cinemavistodame.com di Roberto Bernabò

This must be the place | di Paolo Sorrentino

Italia – Francia – Irlanda | 2011

analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo

Quel luogo nell’anima di Cheyenne | a cura di Roberto Bernabò

This must be the place

titolo originale: This must be the place
nazione: Italia / Francia / Irlanda
anno: 2011
regia: Paolo Sorrentino
genere: Drammatico
durata: 118 min.
distribuzione: Lucky Red Distribuzione
cast: S. Penn (Cheyenne) • F. McDormand (Jane) • J. Hirsch (Mordecai Midler) • E. Hewson (Mary) • K. Condon (Rachel) • H. Stanton (Robert Plath) • J. Van Patten (Dorothy Shore) • D. Byrne (se stesso) • S. Whigham (Ernie Ray) • S. Delaney (Jeffery) • H. Lieven (Aloise Lange) • L. Levo (Richard) • O. Fouéré (madre di Mary)
sceneggiatura: P. Sorrentino • U. Contarello
musiche: D. Byrne • W. Oldham
fotografia: L. Bigazzi
montaggio: C. Travaglioli

Sinossi: Cheyenne, ebreo, cinquantenne, ex rock star di musica goth, rossetto rosso e cerone bianco, conduce una vita più che benestante a Dublino. Trafitto da una noia che tende, talora, ad interpretare come leggera depressione. La sua è una vita da pensionato prima di aver raggiunto l’età della pensione. La morte del padre, con il quale aveva da tempo interrotto i rapporti, lo riporta a New York. Qui, attraverso la lettura di alcuni diari, mette a fuoco la vita del padre negli ultimi trent’anni. Anni dedicati a cercare ossessivamente un criminale nazista rifugiatosi negli Stati Uniti. Accompagnato da un’inesorabile lentezza e da nessuna dote da investigatore, Cheyenne decide, contro ogni logica, di proseguire le ricerche del padre e, dunque, di mettersi alla ricerca, attraverso gli Stati Uniti, di un novantenne tedesco probabilmente morto di vecchiaia.

Qualcosa mi ha disturbato … ma non so esattamente cosa.”
Cheyenne

Ci sono tanti modi di morire … il più terribile è rimanendo vivi.”
Voce narrante del padre di Cheyenne

And you’re standing here beside me/I love the passing of time/Never for money/Always for love /Cover up and say goodnight . . . say goodnight/Home – is where I want to be/But I guess I’m already there/I come home – she lifted up her wings/Guess that this must be the place”.
Talking Heads

(“E tu sei qui vicino a me/Amo lo scorrere del tempo/Mai per denaro/ Sempre per amore/Copriti ed augura la buonanotte/ Casa- è dove voglio essere/Ma mi sa che ci sono già/ Vengo a casa-lei ha sollevato le ali/Sento che questo dovrebbe essere il posto“.)
Talking Heads

§§§

Premessa – Cheyenne alla ricerca di chi?


In molti mi hanno chiesto, su facebook, chi fosse il personaggio femminile che compare alla fine del film.

Quando Cheyenne Sean Penn appare, finalmente, come è oggi nella sua vita reale.

Un uomo di cinquant’anni. Normale. Con i capelli brizzolati, senza parrucche o trucchi.

Che senso avesse quella sua apparizione.

Posto che non è facile rispondere alla domanda, senza avere tentato d’illustrare, bene, tutto il senso dell’opera, forse più coraggiosa, ed al tempo stesso complessa ed ambiziosa, del regista italiano e napoletano che amo di più, facciamo così.

Mettiamola, per un attimo, da parte.

Ci torneremo alla fine del post.

E lo spazio commenti è lì, anche per congetturare alternative (sempre possibili in questi casi), alla mia personale teoria, al riguardo.

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In questo post, oltre a:

Premessa – Cheyenne alla ricerca di chi?

Potrete leggere:

  1. Circa gli eventi dell’esistente Cheyenne
  2. Circa gli altri esistenti della storia e del discorso del film
  3. Circa la voce narrante del padre di Cheyenne, e la prospettiva filosofica della narrazione
  4. Circa il cameo di David Byrne
  5. Circa il premio vinto a Cannes 2011 | (Premi Collaterali)
  6. Circa il linguaggio audiovisivo
  7. Conclusioni

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1. Circa gli eventi dell’esistente Cheyenne


Avrete già letto, nelle recensioni che ci sono in giro, circa il fatto che l’evento centrale del film è la decisione di Cheyenne Sean Penn di affrontare, come si sul dire, i suoi demoni, e di partire per gli USA, alla ricerca prima della ricongiunzione con suo padre, morente, e, successivamente, alla ricerca di questo famoso posto.

Un posto che, la sceneggiatura, visualizza nel luogo dove vive il criminale nazista che è stato l’ossessione della vita del padre.

Questo luogo, scopriremo, però, non ha solo importanza nella prospettiva di soddisfare la ricerca, infruttuosa, della vita del padre, che non aveva mai trovato il suo personale pseudo-carnefice nazista. Ma avrà, anche, e direi soprattutto, una valenza allegorica, catartica, e salvifica, nella vita di Cheyenne.

Personalmente credo, peraltro, che quello utilizzato da Paolo Sorrentino, in questo suo film, sia più, che altro, un linguaggio simbolico.

Il criminale nazista, ad esempio, scopriremo, infatti, non essere certo il più efferato, tra quelli che realmente esisterono ad Auschwitz.

Che cosa significa questo elemento?

Che noi, alla fine, non siamo quello che appariamo agli occhi degli altri.

Ma, invece, esattamente ed ineluttabilmente, quello che riteniamo di essere.

E, per complemento a questo assunto, gli altri, per noi sono, naturalmente, altrettanto esattamente ed ineluttabilmente, quello che noi riteniamo essi siano.

A Napoli, Sorrentino, sa bene che: “O munno è comme uno s’o fa ‘n capa” (Il mondo è come uno se lo crea nella sua mente).

Questo piccolo tassello, giustifica, a mio modo di vedere, come vedremo, molti degli eventi, e delle battute dei dialoghi di Cheyenne.

Se attribuisco una sorta di amplificazione ad un evento della mia vita.

Lo carico di significati e di significanti negativi, dolorosi, e depotenzianti, quell’evento avrà un potere su di me, quasi irreversibilmente negativo, fino al punto di paralizzare la forza creativa che scorre in me.

Questo semplice assunto, di vaga ispirazione buddista, o anche, assai più semplicisticamente PNLelliano (le famose credenze della Programmazione  Neuro Linguistica), direi che condiziona tutto lo sviluppo narrativo del film, e, probabilmente, in maniera assai più pervasiva, la vita stessa dell’esistente Cheyenne).

Chi altri non è, infatti, Cheyenne, se non una ex rock star che non crede in sé stesso, e che attribuisce al padre il fatto di non averlo mai amato, perché lui da piccolo si truccava con il rossetto ed il fondotinta della madre?

§§§

Ma torniamo alla struttura narrativa filmica di Sorrentino.

Il regista ci ha abituato ad uno scorrere degli eventi lento, ma progressivo, fino alla inevitabile, e sempre sorprendente, catartica, risoluzione finale.

In questo film è come se Sorrentino, grazie al canovaccio, tipico del film on the road, aggiungesse, a questo suo inconfondibile procedere, anche altri due elementi in più.

Le rivelazioni progressive sulla vita dell’esistente Cheyenne.

L’opzione di aggiungere, alla storia centrale, quella di Cheyenne, le altre piccole storie, che tutti gli altri personaggi che ruotano intorno a lui in questo viaggio, di fatto raccontano.

In questa opzione, ho, personalmente, colto un riferimento wendersiano, ma non al cinema di Wim Wenders, anche se c’è chi ha riconosciuto citazioni di “Paris Texas“, ma al Libro “Una volta” – edizioni Socrates, che racconta, attraverso fotografie, piccole storie, anche attraverso due o tre scatti.

(Quello delle citazioni sarebbe un discorso lungo, visto che, credo, Paolo Sorrentino ne abbia disseminate, in questa sua prima pellicola americana, almeno una trentina, ma non mi sembra questo il luogo per sciorinarle tutte.)

Tornando al linguaggio usato nel film.

Anche qui.

Ricordiamoci sempre anche il piano simbolico della narrazione.

Scopriremo che tutti gli esistenti sono tutti importanti per aiutare Cheyenne nella sua impresa.

Nel suo quasi psicoanalitico viaggio.

Ecco allora apparire la moglie Jane  - Frances McDormand (sempre bravissima).

Forse il primo esistente che ci appare, come quello che si certo infonde sicurezza al traballante personaggio Cheyenne.

La sua funzione drammaturgica è quella d’incoraggiare Cheyenne a partire.

Di lei sappiamo che ha deciso di non riempire la piscina di acqua per trasformala in un campo di Pelota, ma che infondo non ha dato una grossa mano a Cheyenne per liberarsi delle sue insicurezze.

Diciamo che gli ha offerto un’alternativa di fuga, dorata, ma fragile. Proprio come l’incedere di Cheyenne.

Più incisivo è l’incontro con il fratello, che svela a Cheyenne il fatto che il padre ha vissuto con l’ossessione di questo criminale nazista.

Da questa “rivelazione” ha inizio il secondo, e più importante viaggio, di Cheyenne.

Quello verso quello che “dovrebbe essere il luogo“.

La dimora del nazista, ma direi, anche, il luogo nascosto nella sua anima dove aveva nascosto la definitiva risoluzione del suo conflitto interiore.

Un po’ come nella pratica buddista l’obiettivo di Cheyenne è chiaro, ma quello che alla fine del viaggio avrà trovato è ben di più.

Quella di Cheyenne, infatti, mi ricorda la storia dei giovani narrati da Gibran Kayl Gibran né “Il giardino del Profeta“.

Dice Gibran: “Avete mai sentito parlare di quell’uomo che scavando in cerca di radici trovò un tesoro?

A me sembra essere proprio questo la risoluzione catartica del finale del film.

§§§

 

2. Circa gli altri esistenti della storia e del discorso del film

Molti esistenti lo aiuteranno in questa scoperta.

Mordecai Midler  - Judd Hirsch, convincente interpretazione, in testa, vero e proprio deus ex machina dello sviluppo narrativo, che consentirà a Cheyenne il completamento del suo percorso.

La giovanissima – Mary - Eve Hewson (intensa), l’esistente che rappresenta la giovinezza perduta di Cheyenne, e per la quale lui cerca d’impegnarsi per farla uscire da un periodo di depressione.

Rachel - Kerry Condon, la figlia del criminale nazista, che contribuisce, non poco, alla presa di coscienza di Cheyenne della sua capacità compassionevole verso gli altri.

L’incontro con questo esistente regala forse alcune delle sequenze più dolci del film.

Dove tutte le capacità interpretative di Sean Penn, offrono alcune delle sequenze più convincenti della pellicola.

Sean riesce sempre a dare credibilità ad un personaggio che di credibile ha davvero poco.

Non perché sia scritto male, intendiamoci, anzi, ma perché, per tutto il film, viene da chiedersi: “in quale sequenza crollerà?”

Gli obiettivi del suo personale percorso Cheyenne, però, li sceglie con una progressione, che dimostra quanto, Paolo Sorrentino, studi, con maniacale attenzione, tutti i momenti di sviluppo, e di snodo, dell’intreccio narrativo delle sue storie.

Lo stesso tema dello sviluppo del conflitto, ad esempio, a me sempre molto caro, è agito, come sempre nelle sue pellicole, in maniera molto personale.

Il conflitto sembra essere dappertutto.

Anche, e direi soprattutto, dentro il suo personaggio, in una personalissima prospettiva infra-personale, ma mai tra Cheyenne e gli altri esistenti del film, che, invece, vivono tutti, a loro volta, delle condizioni di conflitto con qualcuno, qualcosa, e con loro stessi.

Sembra quasi che Paolo voglia parlarci di un modo per affrontare, e risolvere, i conflitti della nostra vita.

Alcune battute di un dialogo, tra i più evocativi dell’incontro con Rachel, ci dicono:

Cheyenne: “Ho smesso di fumare perché avevo paura”.

Rachel: “La paura ti tiene lontano da tante cose”.

Cheyenne: “Si, ma arriva un giorno nella vita in cui, almeno una volta, la devi affrontare”.

Rachel: “E per te è mai arrivata quella volta?”

Cheyenne: “Si.”

Rachel: “E qual è stata?”

Cheyenne: “Questa.”

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3. Circa la voce narrante del padre di Cheyenne, e la prospettiva filosofica della narrazione

La voce fuori campo, è parte degli elementi del Cinema di Sorrentino.

Nel caso di specie è quella del padre, e compare dalla morte di questo esistente, in poi.

Conferisce alla narrazione una prospettiva, che, dal particolare, trasla, storia e discorso, all’universale.

Un universale, sia chiaro, sempre molto legato, alla prospettiva di Cheyenne/Sorrentino, funzionale alla loro ricerca, quasi come se, in quest’accezione, la voce narrante, diventasse il complemento, che spiega la parte di eventi, che nel film non vengono mostrati, e che consente un’esauriente infralettura narrativa degli stessi.

Direi che regala momenti molto intensi, di quella intensità carica di mille possibili significati, che solo i grandi maestri, sanno inserire, con sapienza, senza farla diventare la protagonista del racconto, nella narrazione filmica.

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La voce narrante, va chiarito, è quella del padre di Cheyenne, ormai passato a miglior vita, ed estratta dai diari consegnati a Cheyenne dal fratello. E, va aggiunto, che la morte del padre è un tema che ha segnato Sorrentino nel profondo.

Una lacerazione con la quale doveva fare i conti.

Infondo, questo è un film alla Sorrentino, è la sua America, è il suo personaggio. Che, magari, per qualcuno, non avrà la magia di quelli napoletani, ma forse siamo noi, che ancora non comprendiamo l’America che ci è passata dentro.

In Sorrentino tracima fino quasi alla bulimia, ma lui è un provocatore. E, per quello che mi riguarda, sono proprio questi eccessi, queste ridondanze stilistiche personali, tipiche, peraltro, del suo Cinema, a fare di quest’opera, un piccolo capolavoro.

La voce del padre fuori campo, forse, Paolo, … la sente davvero.

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4. Circa il cameo di David Byrne


Il film è impreziosito dal cameo di David Byrne, e delle sue musiche scritte per la colonna sonora.

La sequenza ha una scarsa funzione drammaturgica, ma è assolutamente una vera chicca, che dimostra lo spessore della cifra stilistica di Paolo Sorrentino, sempre unica ed inimitabile.

Del resto era un tributo quasi necessario ed ineludibile, visto che il titolo del film coincide con quello di una celeberrima canzone dei Talking Heads, peraltro citata nel film, e di cui vi lascio il video, tanto per farvi respirare altre atmosfere della pellicola.

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5. Circa il premio vinto a Cannes 2011 | (Premi Collaterali)

Ricordo che “This Must Be The Place ” – di Paolo Sorrentino si è portato a casa, all’ultimo Festival Internazionale del Cinema di Cannes il Premio Ecumenico.

Questa la motivazione: “Attraverso Cheyenne, una rock star decaduta e addolorata, Paolo Sorrentino c’invita a seguire un viaggio interiore, e l’odissea di un uomo, alla ricerca delle sue radici, di maturazione, di riconciliazione e speranza. Dramma classico, di grande ricchezza e ricerca estetica, il film offre, con grazia, diverse piste di riflessione, seria e profonda”.

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6. Circa il linguaggio audiovisivo

 

Credo che in questo film, lo specifico filmico di Sorrentino, sia, come al solito, impeccabile.

Screziato dalla sua maniacale ricerca per l’inquadratura – che aggiunge messaggio al messaggio, che conferisce forza ed espressività, a volte innovativa, ed inedita, altre, come abbiamo già detto, attraverso sapienti citazioni, collocate mai a sproposito – al suo personalissimo modo di fare cinema che possiede l’enorme merito di avere, ormai, una sua inconfondibilità, che, aggiunta alla sua indiscussa capacità di dirigere gli attori, tutti molto nel ruolo, fanno di questo film, un’opera che va a collocarsi in una sorta di Olimpo, non solo italiano, di registi che usano il Cinema come mezzo di espressione artistica, capace, altresì, di rilanciare un modo di fare commedia, che, forse, in Italia, avevamo dimenticato.

Del resto, come diceva Treuffaut, l’importante è girare.

E Sorrentino non solo gira, ma direi che osa ad ogni film.

Certo, ammetto, che questo non è un film accostabile, per tanti motivi, ad altre sue opere.

Ma a noi è piaciuta proprio la voglia di osare, e di sperimentare una storia ricca di evocazioni del contemporaneo, che con possono non lasciare ammirati.

Sono pochi, fidatevi, i registi, non solo in Italia, che sanno scrivere, e dirigere, opere del genere.

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7. Conclusioni

Personalmente, considero questo film di Paolo Sorrentino, come ha scritto qualcuno, il suo film più adulto, ma, allo stesso tempo, raccontato con tutto lo stupore e la purezza di un bambino.

E’ difficile non rimanere colpiti da Cheyenne, dal suo mondo, dalle sue insicurezze, dal suo viaggio.

Ed è impossibile non giungere alla sua stessa conclusione che l’incontro con Rachel gli dona.

Nessun genitore, per nessuna ragione, può odiare suo figlio.

E’ questo il luogo nascosto nell’anima di Cheyenne.

Ed è questa la vera meta che raggiungiamo, anche noi, accompagnandolo nel suo percorso.

§§§

Vi avevo promesso alla fine di questo post di dire la mia a proposito del personaggio femminile, inquadrato alla fine del film.

A mio modo di vedere non può essere altri, se non la madre.

Non è chiara neanche la sceneggiatura, al riguardo, immagino, ma ragionando, nel percorso a ritroso nel suo passato, Cheyenne, non può che giungere all’origine di tutto, che altro non può che essere, se non la ricongiunzione con la madre.

Ha una sua logica che, con altri personaggi, cadrebbe.

La madre è, appunto, l’origine, la nascita, l’antitesi della sua ossessione: la morte, e, quindi, filmicamente, la fine.

La risoluzione, definitiva, del dilemma.

Ma, ripeto, non ci sono elementi narrativi che chiariscono quella sequenza, se non questo ragionamento logico, che, a mio modo di vedere, la giustifica.

Ovviamente, andrebbe letto il libro (che io non ho letto), ma, ribadisco, con altri personaggi la sequenza non avrebbe senso.

In quella sequenza, finalmente proiettata nel futuro Cheyenne, non ha più il trucco, i capelli lunghi. E’ un uomo cambiato, come l’evoluzione dell’eroe esige.

Ed è, proprio per questo, forse, la scena più ermetica del film.

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9 commenti

  1. [...]  cinemavistodame.com [...]

  2. jasmin scrive:

    errata corrige:
    1-i diari vengono dati a cheyenne dal cugino, non dal fratello ..
    2-la cameriera,rachel, è la nipote del criminale nazista, non la figlia ..

    riguardo il finale credo che la signora che attende il ritorno del figlio,alla finestra, nonchè madre della giovane amica di cheyenne, per motivi anagrafici non possa essere vista come madre del protagonista.
    piuttosto come allegoria della madre, dell’attesa, della fine.

    1. @Jasmine … innanzitutto grazie di questo commento. Come blogger non ho ricevuto la fiche del film, e ben vengano occhi più giovani ed acuti dei nostri. ;-)
      Ribadisco lo spazio commenti lo lascio libero per voi.
      Nella “sostanza” il discorso non cambia, pero’.
      I diari vengono alla conoscenza di Cheyenne dopo la dipartita del padre. Che sia il figlio o il nipote, è un dettaglio eminentemente anagrafico, che non modifica lo sviluppo degi eventi.
      Figlia o nipote, Ceyenne deve mettere a posto il suo passato.
      Che la signora, madre, o suo simbolo, attendesse il ritorno del figlio mi era evidente.
      Me questo figlio, che non si vede, non è che fosse lo stesso Cheyenne, come io credo, e non il fratello?
      Congetture tutte possibili, non avendo letto il libro.
      Se tu lo hai letto, e sai offrirci “errata corrige” altre, non immagini quanto te ne saremmo grati.
      Che cosa sarebbe la conoscenza “aumentata” dei blog, priva di questa prospettiva integrativa, e dialettica?
      Con stima.
      Rob.

  3. Roberta scrive:

    Quel momento secondo me rappressenta l’incontro con “la responsabilità dell’adulto”; avviene subito dopo il momento in cui lui fuma per la prima volta… momento indicato dalla donna come “un passaggio dall’infanzia all’adultità”.
    E’ come se presentandosi così alla donna le avesse dato sicurezza e lei si fosse sentita rassicurata e serena; come se in quel momento lui “da adulto” le avesse comunicato “ci penso io, troverò Tony”.
    Ma forse è la conclusione più banale, cioè quella più evidente dietro alla quale può esserci sicuramente il resto.

    Sulla figura della mamma ho dei punti oscuri.
    Mi ha lasciata perplessa il contrasto evidente tra la presenza di sole donne nelle relazioni strutturali della sua vita (quasi a considerarli esseri superiori – la moglie, la ragazza, la mamma di tony, la figlia del nazista. Tutte donne forti, quasi mascoline), e la completa assenza di donne nel contesto irlandese di origine. Il contrasto è molto evidente anche nella scelta dei ruoli/personaggi maschili (il ragazzo da spronare, l’agente immobiliare fissato per la macchina, l’amico stupido fissato per le donne, etc).

    Ciao

    1. @Rò … che piacere un tuo comento qui …

      Che dire … il tema del varcarela linea d’ombra“, esiste, anche se, a mio modo di vedere, non è quella tra l’età adolescenziale e l’età adulta. Cheyenne, a suo modo, è già adulto.
      Qui abbiamo, forse, più a che fare più con il karma.
      Con qualcosa che è rimasto, troppo a lungo, irrisolto.
      La prospettiva è più psicanalitica, in senso stretto, che non da psicologia dell’età evolutiva. (Parere personale).
      Sul femmineo del film, credo che sia molto autobiografico, come problema, e che riguardi, a mio modo di vedere, più il rapporto di Paolo Sorrentino con i ruoli femminili in generale, che non il personaggio Cheyenne.
      Se riguardo ai suoi film, forse, in questa sua opera americana, questi esistenti sono, probabilmente, e dovrei aggiungere finalmente, tratteggiati con maggiore considerazione, quasi come se, in questo lungometraggio, Paolo, avesse inteso riscattare le donne un po’ più stereotipate, meno complesse, e per certi versi addirittura spregevoli, degli altri suoi film.
      A presto, e grazie per un contributo così arricchente al post.
      Rob.

  4. ava scrive:

    Anche io avevo pensato alla madre di Cheyenne, per il personaggio femminile della scena finale, ma l’avevo trovata un po’ troppo giovane … se e’ la madre il ragazzo perduto che aspetta nelle altre scene del film e’ sempre Cheyenne, e, quindi, gli inserti esulano dalla trama oggettiva, per spostarsi su un altro piano … piu’ ci penso a questo film, piu’ rivela nuovi spunti di riflessione … :)

    1. @Ava: Grazie, ottime riflessioni ;-) Grande film comunque …

  5. didola scrive:

    vedi il post sui film in uscita il 14 ottobre scrissi là le mie prime impressioni
    la tua analisi è impeccabile
    a proposito della figura femminile finale non me l’ero proprio posto il problema era sicuramente la madre
    e questi riferimenti al padre e alla madre mi mettono i brividi (ricordando la storia personale del regista)
    ciao robbè

    1. @Didola … non sapevo della tragedia familiare di Paolo.
      Me ne rattristo un poco, ma, da quanto leggo, … non so come dire, … credo che lui abbia saputo trasformare il dolore in medicina, come dice la mia nuova fede buddista, visto che, senza questo evento luttuoso, a suo dire, non avrebbe mai trovato il coraggio di imbarcarsi nell’avventura del Cinema.
      Fonte:
      http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/spettacoli/2009/12-agosto-2009/paolo-sorrentino-racconta-di-colpo-restai-orfano-cosi-provai-fare-film–1601660100905.shtml