cinemavistodame.com di Roberto Bernabò

Archivio della categoria ‘ cinema e distribuzione ’

L’uomo che verrà – di Giorgio Diritti

Italia – 2009

analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo

“Il recupero di una identità e di una verità storica, attraverso una narrazione rigorosa, onesta, morale e poetica” – a cura di Roberto Bernabò

L’uomo che verrà – Scheda

titolo originale: L’uomo che verrà
nazione: Italia
anno: 2009
regia: Giorgio Diritti
genere: Drammatico
durata: 117 min.
distribuzione: Mikado Film
Sito Originale del film: http://www.uomocheverra.com/

Attori e Personaggi
Alba Rohrwacher: Beniamina
Maya Sansa: Lena
Claudio Casadio: Armando
Greta Zuccheri Montanari: Martina
Stefano “Vito” Bicocchi: Signor Buganelli
Eleonora Mazzoni: Signora Buganelli
Orfeo Orlando: Il mercante
Diego Pagotto: Pepe
Bernardo Bolognesi: Il partigiano Gianni
Stefano Croci: Dino
Zoello Gilli: Dante
Timo Jacobs: Ufficiale medico SS
Raffaele Zabban: Don Giovanni Fornasini

sceneggiatura: G. Diritti • G. Galavotti • T. Pedroni
musiche: Marco Biscarini • Daniele Furlati
fotografia: R. Cimatti
montaggio: G. Diritti • P. Marzoni

Sinossi: Inverno, 1943. Martina ha 8 anni, vive alle pendici di Monte Sole, non lontano da Bologna, è l’unica figlia di una famiglia di contadini che, come tante, fatica a sopravvivere. Anni prima ha perso un fratellino di pochi giorni e da allora ha smesso di parlare. Nel dicembre la mamma rimane nuovamente incinta. I mesi passano, il bambino cresce nella pancia della madre e Martina vive nell’attesa del bimbo che nascerà mentre la guerra man mano si avvicina e la vita diventa sempre più difficile. Nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1944 il piccolo viene finalmente alla luce. Quasi contemporaneamente le SS scatenano nella zona un rastrellamento senza precedenti, che passerà alla storia come la strage di Marzabotto.

Monte Sole – cenni storici: Sulla fine del 1943, dopo l’armistizio firmato dal re e Badoglio con gli alleati, l’Italia è divisa in due, occupata a sud dall’esercito anglo-americano, al centro e al nord dai tedeschi, che hanno anche liberato Mussolini e lo hanno posto a capo di uno stato fantoccio, la cosiddetta Repubblica di Salò. È in questo periodo che nella zona di Monte Sole, compresa tra il torrente Setta e il fiume Reno, a una trentina di chilometri a sud di Bologna, comincia spontaneamente a formarsi una brigata partigiana, la Brigata Stella Rossa. I partigiani sono i figli e i fratelli dei contadini che abitano la zona e lavorano la terra a mezzadria per conto dei proprietari terrieri, che in genere stanno in pianura. Il territorio è boscoso, il terreno difficile da coltivare e i raccolti scarsi. Le famiglie, spesso numerose, fanno sempre più fatica perché il fascismo prima e la guerra poi le hanno rese ancora più povere di quanto non fossero già. I partigiani incarnano un atteggiamento di ribellione diffuso e nei mesi successivi con le loro azioni di guerriglia creano grossi problemi a tedeschi e fascisti, già incalzati dall’avanzata dell’esercito anglo-americano. Il 29 settembre del 1944 le SS scatenano nella zona una rappresaglia senza precedenti che prosegue nei giorni successivi, mettendo a ferro e fuoco il Monte Sole. Circa 770 persone, per lo più bambini, donne e anziani, vengono massacrate: un eccidio immane rimasto nella storia come “la strage di Marzabotto”, dal nome del comune a cui appartiene la maggior parte del territorio.

Riconoscimenti: La pellicola ha vinto il premio Marc’Aurelio d’Oro del pubblico al miglior film ed il Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio d’Argento al Festival Internazionale del Film di Roma 2009.

Altre informazioni: Il film è stato girato nelle province di Siena e Bologna, con un budget di 3 milioni di euro, grazie, anche, al supporto di Rai Cinema, del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, con quello del Programma MEDIA dell’Unione Europea, con la partecipazione di Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, con il sostegno di Regione Toscana e Toscana Film Commission, ed infine con il sostegno di Regione Emilia-Romagna e Cineteca di Bologna.
Nella versione originale il film è in dialetto bolognese con sottotitoli in italiano.

Ecco la cosa che ho capito … che molti vogliono ammazzare qualcun altro ma non ho capito perché
Martina

“Tutti noi siamo quello che ci hanno insegnato ad essere”
Ufficiale delle S.S.

1. Dedicato alla crisi del Cinema Italiano ed ai talenti nascosti

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Avatar in 3D – di James Cameron

U.S.A. – 2009

analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo

Pandora vs. America, ovvero realtà virtuale vs. realtà analogica, la riflessione ecologista, panteistica e new age, scontata e prevedibile, di James Cameron – a cura di Roberto Bernabò

Avatar

titolo originale: Avatar
nazione: U.S.A.
anno: 2009
regia: James Cameron
genere: Fantascienza / Azione / Thriller
durata: 166 min. – 3D
officiale site: http://www.avatarmovie.com/index.html
distribuzione: 20th Century Fox
cast: Zoe Saldana (Neytiri) • Sam Worthington (Jake Sully) • Michelle Rodriguez (Trudy Chacon) • Sigourney Weaver (Dr. Grace Augustine) • Giovanni Ribisi (Selfridge) • C. Pounder (Moha) • S. Lang (Col. Quaritch) • Joel Moore (Norm Spellman) • Wes Studi • D. Rao (Dr. Max Patel)
sceneggiatura: J. Cameron
musiche: J. Horner
fotografia: M. Fiore
montaggio: J. Refoua • S. Rivkin
uscita nelle sale: 15 Gennaio 2010

Trama: Nel 2154, l’umanità si trova in piena crisi energetica. Su Pandora, mondo incontaminato e dominato da una natura incontrastata, si trova un minerale rarissimo e capace di risolvere la crisi terrestre. La RDA è incaricata di estrarre questo minerale, il cui più ricco giacimento si trova sotto un possente e gigantesco albero, luogo sacro dove vive la comunità indigena locale, i Na’vi. La diplomazia e la conoscenza della loro cultura sembrano le uniche vie per dominarli e cacciarli da lì. Il progetto «Avatar», capeggiato dalla dottoressa Grace, è essenziale per lo svolgimento della missione: con la creazione di un ibrido Na’vi è possibile trasportare la coscienza di una persona all’interno di esso. Così facendo, l’interazione con i Na’vi diventa una realtà tangibile. Dopo la morte del fratello gemello, scienziato rinomato e rispettato, è il marine Jack Sully l’unico ad essere idoneo geneticamente al suo avatar. Obbligato su una sedia a rotelle, vivere in quella creatura forte e dall’enorme vitalità si rivela un’esperienza unica. Ma quando entra in contatto con la meravigliosa Neytiri, con la tribù Na’vi e con il respiro di Pandora, il dovere di proteggere quest’incredibile sogno dall’ombra dell’intervento militare del colonnello Quaritch si trasformerà in una guerra per preservare la vita del pianeta.

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“Si è capovolto tutto … adesso il mondo vero è là fuori, ed il sogno qui dentro.
Jake Sully

1. Introduzione – il populismo necessario ed ineludibile di James Cameron

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Voci dal buio – di Giuseppe Carrisi – analisi

Italia – 2009

analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo

Voci dal buio - di Giuseppe Carrisi - locandina del film

Voci dal buio

regia: Giuseppe Carrisi
collaborazione artistica ed alla sceneggiatura: Francesco Niccolini
montaggio: Domenico De Orsi
produzione: Provincia di Pisa
produzione esecutiva: Vid Production
durata: 41 minuti
voto-5-stars

Trama: Da Barra a Goma. Dalla periferia di Napoli alla Repubblica Democratica del Congo. Il documentario di Giuseppe Carrisi, “Voci dal buio”, racconta, incrociandole, storie di ragazzi della camorra e di bambini congolesi che vivono nella guerra, nella povertà, nella violenza. Anche se geograficamente lontane, queste due realtà hanno un comune denominatore: i bambini sono vittime designate di una logica perversa che nega e calpesta sistematicamente i loro diritti. Da una parte la Repubblica Democratica del Congo, con il suo “esercito” di bambini soldato, di piccoli sfruttati nei lavori pesanti, abbandonati, vittime della fame e delle malattie; di bambine abusate, di minori accusati di atti di “stregoneria” o rinchiusi nelle carceri; dall’altra, un quartiere del capoluogo campano dove esiste un “esercitosimile, composto di piccoli soldati, anche se non è ugualmente visibile: quello delle giovani “leve” delle cosche criminali che dettano legge in tutta la zona. Un destino segnato dalla necessità di sopravvivere in un paese marchiato da atroci conflitti, guerre, e dalla quotidiana lotta per la sopravvivenza dove i bambini sono costretti a combattere ogni giorno, da un lato, e, dall’altro un destino ugualmente marcato a fuoco dalla nascita, ma dove la scelta di “combattere” è molto diversa: si sceglie un “ideale“, uno “stile di vita” per raggiungere un potere ben preciso e stabilito dalla camorra: il miraggio della ricchezza, dei soldi facili. In Congo non c’è scelta, perché si viene arruolati e basta, si finisce in miniera, per strada, si è costretti a lottare per sopravvivere. Insomma a Barra come a Goma, le vite dei bambini vengono buttate via come se non avessero alcun valore. Obiettivo del progetto è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, alla vigilia della ricorrenza del 2o° Anniversario della Convenzione Internazionale, stipulata a New York il 20 novembre 1989, e del 10° Anniversario della Convenzione numero 182 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sulle forme peggiori di lavoro minorile.

Cronache di un’infanzia negata – a cura di Roberto Bernabò

“Anche se voi vi credete assolti siete per sempre coinvolti”

Fabrizio de Andrè – Canzone del maggio

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1. Introduzione – un incipit dedicato agli occhi

Voglio partire degli occhi.

Perché, a riflettere bene, sono proprio gli occhi, il fulcro pregnante di questo straordinario documentario del mio, caro, amico Giuseppe Carrisi.

Da un lato l’occhio dietro la cinepresa del documentarista.

Un occhio coraggioso ed imprudente, che cerca la verità, che la scava, l’assimila, la comprende, la penetra, e la restituisce pura, scevra di prese di posizione, d’interpretazione,  di manipolazione, libera da pregiudizi, ed affrancata dalla convenienza di chi sa, ma preferisce tacere.

Una verità assoluta, pronta per i nostri, di occhi, che rimangono, pur sempre, la principale fonte della nostra conoscenza.

Affinché noi crediamo perché vediamo, come amo dire, … ah se solo il medium televisivo si riappropriasse di questo assunto, non è vero Claudio Messora?

Dall’altra gli altri occhi del documentario, quelli innocenti, dei ragazzi protagonisti dell’inchiesta.

Occhi, anche questi, carichi di purezza ed al tempo stesso inondati, sommersi, infangati, loro malgrado ahimè, d’impurità.

Occhi impavidi ed impauriti al tempo stesso, dolci, vinti, smarriti, coraggiosi, spavaldi persino, ma di quella spavalderia figlia dell’ingenuità, tipica dell’ignoranza.

Che, insomma, ti scavano nell’anima, che parlano al tuo personale senso di responsabilità civile, fino a farti sentire in colpa.

Perché si, è vero, quegli occhi così giovani, ma già così adulti, sembrano urlarti che potremmo,  … dovremmo … tutti, impegnarci, in prima persona, di più, … molto, molto, molto, di più.

Tutti, nessuno escluso, persino tu che sei capitato qui per caso, che stai leggendo questo post, e che non hai nemmeno visto questo film, e che, forse, non lo vedrai mai, lo sai.

Che si, è proprio come cantava Fabrizio de Andrè nella celebre sua ballata “Canzone del maggio“: “Anche se voi vi credete assolti siete per sempre coinvolti“.

Questo ci tengo a dirlo, perché se un documentario non provoca questa reazione, allora vuole dire che ha fallito.

E questo “Voci dal buio” - di Giuseppe Carrisi (mai titolo fu più indovinato), invece, non solo non fallisce, ma coglie proprio nel segno.

Cerchiamo di capire perché.

Voci dal buio - di Giuseppe Carrisi

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2. Circa gli aspetti formali – le riprese: l’occhio nella bocca e la bocca nell’occhio

Anche se, a mio modo di vedere, l’aspetto che ho maggiormente apprezzato di questo film, è il montaggio, sia quello del materiale girato, che quello del sonoro, ma ne parleremo dopo, è pure vero che, per realizzare un buon documentario, è necessario disporre di molto materiale. E, aggiungo, … che deve essere stato realizzato bene.

E qui si arriva ad uno dei segreti del film.

Giuseppe ha girato, per ben quindici giorni, in Congo, a Goma, e per circa quattro a Barra, uno dei quartieri più degradati e malavitosi della zona Est di Napoli, la mia città.

Complessivamente oltre trenta ore di riprese, tra le due location.

Trenta ore pericolose.

Per tanti motivi.

Decidere di partire per il Congo, il giorno dopo avere ricevuto un’intimidazione, non è da tutti, ma queste cose sono normali nella realizzazione di un progetto come questo.

Girare a Barra - dove persino i Vigili Urbani e la Polizia, non solo non entrano, ma vi sconsigliano di farlo anche voi – non è cosa facile, vi assicuro, soprattutto se il materiale che avete intenzione di catturare con la cinepresa riguarda la Camorra.

Ma aldilà delle difficoltà, che sono, come dire, elemento fondante del cinema documentarista, (cosa sarebbe un documentarista che non rischiasse?), quello che mi preme fare comprendere è che lo specifico filmico di Carrisi, in questa sua opera, è davvero molto particolare.

Innanzitutto, nonostante le condizioni precarie, le riprese, girate in digitale e riversate in pellicola per le sale, sono tutte molto ben realizzate, anche se il set era, ovviamente, privo di particolari ausili formali. Ed anche se, le stesse, sono, spesso, ottenute con macchina in movimento. O con carenti condizioni d’illuminazione.

Voci dal buio - di Giuseppe Carrisi - il Vesuvio visto da Barra - Napoli

Le inquadrature di raccordo sono, tutte, molto suggestive, il Vesuvio più volte ripreso da Barra, ad esempio, ha dei richiami spettrali di notevole pregio.

Così come la direzione della fotografia che, vi assicuro, è gestita, considerati i contesti, con notevole maestria.

Voci dal buio - di Giuseppe Carrisi - il degrado di Barra - Napoli

Così come, pure, le sovrapposizioni dei due diversi, eppure, tristemente simili, degradi degli ambienti sociali in cui si svolgono gli eventi, oggetto della documentazione.

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I primi e primissimi piani, i dettagli degli occhi e delle bocche dei ragazzi, ma anche delle loro mani, costituiscono un suggello innovativo ed interessante proprio, a riflettere bene, dell’intenzione documentarista della pellicola.

Voci dal buio di Giuseppe Carrisi - bambina congoleseVoci dal buio di Giuseppe Carrisi - dettaglio di bambino congoleseVoci dal buio di Giuseppe Carrisi - bambini congolesiVoci dal buio di Giuseppe Carrisi

Questi organi, poi, in particolare: la bocca e gli occhi, non costituiscono, infondo, l’essenza stessa del cinema, e, ancora di più, di quello documentarista?

E non è il documentario, un resoconto, la raccolta di una testimonianza?

E la testimonianza non è forse, a sua volta, oculare ed orale?

Insomma, non saprei dire se ti rimangono impresse di più le immagini, che parlano con una sapienza ed un uso eccellente del mezzo, o il racconto dei ragazzi, che si compone gradualmente, come una sorta di puzzle visivo ed emozionale, nella mente e nel cuore di te spettatore, fino ad allora, quasi, ignaro, che vieni invaso dal senso di Pietas, che alberga nell’animo sensibile di Giuseppe.

Che, peraltro, era seduto accanto a me durante la proiezione.

Non è, al dunque, in conclusione di questo paragrafo, un documentario, un alchemico bilanciamento dell’occhio nella bocca e della bocca nell’occhio?

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3. Circa gli aspetti formali – il montaggio del girato – sovrapposizione ad incastro perfetta ed induttiva

Una delle cose che, vi assicuro, vi rimarrà maggiormente impressa, se assisterete, come me, ad una proiezione di questa bellissima opera di Giuseppe Carrisi, è proprio l‘accuratezza, quasi spasmodica, del montaggio del girato.

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Un’accuratezza che si rivela e che si svela nei contrappunti e nelle sovrapposizioni delle testimonianze dei ragazzi di Goma con quelle dei ragazzi di Barra.

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Realizzate spesso senza stacchi.

Montate selezionando ed accostando sequenze che li raffigurano ripresi nello stesso lato dello schermo, o dall’altro, quasi a fare capire che si, le loro storie sono diverse, ma sono infondo anche uguali. Come  se rappresentassero, insomma, un unico continuum filmico e narrativo, che esprimono, un po’, la cifra distintiva dell’opera.

Perché, a guardare bene dentro i racconti, alla fine, convergenti risulteranno essere i temi inerenti:

  • la costrizione all’uso delle armi,
  • il dovere decretare la morte di altri,
  • il dovere fare uso di sostanze stupefacenti, persino.

Ed analoghe, ahimè, risulteranno, le dilaniazioni emotive nelle menti di questi giovani, il senso di abbandono che queste vite si trovano a percepire.

Quasi come se, in una sorta di cinema induttivo, Giuseppe avesse la capacità di condurci dal particolare all’universale.

Una prospettiva che aggiunge, all’indiscutibile valenza documentativa dell’opera, un filtro che, senza minimamente prendere posizione, abilita, però, riflessioni assai più trascendenti, rispetto alle verità raccontate dagli eventi, per il tramite degli esistenti, tutti rigorosamente veri.

Geniale ed innovativo al tempo stesso credo, non vi pare?

3.1. La filastrocca del pifferaio

In questo sapiente montaggio, c’è un altro elemento che contribuisce al raggiungimento di questo risultato emotivo, ed è la bellissima filastrocca di Francesco Niccolini, liberamente ispirata al Pifferaio Magico dei fratelli Grimm.

Un uomo che, apparso quasi per magia in un paese infestato dai ratti, dapprima cerca di salvare da tale piaga i suoi abitanti, con l’ausilio della musica del  suo piffero, ma che poi, al mancato pagamento della sua prestazione, da parte degli adulti, finisce, invece, per vendicarsi proprio sui bambini.

Altra installazione sulla quale, e non poco, riflettere.

Perché è, infondo, proprio in questo gioco cadenzato di elementi che variano il ritmo di una cronaca, altrimenti, forse, davvero eccessivamente pesante, l’attentissima composizione del materiale montato, tema a me caro, che, come dire, distilla i quarantuno minuti dalle oltre trenta ore di girato.

Il tutto, bilanciando equamente, il materiale di Barra, con quello, molto interessante, girato nel carcere minorile di Nisida, a quello, probabilmente assai più copioso, girato a Goma, nel Congo.

Una cosa ci tengo a dirla da napoletano.

La struggente poesia con la quale Giuseppe ha raccolto alcuni degli esterni di Nisida e del “Carcere e mare“, come cantava una bellissima ballata del film “Scugnizzi” (1989) di Nanni Loy, che non posso non citare, unitamente a Baby gang (1992) di Salvatore Piscicelli.

3.2. L’intervista a Ferdinand Benge Luengo

A dire il vero, per completezza, devo citare, anche, come ulteriore elemento del format del documentario, gli spezzoni di una intervista ad un vecchio congolese: Ferdinand Benge Luego, molto preparato sui temi trattati dal film, che aiuta lo spettatore a contestualizzare, con una notevole dose di chiarezza espositiva, le principali piaghe che affliggono l’infanzia congolese e più in generale quella sudafricana e, ancora più in generale, quella dell’infanzia del Sud del mondo. E non solo.

Ce ne sono altri, in verità, di questi supplementi documentativi, che illustrano, ad esempio, le credenze dei bambini congolesi posseduti dal demonio dalle loro famiglie, incredibilmente amplificate dalla mano di finti stregoni senza scrupoli, che, in realtà, speculano su queste superstizioni, proprio come il pifferaio della filastrocca.

Ma questi elementi aggiuntivi, che, come mi sforzo di spiegare, “spezzano” le testimonianze dei ragazzi, non alterano il senso obiettivo della strategia documentativa che Carrisi propone.

E che cioè siano i fatti a parlare, e non le tesi.

Ecco, vorrei che consideraste, in chiusura di questo paragrafo, che tutta questa fase è durata, a differenza delle riprese, oltre un mese di sala di post-produzione.

Domenico De Orsi

Complimenti a Giuseppe, ed al suo giovane montatore Domenico De Orsi, che diretto da lui, si dimostra davvero di notevole spessore.

3.3. Chi è Francesco Niccolini

Francesco Niccolini

Francesco Niccolini (Arezzo, 1965), è autore di testi per il teatro e per la TV. Tra gli attori più importanti per i quali ha scritto: Marco Paolini (Il Milione, Parlamento Chimico, Teatro Civico), Massimo Schuster (Mahabharata), Sandro Lombardi, Antonio Catalano.

In questo momento sta lavorando alla ricostruzione della storia di Bagnoli a Napoli.

Collabora con la trasmissione di Rai3 «Report» di Milena Gabanelli.

Giornalista, scrive per «Avvenimenti» e «Diario».

Ha pubblicato alcuni libri, l’ultimo dei quali, Teatro Civico, insieme a Marco Paolini e Andrea Purgatori, uscirà a ottobre per Einaudi.

Ha collaborato a tutti i progetti di Giuseppe Carrisi sui bambini soldato sia cinematografici che teatrali.

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4. Circa gli aspetti formali – il montaggio del sonoro – occhi per sentire: la musicalità delle tracce audio

Giuseppe Carrisi accanto alla locandina del suo film  Voci dal buio - al Warner Village Parco dé Medici a Roma

Più conosco Giuseppe Carrisi, più credo che una delle sue qualità / capacità sia quella d’instaurare rapporti umani profondi e sinceri.

Credo che questa attitudine, nel cinema, e nel mestiere di regista, aiuti, peraltro, non poco.

Credo, anche, che dietro il suo aspetto bonario e sornione, Giuseppe, sia, invece, un uomo ed un professionista estremamente rigoroso.

La combinazione di questi suoi specifici aspetti caratteriali, secondo me, determinano, sul set, ed in post produzione, un clima molto fertile e creativo, intorno a lui, nel momento della realizzazione artistica, e non solo.

Come se lui, quasi senza chiedere, riuscisse a stabilire con i suoi collaboratori un’intesa tale, che poi il risultato che ne deriva … parla da solo.

Un dato, tra i tanti, che Giuseppe, nella cena che è seguita alla proiezione, mi ha comunicato, mi ha molto colpito.

Grazie alle conoscenze che ha in RAI, nonché, ovviamente, alla validità del suo progetto in cui, evidentemente, anche lì, hanno creduto, ha avuto modo di accedere ad una banca dati di oltre centocinquanta brani, da lui ascoltati uno per uno, per poi selezionarli ed inserirli nel contesto del montaggio del sonoro, e che conferiscono, alla narrazione, un’incredibile coerenza tra il commento musicale e la drammaturgia degli eventi.

Credo che, infondo, questa musicalità dell’opera, Giuseppe l’abbia cercata non solo nella selezione dei brani della colonna sonora, ma, anche, nella cura che ha dimostrato di avere nella scelta dei timbri vocali dei doppiatori, nelle rime della filastrocca del pifferaio, quasi come se, alle brutture ed alla crudezza dei racconti e di molte delle immagini, fosse, per lui, necessario ed urgente, contrappuntare ed opporre una sorta di bellezza uditiva.

Perché, per essere chiaro, il documentario porta avanti diverse tracce sonore.

  1. Quella in lingua originale, lasciata volutamente di sottofondo nel doppiaggio in italiano, nel più puro stile documentarista, nelle sequenze di Goma in Congo.
  2. Quella in presa diretta realizzata a Barra ed a Nisida.
  3. Quella della filastrocca liberamente ispirata alla favola del Pifferaio Magico, incastonata nei momenti giusti, durante le due narrazioni, tramite una voce narrante femminile, che è un po’ il filo rosso che lega le due cronache.
  4. Quella del silenzio di suggello ai cartelli, che compaiono nel montaggio dei girato, e che non sono altro che riflessioni che Giuseppe, in tanti anni di lavoro svolto, con amore per la causa delle infanzie negate, ha elaborato, e che sono parte della strategia di alternare elementi, che, in qualche misura, spezzino la testimonianza, nuda e cruda, degli eventi e degli esistenti,  in modo da fornire ulteriori dati sui quali riflettere.
  5. Quella della colonna sonora, della quale abbiamo già, in qualche misura, argomentato.

4.1. Il doppiaggio e la voce narrante

Due parole le vorrei davvero spendere in favore dei doppiatori.

Spesso noi cineblogger ci scagliamo contro questa categoria, che, bisogna riconoscerlo, a volte letteralmente deturpa le versioni originali di molte opere.

Ma, nel caso di pellicole come queste, dove l’opera di traduzione con le scritte in sovra-impressione risulterebbe complessa, e poco fruibile e chiara, Giuseppe, anche qui, ha selezionato  personalmente, ad uno ad uno, i ragazzi, tutti bravissimi, che gli hanno dato una mano in questo lavoro, nel quale arriva, ancora una volta, l’amore con il quale questo progetto è stato realizzato.

Insomma, chi si occupa di montaggio di documentari, lo sa.

Il sonoro è uno degli elementi più importanti dello specifico filmico del linguaggio, non a caso, audio-visivo, di questo genere.

Voci dal buio_1a

Che, da un lato, deve trasferire la percezione, assoluta, della precarietà della documentazione, girata, spesso, in condizioni, davvero, limite.

Voci dal buio_7a

Ma che, d’altronde deve essere, però, chiaro, comprensibile, perché è anche e soprattutto attraverso le testimonianze, che la denuncia si compone, ibridandosi e fondendosi con le immagini, e con tutte le altre componenti narrative e documentative dell’opera.

In questa specifica dimensione, che, ad esempio, ho molto apprezzato, anche, nei lavori documentaristici di Alina Marazzi, direi che la pellicola di Carrisi raggiunge una raffinatezza, quasi magica, se è vero che eravamo, davvero, tutti commossi, al termine della proiezione, e se è vero che l’applauso che è partito al termine del film, è stato fatto da tutti con emozionata partecipazione.

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5. Conclusioni – l’amore di Giuseppe per la causa dell’infanzia ed il mondo disordinato

Manca ancora una cosa, in effetti, a questa analisi del film.

E credo sia, alla fine, quella più importante.

E non attiene agli aspetti formali, che, come abbiamo visto, sono tutti assolutamente di spessore, e tutti inerenti le fasi d’ideazione e di realizzazione del film, e nei quali non va taciuta la competente collaborazione di Francesco Niccolini.

Il qualcosa di cui parlo è un qualcosa che deriva da un ambito che è, come dire, antecedente ed al tempo stesso contemporaneo e forse addirittura successivo al film.

E’ l’amore con il quale Giuseppe intende impegnarsi per documentare queste verità.

Voci dal buio - di Giuseppe Carrisi

Un amore che è si più dolce, quando le sequenze ci arrivano dal Congo.

Dove le violenze sono senz’altro più dure, assolute, senza possibilità di appello, quasi come se nel paese, paradossalmente, più ricco del continente Africano, fossero proprio i bambini ed i ragazzi, a saldare il conto più alto alle necessità edoniste ed egoistiche di un mondo, che non è solo quello occidentale, ma è anche quello emergente asiatico e quello cinese in particolare.

Barack Obama

Un conto che, forse, con l’avvento di un presidente degli USA afro-americano come Barck Obama, sarà, finalmente, grazie anche ad opere come quella di Giuseppe, portato (è questo il nostro auspicio), ad un grado di visibilità diverso, che potrebbe essere l’inizio di una nuova speranza.

Ma l’amore c’è anche per le storie dei ragazzi di Barra, che solo perché assai più vicine a noi, ci sembrano, forse, meno comprensibili e giustificabili.

Ed immagino che, gli eventuali detrattori di Carrisi, potranno dire che, infondo, la situazione di questi ragazzi è assai diversa rispetto a quella dei bambini congolesi, in quanto questi giovani esponenti delle cosche camorristiche napoletane, sono più responsabili e più indolenti di quelli sudafricani, perché maggiormente consapevoli e maggiormente parti attive e potremmo dire artefici della loro condizione.

E fa quasi rabbia, ammettiamolo, sentirli dire che quando usciranno dal carcere di Nisida probabilmente torneranno a delinquere.

Eppure.

Eppure Giuseppe ferma un fotogramma che mi è rimasto molto impresso.

Uno dei ragazzi di Barra dice:

Ma a che fare dovremmo studiare ed andare a scuola se poi ci ritroviamo a tornare in questo mondo disordinato.

Lì per lì mi è sembrata una frase come tante.

Ma poi mi sono soffermato sull’idea che quella era, pur sempre, una di quelle sequenze, che, Giuseppe, aveva salvato dalle oltre trenta ore di girato.

Quella frase, ho riflettuto, è, infondo, il comune denominatore tra le storie congolesi e quelle partenopee.

Un contesto dis-ordinato.

Dove è il suffisso dis, utilizzato, quasi inconsapevolmente, da quel ragazzo, il problema.

Di chi è la vera, definitiva, ed assoluta, responsabilità di quel dis-ordine che, a Goma come a Barra, è probabilmente l’unico responsabile di scelte e di destini così ingiusti e disperati?

Giuseppe Carrisi insieme ai bambini del Congo

Io non ho una risposta definitiva, né posso aggiungere, all’opera di Carrisi, conclusioni che pure, a mio modo di vedere, anche lui propone, con le cifre dei cartelli finali, sullo sfruttamento dei bambini, e sui tanti altri abomini che quelle scritte documentano, sia con riferimento ai bambini Congolesi, che ai ragazzi reclutati dalla Camorra di Barra, quasi un omaggio, inconscio, a “Gomorra” - di Matteo Garrone, ed a “Il Divo ” - di Paolo Sorrentino,  ma non vogliamo togliere, troppo, alla sorpresa di chi vedrà il film.

Posso solo sperare, ed augurarmi, che chi, come me, assiste a questo film, raggiunga un grado, non solo di conoscenza, ma, soprattutto, di consapevolezza diverso.

Un grado che … è solo un piccolo passo.

Come un piccolo passo è rappresentato dal fatto che, una struttura come la Warner Bros – Medusa, si sia mossa in favore di questo film.

Non è molto, è vero, dal 7 al 13 agosto, ma, credo, che vada letto, con speranza, il segnale che queste proiezioni, infondo, rappresentano.

Ed è questo l’augurio che faccio a Giuseppe – che porterà questo film, che ha già avuto un notevole successo di critica al Giffoni Film Festival, a rassegne del calibro di quella del Toronto Film Festival,  ed a quella del Sundance Film Festival – che tanti altri piccoli passi possano fare raggiungere, a questa piccola grande opera, il successo che merita.

Perchè noi ne  siamo certi che questa pellicola meriti riconoscimenti importanti.

E vogliamo chiudere questo post con una promessa.

Torneremo a parlare di questa pellicola, presto.

E non solo per i premi che merita, e che, siamo certi, vincerà, ma, anche, per segnalare altre sue uscite nelle sale italiane. E magari anche per qualche suo passaggio televisivo in RAI.

Voci dal buio_5

Perché continuiamo a credere, nonostante tutto, che dovrebbero essere proprio queste, le più importanti destinazioni d’uso del cinema documentarista.

Ricordo a tutti che il film è ancora è ancora in programmazione, nei Warner Village Cinemas, sino a giovedì 13 agosto.

Una precisazione sulle immagini di questo post

Sono tutte catturate al computer durante la visione del trailer. Tranne quelle che raffigurano Giuseppe Carrisi e le locandine, che sono scattate con il mio Iphone 3G.

Quelle originali del film hanno, ovviamente, una qualità considerevolmente superiore. Ma è che io un post senza immagini … proprio non riesco a farlo. Mi scuserà Giuseppe e mi perdonerete pure voi lettori, pertanto, per la loro carente risoluzione.

Alla prossima.

Links

Vai alla pagina del film sul sito Warner Village Cinemas, e controlla in quale sala puoi vedere il film, cliccando qui.

Official Site di Francesco Niccolini: qui.

Sito dell’Associazione onlus Pizzicarms qui.

Il Mirto d’oro di Poggio Mirteto edizione 2009

18^ edizione della rassegna “Grande Cinema Italiano” – con consegna dei Mirti d’oro di Poggio Mirteto 2009

Massimo Iaboni e Sarah Maestri mentre consegnano i mirti d'oro 2009 a Poggio Mirteto

“La grande magia di un premio semplice
organizzato da persone semplici, ovvero l’
ovvio è quel che non si vede mai, finché qualcuno non lo esprime con la massima semplicità.

Roberto Bernabò & Gibran Kahlil Gibran

Poggio Mirteto – sabato 4 luglio 2009 - L’Italia è uno strano paese amici. Questo blog ho deciso di chiamarlo cinemavistodame per una serie di ragioni. La principale è che davvero se inizi a guardare al cinema con i tuoi occhi, scoprirai cose rare e belle come capita a me, da quando mi occupo, con impegno, e fatica, nella difficile opera inerente la diffusione della cultura dell’audiovisivo nel nostro paese.

Ma anche cose brutte assai, ed è con queste che desidero, ahimé, iniziare il mio tributo a questa rassegna.

In particolare, ad esempio, intendo riferirmi alla carente attenzione che viene destinata ad eventi molto local, ma che testimoniano, invece, quanto il cinema sia ancora, nonostante tutto, uno strumento irrinunciabile di trasmissione di valori, di denuncia e, perché no, anche di divertimento, alternativo al medium televisivo.

Grabde Cinema Italiano di POggio Mirteto 18° edizione - la locandina

Ora se c’è, quindi, una rassegna di cinema che meriterebbe le massime attenzioni, [e quando parlo di attenzioni sto invocando non solo quelle della stampa locale, che c'è e ci mancherebbe, ma anche, o dovrei dire soprattutto (?), quelle della RAI, di SKY, e di Radio a diffusione nazionale, con tutti gli annessi e connessi, etc.], è quella del “Grande Cinema Italiano di Poggio Mirteto”, quest’anno arrivata, niente di meno che, alla sua 18^ edizione.

Veniamo però ora alle cose belle.

In cosa consiste questa kermesse?

Molto semplice a dirsi, assai di meno a farsi, considerando l’entità del comune.

Detta in due parole si tratta di riuscire a fare vedere – come in tutte queste manifestazioni estive, intendiamoci – per diverse serate di seguito, quest’anno la rassegna è durata dal 22 giugno al 4 luglio, una selezione del migliore cinema italiano della stagione, agli abitanti di Poggio Mirteto e della Sabina tutta (a Poggio Mirteto non esiste neanche un cinema), addirittura riuscendo, anche, a fare intervenire alle proiezioni i registi, gli attori e molti personaggi che si muovono sul set.

Il programma dell'edizione 2009 della rassegna Grande Cinema Italiano 2009 di Poggio Mirteto

Come riesce il comune di Poggio Mirteto a fare una cosa del genere, vi chiederete, e giustamente, voi?

Molto semplice. Oltre ad un sindaco giovane e capace, Fabio Refrigeri, ed un assessore alla cultura ed allo sport, Fabrizio Montiroli, che oltre che bravissimo è anche un amico, hanno un altro segreto.

Un vero e proprio asso nella manica.

Il comune si avvale, da sempre, della competenza di un piccolo grande uomo di cinema.

Massimo Iaboni

Il mio carissimo amico Massimo Iaboni.

Un uomo semplice. Una persona, vi assicuro, dolce come la caciotta che ogni anno si preoccupa di fare avere a tutti i premiati con il mitico Mirto d’oro.

Il mirto d'oro di Poggio Mirteto 2009

Massimo, ogni anno, segue il cinema italiano.

Perché è stato, e rimarrà sempre, uno dei più grandi direttori di produzione che l’Italia abbia avuto la fortuna di avere. E perché insegna, ancora, e con passione, Direzione della produzione cinematografica, alla Scuola di Cinema di Cinecittà a Roma.

Ma Massimo, aldilà dei titoli, è una persona speciale, ma speciale davvero.

Lui sa sempre chi sta girando qualcosa in Italia.

Nulla sfugge al suo occhio di esperto, e se lui ti dice, sornione, che quel film, quel lavoro, quel regista … sono da sostenere, bisognerebbe sempre dargli retta.

Se io fossi un produttore cinematografico, mi accaparrerei, subito, la competenza di questo vero e proprio signore del cinema italiano.

§§§

Massimo Iaboni e Marco Risi – un aneddoto di sabato 4 luglio 2009

Per dirne una. L’altra sera, sul palco di Poggio Mirteto, sale, tra i tanti premiati, anche il regista Marco Risi, amico di Massimo, che ha lavorato ed è stato amico del padre Dino.

Marco, persona colta e simpaticissima, ha raccontato un aneddoto.

Molti anni prima, su di un set, lui e Massimo, si trovavano a collaborare per un film.

Alla fine della ripresa di una sequenza, Marco dice che forse la scena andava rifatta.

Massimo, ha raccontato il regista, a quel punto, tra il serio ed il faceto, gli fece:

Ma sta scena, dottò, sta nel primo o nel secondo tempo?

Il regista ha raccontato che gli rispose: “Nel secondo, perché?

E Massimo: “E’ inutile che la giramo, dottò, tanto, ar secondo tempo, er pubblico è già annato via“.

Marco Risi ha in pratica ammesso che quel film incassò pochissimo, ed ha implicitamente e pubblicamente riconosciuto, come cerco, da anni, di fare capire, anche io, da questo blog, che Iaboni è uno che ci vede lungo.

Ovviamente un aneddoto.

Ma Massimo è fatto così, come ti riconosce i meriti di film che nemmanco sono arrivati nelle sale, così sa spararti a zero, con competenza e cognizione di causa, su un opera in corso di realizzazione, ed, in entrambi i casi, senza guardare in faccia a nessuno.

Perché lui il cinema lo fa così da sempre, con rigore, onestà, ma senza peli sulla lingua, come è giusto che sia, perchè non ha bisogno che qualcuno gli spieghi né i perché e nemmeno i per come.

Ci mancherebbe, semmai il contrario.

§§§

Le attenzioni di Massino Iaboni nelle selezioni dei film della rassegna

Massimo Iaboni, quindi, ogni anno, insieme allo staff del comune di Poggio Mirteto, procede alla selezione dei film da premiare, con grande attenzione, sempre, oltre ai film di grido ma sempre validi, ad opere che hanno avuto scarsa diffusione.

Non solo, per organizzare la selezione ed assicurarsi che la premiazione si farà, si da da fare per cercare sponsor e finanziamenti, e con le sue tante amicizie e l’affetto che tutti provano verso di lui (me compreso), riesce, ogni anno, a convincere tanti attori, tanti registi e tanti uomini di cinema, a vario titolo, che questa manifestazione è una manifestazione da non disertare, ma, anzi, da sostenere.

§§§

L’abolizione del Fondo Unico per il cinema italiano

E ciò, va detto, in un momento di grandi tagli all’opera cinematografica, come la gravissima abolizione del Fondo Unico per il Cinema, notizia data, con grande onestà intellettuale, lo devo pubblicamente riconoscere, dal sempre preparato ed attento sindaco di Poggio Mirteto, Fabio Refrigeri, appena riconfermato, che ha speso parole toccanti in favore dell’importanza, invece, della salvaguardia del cinema italiano. Bravo Fabio, grazie, e continua così. Di uomini come te ce ne vorrebbe uno ad ogni angolo di strada in questo paese.

§§§

Lo stoicismo di Sarah Maestri

image007

Come non ricordare, di questa serata, l’abnegazione di una presentatrice che è già ormai una fedelissima della rassegna: la giovane e bellissima attrice Sarah Maestri, che nonostante una vistosa ingessatura ad una gamba, ha saputo dare un tocco di grazia ulteriore, alla splendida magia che circonda la serata della consegna dei Mirti d’oro di Poggio Mirteto, che, anche quest’anno, hanno raggiunto registi ed attori che si sono messi in luce in una stagione che, come ha ricordato Carlo Verdone nel filmato inviato alla serata, non ha raggiunto gli incassi dell’anno magico di “Gomorra” e di “Il Divo”.

§§§

I mirti d’oro di Poggio Mirteto consegnati sabato 4 luglio 2009

Anche se di film di spessore ce ne sono stati, come l’indimenticabile “Fortapàsc” di Marco Risi, sulla vicenda mai così bene indagata, dell’omicidio del giovane giornalista de “Il Mattino” di Napoli, Giancarlo Siani per mano della Camorra nel 1985. La mia analisi al film è qui. Applausi sono andati sia proprio a lui, il regista Marco Risi che con questa pellicola si è appena aggiudicato, tra l’altro e scusate se è poco, il “Globo d’oro” per la miglior regia, meritatissimo secondo noi, sia al suo cast, da Ernesto Maieux, sempre all’altezza della situazione (è una battuta rubata a Massimo, Ernesto, non ti piglià collera), a Massimiliano Gallo.

Insomma Massimo Iaboni, anche stavolta, è riuscito a radunare, nell’ormai storico parterre del Parco San Paolo di Poggio Mirteto, tra mille avversità,  più di  quaranta ospiti, tra attori e registi, dopo quelli che avevano già fatto visita alla rassegna mirtense, durante le serate delle proiezioni.

La serata è iniziata con un video che ha portato ai presenti il saluto del regista ed attore Carlo Verdone, intervistato, ovviamente, sempre da Massimo Iaboni, padrino artistico (Carlo non Massimo, che semmai è il deus ex machina del premio), della rassegna che quest’anno non ha potuto essere fisicamente a Poggio Mirteto, in quanto impegnato all’estero nelle riprese del suo nuovo film.

Poi la consueta, informale, consegna dei premi agli ospiti tutti rigorosamente chiamati a ritirare il Mirto d’oro. E la oramai celeberrima spesa (caciotta, olio, ed altre prelibatezze della Sabina).

Massimo, l’anno prossimo, ne voglio una anche io, eh, sei avvisato ;)

Il primo film premiato è stato “Italians”, il Mirto d’oro andato al regista Giovanni Veronesi, all’attrice Valeria Solarino ed all’attore Dario Bandiera, il quale si è fatto notare per la solita comicità surreale.

Poi il regista Giuseppe Piccioni per “Giulia non esce la sera”.

Due partite” – il film di Enzo Monteleone con Margherita Buy, Isabella Ferrari, Isabella Fogliazza, Marina Massironi, Paola Cortellesi, Valeria Milillo, e Carolina Crescentini.

Paola Cortellesicarolina-crescentini

Il Mirto d’oro è andato alle attrici Paola Cortellesi (sempre bella, brava e di gran presenza di spirito … e si a noi ci piace assai), Carolina Crescentini e Valeria Milillo.

Applausi sono andati di cuore al regista Riccardo Milani per l’impegno che sta dedicando alla causa dell’Abruzzo colpito dal terremoto. Bravo Riccardo sono cose importanti in questo momento.

Poi la chicca, fortemente sostenuta da Massimo Iaboni. Una pellicola sul bullismo, già molto apprezzata durante la rassegna, che incontra ancora grandi problemi per la distribuzione nelle sale.

Ne ho parlato a cena con il regista Angelo Antonucci, che mi ha raccontato che tutto è partito da un vero suicidio di una giovane studentessa, accaduto ad Ischia. Una denuncia sentita, dunque, e sincera, che veicoliamo, con convinzione, alla vostra attenzione.

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Si tratta della pellicola è “Nient’alto che noi” del regista Angelo Antonucci premiato con gli attori Claudio Botosso, Antonella Ponziani e l’intramontabile Philippe Leroy.

Massimo Iaboni, Fabrizio Montiroli premiano con il Mirto d'oro Philippe Leroy

L’attore francese, con charme e discrezione, ha mostrato tutto il suo infinito stile, riuscendo a catalizzare l’attenzione del pubblico, senza, tuttavia, togliere la scena ai colleghi.

Timido, dolce ed amabile, quando ha dichiarato con assoluto candore: “Sono il francese vagabondo del cinema italiano da 45 anni, con la sua erre moscia, felice che adesso tutti lo chiamate Philippe”.

Mirto d’oro dopo il Globo d’oro per la migliore opera prima anche per Umberto Carteni regista del film “Diverso da chi ?”, sul palco di Massimo Iaboni e Sarah Maestri con l’attore reatino Paolo Fosso.

Mirti d’oro anche alla bravissima Chiara Noschese per “Questione di cuore” di Francesca Archibugi.

Martina Pinto per “Ex” di Fausto Brizzi. Qui la nostra analisi al film.

Valentina-lodovini

Valentina Lodovini, da noi molto apprezzata sia perché è stata l’unica a ringraziare per l’organizzazione della serata, e sia per la toccante interpretazione nel ruolo di fidanzata di Libero de Rienzo alias Giancarlo Siani nel film di Marco Risi: Fortapaàsc, e Alessandro Tiberi per “Generazione 1000 euro” di Massimo Venier, (dove recita anche Carolina Crescentini).

masimo-bonetti

Riconoscimenti, infine, agli attori Massimo Bonetti che ha annunciato il suo primo film da regista, Andrea De Rosa che ne è lo sceneggiatore.

Francesco Scali

Francesco Scali, simpaticissimo e scatenatissimo, per la fiction “Don Matteo”. Lo vogliamo presto su un set cinematografico.

Al regista de “La SquadraGianni Leacche, regista anche di “Pietralata“, un film proiettato l’anno scorso alla rassegna, e che speriamo prima o poi di riuscire a vedere anche noi.

Dulcis in fundo – alcuni (ulteriori e doverosi) ringraziamenti

PRIARONE

Massimo Iaboni ha consegnato un «Mirto d’oro» a Cristina Priarone, della Roma e Lazio Film Commission, e noi sosteniamo questo premio e sollecitiamo, ulteriormente, l’impegno di persone così competenti, e così affini a noi.

Il gradito invito alla serata della consegna dei premi

Lo ribadiamo ancora una volta, un grazie grande ed affettuoso agli oramai amici Massimo Iaboni, Fabrizio Montiroli, Fabio Refrigeri e Bruno Sciarra, che ogni anno si sacrificano in mille modi per la diffusione della cultura del linguaggio audiovisivo, senza avere grandi aiuti dalle strutture competenti, in eventi come questo che, e mi ripeto, costituiscono il segnale più autentico e tangibile di quanto sia ancora importante proiettare e premiare il cinema italiano.

Un grazie speciale a Giuseppe Rinaldi, assessore alla cultura della Provincia di Rieti, che si è da sempre, anche da Sindaco di Poggio Mirteto fino a quando lo è stato, battuto per questa rassegna.

Ed uno conclusivo a Patrizia Renzetti, che tanto fa per la diffusione della conoscenza degli eventi della Sabina, un esempio: qui.

Grazie, amici, ci vediamo l’anno prossimo.

Links

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I film in uscita dal 27 febbraio 2009

Giulia non esce la sera, forse per via di una siciliana ribelle … o un onda di nazismo glielo impedirà?

Non lo so cosa consigliarvi.

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una-scena-del-film-la-siciliana-ribelle
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I film italiani, per una volta, andranno meglio di quelli tedeschi e americani?

Non lo so.

Anzi si.

Certo che lo so.

Cinemavistodame2, la migliore contro-informazione cinefila del giovedì del web, è on line.

Non farti fregare. Clicca sul nuovo numero più severo e imparziale che mai.

Abbiamo diritto ad una scelta consapevole.

Rapporto Confidenziale – numerodieci (dicembre 2008)

Continua la mia collaborazione con la rivista

Rapporto Confidenziale

Rapporto Confidenziale

rivista digitale di cultura cinematografica
da un’esigenza di
Alessio Galbiati
e Roberto Rippa

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EDITORIALE di Roberto Rippa
Numerodieci. In realtà dodicesima uscita per Rapporto confidenziale, compreso il numerozero e il numero speciale dedicato allo scorso Festival internazionale del film di Locarno. In dodici mesi.

Senza farla troppo lunga, questo è il nostro primo compleanno.

In queste occasioni, uno vorrebbe non ritrovarsi a scrivere cose che pronuncerebbe un o una qualsiasi nuovo/a cantante R&B ritirando un Grammy (avete presente i: “Ringrazio Dio per il dono della voce”? Ecco, appunto) o una Miss Italia appena eletta, ma evidentemente non si scappa, sono le celebrazioni – per quanto non troppo insistite da queste parti – a chiamare la banalità. E quindi, malgrado la dose massiccia di Herschell Gordon Lewis assunta prima di mettermi davanti allo schermo…

…modalità commozione ON

Era il novembre dello scorso anno quando Alessio ed io ci trovammo a parlare per la prima volta di quello che sarebbe poi diventato Rapporto confidenziale..

Sembrava un’idea aleatoria, su cui comunque ponderare e discutere lungamente, ma, appena due settimane dopo, in dicembre appunto, il numerozero era già disponibile. Da allora ne abbiamo pubblicati dodici. Tutti, più o meno, come li avremmo voluti (con la necessaria evoluzione tra i primi e questo) e tutti sempre liberi, indipendenti e gratuiti come avevamo deciso inizialmente.

Molte cose sono cambiate in quest anno: alcuni collaboratori sono passati fugacemente, altri si sono aggiunti e hanno scelto di restare, la mira è stata aggiustata più volte e ancora non è finita.

Già, perché Rapporto confidenziale è un progetto sempre in corsa: finito un numero si lavora già a quello seguente, e spesso non è esattamente una passeggiata di salute.

Le ambizioni sono molte, le stesse iniziali, quella di proporre la rivista che vorremmo leggere se non la facessimo noi, una rivista che tratta senza barriere del cinema che ci piace, con la massima libertà di scelta sui temi da pubblicare, innanzitutto. Ma se ne aggiungono altre: quella di diffondere più e meglio la rivista e quella di promuovere sempre di più la collaborazione tra chi scrive, per citarne due. Non solo, ci sono progetti che riguardano anche l’uscire dalle pagine della rivista – come abbiamo già fatto lo scorso mese, con la presentazione in anteprima del bellissimo Sisifo con Daniele Coluccini, Matteo Botrugno e Andrea Esposito – ma di questo parleremo presto.

Sarebbe lungo elencare i motivi di enorme soddisfazione di questi ultimi dodici mesi, ne cito quindi solo alcuni: la presenza di molti fedeli collaboratori, i festival cinematografici che ci hanno accreditati riconoscendo il progetto, il Volcano Film Festival che ci ha scelti come referenti per la stampa, la tesi universitaria scritta sulla rivista da Raffaele Marco della Monica…

Ultimo, non per importanza, quello di essere entrati in contatto con tante persone interessanti, e non mi riferisco solo a coloro che scrivono per la rivista.

Un ringraziamento particolare però va ad Alessio, il cui entusiasmo (nonché l’impressionante capacità di non staccarsi dal computer anche per 48 ore di seguito quando la data prevista per la pubblicazione va rispettata contro ogni logica), quello che ci permette da un anno di uscire ogni mese con numeri talvolta dalle dimensioni titaniche e dall’aspetto grafico sempre più curato, è stato e rimane fondamentale per questa rivista.

modalità commozione OFF

Talvolta noi peniamo parecchio per rispettare l’uscita mensile, toccava a noi, questa volta, infliggere una pena a voi. Ecco quindi lo speciale su L’uomo lupo contro la camorra.

A gennaio e buona lettura.

>>>

SOMMARIO DEL NUMERO 10
04 La copertina. ilcanediPavlov!
05 Editoriale di Roberto Rippa
06 LO SCHERMO NEGATO. White Dog. Il film scomparso di Samuel Fuller di Roberto Rippa
08 Samuel Michael Fuller di Roberto Rippa
10 Il viaggio di McCarthy nella fu Land of Opportunity di Emanuele Palomba
12 Oltre il grottesco. Appunti sul cinema breve di Flavia Mastrella e Antonio Rezza di Ivan Talarico
14 Chat con Eugenio Cappuccio sul cinema digitale e altre utopie tipo fare un figlio di Roberto Bernabò
16 SPECIALE. La croce dalle sette pietre
Lingua di Celluloide. Satana e Camorra cineparole di Ugo Perri 17
L’uomo lupo contro Gomorra. La croce dalle sette pietre di Marco Antonio Andolfi tra mito e realtà di Roberto Rippa 18
Le 6 sequenze chiave de “La croce dalle sette pietre” di Roberto Rippa 20
Riassumendo MarcoAntonio Andolfi. Intervista a Marco Antonio Andolfi di Luca Ruocco 21
Riecco Aborym. Eddy Endolf è tornato: Il tormento senza fine di un innocente dagli occhi verdi di Luca Ruocco 23
Discutendo con Marco Antonio Andolfi [Eddy Endolf] dell’importanza di avere uno pseudonimo e delle molteplici forme del demonio di Luca Ruocco 23
26 Antonio Martino. Lo Stalker Riflessivo di Alessio Galbiati
Antonio Martino. bio-filografia 34
36 La morte risale a ieri sera. I milanesi ammazzano al sabato di Francesco Moriconi
37 Jean-Claude Van Damme di Alessandra Cavisi
38 The Brood di Samuele Lanzarotti
39 Stefano Simone di Roberto Rippa
Tredici domande a Stefano Simone di Roberto Rippa 41
42 cinemautonome
43 indice filmografico
46 arretrati

>>>

Rapporto Confidenziale – rivista digitale di cultura cinematografica

numerodieci (dicembre 2008)

GRATUITA, LIBERA e INDIPENDENTE !!!

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ANTEPRIMA

Leggetela ma sopratutto diffondetela e distribuitela in rete.

Grazie.

Rob.

Cinema (italiano) e Distribuzione

Due notizie a confronto

Sottotitolo: Le verità evidenti sul cinema italiano

Storie di Cinema: due i vincitori
Alla kermesse trionfano “Pa-ra-da” e “Billo – Le grand Dakhar”

(Via ANSA) – GROSSETO, 1 DIC - “Pa-ra-da” di Marco Pontecorvo e “Billo-Le grand Dakhar” di Laura Muscardin sono i film vincitori della diciassettesima edizione di Storie di cinema. Al film di Pontecorvo il riconoscimento del pubblico e della giuria di studenti. Miglior sceneggiatura invece per “Billo-Le grand Dakhar”. Il festival e’ stato organizzato dal regista Francesco Falaschi e dall’associazione Nickelodeon. Cosa strana (n.d.r.) le due pellicole sono entrambe uscite nelle sale italiane il 19 settembre 2008.

§§§

Medusa vince stagione distributori

Società Mediaset migliora di 0,7% il primato dell’anno scorso

(Via ANSA) – ROMA, 1 DIC – Medusa Film vince, anche quest’anno, la stagione cinematografica.
Nella classifica dei distributori secondo Universal e terzo 01 Distribution.
La societa’ del gruppo Mediaset nella stagione 2007-08 ha totalizzato, secondo Cinetel, 105.991.998 euro per una quota di mercato del 17,8 %, superiore dello 0,7% rispetto al 2006-07.

Per Universal 104.574.350 euro e 17.5% di quota.

logo01distribution

Mentre 01 Distribution ha incassato 74.270.224 euro e 12,4% di quota mercato.

§§§

Commento

Nella prima noto, con un certo stupore positivo, che due pellicole, probabilmente diverse dalle altre, si sono contese un premio magari secondario, ma sicuramente controcorrente.
L’altra è invece una notizia scontata.

Di fatto in Italia esiste un duopolio della Distribuzione.

Una delle due società, la Medusa, è collegata alla Mediaset.

L’altra, la 01 Distribution alla Rai.

Cosa unisce le due notizie?

Mentre il primo film premiato a Grosseto, “Pa-ra-da” di Marco Pontecorvo, si, si, proprio (guarda caso) il figlio di Gillo Pontecorvo, è distribuito dalla 01 Distribution, la seconda, “Billo-Le grand Dakhar”, è distribuito dalla Achab Film, anche se la produzione della pellicola è italo-senegalese e la regista (e sceneggiatrice) è italiana ed è Laura Muscardin.

Vi lascio la sua filmografia:

muscardin

FILMS 2008
BILLO, LE GRAND DAKHAAR by Laura Muscardin

FILMS 2001

DAYS by Laura Muscardin

DOCUMENTARI

CHILDREN OF ROME, OPEN CITY by Laura Muscardin
Baci da Roma (2000) documentario/documentary
Variazioni su Casanova (1999) documentario/documentary
Carla si è chiusa in bagno (1999) corto/short
The taxiayer (1999) corto/short
Il Cuore (1998) corto/short
Vernichtung Baby (1996) documentario/documentary
Charlie e il serpente (1996) corto/short
Tea on the set (1995) documentario/documentary
Black Taxi (1993) documentario/documentary

§§§

Lascio a voi le conclusioni che a me paiono più che ovvie.

Links

Link al mio post di la’ qui.
Link ad EuropeanFilms.net qui.

I film in uscita dal 27 giugno 2008

Russo russo, o russo italiano?

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Scoprilo solo su cinemavistodame2, l’unico blog che non parla il russo ma che lo capisce lo stesso.

Cinemavistodame2 è sempre dove tu lo vuoi. Clicca.

E dal 2 luglio?

Wanted :: Trailer from ::We Love Moo:: on Vimeo.

Esce oggi “Il Divo” – di Paolo Sorrentino (2008)

Esce oggi "Il Divo" – di Paolo Sorrentino (2008)

In 340 sale distribuito dalla Lucky Red



Il regista: ho gia’ ascoltato dietrologie di bassa lega

Il Divo di Paolo Sorrentino, fresco vincitore del premio della giuria a Cannes, esce oggi in Italia in 340 copie, distribuito da Lucky Red.

Il regista definisce la sua opera un film per i giovani e oggi l’ha presentata a Roma dicendo di aver gia’ ascoltato "dietrologie di bassa lega", che non è un movimento politico del Sud Italia (ho fatto la battuta), su un film che sarebbe, a seconda dei casi, troppo duro o troppo morbido.

"Siccome ho fatto un film anche sul teatrino della politica – ha detto il regista partenopeo – spero che il teatrino non si ripeta anche nei commenti sul Divo".

Il Divo

titolo originale: Il Divo
nazione: Italia
anno: 2008
regia: Paolo Sorrentino
genere: Biografico
durata: 110 min.
distribuzione: Lucky Red Distribuzione
cast: T. Servillo (Giulio Andreotti) • A. Bonaiuto (Livia Andreotti) • G. Bosetti (Eugenio Scalfari) • F. Bucci (Franco Evangelisti) • P. Graziosi (Aldo Moro) • C. Buccirosso (Paolo Cirino Pomicino) • G. Colangeli (Salvo Lima) • A. Ralli (Giuseppe Ciarrapico) • M. Popolizio (Vittorio Sbardella) • G. Imparato (Vincenzo Scotti) • G. Vettorazzo (Magistrato Scarpinato)
sceneggiatura: P. Sorrentino
musiche: T. Teardo
fotografia: L. Bigazzi
montaggio: C. Travagliolo

Trama: A Roma, all’alba, quando tutti dormono, c’è un uomo che non dorme. Quell’uomo si chiama Giulio Andreotti. Non dorme perché deve lavorare, scrivere libri, fare vita mondana e, in ultima analisi, pregare. Pacato, sornione, imperscrutabile, Andreotti è il potere in Italia da quattro decenni. Agli inizi degli anni novanta, senza arroganza e senza umiltà, immobile e sussurrante, ambiguo e rassicurante, avanza inarrestabile verso il settimo mandato come Presidente del Consiglio. Alla soglia dei settant’anni, Andreotti è un gerontocrate che, equipaggiato come Dio, non teme nessuno e non sa cosa sia il timore reverenziale.

Commento prima della visione: Ok, non faccio fatica ad ammetterlo. Attendo con ansia questo film che in concorso al Festival di Cannes, si è aggiudicato il gran premio della giuria che voglio dire sono cose. Un po’ perché Paolo Sorrentino è un regista napoletano, come me, che mi sembra quasi più essere un amico di famiglia, mi si perdoni la citazione involontaria della sua opera, che un regista di talento qual’è, un po’ perché in questo film una mia cugina, Marcella Libonati, gli ha fatto d’assistente alla regia, ed un po’ perché è da tempo che seguo le vicende di questo film. La prova è qui.

In una intervista a “La venticinquesima ora” Paolo ha confessato che una delle ragioni per cui da sempre ha avuto l’intenzione di girare un film su Giulio Andreotti (prova ne sia, tra mito e leggenda metropolitana, che uno dei suoi primi soggetti mai realizzati per un cortometraggio era incentrato proprio sul politico italiano più discusso sotto più profili, e che la causa principale di tale mancata realizzazione consisté nel non riuscire a ricreare le orecchie del senatore a vita) è il fatto che una sua parente, pare, gli assomigliasse così tanto che tutte le volte che si recavano in visita da lei, nella sua famiglia si dissertasse poi a lungo, una volta tornati a casa, di quanto incredibilmente questa zia gli somigliasse.

La verità però è (anche) un’altra, aldilà delle fascinazioni adolescenziali del regista.

Ed è che Guilio Andreotti, forse più di molti altri politici italiani, ha rappresentato un’icona della gestione del potere nel nostro paese per oltre quarant’anni. Eh Silvio, ne devi magiare di biada …

Ad interpretare il Divo Andreotti il recente Premio David di Donatello Tony Servillo, che ritorna a svolgere la sua collaborazione, assai proficua, con il regista, e che è d’annoverare tra gli attori anche dell’altro film italiano in concorso e premiato a Cannes: Gomorra di Matteo Garrone, trasposizione dal letterario al filmico dell’omonimo libro shock di Roberto Saviano, che ha anche collaborato alla sceneggiatura.

Tornando al Divo ho visto qualche foto sul sito ufficiale e del film e credo che Servillo, un attore che personalmente amo molto, si sia davvero superato in quanto ad immedesimazione nel personaggio.

Insomma, per ora, quattro stars aprioristiche, curiose ed impazienti.

Entro stasera su cinemavistodame2 le altre uscite del fine settimana.

Poi partenza per Cernobbio dove rimarrò fino a venerdì.

Un baiser, s’il vous plaît – Emmanuel Mouret

   Un baiser, s’il vous plaît - Emmanuel Mouret

Un baiser, s’il vous plaît!

Titolo italiano: Solo un bacio per favore
Nazione: Francia
Anno: 2007
Regia: Emmanuel Mouret
Genere: Commedia
Durata: 97 min.
Distribuzione: Officine Ubu
Sito ufficiale: http://www.tfmdistribution.com/unbaisersilvousplait/  
Cast: E. Mouret (Nicolas) • V. Ledoyen (Judith ) • M. Cohen (Gabriel) • J. Gayet (Emilie) • S. Accorsi (Claudio)
Sceneggiatura: E. Mouret
Fotografia: L. Dismet
Montaggio: M. Salomon
Uscita nelle sale italiane: 9 Maggio 2008

Trama: Quando Gabriel e Emilie si incontrano, per puro caso, non immaginano che quello sarà l’inizio di una lunga storia. Con una serie di scuse banali Gabriel convince Emilie a passare la serata insieme e quando le chiede un bacio, lei lo rifiuta. Per spiegare i motivi del suo "no" Emilie comincia a raccontare la storia dei suoi amici Nicolas e Judith e di quello che ha comportato il loro primo, innocente bacio. Una reazione a catena con conseguenze imprevedibili.

Trailer in lingua originale

Trailer doppiato in italiano

 

Un film da anticipare, ma anche no eh intendiamoci, per la fiducia che, personalmente, ripongo nelle Officine UBU, nonostante la presenza di Stefano Accorsi ;)

Domani … ehm … cioè oggi è in anteprima presso il cinema Apollo – Galleria de Cristoforis, 3  Milano.

Se dovessero replicare l’anteprima anche a Roma vi saprò dire meglio …

Cin Cin Cinema dal 1 al 30 aprile

   Cin Cin Cinema 2008

Poi dice che Veltroni non è un bravo sindaco dice.

3 €rui il pomeriggio e 5 la sera.

Ma chi è che riesce ad andare il pomeriggio?

Va beh comunque le sale che aderiscono sono qui.

Il link al progetto è qui.

Sempre meglio di un calcio nei denti, no?

Vogliamo anche le rose di Alina Marazzi – analisi di eventi, esistenti e linguaggio audivisivo

Vogliamo anche le rose - di Alina Marazzi

analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo

Alina Marazzi

La ri-lettura poetica dell’emancipazione femminile e della rivoluzione sessuale in Italiaa cura di Roberto Bernabo’

Montaggio: Ilaria Fraioli
Producer: Gaia Giani
Sound designing: Benni Atria
Montaggio del suono: Francesca Genevois
Animazione e titoli: Cristina Diana Seresini
Musiche originali: Ronin
Voce diari: Anita Caprioli, Teresa Saponangelo, Valentina Carnelutti
Supervisione ai testi: Silvia Ballestra
Ricerca immagini d’archivio: Ricardo Lacché, Annamaria Licciardello
Consulente storico: Diego Giachetti
Fotografie di repertorio: Paola Agosti
Missaggio: Paolo Segat
Editor Musicale: Painé Cuadrelli
Consulenza musicale brani di repertorio: Mauro Ermanno Giovanardi
I materiali del film: I diari di Anita, Teresa e Valentina provengono dalla Fondazione Archivio Diaristico Nazionale Pieve Santo Stefano.
Sito ufficiale: www.vogliamoanchelerose.it


Film d’autore:

  • "X chiama Y" di Mario Masini
  • "Anna" e "Festival del proletariato giovanile al Parco Lambro" di Alberto Grifi
  • "Se l’inconscio si ribella" di Alfredo Leonardi
  • "D – non diversi giorni.." di Anna Lajolo e Guido Lombardi
  • "Il piacere del testo", "Il filo del desiderio", "Ciclo continuo", "Bagagli" di Adriana Monti animazioni di Giulio Cingoli – Studio Orti
  • "Curiosità" e "La ragazza ideale" di Nino e Alfredo Pagot
  • "Cenerentola" di Pino Zac
  • "L’amore in Italia" di Luigi Comencini

Altri repertori da:

  • Archivio filmati storici Studio Moro
  • Cineteca di Bologna
  • Fondazione Cineteca Italiana
  • Archivio privato Ranuccio Sodi, Show Biz, Milano
  • Cinefiat, Torino
  • Aamod
  • Teche Rai – Rai Trade
  • Cineteca del Friuli
  • Cineteca Nazionale
  • Fondo privato Franca Zacchei
  • Fondo privato Clelia Pallotta
  • Fondo privato Famiglia Summaria
  • Fondo privato Anna Bottesini
  • Fondo privato Giorgio Magister
Come vivono le loro relazioni affettive, l’amore, la maternità? Di quanto esigeva il celebre slogan "Vogliamo il pane, ma anche le rose", con cui nel 1912 le operaie tessili marcarono con originalità la loro partecipazione a uno sciopero di settimane nel Massachusetts, forse il necessario, il pane, è oggi dato per acquisito. Ma le donne si sono battute per un mondo che desse spazio anche alla poesia delle rose. Ed è una battaglia più che mai attuale.
Alina Marazzi



1. Premessa

Come sempre faccio quando mi voglio fare un’idea precisa di un’opera cinematografica di un/una regista che apprezzo il mio sforzo è cercare di non leggere niente afferente al film. Niente sinossi, niente recensioni, non parlare con nessuno che abbia già visto il film. Perché, mi dico, devo essere scevro da qualsiasi condizionamento.

Magari certe volte, lo ammetto, è un approccio eccessivamente maniacale.

Ma nel caso del film di Alina Marazzi "Vogliamo anche le rose" è stato invece molto importante per cogliere, durante la visione della pellicola avvenuta al cinema Alcazar di Trastevere a Roma – che ho scoperto stasera essere di proprietà della direttrice della LuckyRed, che sentitamente ringrazio per il rigore della programmazione artistica della sala, che cura lei stessa in prima persona – molte delle cose che tenterò di restituire in questo post.

E che sono tutte attinenti naturalmente lo specifico filmico di Alina Marazzi, regista che conosco molto bene causa un innamoramento, quasi morboso, verso la pellicola "Un’ora sola ti vorrei" e precisamente:

Eventi ed esistenti:

  • Accuratezza nella raccolta della documentazione e nell’analisi e selezione del frutto della ricerca
  • Ri-lettura poetica
  • Lasciare poeticamente la parola alla documentazione

Linguaggio audiovisivo:

  • La congiunzione formale e cronologica ad "Un’ora sola ti vorrei"
  • L’importanza del sonoro nel montare i super8 al cinema
  • Un linguaggio filmico psicoanlitico, emozionale che ricrea le sensazioni del caleidoscopio ed al tempo stesso del mosaico

Conclusioni

2. Eventi ed esistenti
   2.1 Accuratezza nella raccolta della documentazione e nell’analisi e selezione del frutto della ricerca

La prima cosa che ho pensato vedendo questo film è che Alina ha una cura veramente assai notevole e sensibile e quasi maniacale nella raccolta dei materiali frutto della ricerca che lo stile documentarista delle sue opere esige.

Ma seppure Alina si avvale, come ho messo in evidenza nell’ampia raccolta dei collaboratori di questo film, di bravissimi ricercatori, è evidente che i reperti da questi raccolti vengono poi da lei letteralmente passati al setaccio.

Qui mi viene in mente André Bazin – il fondatore della celeberrima rivista "Les cahiers du cinéma" – quando diceva che la realtà, da sola, non ha alcun senso. Ciò che da un senso, una prospettiva storica agli eventi, che si limitano ad accadere, è appunto lo storico e, più di lui, il documentarista.

Il documentarista seleziona, taglia, accosta, separa, raccorda, crea assonanze e dissonanze. Costruisce insomma. Un documentario, in genere, è un’opera di lenta costruzione proprio come quella dell’amore cantato da Ivano Fossati nella sua celebre ballata.

Ecco una cosa che ammiro in Alina è l’assoluta mancanza di fretta nel costruire i suoi mediometraggi, mancanza di fretta che suggella, invece, la qualità che emerge in ogni frammento della pellicola. Uno stile che potremmo definire slow film. In questo caso il lavoro di ricerca e di montaggio è durato ben due anni, per dire.

   2.2. Ri-lettura poetica

Mentre assistevo alla proiezione di "Vogliamo anche le rose" mi sono venute in mente due parole. Ri-lettura e poesia. Che rissunte in un unico concetto diventano: ri-lettura poetica.

Ri-lettura

Nessun altro termine è, a mio parere, più appropriato per descrivere il senso della storia degli esistenti narrati nel film

I tre racconti dei tre personaggi cornice di Anita, Teresa e Valentina, progressivi nel tempo, sono, infatti, tratti dai loro diari, messi a disposizione di Alina dalla Fondazione Archivio Diaristico Nazionale Pieve Santo Stefano.

E le voci narranti fuori campo delle attrici che le impersonano, quelle di: Anita Caprioli, Teresa Saponangelo, Valentina Carnelutti, che probabilmente sono le stesse autrici dei testi, vista l’identicità dei nomi, non fanno altro che, appunto, ri-leggere i loro diari.

E già in questa prima accezione del termine ri-lettura, quasi letterale, mi viene in mente, peraltro, un collegamento che mette in una relazione di contiguità il diario, la forma diaristica scritta, e la forma filmica del documentario. Ne accennai già in occasione del reading di Nanni Moretti del diario di Caro Diario a cui assistetti al cinema Nuovo Sacher di Roma in occasione della nuova uscita nelle sale della sua pellicola Ecce Bombo. Qui il post che scrissi per l’occasione.

Come sostiene, infatti, Duccio Demetrio (ordinario di Filosofia dell’educazione all’Università di Milano-Bicocca e autore di testi sul ruolo formativo dei diari), la scrittura diaristica aiuta a fare chiarezza dentro di sé, perché induce a riflettere sul proprio mondo interiore, rende più ordinati e precisi i pensieri.

La vera azione demiurgica è quella che il diarista, compie analizzando criticamente anche se stesso. E’ l’azione maieutiuca che deriva dal guardare se stessi e la propria vita, e la propria opera esistenziale, da un’angolazione diversa, la vera rivoluzione esperenziale che consente all’individuo diarista una crescita che muove le più profonde azioni evolutive.

E se questo vale per la scrittura, vale, probabilmente elevato a potenza, per la sua ri-lettura in chiave filmico documentarista.

Forse è anche così che si diventa intellettuali.

Ed, in questa seconda accezione, il termine ri-lettura deve anche essere considerato quale tramite tra gli eventi di circa quaranta e cinquanta anni fa, la loro riproposizione nelle immagini che Alina ha selezionato, ed il significato che quelle stesse immagini, quelle stesse parole hanno oggi.

Ed è probabilmente questa seconda ri-lettura che ha mosso le intenzioni di Alina Marazzi, anche in considerazione della contiguità che le stesse hanno con l’ipotetico prosieguo della vita di sua madre.

Ed anche in questa pellicola questa complessa opera di recupero e di documentazione viene svolta con molta discrezione, cercando solo di far parlare le parole e le immagini, senza suggerire, necessariamente, una posizione, ma aiutandola, semmai, a venire fuori per quella che è, dal punto di vista emotivo, proprio grazie alle integrazioni visive e sonore degli inserti aggiunti da Alina e montati, con la maestria che avevamo già apprezzato in "Un ora sola ti vorrei", dalla bravissima Ilaria Fraioli.
 
Poetica



In questo collage che Alina fa delle tre storie, inframezza il racconto, che è quasi un sottofondo prevalentemente sonoro, con immagini di repertorio amatoriali (in super8), televisive, fatte ad esempio di:

  • scontri tra donne e la polizia a Roma a Campo dé Fiori nel 1972,
  • pubblicità vintage introvabili, frutto, probabilmente, delle ricerche nelle teche RAI, di reperti tratti dalla visione istituzionale degli archivi della televisione di Stato,
  • testimonianze messe a disposizione dal Centro di documentazione Operaia di Roma, dove troviamo, anche lì, una verità istituzionale altra, magari complementare, dove sogno un giorno di avere accesso personalmente;


  • e ancora di un fotoromanzo con Paola Pitagora dell’epoca, molto pertinente ai fatti narrati del film,
  • cartoni animati e fumetti,

ed è proprio in questa ricca e variegata e creativa componente, che il mediometraggio sprigiona, a mio avviso, in maniera assai potente, la sua straordinaria valenza poetica

Valenza non narrata banalmente con dei versi, con le parole, ma, molto più semplicemente, attraverso appunto un’accurata ri-creazione di un’atmosfera storica che appena denunzia uno spleen vagamente crepuscolare, ma torneremo su questo.

   2.2. Lasciare poeticamente la parola alla documentazione

I  fatti narrati descrivono, e mi rendo conto solo ora di non averlo ancora detto, i 20 anni che hanno determinato l’emancipazione delle donne in Italia e la loro lenta e progressiva conquista della parità con l’uomo, nonché quella che è passata alla storia come la "rivoluzione sessuale".

 

Con tutti questi inserti, questa scelta delle immagini che accompagnano il racconto o che lo spezzano, Alina trasla la narrazione soprattutto filmica, su un piano visivo che richiama i concetti di:

  • visione onirica,
  • introspezione psicoanalitica,
  • ri-lettura poetica appunto.

Un collage delicato, rappresentato con cura ed amore per "il senso emotivo della verità", si credo che esista una verità emotiva che solo le immagini possono evocare assai più delle parole.

Un film decisamente intimista come lo era "Un’ora sola ti vorrei", poeticamente declinato al femminile, non a caso è uscito nelle sale il giorno prima l’8 marzo, in cui, però, non c’è spazio per una proposizione di una verità altra, che non sia quella che solo lo spettatore può farsi durante le sensazioni e le emozioni che individualmente vive durante la proiezione della pellicola.


Non vi è, cioè, alcun tentativo d’indottrinamento, se non quello di condividere la prospettiva di chi documenta. Quasi come se lo spettatore fosse più parte di chi documenta che di coloro che sono intervistati.

Prospettiva, che lascia, peraltro, magari proprio per questo, un interrogativo che credo tutti coloro che, come me, hanno in parte vissuto quegli anni, si sono posti durante il film: "Cosa è diventato (o dove è andato a finire) oggi, tutto quel patrimonio di lotte, di conquiste fatte da quelle donne, di cui le tre citate non sono che un emblema, dal loro coraggio, dalle loro visioni anticipatrici?

Una su tutte è quella del racconto dell’aborto di Anita che arriva, ad esempio, in tutta la sua crudezza ma, al tempo stesso, in tutto il suo contenuto ideologico e di presa di coscienza, probabilmente evocativa di certe scelte legislative.

Domanda alla quale, volutamente, non mi rispondo perché il senso del film è, semmai, più porre interrogativi, che fornire risposte.

3. Esistenti
   3.1. La congiunzione formale e cronologica ad "Un’ora sola ti vorrei"



Gli eventi del film, curiosamente, come la stessa regista ha spiegato, partono proprio dagli anni successivi alla morte della madre Lisely Hoeply, quasi a riprendere le fila di un discorso interrottosi con la fine di quel primo film, come se Alina volesse ulteriormente indagare il mondo in cui la madre avrebbe potuto vivere.

Proprio come "In un ora sola ti vorrei" si parte dalla ricerca di un punto di vista individuale.

Non necessariamente, in questo caso, totalmente emblematico, ma è proprio in questa visione sofferta degli esistenti, scelti da Alina per descrivere quegli anni, che intravedo una sorta di analogia tra questi e la Lisely di "Un’ora sola ti vorrei".

Una supposizione ovvio, ma non tanto peregrina, considerando l’enorme quantità di materiale supervisionato dalla regista.

Quasi come se Alina avesse cercato testimonianze tormentate di quegli anni, che invero racchiusero anche molta spensieratezza e gioia, e qui si ritorna sul piano onirico e psicoanalitico del film, per leggere in quelle storie, non svelata, l’anima della madre morta suicida, l’ipotesi di un suo personale possibile percorso esistenziale altro.

La Lisely Hoeply del film "Un’ora sola ti vorrei", infatti, ci apparve come una donna ribelle, refrattaria alla mentalità borghese, proprio come le tre donne di questa nuova opera.

   3.2. L’importanza del sonoro nel montare i super8 al cinema

Merito frequentemente poco visibile allo spettatore è inoltre l’opera di costruzione di una traccia sonora completamente assente ad esempio in tutti i reperti amatoriali girati in super8 ed invece montati unitamente a rumori ed inserti sonori che solo uno spettatore attento e competente intuisce come aggiunte.

La coerenza complessiva dell’output e la restituzione di questa chiave onirica che ho citato nel post è molto legata a questa opzione sonora nel visivo. Quasi come se la realtà della ri-lettura di Alina fosse racchiusa, anche, in quello che ascoltiamo durante l’opera della visione.

Un’operazione quasi alchemica che aggiunge, che penetra, che integra e completa una verità girata molti anni prima con sonorità postume, ma al tempo stesso autentiche rispetto al senso delle immagini. E qui ritengo che il merito debba essere condiviso con la bravissima montatrice del suono: Francesca Genevois.

In questo specifico aspetto l’opera va considerata come espressione di un’eccellenza assoluta di questa meta competenza comunicativa, anche questa caratterizzante uno degli elementi dello specifico filmico della regista milanese, e che suggella la grande cura per il particolare e la raffinata sensibilità artistica di un’autrice che ritengo, a questo punto, assolutamente da seguire nell’evoluzione di questo suo personalissimo percorso.

E mi fa piacere riferirmi anche, in questo contesto, alle scelte svolte per l’accuratissima colonna sonora.

Personalmente ho molto apprezzato la citazione di Ennio Morricone e Joan Beatz di Here’s to you tratta dal celeberrimo film sui due anarchici Sacco e Vanzetti: peraltro in una versione instrumental, tratta dalla colonna originale del film, senza parole che io invece voglio ricordare:

Here’s to you Nicola and Bart
Rest forever here in our hearts
The last and final moment is yours
That agony is your triumph!

   3.3. Un linguaggio filmico psicoanlitico, emozionale che ricrea le sensazioni del caleidoscopio ed al tempo stesso del mosaico

Mi rendo conto che molto ho già detto riguardo le chiavi oniriche psicoanalitiche che affiorano nella pellicola, anche aldilà dei riferimenti espliciti alle psicoterapie di gruppo o alle sequenze che documentano alcuni gruppi di auto-coscienza, tipici degli anni della narrazione.

Faccio riferimento al caleidoscopio per l’effetto percettivo che creano:

  • l’alternanza d’immagini in bianco nero con quelle a colori,
  • altri elementi della componente visiva del film, come semplicemente il loro variare,
  • alcune immagine ferme come quelle che impressionano foto o quadri.

Tutto questo continuo movimento visivo, infatti, mi ha ricondotto alla mente il caleidoscopio con il quale si gioca da bambini, dove basta girare lo strumento e guardare dentro il buchino per vedere una forma sempre diversa frutto della composizione a specchi della stessa.

E che cos’è un questo documentario se non uno specchio, coloratissimo, di una parte di una verità.

Il riferimento al mosaico è invece afferente a quella componente di progressiva costruzione intellettuale che riconosco come un’abilità specifica del cinema di Alina Marazzi.

La sue sono pellicole di testa e di cuore, ed il risultato finale del film, quando scorrono gli interventi legislativi frutto di quelle contestazioni, di quelle ribellioni, di quelle sofferenze, di quelle visioni anticipatrici dei tempi, sono la parte più intellettuale del film nella piena accezione del termine.

E tutte le sequenze cui abbiamo assistito diventano come tanti tasselli di un unico onirico mosaico che Alina ha composto per noi.

Un mosaico che, proprio come l’opera d’arte che suggerisce, non si propone di esaurire il tema ma esclusivamente di evocarlo poeticamente appunto.

4. Conclusioni

Concludo dicendo che Alina Marazzi è, a mio modo di vedere, l’inventrice di un genere che è sicuramente basato sul documentario, al quale però la regista milanese aggiunge, più ed oltre la ricerca di una verità, una personalissima chiave emotiva, in parte anche scorrelata da tale ricerca ed, al tempo stesso, intimamente evocativa della stessa.

E’ forse questa sua faziosità personale - che affonda le radici nella sua travagliata crescita ed evoluzione psichica, molto legata agli eventi drammatici che l’hanno formata, e collegata, di conseguenza, al suo punto di vista emozionale che si trasferisce, quasi come in un transfert, al point of concentration dei suoi esistenti, faziosità sempre necessaria, intendiamoci, al documentarista che deve, per esigenza, dare una prospettiva di parte agli eventi, come ricordava il già citato André Bazin - che caratterizza il cinema di Alina Marazzi, che si sostanzia in una ricerca, non solo e non tanto, di una prospettiva storica, quanto, piuttosto, di una prospettiva emotiva ed introspettiva

Insomma credo si possa ritenere questo il tratto distintivo, la cifra individuale, l’intima essenza della sua opera, il segno più significante del suo specifico filmico.

Il film è stato presentato ai Festival di Locarno e di Berlino.

Ne consiglio vivamente la visione in sala. So che presto usciranno un libro ed un DVD di questa opera, che sicuramente farò miei.

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Link

Alina Marazzi ed il mio post su "Un’ora sola ti vorrei".

 

Vogliamo anche le rose – proiezioni in sala

Vogliamo anche le rosedi Alina Marazzi

- le proiezioni in sala

Alina Marazzi

Ritorno sul film di Alina Marazzi "Vogliamo anche le rose" per i soliti problemi della distribuzione italiana.

Ritenendo di fare cosa giusta pubblico un file pdf che le eivdenzia tutte per singola città.

A Napoli ad esempio nemmeno una sala lo proietta. E c’è una giunta di centro sinistra.

Sono sempre più perlesso su come viene amministrata la città dove sono nato e dove ho vissuto fino al 1995, anno in cui mi sono trasferito a Roma.

Buona lettura e cliccate sull’iconcina.

Persepolis – il film – il trailer

Persepolis – il film – il trailer

Dal 22 febbraio al cinema

Persepolis - Il blog

Decido di fare pubblicità, si ho detto pubblicità, ad un film come  Persepolis, perché desidero essere una cosa altra dalla promozione di film come  "Scusa ma ti chiamo amore" in cui "attori" come Roul Bova, che hanno il privilegio di essere invitati a RAI1, ritengono di essere più importanti di Michela Quattrociocche. Non cito né l’orario né la trasmissione. Più che altro per il disgusto.



Non intendo chiarire altro al riguardo per evitare denunce.

Ritengo solo che se il pubblico andrà a vedere "Scusa ma ti chiamo amore" non è né per il passato di Federico Moccia, né (solo) per la bravura di Roul Bova, ma per la curiosità e l’avvenenza attribuita  a Michela Quattrociocche. Ne siano testimoni gli accessi a questo blog solo per aver pubblicato questa estate un post che riguardava questo film con la foto dell’attrice.

Del resto, come diceva mio nonno:

"Tutto ciò che attira le masse è cultura".

Forse anche RAI1 farebbe meglio, ma veramente, a comprendere le reali motivazioni che spingono gli utenti televisivi a guardare certe trasmissioni. O meglio, se già lo sanno, come temo, di rendere ancora più esplicite al pubblico certe dinamiche.

§§§


Detto questo sono ben felice di dare visibilità ad una pellicola, che tra il serio (e dovrei dire il serio/drammatico/documentarista/satirico) … ma mi limiterò a dire … il faceto, ripropone, al centro, un tema molto serio.

La pellicola in questione è il film d’animazione "Persepolis" – diretto dall’iraniana Marjane Satrapi e da Vincent Paronnaud. Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes 2007, e candidato all’Oscar come miglior lungometraggio d’animazione, come ho avuto modo di dire di la – che si fa promozione con questo blog.

Ha avuto, anche negli USA, un’ottima accoglienza dal pubblico cinefilo.


Altro dirvi non vo’ … se non che, per una volta, faccio outing di una delle tante proposte di pubblicità che questo vostro misero blog riceve.


Se lo faccio non è per l’invito che, tra l’altro, fino ad ora, non ho nemmeno ancora ricevuto, per una misera anteprima (fino ad oggi, e spero ancora a lungo ancora, ho sempre pagato il prezzo pieno del biglietto dei film che recensisco), ma perché credo in questo film e spero che si aggiudichi tutti i premi ed i riconoscimenti che merita, che la mia sia solo la prima di ben altre attestazioni.

Persepolis

Titolo originale:  Persepolis
Nazione:  Francia
Anno:  2007
Genere:  Animazione
Durata:  95′
Regia:  Vincent Paronnaud, Marjane Satrapi
Sito ufficiale:  www.sonyclassics.com/persepolis
Sito italiano:  www.persepolis-ilfilm.it

Cast:  Catherine Deneuve, Danielle Darrieux, Simon Abkarian, Gena Rowlands, Chiara Mastroianni, Tilly Mandelbrot
Produzione:  2.4.7. Films, The Kennedy/Marshall Company, France 3 Cinéma
Distribuzione:  BIM
Data di uscita:  Cannes 2007
22 Febbraio 2008 (cinema)



Peresepolis il film, sia chiaro, rientra ancora nella passione allo stadio puro.


Vi lascio con un trailer in lingua originale per evidenti motivazioni cinefile. Eh già perché, come è di moda oggi per questo tipo di produzioni, i doppiatori della versione in lingua originale sono del calibro di Catherine Deneuve o della nostra Chiara Mastroianni, magari anche solo per la loro personale sensibilità al tema centrale narrato , e questa componente fondante dell’opera, come sempre accade in questi casi, si stempera alquanto nel doppiaggio.

Proprio di recente, peraltro, si è appreso che, nella versione italiana, sarà la versatile attrice Paola Cortellesi a prestare la propria la voce al personaggio di Marjane. Il doppiaggio italiano di "Persepolis" si avvarrà inoltre della partecipazione di altre voci illustri come Sergio Castellitto e Licia Maglietta, che daranno la loro ai genitori della giovane Marjane.


In bocca al lupo ragazzi che promuovono la pellicola a cui auguro ogni bene, anche se dovessero avere finito i biglietti dell’anteprima.


E su questo argomento non ho altro da aggiungere. Come diceva Forrest Gump.

I film in uscita dal 4 gennaio 2008

Lussuria reale o virtuale?

Come districarsi tra lussuria, seduzione, tradimento, bambole gonfiabili, fantasmini fifoni e bastardi?

Puoi solo affidarti alla luce. Cliccando qui.

Cinemavistodame 2 l’altra informazione cinefila del giovedì.