cinemavistodame.com di Roberto Bernabò

Circa lo spettatore del Cinema #1

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Una inevitabile riflessione per il cine blog del cinema visto dalla cinepresa

Tutte le arti sono fondate sulla presenza dell’uomo;
solo nella fotografia ne godiamo
l’assenza.
André Bazin

Anche se questo è il blog, anzi il cine blog, del cinema visto dalla cinepresa, non è sbagliato, ogni tanto, fare qualche digressione, mettendosi, come amo fare, dalla parte dello spettatore del Cinema, quello, che per intenderci assiste alle proiezioni nelle sale.

E questo sopratutto perché, come vedremo, questa specifica prospettiva è, in qualche modo, complementare e completiva, rispetto a quella di quella di questo blog, il suo, come dire, naturale completamento.

Che senso avrebbe, infatti, una cinepresa senza uno spettatore, e, di contro, uno spettatore, cinematografico, senza una cinepresa?

Circa lo spettatore ed il suo desiderio 

A rifletterci bene, infatti, lo spettatore del Cinema, sarebbe un tipo particolare di spettatore, storicamente un po’ datato, ormai, ammettiamolo, provvisto di una genealogia, e, per questo motivo, ben diverso, sia dallo spettatore televisivo, sia da quello dei musei, dei teatri, delle sale da concerto, dei luna park, dei centri commerciali, delle udienze dei tribunali, dei fuochi d’artificio, degli schermi dei computer, degli ologrammi, e delle sfilate militari.

Tutti questi “posti da spettatore“, hanno in comune il fatto di mettere in gioco lo sguardo (più o meno, a seconda dei casi, combinato con l’ascolto), ma ognuno si distingue dagli altri per un sistema che obbliga il corpo spettatore ad una liason, definita, e singolare, rispetto alla configurazione spazio – tempo che attiva.

E se si può, ancora, teoricamente, passare da una mostra, alla visione di un film, o alla visita di un monumento, senza smettere di essere, etimologicamente parlando, “spettatori“, cambiando, però, palesemente, registro, e ruolo per mobilitare modalità di partecipazione visiva specifiche – non guardo, infatti, la scena teatrale, come guardo lo schermo cinematografico, non sto davanti alla televisione come sto davanti ai quadri di una mostra pittorica – succede, sempre più di frequente, accanimento della pressione commerciale, che queste modalità differenti, e concorrenti, di “formazione dello spettatore“, siano combinate in complessi luoghi “ibridi“, che Marc Augè definirebbe addirittura “non luoghi“, ed aggiungerei, meta-spettacolari, come i “multiplex“, o come quei centri commerciali, ed a Roma ce ne sono tanti, che uniscono passeggiata, istigazione pubblicitaria, telecamere di sorveglianza, stand eno-gastronomici, proiezioni audiovisive, spettacoli promozionali … etc.

Ciò che si trova nel “percorso dello spettatore” – durante la successione ed il passaggio da un registro ad un altro, da un’esperienza visiva ad un’altra, ciascuna sufficientemente marcata, tanto da riuscire a far dimenticare quella che la precede  – diventa accatastamento, sovrapposizione, confusione.

Più spettacolo, cioè, in questo accidentato percorso, si traduce, in pratica, in meno spettatore (al singolare).

L’accumulazione proliferante degli spettacoli (di genere assai eterogeneo tra loro), in una stessa corsa spazio – tempo, imposta oggi, tanto nelle grandi metropoli, quanto nelle province, dal diktat delle concentrazioni economiche – le uniche che, ahimè, sopravvivono, ad, anzi si fortificano, nel processo di globalizzazione, anche culturale, che stiamo vivendo – conduce, paradossalmente, ad un indebolimento di quello che amo definire la “funzione spettatore“.

L’iper-stimolazione dei desideri scopici, comporta, infatti, a mio modo di vedere, una caduta di tensione.

Difficile pensare alla “posizione dello spettatore“, senza porre la questione della natura e della forza del desiderio che questi, lo spettatore intendo, agisce verso l’opera, verso l’oggetto, cioè, di quel desiderio.

Desiderio di vedere tutto e desiderio di vedere meglio, non sono, infatti, nella maniera più assoluta e categorica, la stessa cosa.

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Spettatore cinematografico | buona o cattiva posizione?

All’inizio della proiezione di un film, quando le luci in sala (finalmente) si abbassano, sarebbe assai sorprendente se la “posizione dello spettatore”, non fosse una “buona posizione”.

Questo spettatore avrà, comunque, più o meno, infatti, desiderio di vedere il film che sta iniziando …

Avrà, forse, io direi, probabilmente, resistito alla sciocca insistenza degli spot pubblicitari, che si ostinano a volerlo ricondurre sulla soglia del mondo materialista delle merci, nel momento stesso in cui non desidera che dimenticare i goffi manichini, e le automobili lucenti, per lasciarsi scivolare nel “sogno ad occhi aperti“, che si proietta su quel “tappeto volante“, che è ancora, per chi lo aneli come me, lo schermo di una sala cinematografica.

Questa “buona posizione” è ancora quella, oserei dire, dello spettatore di spettacoli tout court.

Spettatore di Cinema è, invece, in realtà, a rifletterci meglio, una posizione meno comoda, e tenterò, entro la fine di questo post, di dimostrare perché.

Il Cinema, nasce, infatti proprio come spettacolo, ed anche nelle sale più eleganti, e quelle meno chiassose, come attrazione da fiera, con paliettes e imbonitori, polvere negli occhi e decibel, ogni proiezione riproduce la scena  dell’inaugurazione dell’invenzione del Cinema: curiosi, pubblicità, attrazioni, biglietti.

I fratelli Lumiere non hanno inventato nulla di questo dispositivo dello spettacolo a pagamento, collaudato nelle luci sfarfallanti degli stand, ma lo hanno, semplicemente, trasposto nell’ombra di un salone, nel quale hanno anche  messo a sedere il pubblico, capriccioso e volubile, delle baracche da fiera.

All’inizio di ogni proiezione, pertanto, lo spettatore sa perfettamente, che non avrà nient’altro da fare, che lasciarsi trasportare dallo svolgersi degli eventi del film, che, invece di venire, comunque, incontro al suo agio, cercheranno di favorire i suoi piaceri, in tutte le forme, senza dimenticare i più gentilmente perversi, come donne barbute, mostri sanguinari …

Ma la buona posizione è quella per cui, prima di tutto, basterebbe pagare per avere qualcosa da vedere e sentire, senza pena, né fatica, senza forma alcuna d’impegno.

Il biglietto da accesso allo spettacolo, ma lo spettacolo non è esigente, e non richiede che la (relativa) disponibilità dello spettatore, un’attesa, o, se volete, un’attenzione solo un po’ più intensa di quella che muove l’interesse del curioso.

Quello che c’è di desiderio di vedere, nella posizione iniziale dello spettatore, non è ancora pienamente attivo, e, tutto sommato, chiede solo di esserlo ancor di più, purché non vi sia costo aggiuntivo.

Cosa sto tentando goffamente di dire, vi starete chiedendo voi, a questo punto, aggiungerei, legittimamente.

Che, allo spettatore del Cinema, a differenza di tutti gli altri spettatori enunciati in questo post, qualcosa viene negato.

Allo spettatore del Cinema, più che ad ogni altro spettatore, qualcosa viene, di fatto, limitato nell’esperienza della proiezione.

L’inquadratura cinematografica, infatti, è erede, in qualche modo, di quella fotografica, della quale, tutta via, incrementa l’effetto di violenza, perché, a differenza della staticità di quella delle foto, questa, include ed esclude, arbitrariamente, ed a suo esclusivo piacimento, oggetti, corpi, in movimento.

Questi “movimenti” all’interno dell’inquadratura, le entrate e le uscite di campo, svolgono, inevitabilmente, la funzione di caricare i bordi del quadro, di una tensione drammatica (per non dire erotica), che la foto produce in minima parte, e, solo, come effetto artistico (inquadrature decentrate, corpo frammentato, etc.).

Il suo ruolo è quello di limitare, come dicevo, costringere, ecco il verbo che cercavo, il campo visivo dello spettatore, al rettangolo luminoso dello schermo, ed, ancor di più, agli oggetti che la macchina da presa (e ci siamo arrivati, al dunque) inquadra.

Prima di mostrare, per mostrare meglio, l’inquadratura inizia con sottrarre alla visione normale, una parte importante del visibile.

Lo sguardo dello spettatore è inquadrato, proprio come la realtà rappresentata.

Il “mascherino” di cui parlava Bazin, è, prima di tutto, ciò che rinchiude il mio sguardo.

E la rigidità di questo mascherino, il suo carattere immutabile, esercitano, che lo si percepisca o no, che se ne conservi o meno coscienza, una sorta di violenza primaria sul mio desiderio di vedere (tutto).

Attraverso questo mascherino, compio l’esperienza della non-onnipotenza dell’occhio.

Inquadrare equivale, in questa prospettiva, a fabbricare uno sguardo frammentario, menomato, disturbato.

Il che, per l’appunto, distingue la posizione dello spettatore cinematografico, da tutte le altre posizioni di spettatore, ed in particolare, da quello di teatro – il cui sguardo non è limitato da una inquadratura, se non, e solo eventualmente, come ricorda Labarthe, da quella del binocolo.

Per ora ci fermiamo qui.

Alla prossima.

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