso le intenzioni del femmineo, improvvisamente rivoltatosi contro di lui.
La ruota di pietra è il peso che costringe l’uomo a rimanere solo con i piedi per terra, senza poter, più, rivolgere gli occhi al cielo.
Condanna che la donna stava lentamente infliggendo anche al figlio (allacciandogli le scarpe al contrario).
5.2.2. Satana
C’è un’ultima cosa.
Il riferimento a Satana compare più nelle cose in se che nella narrazione.
Ma è evidente che mentre Dafoe svolge il ruolo di terapeuta egli annota, in una sorta di piramide, le cose che alla moglie fanno paura.
Ad un certo punto la sequenza inquadra questa gerarchia:
Me
Satana
Natura
Bosco
In questa sequenza egli, subito dopo avere scritto: Me, cancella questa parola.
Perché?
Perché Satana e Me, forse, sono la sessa cosa?
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6. “L’epilogo”
Ed ecco anche spiegato cosa porterà, nell’ultima parte del film, “L’epilogo“, Wiliam Dafoe ad uccidere la donna, mai così tanto esplicita nei film di von Trier:
“Una donna che piange è una donna che trama“
Ed a bruciarla su un rogo, lei che non era riuscita a portare a termine una tesi sulla persecuzione delle donne nel medioevo.
E’ in questa ulteriore sovrapposizione, tra il protagonista maschile dell’opera, ed il pensiero disturbato (penseranno i più) di Lars von Trier, che il film ci lascia i disperati messaggi verso l’alto.
E’ importante, in primo luogo, sottolineare che il commento musicale alla sequenza di tale atto, torna ad essere “Lascia ch’io pianga“, ed è importante questa sottolineatura, perché contiene un nuovo riferimento alla cruda sorte ed alla libertà, questa volta dell’uomo.
Non meno importante è l’idea che l’unica strada verso la conoscenza è il noumeno, il superamento dialettico del dualismo.
Questo spiega, in parte, il terrore che il regista nutre nei confronti della donna, e nei confronti dell’atto sessuale in se.
Vi starete, a questo punto, chiedendo del perché la moglie martiri i sessi (sia il suo che quello del marito).
La mia risposta è, ancora una volta, racchiusa nell’impurità dell’atto sessuale.
Se è il sesso il tramite terreno che abilita il ripetersi dell’atto (impuro) della creazione, e se è il piacere il motivo principale che attrae l’uomo verso la donna, e verso questo atto, allora sono chiare due conseguenze:
la prima è che la donna, che attrae l’uomo con il suo piacere, è parte del disegno abominevole della imperfezione e della impurità di questo atto, ed ha verso l’uomo un potere tremendo, se è vero che in due sequenze cogliamo assai bene questo riferimento.
Nel primo atto, quando Dafoe, vendendo meno ai suoi proponimenti di terapeuta, possiede la moglie per distrarla dal suo dolore.
Ed in una delle scene forse più potenti del film, quando la donna uscita di casa di notte si masturba nel bosco, e viene, poi, raggiunta dal marito, che la possiede sul tronco dell’albero, dove compaiono molte mani di corpi che sembrerebbero morti.
La seconda conseguenza è che l’atto sessuale è il vero peccato, che, per essere in qualche modo purificato, deve essere privato del piacere, ecco quindi che la donna masturba l’uomo dopo averlo colpito sul sesso, facendo si che dal suo pene fuoriesca insieme al suo seme, il suo sangue, ed, in una sequenza successiva, procederà a tagliarsi il suo stesso clitoride, in una delle sequenze forse più raccapriccianti dell’opera.
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7. La scena finale – il femmineo assoluto – chi è L’Anticristo?
Mi rendo conto che, forse, non ho chiarito a sufficienza che è l’Antichristo in un film che lo evoca addirittura nel titolo.
Ritengo che la mia analisi non lasci dubbi, al riguardo, ma mi piace integrare le mie conclusioni con quelle di Marco Bellentani, sicuramente più esplicite al rigurado:
E’ sicuramente il personaggio interpretato da Wiliam Dafoe, del resto è l’unico che resta vivo al termine dell’opera, esistente con cui la natura comunica (essa tace, per lo piiù, al personaggio femminile isterico e cristiano), tramite simboli, fruscii, ma anche parole e grida d’animale.
Le costellazioni animali sono il nuovo nord della bussola della vita.
L’uomo, dunque, passa attraverso il martirio della strega, del senso di colpa, e deve ributtare tutto l’isterimo freud-cristiano che porta all’infibulazione, alla castrazione femminile (anche per colpa del maschio).
Superato quell’attimo, si deve rendere conto del gesto contro natura, palesemente cristiano, dell’uccisione, nella castrazione, del senso di tutto, del sesso, innocente atto che rende tutto possibile, in svariati modi a seconda della specie, animale o vegetale. [Ergo, la castrazione è evidentemente un gesto cristiano - contro natura da combattere. E così lo sono i "no" alla vita niezcthiani].
A quel punto il nuovo messia è pronto a salire sul monte, in attesa del popolo di streghe, represse dalla cultura, soggiogate dal cristianesimo e dalle sue paure, condannate all’isteria e dunque non comprese, ma uccise o curate come un virus!
Esso è colui che cura quell’inutile senso di colpa, quell’inutile strumento di controllo, inoculato infidamente in noi dall’era cristiana, ma anche dalla modernità. Un film immenso, che rifugge il finale catartico alla Dogville, perché mira ad essere compreso, lentamente, dal nostro io. Le risposte sono profonde, difficili da percepire: La verità non avrà mai un linguaggio completamente umano.
Liberatosi della moglie, oramai morta e addirittura bruciata su una pira, come una strega del medioevo, l’uomo si aggira in un mondo pieno di luce, senza più ombre perché il dualismo è stato superato, oramai libero, e compie due incontri, dovremmo dire, con la Conoscenza.
Il primo è quello dei cadaveri che gli si rivelano nella Natura.
Un suggello dark della condanna che, in qualche modo, livella tutti i vivi ad un unico ed ineluttabile destino.
Il secondo è quello del femmineo che gli si fa incontro sulla collina. Una moltitudine di donne, che, non essendo più una, rappresentano non più il femmineo alternativo, ma quella parte di femmineo che è in lui.
E’ questa forse l’immagine forse più evocativa e pregante dell’opera, che Larsvon Trier inserisce alla fine del film, quasi a comunicarci la sua visione definitiva sulla questione del tema della Unicità al di sopra del bene e del male.
Una sequenza, anche questa, impeccabile e potente, che non potrà lasciarvi indifferenti.
In questo contesto pongo una ulteriore riflessione.
Gli esistenti lo abbiamo detto non hanno nome. Essi potrebbero essere due aspetti di un unico tema.
7.1. Un apparente errore formale ci svela un dettaglio sul rapporto dualismo vs. unicità
In una sequenza di un dialogo iniziale, i cinefili ci fanno caso, Lars compie una piccola serie d’inquadrature scorrette sotto il profilo formale.
Nei dialoghi, infatti, si studia, i soggetti devono essere inquadrati con campo e controcampo.
In parole povere se un esistente parla da un lato dello schermo, l’altro deve rispondergli dall’altro, guardando verso di lui.
Bene riguardate uno dei dialoghi iniziali tra l’esistente interpretato da Dafoe e l’altro interpretato dalla Gainsbourg,noterete, come ho fatto io, che essi vengono inquadrati nella stessa porzione di schermo.
La cosa sarebbe normale se l’esistente Dafoe parlasse a se stesso, ma se, invece, parla alla moglie allora delle due l’una:
o Lars ha voluto, clamorosamente, sovvertire questo paradigma formale in queste inquadrature,
oppure, come è più agevole credere, lo ha fatto con consapevolezza, con sapiente cognizione di causa, quasi a volerci anticipare che Dafoe e la mogliesono si due entità separate, ma parte di un’unica Verità. Due volti di un unico esistente. L’Anticristo appunto.
§§§
8. Conclusioni
In conclusione posso dire che a me il film è piaciuto molto anche per gli aspetti formali.
E’ raro trovare una direzione della fotografia così perfetta anche nei suoi aspetti cromatici (le predominanze degli azzurri e dei rossi, i giochi delle luci e delle ombre), che sottolineano, direi perfettamente, in maniera che non è arduo definire caravaggesca, la prospettiva dualistica dell’opera.
Le immagini perfette del film:
le sequenze rallentate del racconto della donna nel bosco;
le allitterazioni visive di lei che varca il ponte che conduce ad Eden, o la soglia della tana della volpe.
I dialoghi dei coniugi, fonte di critiche inutili, che andrebbero sicuramente rivisti e riascoltati in lingua originale, considerando la supervisione di Crepet nella versione italiana.
Ed ultimo, ma non meno importante motivo, le interpretazioni degli attori che è approssimativo considerare eccellenti (questo spiega la palma d’oro alla Gainsbourg), che hanno lavorato sui personaggi come raramente ho visto fare in un film.
Certo rimangono ancora molti simboli di cui parlare, la volpe ed il corvo (forse un riferimento all’elogio alla accortezza, di cui il personaggio di Dafoe sembra essere pregno, della fiaba di Fedro).
Il Daino.
Ma come dire … la visione del film è talmente bella, che, personalmente, la consiglio più e più volte a tutti.
Dispiace solo che un’opera così visionaria, e così ricca di riferimenti, non sia stata apprezzata (nomination per la palma d’oro a Cannes a parte).
Ma è il destino dei geni che utilizzano il cinema non per fare soldi, ma per cercare di comunicare arte.
E Lars, in questo, continua ad essere un maestro, penso, anche che la sua casa di produzione, la Zentropa, sia un luogo magico, ed ammiro, molto, anche il rigore con cui questo regista co-gestisce tale progetto … ditemi da quale altra casa di produzione, anche americana, escono fuori immagini così perfette stilisticamente.
Adesso Lars, però, ti preghiamo … con Wasington, completa la trilogia sugli USA.
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analisi di eventi esistenti e linguaggio audiovisivo
Quando l’amarcord è composto solo di dolore e sangue – a cura di Roberto Bernabò
Valzer con Bashir
titolo originale: Waltz With Bashir
nazione: Francia / Germania / Israele
anno: 2008
regia: Ari Folman
genere: Animazione
durata: 87 min.
distribuzione: Lucky Red Distribuzione
sceneggiatura: A. Folman
fotografia: D. Polonski • A. Hanuka • Y. Goodman
montaggio: N. Feller
Trama: Una notte del settembre 1982, durante l’occupazione israeliana a Beirut, una milizia cristiana falangista invase i campi profughi di Sabra e Shatila, trucidando 3000 civili palestinesi. Il cielo era rischiarato a giorno dai razzi per l’illuminazione dell’esercito israeliano, i cui soldati assistettero inermi all’atroce massacro. Tra quei soldati israeliani, diciannovenni ancora imberbi, c’era Ari Folman, che per più di vent’anni ha rimosso ogni ricordo associato a quella notte. Fino a quando ha deciso di intraprendere una terapia molto particolare: girare un film. Un film documentario, per la precisione, con tanto di testimoni. Sì perché come ogni terapia che si rispetti quella del regista israeliano doveva avvalersi di un dialogo, uno scambio di pensieri, sensazioni, ricordi volti a far riaffiorare il rimosso della coscienza.
Introduzione
La questione israeliano-palestinese è ahimè quanto mai attuale e non deve stupire, pertanto, che questo film israeliano (anche se la produzione è oltre che israeliana anche francese e tedesca), così particolare nelle sue scelte formali e narrative, sia stato considerato un vero e proprio capolavoro a Cannes, dove ha rappresentato la vera rivelazione del Fesitval, ed ai Golden Globe, dove ha soffiato il riconoscimento come miglior film straniero all’italiano Gomorra di Matteo Garrone (secondo me il miglior film dell’anno 2008), sono napoletano e me lo posso permettere, ma che ahimè gli esperti giudicano essere in fase calante, proprio per il successo di quest’altra pellicola.
Scommettiamo che vincerà anche l’Oscar con mio grande rammarico per Gomorra?
§§§
Mi sono chiesto, come molti di voi, come mai un film del genere ce lo fanno vedere proprio in questi giorni, quando la posizione israeliana è così discussa, e forse discutibile, anche se, personalmente, credo che le lenti di giudizio occidentali non costituiscano il migliore presupposto per comprendere una questione così complessa, che né il film di Ari Folman, credetemi, né, tanto meno, questo post, intendono certo esaurire.
La risposta che mi sono dato è che una cosa è certa: documenti come questo film sono come dei veri e propri squarci di luce nel buio fitto di una realtà che accade molto vicino a noi, ma di cui noi, come sesso succede, non abbiamo una percezione chiara, perché l’informazione e non solo in Italia, su tali temi non è mai molto esaustiva, e perché i tentativi di fare chiarezza finiscono troppo spesso per diventare faziosi o accusabili di faziosità, se non siamo davvero addentro la questione.
Meglio allora il cinema, che da sempre ha agito un ruolo non dico determinante, ma quantomeno più immediato nella sua comprensione.
Come spesso dico in questo blog le immagini svelano la verità assai più delle parole, anche se sono filtrate da una graphic novel.
Ma questo anche perché il cinema non deve essere necessariamente obiettivo. Non deve difendere una oggettività nella rappresentazione della realtà.
E ancora … potrà mai una realtà essere oggettiva?
Intendo dire:
“Anche se decidessimo di dare voce solo alla realtà, avremmo, poi, gli strumenti cognitivi per darle un senso? “(Mi sembra di essere scaduto nella canzone di Vasco Rossi, chiedo scusa, ma è proprio così che la penso).
E’ un’annosa questione che il cinema documentaristico in parte risolve.
Limitandosi, molto spesso, a rappresentare la realtà attraverso un filo logico (necessariamente fazioso), che illustra il perché di certi accadimenti.
Un perché ovviamente filtrato, ed è questa la funzione di questa ontologia di cinema, dall’esperienza di colui che si assume l’onere di raccontare.
Nel caso di specie questo onere se lo è assunto Ari Folman, un israeliano dalle intenzioni miti non certo fondamentaliste, tentando di ricostruire, esclusivamente basandosi sui ricordi affioranti nella sua memoria, un episodio a dire poco inquietante delle tante pagine contraddittorie e violente avvenute nel nome della questione israeliano-palestinese: la strage di Sabra e Shatila del settembre 1982, quando i falangisti cristiani, impazziti per l’omicidio del loro amatissimo presidente del Libano Bashir Gemayel, massacrarono tremila palestinesi (anche vecchi, donne e bambini) nei campi profughi. Sotto gli occhi dei soldati israeliani alleati, prima che il ministro della DifesaAriel Sharon fermasse l’eccidio.
Certo, i detrattori di Ari Folman avranno motivo per argomentare che il film vuole, paradossalmente, dimostrare le ragioni israeliane, anche attraverso il racconto di un fatto che è molto discutibile, proprio per dimostrare il senso di uno Stato che alla fine, nonostante tutto, interviene e che, soprattutto, in quanto stato democratico, accetta anche voci dissonanti.
Ma, a mio modo di vedere, questa lettura è sbagliata.
Ari Folman ha lavorato quattro lunghi anni a questo progetto, e non poteva certo conoscere lo status quo in cui versa oggi la questione tra israeliani e palestinesi. (Dio solo lo sa come potrà ancora ulteriormente evolvere).
Credo che gli intenti cinematografici abbiano più a che fare con il tentativo di liberarsi del peso ingombrante di certi accadimenti, che nella coscienza del regista erano troppo dolorosi per rimanere confinati dentro di lui.
Quando ho conosciuto Dacia Maraini alla presentazione del suo ultimo libro “Il treno dell’ultima notte” le ho chiesto: “Come mai ha deciso di narrare oggi questa storia così risalente?“
Lei mi ha risposto, riflettendo molto prima di parlare: “Ma lo sa è così difficile rispondere alla sua domanda, non è mai chiaro all’autore cosa lo spinga a narrare quello che racconta … però riflettendo meglio … forse la ragione è che avevo tenuto queste cose dentro di me per troppo tempo … era arrivato il momento di tirarle fuori.”
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In questo post:
Le scelte formali – circa l’utilizzo della graphic novel
Un cinema documentaristico basato non (solo) sui fatti ma (soprattutto) sulle emozioni
Circa gli esistenti del film – testimonianze vere non finzione
Circa l’impianto narrativo – la ricostruzione di un puzzle mentale quale allegoria del mestiere del documentarista
1. Le scelte formali – circa l’utilizzo della graphic novel
A mio modo di vedere la prima questione o meglio il primo interrogativo che mi sono posto è il seguente.
Perché Ari Folman ha deciso di raccontare la sua personale esperienza avvalendosi di una graphic novel e non di una scelta formale basata sulla recitazione?
In questo blog ho più volte indagato la connessione esistente tra cinema e realtà. Un tema che fu affrontato anche da Pier Paolo Pasolini che sosteneva che, tra le differenti forme di arte, quella del cinema era quella che maggiormente aveva a che fare con la realtà, proprio perché per rappresentare, cinematograficamente, un essere umano lui doveva necessariamente avvalersi o dello stesso essere umano, o di un suo doppio (il personaggio).
Ora qui la questione diventa ancora più complessa perché nella realtà si aggiunge l’elemento del ricordo.
Proprio durante la proiezione di questo bellissimo film il personaggio di Ori Silvan, con cui il regista è cresciuto a Haifa, nel film è l’amico che, come accade nella vita, pur occupandosi a tempo pieno di cinema, è una sorta di suo psicoanalista privato, fornisce una spiegazione assai sconcertante circa il ricordo. Chi ha visto il film sa che in quella sequenza a cui alludo, Ori Silvan chiarisce che si possono creare in adulti ricordi inesistenti solo manipolando una fotografia.
Ma se il ricordo è costituito da un’immagine precisa, che riaffiora senza che noi attribuiamo, invece, alla stessa, alcun significato preciso, ecco che ci ritroviamo difronte alla necessità di indagare. Ma su questi specifici aspetti ritorneremo nell’ultimo paragrafo.
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1.1 Un cinema documentaristico basato non (solo) sui fatti ma (soprattutto) sulle emozioni
La graphic novel, tornando al tema di questo paragrafo, consente, abilitandola, la filtrazione della narrazione in un ambito meno strettamente reale e più, filmicamente, onirico.
Questo elemento lascia libero il regista di ricostruire il puzzle del suo ricordo attraverso immagini che, altrimenti, non avrebbe mai potuto inserire nel contesto della narrazione.
I combattimenti, la fuga a nuoto del suo amico, la spiaggia dove rimase a lungo, i carri armati che entrano nei vicoli di Beirut distruggendone i muri sconquassando autovetture.
Sono tutte immagini evocative che conferiscono alla narrazione una drammaturgia dura e poetica nello stesso tempo. Quasi come se lo spettatore entrasse non tanto (e non solo) in relazione con la realtà, che spesso ci dice poco, ma con lo stato emozionale di un uomo che, a fatica, si fa strada nei meandri della propria mente.
Insomma è quasi come se noi assistessimo – attraverso questo specifico linguaggio filmico composto di materia cerebrale trasposta in immagini, quasi come se fossimo dentro il cervello di Ari – alla visione della sensibilità della sua mente.
All’emozione trasposta in immagine più che al senso reale di quel ricordo, così drammatico e così dolente.
Un’operazione alchemica che solo la sapienza nell’utilizzo di questa particolare tecnica poteva restituire.
E questo grazie anche alla bellissima colonna sonora rock anni ottanta, ed alle musiche originali di Max Richter, alle immagini coloratissime (a differenza del celeberrimo Persepolis, quasi tutto in bianco e nero), al gusto ispirato a questi nuovi romanzi grafici, che ne fanno, insomma, uno spettacolo emozionante e innovativo, composto da frammenti, allucinazioni, paure, delusioni, insomma dai “sogni perduti di uomini che all’epoca erano solo ragazzi”.
E proprio con la graphic novel Valzer con Bashir, firmata da Folman e da David Polonsky, autore della maggior parte dei disegni del film, che il 9 gennaio si è inaugurato il restyling della collana Rizzoli Lizard.
“Non mi stanco di ripetere che la mia è un’opera sulla memoria e sulla rimozione, non una lezione di storia” predica Folman, alto, occhi azzurri, barba e orecchino. “Io racconto quello che accadde a Beirut nel 1982, quando sulla spiaggia si sparava e sul lungomare c’era la gente che chiacchierava ai tavolini dei bar, ma si potrebbe raccontare allo stesso modo il Vietnam o il Kosovo”.
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2. Circa gli esistenti del film – testimonianze vere non finzione
Altra scelta che rende questa pellicola particolare, è che gli esistenti del film non sono personaggi immaginari, sono tutti veri,reali (anche se raffigurati da un disegno), e tutti legati direttamente, o indirettamente, al regista.
Si va dal grande reporter di guerra Ron Ben-Yeshai (dal coraggio leggendario), l’uomo che alla fine telefona a Sharon e gli impone di mettere fine all’azione delle milizie cristiane, a Roni Dayag, che aspettava da vent’anni che qualcuno gli chiedesse di raccontare la sua storia (abbandonato dal suo reparto su una spiaggia controllata dai palestinesi si salva nuotando di notte in una specie di pauroso viaggio felliniano), a Carmi Cna’an, il ragazzo geniale che dopo la guerra delude tutti andandosene prima in un ashram indiano e poi a fare soldi nei Paesi Bassi con un business di felafel. Carmi, a pochi giorni dall’inizio delle riprese, non ha voluto prestare il suo volto e ha preteso di essere doppiato.
L’origine del film sta in una serie di conversazioni tra Folman e il terapista dell’esercito: “Dato il mio ruolo irrilevante come riservista, volevo lasciare l’esercito a 40 anni anziché a 45. La procedura prevede alcuni incontri in cui rievochi tutte le tue esperienze passate. È stato scioccante, era la prima volta che cercavo di ricordare”.
§§§
3. Circa l’impianto narrativo – la ricostruzione di un puzzle mentale quale allegoria del mestiere del documentarista
Quasi inconsapevolmente, e per esigenze legate alla frammentarietà del ricordo, nel percorso della memoria del protagonista (l’alter ego animato di Folman), la narrazione si avvale di un paradigma narrativo che a me è molto caro.
Quello della ricostruzione.
Un paradigma ineludibile per lo storico e per il documentarista.
Chi ha fatto psicanalisi sa che uno degli strumenti primari dello psicanalista, una delle materie con le quali si lavora in questa specifica pratica psichica, sono i sogni.
I sogni sono quella parte di noi che mette in congiunzione il conscio con l’inconscio.
Ecco questa affermazione potrebbe perfettamente racchiudere non solo la funzione della psicoanalisi, ma anche e perfettamente, quella estetica e drammaturgica del cinema documentarista.
Una visione che, improvvisamente, lacera la nostra coscienza, e ci aiuta a comprendere una realtà che, magari per decenni, è stata sotto proprio lì, sotto i nostri occhi.
E’ proprio in questo specifico filmico del cinema documentarista, che amo definire potere divinatorio delle immagini- una volta ancora di più dimostrato se messo in relazione al concetto, sempre freudiano, della rimozione - chericonosco a questo film dei meriti davvero considerevoli, ed in qualche modo complementari a quelli dell’altro film, che, nel 2008, ha lacerato la mia coscienza: “Gomorra di Matteo Garrone“, che ha utilizzato, però una sorta di suo contrario attraverso un linguaggio audiovisivo che amo definire iperrealista, ma che assolve, paradossalmente, con la stessa efficacia, la medesima funzione rivelatoria.
Annotazioni a margine – volutamente non parlo
Volutamente non parlo delle motivazioni del titolo dell’opera, perché troppo toglierebbero al colpo al cuore all’ancora possibile visione del film da parte del lettore di questo blog, posso solo anticipare che le stesse costituiscono, a mio modo di vedere, una sorta di punto d’incontro tra realtà e cinematografia, che, in quella in quella brevissima sequenza, svela – tutto, in qualche misura, racchiudendolo – il nucleo fondante l’intento artistico del regista: unire in un unico la spietata e cruenta verità della realtà con la poetica e l’estetica del cinema d’animazione.
analisi di eventi esistenti e linguaggio audiovisivo
La Banda
titolo originale: Bikur Ha-Tizmoret
nazione: Israele / Francia
anno: 2007
durata: 90′
sceneggiatura: Eran Kolirin
regia: Eran Kolirin
cast: Ronit Elkabetz (Dina), Sasson Gabai (Tewfiq), Uri Gavriel, Imad Jabarin, Ahuva Keren, Rubi Moskovitz, Khalifa Natour (Simon), Eyad Sheety, Saleh Bakri (Haled)
genere: Commedia
distribuzione: Mikado Film
Sito ufficiale: www.thebandsvisit.com
musiche: H. Shehadeh Hanna
fotografia: S. Goldman
montaggio: A. Lahav Leibovitz
Trama: In un tempo non molto lontano, una piccola banda musicale della polizia egiziana arrivò in Israele. Erano venuti per suonare ad una cerimonia, ma a causa della burocrazia, della sfortuna o per qualche altra ragione, sono arrivati all’aeroporto senza trovare nessuno che li aspettasse. Hanno cercato di cavarsela da soli, finendo per ritrovarsi in una piccola cittadina israeliana desolata e dimenticata, da qualche parte nel cuore del deserto. Una banda che si perde in una città dispersa nel nulla. Poche persone se lo ricordano …
"Molti film affrontano le ragioni del perché non esiste la pace in Israele, nel mio film invece ho posto la questione del perché ci sia bisogno della pace". Eran Kolirin "Quando il linguaggio audiovisivo viene utilizzato come tramite per la ricerca di altri linguaggi universali – come la musica, l’amore, la speranza, la solitudine, il dialogo tra le etnie – ci troviamo improvvisamente catapultati, attraverso gli eventi e gli esistenti, dentro una storia che dal particolare trascende all’universale e finisce per tangere molti dei temi esistenziali, filosofici, persino poetici, arrivo a dire, della condizione umana". Roberto Bernabo’
Il linguaggio dei linguaggi – a cura di Roberto Bernabo’
In questo post:
Premessa
Eventi
Esistenti e loro point of conentration
Lo sviluppo del conflitto
Linguaggio audiovisivo:
"La musica sopra tutto"
La regia di Eran Kolirin
Le rese attoriali
La catarsi ed il messaggio verso l’alto
1. Premessa
Quando questa pellicola è stata presentata alla scorsa edizione del Festival di Cannes e precisamente nella sezione "Un Certain Regard", facendo incetta di premi, si è capito da subito che ci si trovava difronte ad un autentico capolavoro. Testimoniato ed avvalorato dai numerosissimi ulteriori premi vinti nei molti Festival successivi ai quali il film ha partecipato.
Va aggiunto, peraltro, che il vero successo di questa pellicola è stato decretato dalla sempre più sorprendente risposta del pubblico in tutte le sale nelle quali è uscito in Europa.
2. Eventi
Se è vero che il film si basa su una banda è anche vero che l’azione viene agita alla fine da quattro esistenti cardine. Sono loro che nel corso del film daranno vita agli eventi della storia.
Gli stessi sono, invero, assai particolari mescolando significanze reali, accadimenti magari improbabili, a piani di narrazione più metaforici ed allegorici, dove anche il semplice fatto che l’azione viene svolta da una Banda della Polizia di Alessandria di Egitto e non dalla Polizia in quanto tale, contiene un meta-messaggio misto di poesia e valore cromatico invertito della divisa che assume, nel film, una gradazione di azzurro che suggerisce alla mente non tanto e non più l’evocazione di un potere quanto, piuttosto il tentativo possibile di un’integrazione filmico/paesaggistica/etnica nel contesto dell’azione.
Tentativo assai riuscito, peraltro, se nella notte dell’azione musicisti poliziotti e locali finiranno per condividere tutto.
Dal cibo, ai divertimenti, dai sentimenti, al sesso e persino le disperazioni e le difficoltà esistenziali.
Un sequenza di eventi, solo apparentemente sfortunati, che daranno agli esistenti nuove opportunità per conoscersi, per comprendersi e forse anche per amarsi. (Aiuto la mia analisi ha preso un’improvvisa deriva Marzulliana).
3. Esistenti
Ritornando ora ai quattro esistenti:
Sasson Gabai … Lieutenant-colonel Tawfiq Zacharya Ronit Elkabetz … Dina Saleh Bakri … Haled Khalifa Natour … Simon
analizziamone insieme la loro specifica funzione drammaturgica.
In primis abbiamo il comandante Tawfiq Zacharya.
E’ sicuramente il personaggio chiave del film.
Tutte le storie ruotano intorno a lui.
E’ lui il vero demiurgo dell’azione.
In apparenza, dalle prime battute del film, ci apparirà come un personaggio burbero, autoritario, un po’ imbranato, magari, ma deciso e scostante.
Invece Tawfiq sarà l’esistente che ci riserverà le maggiori sorprese.
Intorno a lui una donna, Dina, proprietaria di un ristorante, figura ambigua.
Generosa, altruista, ma condannata a vivere in un desolato paesino nel cuore del deserto che sembra più uscito da una canzone di Daniele Silvestri che cito (il titolo è L’autostrada):
La casa era giusto al confine tra il vento e la sete
un posto abitato da fate
e da poche altre forme di vita ugualmente concrete
vicino all’incrocio di un paio di strade sterrate
che senza motivo apparente si incontrano
e poi, disperate, ripartono
tristi, così come sono arrivate
comunque a qualcuno una volta saranno piaciute
se poi sono state abitate
qualcuno che fermo all’incrocio pensò
"aspettiamo che arrivi l’estate"
l’estate da noi non è mica un periodo felice
che il caldo ti toglie la pace
la polvere copre ogni cosa
e ti spezza la voce, l’odore di verze marcite
La gente che passa ci guarda e prosegue veloce
ci osserva e prosegue veloce
magari saluta, ma sempre prosegue veloce
che dal film a cui stiamo assistendo.
E già in questa ambientazione surreale cogliamo il piano su cui gradualmente il film, grazie al point of concentration di questi due esistenti, trasla.
Ed allora il comandante, vecchio, raggrinzito, triste, solo, vedovo, trascorrerà – in bilico tra l’idea di non doversi lasciare andare per mantenere alta l’immagine dell’Egitto e della Banda di Alessandria e quella di cedere un pochino alla sua intransigenza, non fosse altro per dovere, buona parte della notte e, quindi, degli eventi del film, con la proprietaria del ristorante, la bellissima Dina, donna assai più giovane di lui, ma che già tradisce una bellezza che sfiorisce ed una vita colma di delusioni e di frustrazioni.
Il dialogo tra questi due esistenti è la parte d’intreccio che svelerà i significanti più profondi del film.
L’allegoria del comando che agisce un direttore di banda diventerà un gesto colmo di evocazione poetica, quasi se la musica e la sua interpretazione, da parte di una banda di solo otto elementi, che arriva dall’Egitto in Israele per la cerimonia d’inaugurazione di un centro di cultura araba, avesse il magico potere di fermare, per una notte, il conflitto etnico.
L’odio.
La diffidenza.
E di aprire una strada altra verso l’integrazione razziale e la comunicazione tra le genti.
Intorno a loro, che vivono per una notte quasi l’illusione di potersi amare, ruotano gli altri esistenti del film che danno vita a storie minori, certo, ma non per questo meno evocative.
Come Simon che grazie alla sua esuberanza giovanile, il suo talento musicale con la tromba ed il violino, la sua ossessione per il jazz americano e per Chet Baker in particolare, non solo è in grado di fare innamorare di lui tutte le ragazze che incontra, ma svolgerà due distinti ruoli drammaturgici nell’intreccio.
Quella di rievocare il conflitto tra Tawfiq Zacharya ed il suo figlio morto, azione molto importante nell’intreccio, che aiuterà quest’ultimo ad elaborare definitivamente il lutto anche della morte della moglie, ed a cambiare atteggiamento verso di lui, e quella di educatore sentimentale di uno dei ragazzi locali, assai imbranato, con il quale finirà per trascorrere la notte israeliana ed aiutarlo a dare il suo primo bacio ad una ragazza.
Quella dell’immagine postata su è sicuramente una delle sequenze più divertenti ed al tempo stesso agrodolci della storia.
Un intreccio che sa unire, in un unico, momenti brillanti nei quali il pubblico non può non ridere e di gusto, a momenti melanconici, tristi, intimisti e, ancora, momenti assai poetici come quando Dina, in una panchina della sua cittadina, inventa per Tawfiq luoghi inesistenti di un parco inesistente.
O come quando Tawfiq, alla richiesta magari superficiale di Dina del perché la banda della polizia suonasse un certo autore, lui risponderà: "E’ come chiedere ad un uomo perché non può fare a meno della sua anima".
Frase che consegniamo al lettore come emblema significante dell’opera.
4. Lo sviluppo del conflitto
Questo tema è praticamente quasi inesistente.
O meglio.
Il conflitto è più tra quello che la banda dovrebbe fare una volta arrivata in Israele, recarsi cioè subito nel luogo del concerto, e le avversità di ogni tipo che invece si metteranno tra questa missione, peraltro di vitale importanza per la stessa sopravvivenza della banda a rischio di tagli di budget, e la sua concreta realizzazione.
Esistono, invero, anche conflitti tra gli esistenti ed in particolare tra il comandante Tawfiq ed il giovane Simon, o tra alcuni locali tra di loro, ma si risolvono sempre tutti in una bolla di sapone nella notte dove molte cose cambieranno anche nella dinamica dei rapporti tra i componenti della banda.
Quasi come se il regista non volesse calcare la mano su questa componente dell’intreccio.
E questo, a guardare attentamente, è una cifra dello specifico filmico di un po’ tutto il cinema israeliano. Ma mi fermo qui perché questa considerazione andrebbe verificata e qualificata meglio, e farlo ci porterebbe fuori strada nella conduzione della nostra analisi.
Il personaggio forse più triste e crepuscolare della pellicola è certamente Haled,una sorta di vice di Tawfiq, che però ha il pregio di essere compositore, romantico, fedele alla moglie anche se divenuto troppo insicuro proprio a causa della lunga collaborazione con il solo apparentemente burbero comandante, chissà forse Haled era l’unico ad averne intuito lo spirito buono.
5. Linguaggio audiovisivo:
"La musica sopra tutto"
Non c’è dubbio che la musica ha un ruolo centrale in quest’opera.
Nonostante il film lascia intatte, in lingua originale, alcune tracce di dialogo sarà, assai di più di questa opzione, la musica a trasferirci la percezione di essere anche noi in viaggio con la Banda alla scoperta di un Israele molto particolare.
E saranno soprattutto le melodie in assolo (di clarinetto, di tromba), suonate Simon e Haled durante la fatidica notte, a filtrare il film in una sorta di ambientazione onirica, favorita non solo dall’inusualità, un po’ per tutti gli esistenti, della situazione, quanto per il fatto che la stessa evochi slanci improvvisi di aperture verso l’altro e verso una convivialità fatta di poche cose.
Un cocomero tagliato, un caffè, un bicchiere di vino.
La musica ha il compito di fare apparire questi gesti come dei gesti assoluti, definitivi, colmi di quel significato di pace di cui nell’incipit del post.
Nelle canzoni egiziane troveremo poi note e parole struggenti che, in coerenza con l’ambientazione e le storie degli esistenti, che ci parleranno di momenti passati bellissimi e sereni, ed il loro rimpianto.
Quasi come se la condizione umana, vista dalla poetica dell’opera, fosse fatta assai più di speranza che di certezza, e più di piccole cose quotidiane, che di eventi significativi.
La regia di Eran Kolirin
Va detto che Eran Kolirin dimostra una certa qual padronanza anche con la macchina da presa.
Molte sequenze colpiscono per il gusto sviluppato verso l’inquadratura ben costruita, l’immagine evocativa, un eccellente lavoro cromatico sulle luci per fare risaltare l’azzurro delle divise come un colore, mi ripeto, evocativo del tentativo di una integrazione.
Notevole non c’è che dire.
Le rese attoriali
Le rese attoriali sono tutte tra l’intenso, penso soprattutto a Ronit Elkabetz (Dina), Sasson Gabai (Tewfiq), l’esilarante, penso a Khalifa Natour (Simon) ed l’intimista crepuscolare e qui siamo su Saleh Bakri (Haled).
Ma tutte di un livello notevole. Il cinema italiano avrebbe molto da imparare anche dagli israeliani.
6. La catarsi ed il messaggio verso l’altro
Il saluto di Tawfiq a Dina è uno di quei momenti in cui il cinema arriva a commuovere, unendo, in quella sequenza, dramma, poesia, ilarità ed è forse proprio nell’esecuzione musicale che sopraggiunge a questa sequenza, quella per la quale la banda era partita, che intravediamo esplicitarsi formalmente la catarsi di Tawfiq, ormai liberatosi del peso delle della morti del figlio e della moglie, che, s’intuisce, stabilirà un rapporto diverso, meno rigoroso e severo, con il giovane Simon.
Ed è forse questo il vero messaggio verso l’alto, indirizzato chissà ai politici che gestiscono il conflitto israeliano palestinese, ed a tutti noi.
Ciascuno di noi nel suo privato, o nel suo lavoro, infondo, pensavo, combatte una guerra che non vale la pena di essere combattuta.
analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
La ri-lettura poetica dell’emancipazione femminile e della rivoluzione sessuale in Italia – a cura di Roberto Bernabo’
Montaggio: Ilaria Fraioli Producer: Gaia Giani Sound designing: Benni Atria Montaggio del suono: Francesca Genevois Animazione e titoli: Cristina Diana Seresini Musiche originali: Ronin Voce diari: Anita Caprioli, Teresa Saponangelo, Valentina Carnelutti Supervisione ai testi: Silvia Ballestra Ricerca immagini d’archivio: Ricardo Lacché, Annamaria Licciardello Consulente storico: Diego Giachetti Fotografie di repertorio: Paola Agosti Missaggio: Paolo Segat Editor Musicale: Painé Cuadrelli Consulenza musicale brani di repertorio: Mauro Ermanno Giovanardi I materiali del film: I diari di Anita, Teresa e Valentina provengono dalla Fondazione Archivio Diaristico Nazionale Pieve Santo Stefano. Sito ufficiale:www.vogliamoanchelerose.it
Film d’autore:
"X chiama Y" di Mario Masini
"Anna" e "Festival del proletariato giovanile al Parco Lambro" di Alberto Grifi
"Se l’inconscio si ribella" di Alfredo Leonardi
"D – non diversi giorni.." di Anna Lajolo e Guido Lombardi
"Il piacere del testo", "Il filo del desiderio", "Ciclo continuo", "Bagagli" di Adriana Monti animazioni di Giulio Cingoli – Studio Orti
"Curiosità" e "La ragazza ideale" di Nino e Alfredo Pagot
"Cenerentola" di Pino Zac
"L’amore in Italia" di Luigi Comencini
Altri repertori da:
Archivio filmati storici Studio Moro
Cineteca di Bologna
Fondazione Cineteca Italiana
Archivio privato Ranuccio Sodi, Show Biz, Milano
Cinefiat, Torino
Aamod
Teche Rai – Rai Trade
Cineteca del Friuli
Cineteca Nazionale
Fondo privato Franca Zacchei
Fondo privato Clelia Pallotta
Fondo privato Famiglia Summaria
Fondo privato Anna Bottesini
Fondo privato Giorgio Magister
Come vivono le loro relazioni affettive, l’amore, la maternità? Di quanto esigeva il celebre slogan "Vogliamo il pane, ma anche le rose", con cui nel 1912 le operaie tessili marcarono con originalità la loro partecipazione a uno sciopero di settimane nel Massachusetts, forse il necessario, il pane, è oggi dato per acquisito. Ma le donne si sono battute per un mondo che desse spazio anche alla poesia delle rose. Ed è una battaglia più che mai attuale. Alina Marazzi
1. Premessa
Come sempre faccio quando mi voglio fare un’idea precisa di un’opera cinematografica di un/una regista che apprezzo il mio sforzo è cercare di non leggere niente afferente al film. Niente sinossi, niente recensioni, non parlare con nessuno che abbia già visto il film. Perché, mi dico, devo essere scevro da qualsiasi condizionamento.
Magari certe volte, lo ammetto, è un approccio eccessivamente maniacale.
Ma nel caso del film di Alina Marazzi "Vogliamo anche le rose" è stato invece molto importante per cogliere, durante la visione della pellicola avvenuta al cinema Alcazar di Trastevere a Roma – che ho scoperto stasera essere di proprietà della direttrice della LuckyRed, che sentitamente ringrazio per il rigore della programmazione artistica della sala, che cura lei stessa in prima persona – molte delle cose che tenterò di restituire in questo post.
E che sono tutte attinenti naturalmente lo specifico filmico di Alina Marazzi, regista che conosco molto bene causa un innamoramento, quasi morboso, verso la pellicola "Un’ora sola ti vorrei" e precisamente:
Eventi ed esistenti:
Accuratezza nella raccolta della documentazione e nell’analisi e selezione del frutto della ricerca
Ri-lettura poetica
Lasciare poeticamente la parola alla documentazione
Linguaggio audiovisivo:
La congiunzione formale e cronologica ad "Un’ora sola ti vorrei"
L’importanza del sonoro nel montare i super8 al cinema
Un linguaggio filmico psicoanlitico, emozionale che ricrea le sensazioni del caleidoscopio ed al tempo stesso del mosaico
Conclusioni
2. Eventi ed esistenti 2.1 Accuratezza nella raccolta della documentazione e nell’analisi e selezione del frutto della ricerca
La prima cosa che ho pensato vedendo questo film è che Alina ha una cura veramente assai notevole e sensibile e quasi maniacale nella raccolta dei materiali frutto della ricerca che lo stile documentarista delle sue opere esige.
Ma seppure Alina si avvale, come ho messo in evidenza nell’ampia raccolta dei collaboratori di questo film, di bravissimi ricercatori, è evidente che i reperti da questi raccolti vengono poi da lei letteralmente passati al setaccio.
Qui mi viene in mente André Bazin – il fondatore della celeberrima rivista "Les cahiers du cinéma" – quando diceva che la realtà, da sola, non ha alcun senso. Ciò che da un senso, una prospettiva storica agli eventi, che si limitano ad accadere, è appunto lo storico e, più di lui, il documentarista.
Il documentarista seleziona, taglia, accosta, separa, raccorda, crea assonanze e dissonanze. Costruisce insomma. Un documentario, in genere, è un’opera di lenta costruzione proprio come quella dell’amore cantato da Ivano Fossati nella sua celebre ballata.
Ecco una cosa che ammiro in Alina è l’assoluta mancanza di fretta nel costruire i suoi mediometraggi, mancanza di fretta che suggella, invece, la qualità che emerge in ogni frammento della pellicola. Uno stile che potremmo definire slow film. In questo caso il lavoro di ricerca e di montaggio è durato ben due anni, per dire.
2.2. Ri-lettura poetica
Mentre assistevo alla proiezione di "Vogliamo anche le rose" mi sono venute in mente due parole. Ri-lettura e poesia. Che rissunte in un unico concetto diventano: ri-lettura poetica.
Ri-lettura
Nessun altro termine è, a mio parere, più appropriato per descrivere il senso della storia degli esistenti narrati nel film.
I tre racconti dei tre personaggi cornice di Anita, Teresa e Valentina, progressivi nel tempo, sono, infatti, tratti dai loro diari, messi a disposizione di Alina dalla Fondazione Archivio Diaristico Nazionale Pieve Santo Stefano.
E le voci narranti fuori campo delle attrici che le impersonano, quelle di: Anita Caprioli, Teresa Saponangelo, Valentina Carnelutti, che probabilmente sono le stesse autrici dei testi, vista l’identicità dei nomi, non fanno altro che, appunto, ri-leggere i loro diari.
E già in questa prima accezione del termine ri-lettura, quasi letterale, mi viene in mente, peraltro, un collegamento che mette in una relazione di contiguità il diario, la forma diaristica scritta, e la forma filmica del documentario. Ne accennai già in occasione del reading di Nanni Moretti del diario di Caro Diario a cui assistetti al cinema Nuovo Sacher di Roma in occasione della nuova uscita nelle sale della sua pellicola Ecce Bombo. Qui il post che scrissi per l’occasione.
Come sostiene, infatti, Duccio Demetrio (ordinario di Filosofia dell’educazione all’Università di Milano-Bicocca e autore di testi sul ruolo formativo dei diari), la scrittura diaristica aiuta a fare chiarezza dentro di sé, perché induce a riflettere sul proprio mondo interiore, rende più ordinati e precisi i pensieri.
La vera azione demiurgica è quella che il diarista, compie analizzando criticamente anche se stesso. E’ l’azione maieutiuca che deriva dal guardare se stessi e la propria vita, e la propria opera esistenziale, da un’angolazione diversa, la vera rivoluzione esperenziale che consente all’individuo diarista una crescita che muove le più profonde azioni evolutive.
E se questo vale per la scrittura, vale, probabilmente elevato a potenza, per la sua ri-lettura in chiave filmico documentarista.
Forse è anche così che si diventa intellettuali.
Ed, in questa seconda accezione, il termine ri-lettura deve anche essere considerato quale tramite tra gli eventi di circa quaranta e cinquanta anni fa, la loro riproposizione nelle immagini che Alina ha selezionato, ed il significato che quelle stesse immagini, quelle stesse parole hanno oggi.
Ed è probabilmente questa seconda ri-lettura che ha mosso le intenzioni di Alina Marazzi, anche in considerazione della contiguità che le stesse hanno con l’ipotetico prosieguo della vita di sua madre.
Ed anche in questa pellicola questa complessa opera di recupero e di documentazione viene svolta con molta discrezione, cercando solo di far parlare le parole e le immagini, senza suggerire, necessariamente, una posizione, ma aiutandola, semmai, a venire fuori per quella che è, dal punto di vista emotivo, proprio grazie alle integrazioni visive e sonore degli inserti aggiunti da Alina e montati, con la maestria che avevamo già apprezzato in "Un ora sola ti vorrei", dalla bravissima Ilaria Fraioli.
Poetica
In questo collage che Alina fa delle tre storie, inframezza il racconto, che è quasi un sottofondo prevalentemente sonoro, con immagini di repertorio amatoriali (in super8), televisive, fatte ad esempio di:
scontri tra donne e la polizia a Roma a Campo dé Fiori nel 1972,
pubblicità vintage introvabili, frutto, probabilmente, delle ricerche nelle teche RAI, di reperti tratti dalla visione istituzionale degli archivi della televisione di Stato,
testimonianze messe a disposizione dal Centro di documentazione Operaia di Roma, dove troviamo, anche lì, una verità istituzionale altra, magari complementare, dove sogno un giorno di avere accesso personalmente;
e ancora di un fotoromanzo con Paola Pitagora dell’epoca, molto pertinente ai fatti narrati del film,
cartoni animati e fumetti,
ed è proprio in questa ricca e variegata e creativa componente, che il mediometraggio sprigiona, a mio avviso, in maniera assai potente, la sua straordinaria valenza poetica.
Valenza non narrata banalmente con dei versi, con le parole, ma, molto più semplicemente, attraverso appunto un’accurata ri-creazione di un’atmosfera storica che appena denunzia uno spleen vagamente crepuscolare, ma torneremo su questo.
2.2. Lasciare poeticamente la parola alla documentazione
I fatti narrati descrivono, e mi rendo conto solo ora di non averlo ancora detto, i 20 anni che hanno determinato l’emancipazione delle donne in Italia e la loro lenta e progressiva conquista della parità con l’uomo, nonché quella che è passata alla storia come la "rivoluzione sessuale".
Con tutti questi inserti, questa scelta delle immagini che accompagnano il racconto o che lo spezzano, Alina trasla la narrazione soprattutto filmica, su un piano visivo che richiama i concetti di:
visione onirica,
introspezione psicoanalitica,
ri-lettura poetica appunto.
Un collage delicato, rappresentato con cura ed amore per "il senso emotivo della verità", si credo che esista una verità emotiva che solo le immagini possono evocare assai più delle parole.
Un film decisamente intimista come lo era "Un’ora sola ti vorrei", poeticamente declinato al femminile, non a caso è uscito nelle sale il giorno prima l’8 marzo, in cui, però, non c’è spazio per una proposizione di una verità altra, che non sia quella che solo lo spettatore può farsi durante le sensazioni e le emozioni che individualmente vive durante la proiezione della pellicola.
Non vi è, cioè, alcun tentativo d’indottrinamento, se non quello di condividere la prospettiva di chi documenta. Quasi come se lo spettatore fosse più parte di chi documenta che di coloro che sono intervistati.
Prospettiva, che lascia, peraltro, magari proprio per questo, un interrogativo che credo tutti coloro che, come me, hanno in parte vissuto quegli anni, si sono posti durante il film: "Cosa è diventato (o dove è andato a finire) oggi, tutto quel patrimonio di lotte, di conquiste fatte da quelle donne, di cui le tre citate non sono che un emblema, dal loro coraggio, dalle loro visioni anticipatrici?
Una su tutte è quella del racconto dell’aborto diAnita che arriva, ad esempio, in tutta la sua crudezza ma, al tempo stesso, in tutto il suo contenuto ideologico e di presa di coscienza, probabilmente evocativa di certe scelte legislative.
Domanda alla quale, volutamente, non mi rispondo perché il senso del film è, semmai, più porre interrogativi, che fornire risposte.
3. Esistenti 3.1. La congiunzione formale e cronologica ad "Un’ora sola ti vorrei"
Gli eventi del film, curiosamente, come la stessa regista ha spiegato, partono proprio dagli anni successivi alla morte della madre Lisely Hoeply, quasi a riprendere le fila di un discorso interrottosi con la fine di quel primo film, come se Alina volesse ulteriormente indagare il mondo in cui la madre avrebbe potuto vivere.
Proprio come "In un ora sola ti vorrei" si parte dalla ricerca di un punto di vista individuale.
Non necessariamente, in questo caso, totalmente emblematico, ma è proprio in questa visione sofferta degli esistenti, scelti da Alina per descrivere quegli anni, che intravedo una sorta di analogia tra questi e la Lisely di "Un’ora sola ti vorrei".
Una supposizione ovvio, ma non tanto peregrina, considerando l’enorme quantità di materiale supervisionato dalla regista.
Quasi come se Alina avesse cercato testimonianze tormentate di quegli anni, che invero racchiusero anche molta spensieratezza e gioia, e qui si ritorna sul piano onirico e psicoanalitico del film, per leggere in quelle storie, non svelata, l’anima della madre morta suicida, l’ipotesi di un suo personale possibile percorso esistenziale altro.
La Lisely Hoeply del film "Un’ora sola ti vorrei", infatti, ci apparve come una donna ribelle, refrattaria alla mentalità borghese, proprio come le tre donne di questa nuova opera.
3.2. L’importanza del sonoro nel montare i super8 al cinema
Merito frequentemente poco visibile allo spettatore è inoltre l’opera di costruzione di una traccia sonora completamente assente ad esempio in tutti i reperti amatoriali girati in super8 ed invece montati unitamente a rumori ed inserti sonori che solo uno spettatore attento e competente intuisce come aggiunte.
La coerenza complessiva dell’output e la restituzione di questa chiave onirica che ho citato nel post è molto legata a questa opzione sonora nel visivo. Quasi come se la realtà della ri-lettura di Alina fosse racchiusa, anche, in quello che ascoltiamo durante l’opera della visione.
Un’operazione quasi alchemica che aggiunge, che penetra, che integra e completa una verità girata molti anni prima con sonorità postume, ma al tempo stesso autentiche rispetto al senso delle immagini. E qui ritengo che il merito debba essere condiviso con la bravissima montatrice del suono: Francesca Genevois.
In questo specifico aspetto l’opera va considerata come espressione di un’eccellenza assoluta di questa meta competenza comunicativa, anche questa caratterizzante uno degli elementi dello specifico filmico della regista milanese, e che suggella la grande cura per il particolare e la raffinata sensibilità artistica di un’autrice che ritengo, a questo punto, assolutamente da seguire nell’evoluzione di questo suo personalissimo percorso.
E mi fa piacere riferirmi anche, in questo contesto, alle scelte svolte per l’accuratissima colonna sonora.
Personalmente ho molto apprezzato la citazione di Ennio Morricone e Joan Beatz di Here’s to you tratta dal celeberrimo film sui due anarchici Sacco e Vanzetti: peraltro in una versione instrumental, tratta dalla colonna originale del film, senza parole che io invece voglio ricordare:
Here’s to you Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph!
3.3. Un linguaggio filmico psicoanlitico, emozionale che ricrea le sensazioni del caleidoscopio ed al tempo stesso del mosaico
Mi rendo conto che molto ho già detto riguardo le chiavi oniriche psicoanalitiche che affiorano nella pellicola, anche aldilà dei riferimenti espliciti alle psicoterapie di gruppo o alle sequenze che documentano alcuni gruppi di auto-coscienza, tipici degli anni della narrazione.
Faccio riferimento al caleidoscopio per l’effetto percettivo che creano:
l’alternanza d’immagini in bianco nero con quelle a colori,
altri elementi della componente visiva del film, come semplicemente il loro variare,
alcune immagine ferme come quelle che impressionano foto o quadri.
Tutto questo continuo movimento visivo, infatti, mi ha ricondotto alla mente il caleidoscopio con il quale si gioca da bambini, dove basta girare lo strumento e guardare dentro il buchino per vedere una forma sempre diversa frutto della composizione a specchi della stessa.
E che cos’è un questo documentario se non uno specchio, coloratissimo, di una parte di una verità.
Il riferimento al mosaico è invece afferente a quella componente di progressiva costruzione intellettuale che riconosco come un’abilità specifica del cinema di Alina Marazzi.
La sue sono pellicole di testa e di cuore, ed il risultato finale del film, quando scorrono gli interventi legislativi frutto di quelle contestazioni, di quelle ribellioni, di quelle sofferenze, di quelle visioni anticipatrici dei tempi, sono la parte più intellettuale del film nella piena accezione del termine.
E tutte le sequenze cui abbiamo assistito diventano come tanti tasselli di un unico onirico mosaico che Alina ha composto per noi.
Un mosaico che, proprio come l’opera d’arte che suggerisce, non si propone di esaurire il tema ma esclusivamente di evocarlo poeticamente appunto.
4. Conclusioni
Concludo dicendo che Alina Marazzi è, a mio modo di vedere, l’inventrice di un genere che è sicuramente basato sul documentario, al quale però la regista milanese aggiunge, più ed oltre la ricerca di una verità, una personalissima chiave emotiva, in parte anche scorrelata da tale ricerca ed, al tempo stesso, intimamente evocativa della stessa.
E’ forse questa sua faziosità personale - che affonda le radici nella sua travagliata crescita ed evoluzione psichica, molto legata agli eventi drammatici che l’hanno formata, e collegata, di conseguenza, al suo punto di vista emozionale che si trasferisce, quasi come in un transfert, al point of concentration dei suoi esistenti, faziosità sempre necessaria, intendiamoci, al documentarista che deve, per esigenza, dare una prospettiva di parte agli eventi, come ricordava il già citato André Bazin - che caratterizza il cinema di Alina Marazzi, che si sostanzia in una ricerca, non solo e non tanto, di una prospettiva storica, quanto, piuttosto, di una prospettiva emotiva ed introspettiva.
Insomma credo si possa ritenere questo il tratto distintivo, la cifra individuale, l’intima essenza della sua opera, il segno più significante del suo specificofilmico.
Il film è stato presentato ai Festival di Locarno e di Berlino.
Ne consiglio vivamente la visione in sala. So che presto usciranno un libro ed un DVD di questa opera, che sicuramente farò miei.
Premesso che Dino Buzzati è uno scrittore di cui ho letto praticamente l’opera omnia, la questione che vi sottopongo in questo post è:
“Ma cosa c’entra Dino Buzzati con le Graphic Novel, il genere tanto di moda oggi?”
Non so se avete mai letto “La famosa invasione degli orsi in Sicilia“, un romanzo illustrato con disegni dell’autore, che fu tratto dalla sua versione a puntate che lo scrittore curò per il “Corriere dei Piccoli“, ma, a parer mio, la sua visione del 1962, forse ancora legata al media scritto, aveva in nuce l’evoluzione filmica.
Dunque ascoltiamo senza battere ciglia
La famosa invasione degli orsi in Sicilia.
La quale fu nel tempo dei tempi
quando le bestie eran buone e gli uomini empi.
In quegli anni la Sicilia non era
come adesso ma in un’altra maniera:
alte montagne si levavano al cielo
con la cima coperta di gelo
e in mezzo alle montagne i vulcani
che avevan la forma di pani.
Specialmente uno ce n’era
con un fumo che pareva una bandiera
e di notte ululava come un ossesso
(non ha finito di ulular neppure adesso).
Nelle buie caverne di queste montagne
vivevano gli orsi mangiando castagne,
funghi, licheni, bacche di ginepro, tartufi
e se ne cibavano finché erano stufi.
Vi lascio un raro video trovato su You Tube, in cui è possibile ascoltare una praticamente inedita testimonianza sul tema dalla viva voce del giornalista, scrittore, commediografo, pittore, nel quale lo stesso viene descritto come “un uomo venuto dal 2000“, eh si, forse allora la televisione era davvero predittiva ed autorevole.
Una piccola aggiunta (o meglio precisazione), sul racconto “Ragazza che precipita“, da leggere dopo la visione del filmato, la potete trovare nel primo commento al post.
L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford - di Andrew Dominik
analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo
L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford
Come realizzare un film di cui si conosce già la fine – a cura di Roberto Bernabo’
Chi narra in un film, chi racconta? [...]
in campo cinematografico questo problema,
non appena lo si esamina da vicino, si
ramifica in un’enorme quantità di nuove questioni … François Jost, "CinémAction" n. 20, pag. 115
Titolo originale: The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford
Nazione: U.S.A. Anno: 2007
Regia: Andrew Dominik Sceneggiatura: Andrew Dominik (screenplay); Ron Hansen (novel) Direzione della fotografia: Roger Deakins Durata: 158′ Genere: Biography / Crime / Drama / Western Sito ufficiale: www.jessejamesmovie.warnerbros.com Produzione: Scott Free Productions, Plan B Entertainment Distribuzione: Warner Bros Data di uscita: Venezia 2007
21 Dicembre 2007 (cinema) Awards: Coppa Volpi per Brad Pitt alla 64^ mostra internazionale del cinema di Venezia Altri premi e nominations: su IMDB cliccando qui
§§§
Interpreti e personaggi:
Brad Pitt … Jesse James
Mary-Louise Parker … Zee James
Brooklynn Proulx … Mary James
Dustin Bollinger … Tim James
Casey Affleck … Robert Ford
Sam Rockwell … Charley Ford
Jeremy Renner … Wood Hite
Sam Shepard … Frank James
Garret Dillahunt … Ed Miller
Paul Schneider … Dick Liddil
Joel McNichol … Express Messenger
James Defelice … Baggagemaster
J.C. Roberts … Engineer
Darrell Orydzuk … Ukranian Train Passenger
Jonathan Erich Drachenberg … Young Train Passenger
Assistendo ad una proiezione del film "L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford" la prima cosa che mi è venuta in mente è stata: "ma come riuscirò a vedere un film di 158 minuti conoscendo già come andrà a finire?"
Cioè è buffa come cosa, no?
Non voglio dire che un espediente narrativo del genere non sia mai stato utilizzato nel cinema, tutt’altro, solo che ieri me lo sono chiesto di nuovo.
Ovviamente la risposta non ha tardato ad arrivare.
Eh già perché il problema ontologico di tutte le trasposizioni dal letterario al filmico non è nella scelta del titolo (che in questo caso dimostra una ortodossia assoluta verso il romanzo), ma è come riuscirà l’operazione di trasposizione?
Ora qui il problema a dire la verità, un pò, si complica.
Perché leggendo i titoli di coda (che fanno ancora parte della proiezione, anche se ieri sera, anche al Quattro Fontane di Roma, hanno acceso le luci prima della loro fine), non puoi non accorgerti di quanta gente abbia prodotto il film, e non puoi non accorgerti tra questi di un certo signor Ridley Scott, che, guarda caso, in tema di rapporto tra carnefice e vittima è, come dire, una sorta di faro assoluto nel cinema made in USA e non solo.
La mia mente è andata subito a pellicole che rappresentano dei veri e propri cult movie del genere partendo ovviamente da "Blade Runner", passando per "I Duellanti", ed arrivando ad "Alien" e forse anche a "The Gladiator" e "Thelma e Luise".
Ho letto, peraltro, a parziale conferma di questa mia non tanto peregrina ipotesi, che il regista del film, Andrew Dominik, sicuramente bravo, aveva però in mente un film, in parte diverso, basato di più sul rapporto tra codardia e coraggio. E pare siano stati proprio Brad Pitt, prima e Ridley Scott, in un secondo momento, che lo abbiano, invece, convinto a modificare il plot originario, aggiungendo un pò più di azione.
Figurarsi che film ancora più lento aveva in mente il regista.
Va beh.
In questo post:
1. La dilatazione o estensione, quale elemento alchemico necessario alla progressione della storia
2. Lo sviluppo del conflitto ed il rapporto protagonismo – antagonismo, due temi più ifrapersonali che non interpersonali
3. Le ricostruzioni storiche, le citazioni cinefile, la fotografia quali elementi caratterizzanti lo specifico filmico dell’opera
4. Le rese attoriali e il rapporto tra le interpretazioni di Brad Pitt e di Casey Affleck – anatognisti anche in questo
5. Conclusioni e una domanda per Ridley Scott
1. La dilatazione o estensione quale elento alchemico necessario alla progressione della storia
Avevo accennato nella premessa al problema del come è stata realizzata la trasposizione dal letterario al filmico del romanzo di Ron Hansen.
Bene attraverso un’opzione (che fa poi dire a tutti gli spettatori che il film è lento).
Quella cioè della dilatazione (o meglio estensione) del tempo filmico di un pò tutta la storia.
Qui si entra nello specifico di un tema complesso di screenplay quello dell’adesso della storia e dell’adesso dello spettatore.
Con un’ulteriore complessità: la voce narrante. Che introduce un’altro tema complesso quello attinente il rapporto tra Mimesis "imitazione dell’azione" contro Diegesis "racconto di un narratore".
Sono due temi spesso molto interrelati tra loro.
Assistendo ad un film ci troviamo, rispetto al tempo reale che viviamo nella sala (nel caso di specie i 158 minuti), in relazione con un altro tempo. Quello della narrazione.
In un film possiamo assistere per il 50% del tempo agli accadimenti di 1 giorno e magari il resto del film ad uno svolgersi in un tempo assai più lungo.
Solo agli albori del cinema, e parlo dei fratelli Lumière, questi due tempi coincidevano. Ma erano sequenze molto brevi, girate a macchina fissa, che narravano quello che entrava (o usciva) dal campo di ripresa.
Nel caso delle trasposizioni dal letterario al filmico questo del tempo della narrazione diventa, alle volte, una questione assai complessa.
Dovrei accennare a problemi complicati e forse anche noiosi, attinenti il rapporto tra profilmico e filmico, ed in particolare a concetti quali la manipolazione del dispositivo profilmico [profilmico], la manipolazione del dispositivo di ripresa e la manipolazione del dispositivo di trattamento delle immagini già girate [filmico], ma la trattazione diventerebbe troppo articolata per un post di un blog.
In questo contesto ci limiteremo a dire che – così come nel romanzo è possibile estendere il tempo con descrizioni molto articolate, che possono durare pagine e pagine – anche nel linguaggio audiovisivo usato con sapienza è possibile realizzare un’analoga estensione.
Lo si può fare in tanti modi, e facendo riferimento ad un tipico espediente utilizzato nell’ambito della manipolazione del dispositivo di trattamento delle immagini già girate, quello più largamente utilizzato e semplice da usare è lo slow motion o rallenty.
Un accorgimento, però, che rischia, spesso, se utilizzato con faciloneria, di rendere troppo evidente, anche allo spettatore meno smaliziato, questa intenzione drammaturgica.
Molto spesso si fa ricorso ad una voce narrante che, come dire, colma certi elementi di descrizione, di psicologia dei personaggi, e che rende da una parte più semplice per lo spettatore l’operazione d’infralettura narrativa (capire cioè tutti i bit della storia non ripresi dalla macchina da presa, problema tipico della trasposizione), ma, dall’altra, complica ulteriormente il rapporto tra l’adesso filmico, l’adesso della narrazione, e l’adesso dello spettatore.
Ma si può fare di più e di meglio.
E nel caso del film "L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford", questo espediente è quello che in termine tecnico si chiama estensione.
Una dilatazione dell’adesso filmico realizzata senza alterare l’adesso dello spettatore. Ma semplicemente non rallentando le immagini (manipolazione del materiale girato) ma l’azione dei personaggi (manipolazione del dispositivo di ripresa).
Ora, intendiamoci bene, questo tema è talmente centrale in quest’opera che il regista non solo ha utilizzato l’espediente della voce narrante, che gioca un alternanza tra Mimesise Diegesis, e che altera, irrimediabilmente, anche il tempo della narrazione rispetto a quello dello spettatore, ma ha anche utilizzato lo "slow motion" ed addirittura il "fermo immagine", uno degli elementi formali introdotti dalla "nouvelle vogue", senza volutamente accennare al tema del cantastorie, in una delle ultime sequenze della pellicola, che in questo contesto può e deve essere considerata una sorta di dotta e cinefila citazione del tema della narrazione.
La funzione drammaturgica della dilatazione e della estensione, è quella di spostare l’attenzione dagli eventi, dalla storia, dalla novella, alla psicologia dei personaggi, a ciò che intimamente accade dentro di loro, nelle loro menti, nelle relazioni che non attengono alle liturgia delle battute dei dialoghi, ma ad un alchimia fatta di sguardi, di sottendimenti, di sorrisi, di lagrime, e di progressione psicologica riconducibile ontologicamente allo psicodramma, se è vero, come è vero, che tutto si compie quasi come lo svelamento di una profezia.
Eccellente non c’è che dire.
2. Lo sviluppo del conflitto ed il rapporto protagonismo – antagonismo, due temi più ifra-personali che non inter-personali
L’approccio psicologico piuttosto che narrativo (che ripeto rende proprio per questo lenta l’azione), viene poi ulteriormente suggellato e confermato nella definizione del tema dello sviluppo del conflitto e del rapporto protagonismo – antagonismo.
Si noti, al riguardo, che pur trattando la pellicola di un omicidio tra rivali, ogni esistente sviluppa, essenzialmente, un rapporto di conflitto infra-personale, ogni esistente è cioè, essenzialmente in crisi con se stesso.
Lo è il bandito Jesse James come spesso egli stesso rivelerà ai suoi cugini, roso dalla paura del mito e della mancanza di fiducia nel prossimo, che vive male una condizione di eroe che potrebbe, invece, dargli grandezza e superiorità.
Lo è il codardo (?) Robert Ford preso dall’ossessione di dimostrare a se stesso, più che agli altri, la sua emancipazione di adulto e di coraggioso.
Lo è suo fratello che finirà per suicidarsi … ed a guardare lo sono tutti gli altri esistenti dell’intreccio.
Considerazioni, peraltro e pertanto, del tutto analoghe sono riconducibili al rapporto protagonismo – antagonismo, se è vero che Jesse James viene si ucciso da Robert Ford, ma dopo che si tolto il cinturone, disarmandosi, e dopo avere volutamente dato le spalle a quello che sapeva, quasi con matematica certezza, essere il suo potenziale assassino.
3. Le ricostruzioni storiche, le citazioni cinefile, la fotografia quali elementi caratterizzanti lo specifico filmico dell’opera
Alcuni elementi di questo film sono di assoluto pregio quasi storico – documentarista. Come la ricostruzione scenografica dell’America di fine ottocento, ho molto apprezzato, al riguardo, oltre e più che i costumi, la fontana a pompa di una sequenza che inquadra solo Robert Ford, in primissimo piano (altro elemento largamente usato a suggello della prospettiva intimista psicologica delle riprese), mentre si lava con un acqua quasi pura, in perfetta armonia con il suo viso quasi femmineo, ed in stridente contrasto, invece, con le sue intime intenzioni omicide.
La sequenza del treno che arriva nella notte prima del suo assalto da parte della banda dei James, mi ha riportato alla mente ancora l’archeologia dell’immagine in movimento, e non si può non intravedere una citazione cinéphile dei fratelli Lumière.
Notevole anche, sia in questa sequenza che in molte altre, ma soprattutto in quelle di raccordo (i cieli bassi, le nuvole che passano al rallenty, i campi fioriti, la neve, certe scene in controluce), la direzione della fotografia di Roger Deakins, messosi già in luce per molte delle pellicole dei fratelli Coen.
Penso alle sequenze in cui certi contorni vanno a sfumarsi, quasi a dare l’impressione di una carenza nella proiezione, e non posso non riconoscere a questo elemento uno di quelli fondanti lo specifico filmico di quest’opera.
4. Le rese attoriali e il rapporto tra le interpretazioni di Brad Pitt e di Casey Affleck – anatognisti anche in questo
Nel dramma psicologico di un bandito e del suo quasi predestinato assassino, un tema che quasi riconduce al tradimento di Giuda, non si può non arrivare a esprimersi circa le rese attoriali di Brad Pitt, che a Venezia 64 si è aggiudicato la coppa Volpi, e quella di Casey Affleck, tra le polemiche dei critici che ravvedevano, in quest’ultima, quella più meritevole dell’ambito riconoscimento italiano.
Poco male, sono entrambe notevoli, e Casey Affleck rimarrà, sicuramente, l’attore dell’anno 2007, e non mi sembra peraltro nemmeno che sia rimasto all’asciutto di premi, tutt’altro.
Direi che entrambi gli esistenti non erano facili da rendere attorialmente per motivi molto diversi.
Impersonare un mito del banditismo americano, realmente esistito, rappresentato e raccontato addirittura nei fumetti d’epoca, è senz’altro nelle corde di un sempre bravissimo Brad Pitt, quasi ossessionato, però, dalla necessità di rimanere all’altezza del suo mito (sarà per questo che il personaggio di Jesse James gli è riuscito così bene?), ed il suo altrettanto celeberrimo, giovane, efebico, insicuro quanto coraggioso e tormentato carnefice, forse lo era di più, ed è per questo che Casey Affleck ha dimostrato di essere un vero talento da seguire con attenzione.
Una nota particolare la darei, personalmente, a Sam Shepard ed alla sua sempre straordinaria capacità interpretativa, anche se il personaggio di Frank James non è sicuramente uno di quelli più difficili della sua carriera.
5. Conclusioni e una domanda per Ridley Scott
In conclusione il film mi ha convinto molto, anche se in qualcosa che non saprei dire, non al cento per cento.
Questo qualcosa è un qualcosa che attiene al lavoro di promozione, allo sforzo di tanti personaggi nella produzione, quasi come se la pellicola dovesse essere una sorta di colpo sicuro oltre che di critica, anche di box office, ma dovrei avere molti più elementi a disposizione per affrontare e dimostrare questo tipo di considerazione.
Un ultima cosa su Ridley Scott … mi domando spesso perchè mai sia così attratto da rapporti tra un esistente più forte ed un esistente più debole che pur rimanendo tale alla fine vince.
Nell’anno che ha visto rientrare nelle sale l’ennesimo final cut di "Blade Runner" è un qualcosa di sapore freudiano, che mi piacerebbe chiedergli di persona, qualcuno di voi, per caso, lo conosce?
Incroci di vite a Tel-Aviv. Karen s’infortuna alla gamba durante il suo banchetto di nozze ed è così costretta a rinunciare alla luna di miele nel mar dei Caraibi. Batya incontra una misteriosa bambina che segue ogni suo passo. Joy è una colf filippina maltrattata dall’anziana signora presso la quale lavora… Finalmente in Italia il film Camera d’Or all’ultimo Festival di Cannes. Dirige la coppia israeliana Egar Keret e Shira Geffen.
§§§
La mia analisi entro domani sera.
E’ successo un casino ed è sparito tutto quello che avevo scritto se ne riparla tra due giorni domani sono incasinatissimo. ;(((
Mi scuso con chi era passato ce l’avevo messa tutta …
Il regista dell’incomunicabilità dell’anima, della nevrosi e della fragilità sentimentale dell’uomo moderno.
- a cura di Roberto Bernabo’
Ma noi sappiamo che sotto l’immagine rivelata ce n’è un’altra più fedele alla realtà e sotto quest’altra un’altra ancora, e di nuovo un’altra sotto quest’ultima, fino alla vera immagine di quella realtà assoluta, misteriosa, che nessuno vedrà mai".
Michelangelo Antonioni
In questo post:
1. Amarcord
2. Il regista dell’incomunicabilità dell’anima
3. Il regista dell’unicità riconciliante gli opposti dualistici
4. Il regista dell’uomo moderno
5. Le riflessioni continue sul cinema e sul suo ruolo
6. Le mie letture di lui e su di lui
7. Appendici: filmografia, premi e riconoscimenti
§§§
1. Amarcord
A me piace ricordarlo così. Con questa immagine di uomo solitario, schivo, consapevole dei limiti dell’essere umano, della fragilità dei suoi sentimenti.
In questo momento lo sento così affine a me.
Così come quando la visione di alcuni suoi film cambiarono in maniera determinante e definitiva il mio modo di vedere il cinema.
Di concepirlo arrivo a dire.
Iniziò sin da piccolo in un’arena estiva dove, con mia sorella e poche lire, comprai il biglietto per "Professione Reporter" il film che poi seppi a cui lui era maggiormente legato.
Avrò avuto quindici anni (la pellicola uscì nelle sale nel 1975) o poco più e potete immaginare il mio stupore nell’assistere a quella proiezione, eppure chissà già da quei fotogrammi cominciò, quasi inconsciamente la mia passione per il cinema.
Crescendo ho praticamente acquistato, e quindi visto, più e più volte, come dire l’opera omnia di questo grande regista che come pochi altri (chessò Roberto Rossellini, Federico Fellini, Elio Petri, Marco Ferreri e forse Giuseppe Ferrara) resta un cineasta con una cifra unica.
§§§
2. Il regista dell’incomunicabilità dell’anima
Nessun regista si è mai avvicinato alla prospettiva intimista ed interiore di Michelangelo, in Italia almeno.
Antonioni è come se fosse stato ossessionato dall’idea di doversi, e di dovere liberare il suo cinema dagli stereotipi imposti dal modo di concepire l’opera cinematografica negli anni in cui egli stesso la iniziò.
Avvertì come l’urgenza di trovare uno, cento, mille nuovi modi di raccontare - attraverso principalmente la macchina da presa - le nevrosi, le psicopatie, le vacuità e sicuramente la fragilità sentimentale dell’uomo moderno.
Nulla nel suo cinema richiama le consuetudini cinematografiche della sua epoca, pochi viceversa, come lui, seppero descrivere con infinito gusto per la bellezza in ogni sua umana e naturale manifestazione, del mistero, con un alone fitto di angoscia, le disperate peregrinazioni dell’animo umano.
Se potessi usare una sola immagine per riassumere la sua più intima intenzione artistica, direi che Michelangelo ha tentato, non so quanto consciamente o quanto inconsciamente, di catturare, con la sua cinepresa, l’anima.
Il regista dell’anima lo definirei, insomma.
Poi cos’altro.
Si è parlato a lungo dell’incomunicabilità.
Antonioni = Il regista dell’incomunicabilità.
Anche ammesso che ciò sia, come Italo Calvino nelle sue "Lezioni Americane" direi che egli fu talmente bravo a comunicare l’incomunicabilitàche l’equazione abusata fino all’inverosimile, alla fine, finisce addirittura per ribaltarsi.
Ed io, infatti, non saprei se questo appellativo sia esaustivo per descrivere il senso di quello che egli fu e che ha rappresentato con il suo cinema. O meglio con la sua arte.
Ma non saranno state, piuttosto, alcune frequentazioni, le strade, i palazzi della città di Ferrara con i suoi campi lunghi, i suoi portici, dove è nato e dove verrà seppellito, certe sue atmosfere, la nebbia, una indiscutibile fascinazione per ciò che è nascosto più che da ciò che è rivelato, a determinarne certi radicamenti formali?
§§§
3. Il regista dell’unicità riconciliante gli opposti dualistici
In questo lo definirei piuttosto il regista dell’unicità.
Dell’uno che esiste in quanto tentativo di riconciliare gli opposti dualistici.
Bene e male, amore ed odio, passione e disincanto.
Non si può negare, peraltro, che la sua ossessione per i documentari la ricerca di una verità superiore in qualche modo ci conduca verso questa chiave di lettura.
Ma l’altra, meno filosofica ed esoterica chiave di analisi, è forse racchiusa in una profonda riflessione che, come regista, ha svolto in tutta la sua vita.
§§§
4. Il regista dell’uomo moderno
Comprendere, anche attraverso l’utilizzo della macchina da presa, l’angoscia esistenziale dell’uomo moderno.
Antonioni resta il regista più moderno che descrive, come mai nessuno prima, la modernità di certe situazioni.
I suoi eventi ed i suoi esistenti muovono sempre da input moderni, superflui, fatui, disperati, fragili, inappagati e inappaganti, alla ricerca di qualcosa che non c’è lì in quel momento.
Determinante in questa spinta, che non è arduo definire rivoluzionaria, per certi versi, è stato l’avvalersi di uno sceneggiatore come ToninoGuerra che sapeva fornire quel materiale spirituale a cui poi il maestro dava corpo. Dava luce. Dava azione ed anima.
Pellicole come "Il grido", "L’avventura", "L’eclisse", "Deserto Rosso" e poi ancora "Blow up", "Zabriskie Point", "Identificazione di una donna" rimarranno tutte un percorso rigoroso alla ricerca di qualcosa.
Ma anche l’aver diretto pellicole come "Le amiche" tratto da un romanzo di Cesare Pavese dovrebbero dircela lunga su ciò che mosse all’azione il regista di Ferrara.
§§§
5. Le riflessioni continue sul cinema e sul suo ruolo
A ben vedere sono pochi i cineasti che, come Michelangelo Antonioni, raggiungono un così elevato grado di consapevolezza sul mestiere di fare cinema.
Tutta la vita professionale di questo regista, le cose che girato, quelle che ha scritto, testimoniano che in lui era in atto una continua riflessione tra la realtà, il media cinepresa e arrivo a dire anche la macchina fotografica.
Non è da considerare un caso che sia in "Professione Reporter", che in "Blow up" i due esistenti protagonisti siano dei fotografiprofessionisti.
Persino nel personaggio cornice di "Aldilà delle nuvole", il regista alter ego di Michelangelo, scatta continuamente foto.
E’ evidente che la riflessione coinvolge, apparentemente, solo due elementi.
La realtà fenomenologica, quella che accade indipendentemente dalla macchina fotografica o da presa, e la realtà che rimane come dire catturata dal mezzo meccanico.
In "Blow up" Antonioni indaga a fondo la mistificazione di questo rapporto, aggiungendo la sua macchina da presa, filmando, forse anche per comprendere e distinguere egli stesso come il suo esistente, che cosa è vero da che cosa è rappresentato, impressionato come si usa dire.
Ed ecco che la realtà vissuta dal fotografo non coincide con la realtà vissuta dal mezzo. Intuizione assolutamente geniale non c’è che dire.
Il mezzo cattura una realtà altra, non conoscibile se non attraverso le sofisticazioni dello sviluppo e della stampa, una realtà tremenda misteriosamente svoltasi sotto i suoi occhi, ma da lui non percepita.
Ecco quindi che il mezzo meccanico diventa anche strumento di percezione.
Ma poi, quanto più il fotografo amplifica il dettaglio reale, ecco che lo stesso si deforma, si sgrana come si dice in gergo.
La realtà conoscibile diventa nuovamente finzione fino al punto che il fotografo deve nuovamente recarsi nel parco per conoscere direttamente, attraverso la sua esclusiva esperienza percettiva, non più filtrata dal media, la verità.
Verità che viene prima confermata, perché egli trova il cadavere, e poi smentita perché, in un successivo sopralluogo, egli non lo troverà più.
Le ibridazioni, i ribaltamenti diventano a questo punto quasi ossessivi ed ossessionanti.
E credo questo sia una prova di quanto complessa e travagliata fosse, dentro di lui, la dinamica divinatoria dell’immagine filmata.
Antonioni non ha mai smesso di riflettere su questo complesso rapporto.
E non è un caso che intervistato prima dell’uscita del film "Blow up" egli affermasse che non sapeva dire di che cosa parlasse la pellicola perchè lui doveva ancora montarla.
E già perché è proprio nell’operazione di montaggio che spesso il regista trova quel senso che nelle riprese era solo intuito, vagheggiato, ricercato.
E solo parzialmente registrato.
Nel montaggio Antonioni faceva i conti con i limiti dell’arte cinematografica.
Le riprese non più possibili, ma grandezza data, dovevano comunque fare scaturire l’opera.
Io ho amato così tanto Antonioni perché nessun altro regista mi ha così fortemente sollecitato emotivamente ed intellettualmente e sicuramente artisticamente come lui.
§§§
6. Le mie letture di lui e su di lui
Per tentare di avere altre chiavi di lettura del cineasta comprai una quantità di libri scritti da lui o per lui.
Come "Sul cinema", o come "I film nel cassetto" un libro di soggetti mai realizzati come "La ciurma" che divorai letteralmente.
Dopo "Fare un film è per me vivere", questo secondo volume del "progetto Antonioni" comprende una scelta di soggetti di film mai realizzati. "Terra verde", "Stanotte hanno sparato", "Le allegre ragazze del ‘24", "Makaroni", "Scale", "Un documentario sulla donna", "Il colore della gelosia", "La ciurma", sono testi che rivelano la continua ricerca di Antonioni sui temi a lui più cari e la sua capacità di trasporre in scrittura le immagini. Si riesce dunque, attraverso la lettura di questi canovacci, a seguire alcune linee-guida della poetica di Antonioni.
O come il libro su Michelangelo Antonioni scritto dal mio personale maestro che è Seymour Chatman.
Che altro dire che dopo l’ictus Antonioni ha incontrato un’altro regista dell’anima che è Wim Wenders, un cinemasta complementare che proprio come lui filma per capire e non solo per mostrare.
Il progetto di "Aldilà delle nuvole" segna forse una sorta di testamento spirituale sulle infinite latitudini degli amori di quelli felici, da lui assai poco amati, a quelli assolutamente sofferti, dilanianti.
Lascio in questo post di amore per un maestro un appunto che presi proprio da quel film.
"Quella del regista è una professione molto particolare.
Il nostro sforzo è sempre teso adassimilare nuovi codici visivi.
Terminata l’opera non abitiamo più nel film.
Siamo degli sfrattati, dei senzatetto esposti agli sguardi, ai sospetti, all’ironia di tutti.
Senza potere raccontare a nessuno la nostra personale avventura che non è registrata nel film né nella sceneggiatura.
Un ricordo.
Ma uno strano ricordo.
Come di un presentimento di cui il film non è che una verifica parziale.
Il rendiconto completo è quello che la nostra coscienza fa quando il peregrinaggio riprende da un luogo all’altroper vedere, interrogare, fantasticare su cose sempre più sfuggenti.
In vista del prossimo film.
Ma noi sappiamo che sotto l’immagine rivelata ce n’è un’altra più fedele alla realtà e sotto quest’altra un’altra ancora, e di nuovo un’altra sotto quest’ultima, fino alla vera immagine di quella realtà assoluta, misteriosa, che nessuno vedrà mai".
§§§
Con infinita tristezza nel mio cuore chiudo questo post.
Addio Michelangelo spero di poterti incontrare un giorno, chissà.
Allegate un po’ di cose. Fonte Wikipedia naturalmente.
No è che io sono un po’ contrario a parlare di film che non ho visto.
Ma un tenativo di servizio ed di orientamento in questa giungla di uscite settiamanli bisogna pur darlo.
Ed allora io consiglio, e non poco, "300" di Zach Snyder il film sulla battaglia delle Termopili del 480 a.C. in cui Leonida e trecento soldati scelti della sua guardia personale, fronteggiarono per tre giorni l’immenso esercito persiano del Re Serse.
Ho assistito ad una proiezione del trailer el film al cinema sabato quando sono riuscito finalmente a vedermi Borat, pellicola che si è posizionataabbondantemente al di sopra delle mie più rosee aspettative (ehm sequenza dell’inseguimento dei due esistenti protagonisti nudi a parte, ovviamente).
Bene la pellicola in questione ha due differenti argomentazioni per meritare la mia unica menzione speciale del weekend.
La prima
l’ideatore della graphic novel è Frank Miller, lo stesso di Sin City, che che al di là di pregi e difetti, ha comunque imposto un nuovo modo di rapportare l’immagine cinematografica al fumetto.
Il film è di Zach Snyder è, come dire, la trasposizionedal fumetto o meglio dall’omonima "graphic novel" - termine intraducibile e certamente più alto del nostro "fumetto", spesso usato in senso ingiustamente dispregiativo, che viene usata come storyboard e guida per la resa visiva del film, dai personaggi ai costumi, dalle scenografie alle inquadrature – al filmico.
La seconda
L’altro merito indubbio della regia, è quello di avere lasciato intatto il sentiment della graphic novel di Frank Miller,cioè non raccontare fedelmente, dal punto di vista storico, le gesta di quella battaglia, quanto, piuttosto, tentare di evocare la forza trasfigurante e potenziante che può racchiudersi nella mente di un manipolo di uomini che si vota ad un impresa ritenuta praticamente impossibile.
Senza considerare gli effetti speciali che necessitano di una visione in sala e sul grande schermo per sprigionare tutto il loro accattivante fascino.
Per completezza mi corre l’obbligo di menzionare il fatto che il film ha generato le proteste degli iraniani per la rappresentazione dell’esercito persiano quale bellicoso e spietato, ma, personalmente, le ritengo assolutamente fuori luogo, vista la genesi dell’opera.
Tutti questi aspetti - sia disgiuntamente che congiuntamente considerati, proteste iraniane comprese - me la fanno senz’altro preferire alle altre anche se vanno, doverosamente, annotate altre sei.
La prima è Still life, il film del regista cinese Jia Zhang-Ke, che magnanimamente la nostra giuria di Venezia 2006 ha indicato quale Leone d’oro come miglior film.
La seconda La masseria delle allodole dei fratelli Taviani che tornano sugli schermi dopo un’assenza di nove anni.
Ricordo che "Tu ridi" - dove veniva messa duramente alla prova l’arte attoriale di Antonio Albanese in coppia con una mai più così brava Sabrina Ferilli – lo vidi con molto gusto nel cinema Intrastevere di Roma.
Era il loro secondo adattamento delleNovelle per un anno di Pirandello dopo Kaos.
E ritengo, inoltre, "La notte di San Lorenzo" uno dei più bei film italiani di sempre.
Su questa pellicola però non ho letto, né sentito pareri entusiastici, ma mi riservo una mia personale annotazione solo dopo la visione.
Sulle altre pellicole lascio nel blog un diplomatico "no comment?"
E va bene va, integro il mio "no comment".
Citerò The ice harvest di Harold Ramisè, uscito la settimana scorsa, perché adoro le rese attoriali di Billy Bob Thorthon.
Sul film difficile di Stefano Calvagna "Il Lupo" su Liboni e la fine di un bandito, lascio la parola a "Repubblica.it".
Dovrei, in effetti, dopo i sagaci commenti di Delirio Cinefilo a questo post, parlarvi anche, ed allora lo faccio ma si, di "L’amore giovane" giacché, come nel caso di Dito Montiel per "Guida per riconoscere i tuoi santi", la storia è la trasposizione dal letterario al filmico dell’omonimo romanzo dello scrittore/attore Ethan Hawke che, pare, si sia dimostrato di talento anche nella regia. Ed è nota ai lettori di questo blog la mia personale maniacale fascinazione per le ibridazioni tra romanzo e cinema.
The Hottest State, è una doppia allusione al Texas delle sue origini ed allo stato psicofisico dell’innamoramento in cui protagonista è la parabola di una coppia, dettagliatamente ritratta in tutte le fasi che portano alla disperazione ed al distacco.
L’amore descritto da Ethan Hawke – che è anche, ripeto, un attorecinematografico al suo secondo film come regista - è quello dei vent’anni, quando in pratica tutte le esperienze sono, in qualche misura, dolorosamente formative. Poi non dite che non vi avevo avvisato.
La pellicola ha preso parte all’ultima Mostra internazionale del Cinema di Venezia.
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