cinemavistodame.com di Roberto Bernabò

A ridosso dell’esistente

Il caso de “Il cigno nero” di Darren Aronofsky

Le inquadrature che definiscono il linguaggio

1. Introduzione

Quando studi la sceneggiatura, non studi alcuni aspetti specifici che attengono il linguaggio filmico.

La sceneggiatura parla – o, meglio, descrive – del luogo, del momento, del dialogo, delle battute, delle risate, dei sospiri, fin nei minimi dettagli, volendo, che devono accadere in ogni singola scena.

Ma mai, o quasi mai, e comunque sempre in maniera differente, da come tutto questo materiale sarà ripreso, dal modo, cioè, con cui il regista deciderà di girare ogni singola sequenza, ogni singolo luogo, ogni singolo dialogo, ogni singola battuta, risata, sospiro.

Certo è difficile che da una cattiva sceneggiatura possa mai venir fuori un buon film, ma non è altrettanto scontato che un’eccellente sceneggiatura si traduca, sempre e necessariamente, in un film straordinario, senza che il regista non definisca, e non s’impegni, fino allo spasimo, nel definire un point of concentration dello specifico filmico, della mise en scene con cui realizzerà il film.

Specifico, che è molto differente, dalla mise en scene teatrale.

Che non considera, né potrebbe farlo, le infinite opzioni in più, di cui può, sempre più, disporre, oggi, ancora più di ieri, un regista che usa, in maniera sapiente e consapevole, una macchina da presa cinematografica.

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2. Perché il regista lavora contro lo sceneggiatore

Jean Claude Carrière, uno dei più celebri sceneggiatori cinematografici, che ha collaborato, tra gli altri, con il celebre regista spagnolo Luis Buñuel, ha raccontato che un giorno il maestro lo chiamò.

Doveva incontrare, di lì a poco, il produttore del film a cui stavano lavorando. Così gli chiese di portare una copia stampata della sceneggiatura.

Si trattava di quella del celeberrimo film: “Le charme discret de la bourgeoisie“.

Scena per scena, il maestro iniziò a scrivere dei numeri.

Pensava, leggeva, e, poco dopo aver letto e pensato, scriveva un numero, accanto ad ogni singola scena.

Incuriosito da questa pratica, sconosciuta allo sceneggiatore, che non riusciva, pur essendo un addetto ai lavori, a capire cosa significasse, questi domandò:

Maestro, ma cosa sono quei numeri, affianco ad ogni scena?

Questi che sto scrivendo ora?” rispose Luis Buñuel.

Si, proprio quelli“, incalzò Jean-Claude Carrière.

Beh, visto che devo incontrare il produttore“, spiegò il regista, “sto annotandomi con quante riprese intendo realizzare ogni singola scena“.

In gergo, al corso di sceneggiatura, m’insegnarono un doppio assioma, ovviamente tagliato con l’accetta, che funziona più o meno così.

Il regista lavora contro lo sceneggiatore.

Perché nel definire la mise en scene di una stesura, si rende conto delle incongruenze, e di tutte le cose che, magari, sulla carta funzionano, ma non sul set. In alcuni casi lo sceneggiatore rimane a disposizione anche durante le riprese, in altri è il regista che definisce e che apporta le modifiche che ritiene necessarie.

Il montatore lavora contro il regista.

Perché a sua volta, anche se molti registi, ormai, controllano il materiale girato in progress, il montatore si può accorgere che una scena è superflua nella narrazione, e, magari, ne pregiudica il ritmo, un’altra potrebbe, invece, essere collocata in un altro momento della racconto (il montatore può spostare una scena ovunque ormai). Anche qui, il regista può essere presente alla fase di montaggio, in alcuni casi può essere egli stesso il montatore, in altri, invece, le scelte ed i problemi tipici di questa delicatissima e definitiva fase (lo spettatore assiste al film montato, non necessariamente uguale a quello che aveva in testa il regista durante la fase delle riprese), devono essere affrontati e risolti dal montatore. Perché la specializzazione, nel cinema, paga.

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3. Le scelte formali de “Il Cigno Nero” di Darren Aronofsky

Mentre rivedo, per l’ennesima volta, “Il Cigno nero” (“Black Swan“), noto che l’opzione principale utilizzata dal regista Darren Aronofsky, è quella di riprendere, praticamente tutto il film,

a ridosso dell’esistente Nina Sayers

interpretata magistralmente, tanto da meritare il premio Oscar, da Natalie Portman. E della sua doppia personalità.

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3. Specificità e la rilevanza della ripresa nel contesto della narrazione filmica

Circa il “come“, ed il “da dove” il regista decide di riprendere le scene, gli eventi e gli esistenti del film

Perché il regista fa questo?

Perché decide di riprendere ogni evento, che riguarda questo personaggio, a ridosso del personaggio?

Perché è l’unico modo per farci vivere la storia come se, anche noi, partecipassimo, in prima persona, come se fossimo noi stessi Nina Sayers, al turbinio di:

  • accadimenti,
  • sensazioni,
  • dubbi,
  • angosce esistenziali,
  • insicurezze diurne e notturne,
  • panico, talvolta bloccante,
  • allucinazioni,
  • sdoppiamenti, improvvisi, della personalità,
  • ambiguità sessuali con la sua antagonista Mila Kunis: (Lily),
  • ed artistiche con il coreografo Vincent Cassel: (Thomas Leroy),
  • relazioni oppressive, per il rapporto anaffettivo, ed, al tempo stesso, claustrofobico, con la madre,

che l’esistente vive, durante tutto lo svoglersi degli eventi del film, fino alla culminante sequenza finale.

Un modo che definisce, in maniera decisamente autoriale, il perché l’inquadratura, è il modo che diventa linguaggio, e più precisamente il linguaggio, con cui il regista narra, filmicamente, la storia ed il discorso.

In una parola: Il film.

Senza alcun dubbio, e senza possibilità, alcuna, di appello o confutazione.

Del resto fateci caso. Le riprese “a ridosso dell’esistente“, sono parte integrante del linguaggio filmico dello stile documentarista, che deve trasferire allo spettatore l’idea di essere, anche lui, partecipe all’indagine come se fosse, egli stesso, il documentarista.

Dopo questa spiegazione, riguardatevi il trailer del film, notando tra l’altro, anche, come è montato bene, come i cambi di momento narrativo siano splendidamente accompagnati da cambi di commento sonoro, che si sincronizzano con le immagini in maniera veramente stupefacente.

Se solo i film fossero realizzati con la stessa maniacale cura di certi trailer … starei al cinema tutti i giorni.

Buona visione.

Alla prossima.

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