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L’uomo che verrà – di Giorgio Diritti

Il tempo stimato per la lettura di questo post è di 15 minuti e di 15 secondi

Italia – 2009

analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo

“Il recupero di una identità e di una verità storica, attraverso una narrazione rigorosa, onesta, morale e poetica” – a cura di Roberto Bernabò

L’uomo che verrà – Scheda

titolo originale: L’uomo che verrà
nazione: Italia
anno: 2009
regia: Giorgio Diritti
genere: Drammatico
durata: 117 min.
distribuzione: Mikado Film
Sito Originale del film: http://www.uomocheverra.com/

Attori e Personaggi
Alba Rohrwacher: Beniamina
Maya Sansa: Lena
Claudio Casadio: Armando
Greta Zuccheri Montanari: Martina
Stefano “Vito” Bicocchi: Signor Buganelli
Eleonora Mazzoni: Signora Buganelli
Orfeo Orlando: Il mercante
Diego Pagotto: Pepe
Bernardo Bolognesi: Il partigiano Gianni
Stefano Croci: Dino
Zoello Gilli: Dante
Timo Jacobs: Ufficiale medico SS
Raffaele Zabban: Don Giovanni Fornasini

sceneggiatura: G. Diritti • G. Galavotti • T. Pedroni
musiche: Marco Biscarini • Daniele Furlati
fotografia: R. Cimatti
montaggio: G. Diritti • P. Marzoni

Sinossi: Inverno, 1943. Martina ha 8 anni, vive alle pendici di Monte Sole, non lontano da Bologna, è l’unica figlia di una famiglia di contadini che, come tante, fatica a sopravvivere. Anni prima ha perso un fratellino di pochi giorni e da allora ha smesso di parlare. Nel dicembre la mamma rimane nuovamente incinta. I mesi passano, il bambino cresce nella pancia della madre e Martina vive nell’attesa del bimbo che nascerà mentre la guerra man mano si avvicina e la vita diventa sempre più difficile. Nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1944 il piccolo viene finalmente alla luce. Quasi contemporaneamente le SS scatenano nella zona un rastrellamento senza precedenti, che passerà alla storia come la strage di Marzabotto.

Monte Sole – cenni storici: Sulla fine del 1943, dopo l’armistizio firmato dal re e Badoglio con gli alleati, l’Italia è divisa in due, occupata a sud dall’esercito anglo-americano, al centro e al nord dai tedeschi, che hanno anche liberato Mussolini e lo hanno posto a capo di uno stato fantoccio, la cosiddetta Repubblica di Salò. È in questo periodo che nella zona di Monte Sole, compresa tra il torrente Setta e il fiume Reno, a una trentina di chilometri a sud di Bologna, comincia spontaneamente a formarsi una brigata partigiana, la Brigata Stella Rossa. I partigiani sono i figli e i fratelli dei contadini che abitano la zona e lavorano la terra a mezzadria per conto dei proprietari terrieri, che in genere stanno in pianura. Il territorio è boscoso, il terreno difficile da coltivare e i raccolti scarsi. Le famiglie, spesso numerose, fanno sempre più fatica perché il fascismo prima e la guerra poi le hanno rese ancora più povere di quanto non fossero già. I partigiani incarnano un atteggiamento di ribellione diffuso e nei mesi successivi con le loro azioni di guerriglia creano grossi problemi a tedeschi e fascisti, già incalzati dall’avanzata dell’esercito anglo-americano. Il 29 settembre del 1944 le SS scatenano nella zona una rappresaglia senza precedenti che prosegue nei giorni successivi, mettendo a ferro e fuoco il Monte Sole. Circa 770 persone, per lo più bambini, donne e anziani, vengono massacrate: un eccidio immane rimasto nella storia come “la strage di Marzabotto”, dal nome del comune a cui appartiene la maggior parte del territorio.

Riconoscimenti: La pellicola ha vinto il premio Marc’Aurelio d’Oro del pubblico al miglior film ed il Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio d’Argento al Festival Internazionale del Film di Roma 2009.

Altre informazioni: Il film è stato girato nelle province di Siena e Bologna, con un budget di 3 milioni di euro, grazie, anche, al supporto di Rai Cinema, del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, con quello del Programma MEDIA dell’Unione Europea, con la partecipazione di Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, con il sostegno di Regione Toscana e Toscana Film Commission, ed infine con il sostegno di Regione Emilia-Romagna e Cineteca di Bologna.
Nella versione originale il film è in dialetto bolognese con sottotitoli in italiano.

Ecco la cosa che ho capito … che molti vogliono ammazzare qualcun altro ma non ho capito perché
Martina

“Tutti noi siamo quello che ci hanno insegnato ad essere”
Ufficiale delle S.S.

1. Dedicato alla crisi del Cinema Italiano ed ai talenti nascosti

Sa fa spesso un gran parlare della crisi del Cinema Italiano.

Degli scarsi finanziamenti pubblici, della sperequata situazione della distribuzione nelle sale italiane a vantaggio del cinema americano.

E spesso si crede che i cinepanettoni (ma che roba è?), siano diventati, nei fatti, la salvezza del nostro Cinema, perchè il pubblico italico, in fondo, in molti sono portati a pensare, non amerebbe il Cinema d’autore, e preferirebbe, invece, quello d’intrattenimento, perchè, a ben guardare, è pur vero che siamo, ahimé, la nazione della Comunità Europea dove si legge di meno, in assoluto.

Insomma, credo abbiate ormai compreso, che potrei continuare con questa antifona, praticamente per paragrafi e paragrafi. Senza nascondere, peraltro, che dentro ciascuna di queste argomentazioni si celi una parte della verità.

Poi, però.

Poi però accade che un regista italiano (Giorgio Diritti), che già ci aveva stupito con il suo primo lungometraggio: “Il vento fa il suo giro” (2005), una pellicola che avrebbe meritato, in verità, ben altra programmazione nelle sale, giri un film sulla strage di Marzabotto, (anche nel dialetto originale del luogo, peraltro), e ti rendi conto che basterebbe davvero così poco (si fa ovviamente per dire), per smentirle tutte.

Magari anche solo un po’, ma solo davvero un po’ più di coraggio, per lasciare spazio ad autori che non solo hanno un backgrond di prim’ordine (ed è sicuramente il caso di specie), ma anche sapienti idee sull’arte della narrazione filmica.

E leggendo il breve curriculum di Giorgio Diritti, ti chiedi “Ma quanti altri registi così talentuosi non trovano (ahimè ancora) spazio nelle produzioni e nelle distribuzioni italiane?

Giorgio Diritti

Regista, sceneggiatore e montatore é nato a Bologna il 21 dicembre 1959.
Si forma lavorando al fianco di vari autori italiani (Carlo Lizzani, Lina Wertmuller, Florestano Vancini), ed in particolare Pupi Avati, con cui collabora in vari film. Realizza vari casting per film in Emilia Romagna, tra cui “La Voce della Luna”(1990) di Federico Fellini. Partecipa all’attività di Ipotesi Cinema, Istituto per la formazione di giovani autori, fondato e diretto da Ermanno Olmi. Come autore e regista dirige documentari, cortometraggi e programmi televisivi. In ambito cinematografico il suo primo cortometraggio, “Cappello da Marinaio” (1990) è stato selezionato in concorso a numerosi festival internazionali, tra cui quello di Clermont-Ferrand. Nel 1993 ha realizzato “Quasi un Anno”, film per la TV prodotto da Ipotesi Cinema e RAI 1.
Il suo film d’esordio, “Il Vento fa il suo Giro” (2005), partecipa ad oltre 60 festival nazionali ed internazionali, vincendo oltre 36 premi. Riceve 5 candidature ai David di Donatello 2008 (fra cui Miglior Film, Miglior Regista Esordiente, Miglior Produttore e Migliore Sceneggiatura) e 4 candidature ai Nastri D’argento 2008. Il film inoltre diventa un “caso nazionale”, restando in programmazione al Cinema Mexico di Milano per più di un anno e mezzo.

§§§

2. La scelta dialettale ed il pont of concentration della narrazione

Anche se non avete visto “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi (ed io si, lo ammetto, l’ho visto nella versione in dialetto bergamasco), ma magari ne avete anche solamente sentito parlare, non potete non cogliere delle connessioni, come dire, evidenti, tra lo specifico filmico di quella pellicola, e  quello di questo vero e proprio capolavoro di Giorgio Diritti.

Si definisce, infatti, oramai, “quello cinematografico“, un linguaggio “audiovisivo“.

Spesso, però, si presta poca attenzione al fatto che, in questa parola composta della nostra bellissima lingua italiana, il lemma “audio” precede quello legato alla visione.

Quando in una pellicola si ponderano, pertanto, sapientemente, queste due componenti, vuole dire che, dietro la macchina da presa, c’è un regista di spessore, che ha intenzioni narrative specifiche, e che, per realizzarle, decide di utilizzare, con chiarezza d’intenti, entrambi questi canali, questi veri e propri, complementari, medium narrativi.

Nel caso della scelta della ricostruzione storica, è evidente, che Diritti si sia interrogato, ed a lungo, sulle opzioni da utilizzare circa il modo con cui raccontare eventi ed esistenti, e che abbia deciso farlo con uno scopo ben preciso: restituire una verità storica, attraverso un punto di vista narrativo complesso, ed al tempo stesso, rigoroso, onesto, semplice.

Il dialetto, in questa prospettiva, recupera sicuramente un’identità precisa.

Quella di una Italia contadina, composta da persone umili e semplici, che assistono, attoniti, alla comparsa, nella loro vita, della cruente crudeltà della Guerra.

Diritti si pone, in qualche modo, grazie a questa precisa scelta formale, dentro gli eventi, ed al tempo stesso al di fuori di essi – ed in questa abile operazione il dialetto diventa una sorta di diaframma attraverso il quale “la Storia” – quella con la S maiuscola, perché, come dice Francesco De Gregori in una celebre ballata “è la gente che fa la Storia” – si narra attraverso la congiunzione della lingua, con il gesto, l’azione, la tradizione, l’identità.

Indimenticabili, al riguardo, sono da considerarsi, ad esempio, le sequenze che filmano il quotidiano, i mestieri contadini, le donne che lavorasno il pane, la famiglia che si riunisce in un unica grande stanza, la stalla etc.

Tutto questo Diritti lo fa, anche, scegliendo di nascondersi, nella visione degli eventi, dietro e dentro gli occhi, invevitabilmente neutrali, ma non certo per questo meno vigili, di una bambina, “Martina“, che diventa una sorta di spirito guida dello spettatore.

Point of concentration narrativo che risolve, peraltro, in un unico, da un lato la necessità di uno schieramento fazioso, che spesso accompagna lo stile documentarista, perchè il film di Diritti non è fazioso in alcun modo, e dall’altro l’esigenza del recupero, a cui accennavo prima, di una precisa identità storica, ma, anche, e direi soprattutto, morale.

Perché attraverso gli occhi di un bimbo ogni atto degli adulti acquisisce, per lo spettatore, quasi inconsciamente, una dimensione morale di notevole spessore.

Ed ecco che persino le usccisioni dei tedeschi, da parte dei partigiani, ci arrivano con un carico di dolente disperazione, perchè per una bambina di pochi anni, un uomo, che poche ore prima mangiava con lei, anche se ricoperto dai panni di una divisa nemica, rimane solo un uomo, che magari l’aveva fatta ridere, e verso il quale aveva provato, uno slancio di fratellanza.

§§§

3. Eventi adulti dentro una visione bambina

Qui, in verità, il film, devo proprio riconoscerlo, mostra tutta la notevole bravura del regista.

Immagino non sia, in alcun modo, facile, infatti, affrontare, come dire, per l’ennesima volta, la questione della barbarie che furono l’occupazione tedesca in Italia, e delle cruenti pagine della lotta partigiana, senza rischiare di cadere, ad ogni fotogramma, nel didascalico, nel già visto, e nel già raccontato.

Eppure.

Eppure, vi assicuro, che mai, come in questo film, ho partecipato agli eventi della storia come se fossi, anche io, parte di quel mondo, vivendo tutta la suspance, il desiderio di protezione, la paura, la disperazione e la rabbia, si la rabbia, che un racconto come quello di quella strage, provoca dentro la tua mente ed il tuo cuore.

Come ad esempio nelle sequenze che riguardano il sacerdote e la Chiesa, più volta raggiunta dagli abitanti di Monte Sole, che restituiscono quella dimensione cristiana semplice, vicina alla gente, che è tipica di quella nostra matrice storico-religiosa, di cui tanto si discute, a sproposito, in questi giorni.

Ma se c’è una cosa che, più di altre, attenuava la mia reazione emotiva di adulto, era la commozione che ho provato grazie alla magistrale interpretazione che l’attrice bambina Greta Zuccheri Montanari (bravissima) ha saputo dare dell’esistente Martina.

Un’interpretazione che restituisce tutto quello che François Truffaut ha sempre detto, circa le capacità attoriali dei bambini, che rimangono, se diretti con amore, i migliori attori del mondo.

Ed è certamente questo continuo giuoco di variazione, di alternanza di passo, e di ritmo, tra l’incedere spietato e cruento della guerra, e lo strbiliante, poetico, quasi magico, sviluppo della personale vicenda di Martina, che si risolve tutta la valenza poetica di questo racconto.

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4. Gli altri aspetti sonori della narrazione

Avevo accennato, nel primo paragrafo, all’importanza, in questo film, del medium sonoro.

Ora, anche andando aldilà della questione del dialetto, molti altri sono gli aspetti sonori di notevole pregio di quest’opera, anch’essi tesi, peraltro, al recupero dell’identità delle etnie e della verità storica:

  • la parziale perdita dell’udito da parte di Armando, interpretato in maniera ammirevole da Claudio Casadio, quando un bomba gli scoppia vicino,
  • i rumori degli spari dei tedeschi, che mi hanno riportato alla memoria la componente sonora di “Schindler’s List di Steven Spielberg“,
  • le parole urlate minacciose, in tedesco, dai soldati delle SS, nella loro irruzione nelle case,
  • lo scrosciare della pioggia,
  • la voce narrante fuori campo di Martina,

  • gli schiaffi che Maya Sansa: Lena (bravissima come sempre), da, nella stalla, ad un soldato tedesco, un gesto che racchiude, peraltro, tutta l’afasia comunicativa delle differenti posizioni, una sequenza che esprime, più di tante parole, l’intima essenza del punto di vista narrativo di Diritti,
  • gli spari che uccidono il sacerdote del paese,
  • quelli che trucidano i 770 abitanti,

e, di effetti sonori della narrazione, ne potrei citare infiniti altri, ma mi limiterò ad inquadrarne uno davvero notevole: l’incantevole colonna sonora di Marco Biscarini e di Daniele Furlati: un vero e proprio capolavoro in se, che meriterebbe ben altro sviluppo in quest’analisi.

Insomma, nel narrare un’intrusione bellica, prodroma ad una strage, ho trovato assolutamente giusta e quasi naturale, la scelta dell’enfasi, sapientemente sviluppata, in questa componente del linguaggio.

§§§

4.1. La colonna sonora originale del film

Per darvi prova della meticolosa opera della Colonna Sonora del film “L’uomo che verrà“, curata da Marco Biscarini e da Daniele Furlati, vi lascio i titoli e le durate dei 31 brani che la compongono, tutti, peraltro, acquistabili anche su iTunes di Apple.

1 Monte sole: Marco Biscarini & Daniele Furlati – 1:58
2 La Madonnina: Marco Biscarini & Daniele Furlati – 0:53
3 La solitudine di Martina: Marco Biscarini & Daniele Furlati – 0:24
4 La solitudine di Martina (Part. II): Marco Biscarini & Daniele Furlati – 1:13
5 Racconto del mare: Marco Biscarini & Daniele Furlati – 0:44
6 Il mercante: Marco Biscarini & Daniele Furlati – 1:09
7 Il maiale: Marco Biscarini & Daniele Furlati – 0:35
8 Partigiani sulla neve: Marco Biscarini & Daniele Furlati – 0:48
9 Il paracadute: Marco Biscarini & Daniele Furlati – 0:51
10 Tema di Martina: Marco Biscarini & Daniele Furlati – 2:19
11 Pitale: Marco Biscarini & Daniele Furlati – 0:26
12 La morte di Antonio: Marco Biscarini & Daniele Furlati – 1:45
13 I bugamelli: Marco Biscarini & Daniele Furlati – 1:13
14 Scherzi a scuola: Marco Biscarini & Daniele Furlati – 0:46
15 Lo sparo: Marco Biscarini & Daniele Furlati – 0:1
16 Lo sparo (Part. II): Marco Biscarini & Daniele Furlati – 0:13
17 La battaglia: Marco Biscarini & Daniele Furlati – 2:59
18 Arrivano i Tudesc: Marco Biscarini & Daniele Furlati – 0:30
19 Bambini al muro: Marco Biscarini & Daniele Furlati – 0:29
20 Pane e pomodoro: Marco Biscarini & Daniele Furlati – 1:12
21 Nativita’: Marco Biscarini & Daniele Furlati – 0:27
22 Fuga di Martina: Marco Biscarini & Daniele Furlati – 1:38
23 Comunione: Marco Biscarini & Daniele Furlati – 1:26
24 Strage 1: Marco Biscarini & Daniele Furlati – 1:23
25 Strage 2: Marco Biscarini & Daniele Furlati – 1:15
26 Strage 3: Marco Biscarini & Daniele Furlati – 1:11
27 Rinascita di Martina: Marco Biscarini & Daniele Furlati – 1:09
28 La solitudine di Armando: Marco Biscarini & Daniele Furlati – 2:36
29 Monte sole (Reprise): Marco Biscarini & Daniele Furlati – 1:17
30 L’uomo che verrà: Marco Biscarini & Daniele Furlati – 6:42
31 Monte sole (Fisa solista): Marco Biscarini & Daniele Furlati – 1:31

5. Conclusioni – ibridazioni narrative: lo specifico filmico dell’opera

Concludo questo post con alcune considerazioni.

Il film mi è piaciuto molto, proprio perché recupera uno stile narrativo che potremmo anche definire classico, ma che diventa notevole, perché unisce ed ibrida vari specifici aseptti della narrazione filmica.

S’intrecciano, infatti, nell’opera, all’interno del rigore di una ricostruzione storica, vicende di finzione, che riescono ad essere assolutamente credibili, e che, grazie alle scelte linguistico-dialettali, ottengono il risultato di narrare la dimensione storico-drammatica, in maniera assolutamente fedele agli accadimenti reali.

S’innesta, infine, in questa costruzione, un tema quasi sovrannaturale, e poetico, che è forse la cifra più delicata ed, al tempo stesso, commovenete, della storia, ed a ben guardare, dello specifico filmico di Diritti.

Nella catartica sequenza finale in cui Martina culla il fratellino (l’uomo, appunto, che verrà), ritrovando in quel gesto, quasi magicamente, il dono della parola (il verbo incarnato, ho pensato), per riuscire a cantargli una sorta di nenia, di una bellezza struggente, che potete ascoltare cliccando sul suo titolo: L’uomo che verrà, è come  se la narrazione trovasse la sua unica conclusione possibile, perfetta, pur nella sua toccante ed ardente poesia, ed al tempo stesso, nella ancor più disperata e dolente bellezza.

E che cos’è una capolavoro, se non il tentativo di raggiungere la perfezione?

§§§

5.1 Le considerazioni del regista Giorgio Diritti

Mi pare, infine, giusto concludere questo lungo post, con alcune considerazioni, sul film, dello stesso regista, perché trovo che conincidano con molte delle intuizioni sviluppate in quest’analisi analisi.

Nel film, nello scenario suggestivo dell’Appennino, si racconta di uomini, donne e bambini, del loro vivere quotidiano, dove ad un certo punto le schermaglie del conflitto mondiale si inseriscono tra borgate e casolari, come un fenomeno abnorme, inspiegabile. L’evolversi dei racconti è l’evolversi di quei tempi, dove la grande “Storia”, quella che troviamo nei libri e negli studi accademici, entra nelle case, sui sagrati, nelle chiese, ed uccide.

Dalla ricostruzione delle vicende emerge, come protagonista, una comunità che, al di là degli episodi legati alle formazioni partigiane, oppone allo strapotere nazista una resistenza che, come cita don Giuseppe Dossetti nell’introduzione bibliografica al libro “Le querce di Monte Sole” di Monsignor Luciano Gherardi, “… è innanzitutto un atteggiamento morale, una rivolta interiore contro ogni prevaricazione, ogni violenza eretta a sistema, ogni sopruso, ogni ingiustizia, ogni ricatto. È tenace affermazione dei diritti dell’uomo, di ogni uomo, volontà di pace nella libertà; testimonianza di solidarietà umana al di sopra di ogni discriminazione; sfida dell’amore all’odio, della fede alla disperazione, della vita alla morte”.

Gli eventi narrati vogliono essere testimonianza di grandissimo valore morale, ci consegnano, per immagini, la sintesi del desiderio e del bisogno della solidarietà nelle convivenze umane, e ci restituiscono il senso delle cose “che contano”, ridanno valore ad una stretta di mano, ad uno sguardo, ad una preghiera, al cibo, all’amore, e tutto questo schiacciato, represso, ma anche “valorizzato” nella contrapposizione alla crudeltà delle SS. Ciò che hanno perpetrato i tedeschi è frutto indiscutibilmente di freddezza, raziocinio e di una precisa “educazione”. L’educazione è significativamente alla base dell’agire dell’uomo e nello sviluppo della società civile, portare, quindi, in un film i fatti di Marzabotto, significa mantenere vive e vigili le coscienze degli uomini, ed, anche, educare le presenti e le future generazioni, affinché un domani un’altra ideologia non trasformi il senso della vita annientando le coscienze.

Un’occasione per rilanciare la necessità di dialogo e comprensione; una voce data agli innocenti cui hanno rubato la vita, ai martiri dei conflitti che da allora si sono susseguiti fino ad oggi, perché dal loro sacrificio ogni uomo si senta responsabile e si attivi per il miglioramento della società e in ognuno nasca un forte bisogno di pace.

Giorgio Diritti

Insomma, chi avesse delle perplessità per il tema raccontato nella sinossi, corresse lo stesso al cinema e si fidasse, un’ennesima volta, della mente sconclusionata, ma mai come in questo caso commossa, dell’autore di questo blog, che archivia questa pellicola, italiana, attenzione, come una delle più belle mai viste al cinema.

Alla prossima.

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3 commenti

  1. Mara ha detto:

    Il film è affidato allo sguardo di Martina e da qui ricava il suo fascino. E’ una condanna della violenza della Storia che si abbatte su una comunità ma , prima di mettere in discussione la Resistenza, potremmo ricordare la vicenda di Anna Frank e così non relativizzare le cose oltre ogni limite. Anche la comunità di cui faceva parte Anna Frank fu travolta dalla Storia. Una cosa è resistere e reagire alla violenza, un’altra cosa è farsene promotori. Il film di Diritti propone, forse, un’utopia, un’ipotesi di pacifismo integrale e assoluto . Oggi siamo cittadini del mondo, anche nostro malgrado, e vediamo convivere tante forme di violenza : è possibile che siano tutte giustificabili in nome della comune partecipazione alla condizione umana ? E’ possibile che la confusione in cui siamo immersi ci porti a rileggere la Storia in modo tale da “assolvere” i nazisti e “condannare” i partigiani? Forse, più semplicemente, il film vuole sottolineare come la necessità di resistere e reagire alla violenza produca necessariamente violenza e che ai danni della Storia si può comunque opporre la continuità della vita nella storia.

  2. cristina 1954 ha detto:

    Non ho commenti solo domande.
    Torno a casa da questo film, straordinario, con il coraggio, finalmente, di pormi una domanda che avevo sempre rimosso.
    Mia madre mi raccontava di quei delinquenti dei partigiani che facevano le loro azioni e poi scappavano lasciando i civili nelle peste.
    Ho sempre liquidato queste opinioni con disprezzo profondo, come sintomatiche dell’animo fascista di una famiglia che, come quasi tutte, aveva silenziosamente e senza dolore aderito al regime, lasciando deportare i propri vicini di casa, ebrei, senza accorgersene.
    Guardando il film è riaffiorato, con urgenza, un dubbio.
    E se fosse vero che bisogna ripensare all’utilità di quell’azione, che è legittima l’opinione di quanti ritengono che non fosse giusto ottenere un tardivo riscatto della propria identità nazionale rischiando non solo, dignitosamente, la propria vita, ma anche quella dei civili inermi che non avevano scelto?
    Io non lo so. Rinunciare alla convinzione che la resistenza è stato il momento fondante di un’identità nazionale (del cui valore, per altro, mi sembra lecito dubitare, alla luce dei più recenti avvenimenti), mi angoscia.
    Mi sembra, tuttavia, che proprio la storia che Diritti racconta ci obblighi, moralmente, a rinunciare ad ogni dogma.
    Per questo mi servirebbe, mi piacerebbe sentire l’opinione di altri che abbiano già riflettuto più approfonditamente di me.
    Per esempio Diritti, che su questa storia ha così a fondo indagato a quale conclusione è arrivato?

    1. Roberto Bernabò ha detto:

      @Cristina 1954 Innanzitutto grazie di questo commento così partecipato al post.
      Non ho una risposta alla domanda.
      Non so dirimere tutti i tuoi dubbi.
      Come te io non c’ero nei tempi in cui quei fatti accadevano.
      Quello che so è anche oggi, forse, ci sarebbe bisogno di gente che s’impegnasse per cambiare lo stato delle cose.
      Lo Stato Italiano va alla malora, in mano a persone spesso prive di scrupoli morali.
      La Resistenza è una pagina dura della nostra storia.
      Ed ha sicuramente le sue luci e le sue ombre.
      Ma le scelte del fascismo sull’antisemitismo non lasciavano grandi alternative.
      La dittatura aveva fatto il suo tempo.
      Certo l’eredità, presa in mano dai successori, sta facendo una fine forse ancora più esecranda.
      Il fascismo sbagliò, e gravemente, ma prima di certi errori fece anche tante cose valide.
      Oggi?
      Forse il senso di questo film è proprio questo.
      Recuperare un senso di un’etica, magari anche eccessivamente rigida e forse violenta, ma agita con un rigore morale che non vedo più.
      Ripeto, anche i partigiani si sono macchiati di atti discutibili, ma agivano per una causa che credevano giusta, e non per un tornaconto personale.
      E ridettero al nostro paese la democrazia.
      Dopo che avevamo perso la seconda guerra mondiale.
      Io credo che conoscere la storia, sia sempre un momento importante di riflessione, di crescita, e di recupero del nostro senso critico, della nostra etica.
      Se il suo film riesce a muovere riflessioni così alte, credo che Diritti non chiedesse nulla di più ai suoi spettatori.
      Per cui sento il dovere di ringraziarti, e molto, per queste bellissime parole che testimonano che il nostro paese è fatto da persone oneste intellttualmente ed eticamente.
      Ti abbraccio con un grande spirito di fratellanza.
      Rob.

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