cinemavistodame.com di Roberto Bernabò

Fortapàsc – di Marco Risi

Italia – 2008

analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo

Circa l’utilità del cinema documentarista – a cura di Roberto Bernabò

Fortapasc da te.

Fortapàsc

titolo originale: Fortapàsc
nazione: Italia
anno: 2008
regia: Marco Risi
genere: Drammatico
durata: 108 min.
distribuzione: 01 Distribution
cast: L. De Rienzo (Giancarlo Siani) • V. Lodovini (Daniela) • M. Riondino (Rico) • M. Gallo (Valentino Gionta) • E. Mahieux (Sasà) • S. Cantalupo (Ferrara) • G. Morra (Carmine Alfieri) • E. Fantastichini (sindaco) • R. Carpentieri (prof. Amato Lamberti) • G. Imparato (pretore) • M. Mazzarella (emissario dei siciliani)
sceneggiatura: J. Carrington • A. Purgatori • M. Risi
musiche: F. Piersanti
fotografia: M. Onorato
montaggio: C. Benevento
voto-4-stars

Trama: Nel 1985 Giancarlo Siani viene ucciso con dieci colpi di pistola. Aveva 26 anni. Faceva il giornalista, o meglio era praticante, abusivo, come amava definirsi. Lavorava al Mattino, prima da Torre Annunziata e poi da Napoli. È stato l’unico giornalista ucciso dalla camorra. Gli ultimi quattro mesi della sua vita, la sua ultima estate quando dal Vomero, dove abitava, tutti i giorni scendeva all’inferno di Torre Annunziata, regno del boss Valentino Gionta …

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E’ un miscuglio tumultuoso di sensazioni, di sentimenti contrastanti, e di altre cose, di cui questo post non sarà che una verifica parziale, quello che mi è venuto in mente al termine della proiezione del film di Marco Risi su Giancarlo Siani, venerdì sera, mentre uscivo, in compagnia della mia amica L., dal cinema Quattro Fontane, dove ho anche assistito alla proiezione di Gomorra di Matteo Garrone, nel giorno della sua uscita, proprio come per questo film.

Quali sono queste cose, vi chiederete, giustamente, voi. Eccovi subito accontentati.

  1. La prima è che avevo solo 25 anni quando la sorella della ragazza con cui studiavo gli ultimi esami della laurea in giurisprudenza, e che lo conosceva, ci disse che Giancarlo era stato sparato, proprio pochi giorni dopo che si era rimesso con la sua ex. Ho pensato a quanto fossi immaturo all’epoca, e quanto poco avevo, allora, compreso dell’immenso esempio etico che un ragazzo, poco più grande di me (un solo anno di differenza), aveva, quasi inconsapevolmente, dato con la sua morte.
  2. La seconda cosa che mi è balenata per la testa è che, effettivamente, è vero, quello che ci siamo detti recentemente in chat io ed Eugenio Cappuccio su FB: “non puoi parlare del passato senza mordere il presente“.
  3. La terza è stata “come mai Marco Risi avesse deciso di girare, come primo film dopo la morte di suo padre, proprio questo sulla morte di Giancarlo Siani.”
  4. La quarta, che da un po’ il titolo al post, è se avesse ancora senso, oggi, portare alla memoria un fatto così datato, facendo nomi e cognomi di una Camorra che è in carcere.
  5. Altre sensazioni, infine, erano più intime e personali, e riguardavano, ma solo in parte, Napoli, la mia città, la Campania, la mia regione di origine, e la loro sempre discussa, ed anche discutibile, esposizione ogni volta che si affrontano certi temi, ed anche la commozione che sempre mi pervade, non senza sofferenza, difronte alle ingiustizie, ma non formeranno oggetto di questa analisi.

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Poi, riflettendo, ho compreso che tutti questi aspetti, formano un concetto a me caro. Quello del coacervo. E nel coacervo, come m’insegnò un mio maestro, non è facile trovare una chiave di lettura univoca, una verità assoluta. No in esso si condensano elementi di contraddizione. Però a guardare in profondità e con attenzione rigorosa scopri che, nel coacervo, le cose solo apparentemente sembrano slegate e contraddittorie fra di loro, ma la verità è che non è così. Considerate, pertanto, il riferimento a questo concetto una sorta di metafora ispiratrice della complessità, che ci aiuterà, come una vera e propria guida intellettuale, a districarci in questo labirinto di considerazioni.

Proverò infatti, in questo post, a spiegare perché tutti questi elementi solo apparentemente contraddittori, fanno, invece, di quest’opera cinematografica, un’opera importante, in un momento del nostro paese di forte oscurantismo culturale, dove nel nome invocato della libertà, si stanno invece per attuare altri grandi limitazioni alla più importante garanzia di una democrazia moderna, la stampa.

E’ di oggi la notizia di Ferruccio De Bortoli come nuovo direttore del Corriere della Sera e conosciamo le preoccupazioni che, su questa nomina, si erano addensate proprio nel giornale forse più rappresentativo del rischio sopra citato.

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1. La mia (parziale) immaturità all’epoca dei fatti

Questa è forse la cosa più difficile da spiegare. E va fatto anche con molta considerazione di me, e di quello che era, effettivamente, la mia coscienza civile di quel momento.

Perché, in verità, io ero un po’ un idealista e credevo in certe cose. Avevo già delle idee politiche precise, avevo fatto le mie esperienze di autogestione del mio liceo, ad esempio.

Avevo già capito che non sempre i giornali dicevano la verità. Alcuni miei amici erano già entrati nelle redazioni e mi avevano spiegato come funzionavano alcune cose.

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Ma nutrivo ancora, come dice Franco Battiato, in una celeberrima sua ballata dal titolo Mesopotamia, una sorta di dogmatico rispetto verso le istituzioni.

In Italia non c’era ancora stata né l’inchiesta di Mani Pulite, né la discesa in campo di Silvio Berlusconi.

Forse era più facile indagare come giornalista, o forse, paradossalmente, lo era assai di meno.

Non c’era internet.

C’erano le televisioni private, e le radio libere … ma, come dire, poca roba.

C’era già la Fininvest, nata nel 1978, ma era ancora una realtà marginale, e la TV commerciale non era ancora un fenomeno così imponente.

E forse non è un caso che Giancarlo ascoltasse proprio una radio libera, mentre tornava a casa, nel giorno del suo assassinio.

Per tutta questa serie di ragioni (mi piace illudermi che sia così), io non avevo letto gli articoli di Giancarlo nella cronaca di Torre Annunziata.

Capivo che era stato ucciso per quello, ma mi sfuggivano alcuni dati di contesto, che, forse, oggi potrebbero essere più facilmente accedibili, se ci fossero ancora dei giornalisti giornalisti come lui.

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Mi assolvo, quindi, ma facendo questo mi cospargo, a maggior ragione, il capo di cenere, ed omaggio, con il più sentito degli chapò, il coraggio quasi incosciente di Giancarlo, che si era spinto così oltre.

Anche oggi, a guardare bene, esistono due categorie di giornalisti … e sono necessariamente contrapposte.

Una sicuramente faziosa, come la storia italiana contemporanea esige, che cerca di dare le notizie.

Una seconda (che è la stragrande maggioranza), che fa solo da cassa di risonanza governativa, ma non per codardia, o, quanto meno, non solo, ma per necessità.

Se lavori in certi giornali e vuoi dare le notizie semplicemente non lo puoi fare … e non sono teoremi, né dietrologie … ma solo la verità, e non aggiungerò, come mio solito, ahimè, anche se dovrei eccome, in verità.

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2. Per parlare del passato devi mordere il presente

E vedete come viene facile legare il punto 1 al punto 2 di questa breve analisi.

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E già perché se Marco Risi avesse fatto un film sulla manifestazione di Beppe Grillo sulla libertà di stampa, sarebbe stato tacciato di faciloneria, di strumentalizzazione, di anti-berlusconismo, di faziosità politica, e tutti quei termini di cui sono intrise le pagine della cronaca di certi accadimenti.

No lui ha recuperato un esempio vintage, mi si perdoni il termine, per dare voce alle seguenti categorie della società civile (e non ovvio):

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  1. Un giornalista impegnato, che indaga in maniera ficcante non solo la camorra, ma anche e soprattutto la corruzione di una giunta comunale, il voto di scambio, le tangenti.
  2. Un magistrato che dichiara “lei ormai l’avrà capito … altro che quello che dice il sindaco: qui siamo a Fortapasc“.
  3. Un capitano dei carabinieri che s’impegna in prima persona per riuscire a contrastare il potere che, pure è chiaro allo spettatore anche meno accorto, essere molto più forte di lui.
  4. Un’intera giunta comunale corrotta.
  5. I boss della camorra e la loro vita intrisa di lutti e di sangue in nome di un controllo di un territorio, un farwest in cui effettivamente, come già nelle tesi di Roberto Saviano la domanda è “che vita è?

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2.1. Ibridazioni tra genere drammatico e genere documentarista

Ora è evidente che Marco Risi ha si reso ancora una volta giustizia [per dovere di cronaca, ritengo doveroso, infatti, ricordare che Giancarlo Siani ha già ispirato un film indipendente del 2003 intitolato “E io ti seguo” per la regia di Maurizio Fiume con Yuri Gugliucci, un attore che ho molto apprezzato anche a teatro nella compagnia di Lello Arena, e con Carlotta Natoli. Il film fece un rapidissimo giro di festival, dove riscosse un certo successo e si attirò anche qualche antipatia da parte dei giornalisti de “Il Mattino“, i quali non hanno che da essere contenti per come il giornale è stato presentato nel film di Risi. Una delle tante piccole pellicole invisibili da recuperare, [giusto per avere un’altra versione dei fatti, che fa sempre bene] ad una figura come quella di Giancarlo, e lo ha fatto in un modo molto sommesso.  Ma è altrettanto evidente che per farlo ha dovuto molto sapientemente ibridare (non lasciatevi ingannare dalle catalogazioni) il genere drammatico con quello documentarista.

E non con un documentarista qualunque.

No. Con il documentarista che unisce, in un unico mainstream, il cinema di denunzia di Garrone e di Sorrentino con quello più specificamente narrativo dei padri del genere, e non sia irriguardoso, in questa specifica accezione cinefila del termine, il riferimento a “Le mani sulla città” di Francesco Rosi.

Non voglio aggiungere conclusioni particolari a questo paragrafo, dirò solo che la definizione “libertà di stampa“, come ha già detto in un suo splendido monologo Ascanio Celestini (che lascio sotto) è un termine di cui disfarsi, presto diventerà persino pericoloso.

Lascio a quelle parole il compito di dire quello che ancora si può dire al riguardo.

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3. Perché Marco Risi ha deciso di girare come primo film dopo la morte di suo padre proprio questo sulla morte di Giancarlo Siani

Adesso vedete che anche questo tema viene facile da incastrare.

E’ evidente che dopo la morte di un genio così ingombrante come il padre Dino, Marco – che ha da tempo trovato un suo codice, un suo registro, (citerò al riguardo un film che a me piacque molto che era “Il muro di gomma“, l’unico film che abbia indagato sulla tragedia di Ustica), un registro che è un po’ quello del cinema di denuncia, politicamente, non dico schierato, ma sicuramente impegnato – abbia voluto riavvicinarsi, con decisione, a questo suo specifico filmico che gli ha, senz’altro, fatto girare le sue cose migliori, e nel farlo ha voluto trovare, in questa storia, molti dei temi che, in questo momento, affliggono la società civica italiana contemporanea.

Lo ha fatto, immagino, non solo come tributo al padre, ma soprattutto per recuperare quel modo di concepire la funzione stessa del cinema documentarista, che la generazione del padre seppe così bene, forse anche per ragioni storiche, e politiche, e, non ultimo culturali, saputo interpretare.

Un film di altri tempi allora?

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No, vi rispondo con decisione, perché Marco, pur citando, ed a volte platealmente i padri (valga la sequenza del tormentato consiglio comunale in cui Giancarlo prende la parola e mette sotto accusa il sindaco socialista e la sua maggioranza corrotta) dove ho visto espliciti, e mi ripeto, riferimenti a “Le mani sulla città” di Francesco Rosi, dove era il leader dell’opposizione a diventare molto amico proprio di un giornalista, o come nella sequenza finale del ragazzino che sorride a Giancarlo dal retro di un Ape, dove ho colto un’altrettanta esplicita citazione proprio del più celebre film del padre: “Il sorpasso“.

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Ma nel fare tutto questo, Marco usa (anche) il linguaggio crudo, e carico di suspance, specifico proprio di “Gomorra“, con le sue morti efferate ed improvvise, che cercano, ancora una volta, di trasferire il senso della barbarie in cui si viveva ed, ahimè, questa volta si, ancor oggi si vive, a certe latitudini del nostro paese.

In Marco deve essere scattata l’idea che il cinema dovrebbe – più che mai in un paese in cui, come abbiamo visto, sia stampa che media televisivi, sono sempre più, come dire, filo governativi, e dove solo su internet ci pare, a volte, di recuperare un senso onesto di rapporto con la verità – ridiventare il cinema che indaga, che ricostruisce, che documenta, che è, forse, in questo specifico momento storico del nostro paese, quello che maggiormente recupera il senso più elevato della funzione sociale della settima arte.

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4. Ha ancora senso portare alla memoria un fatto così datato facendo nomi e cognomi di una Camorra che è in carcere

Mi rendo conto che in questo breve paragrafo mi sono, infondo, dato anche la risposta all’ultimo punto di questa mia analisi. E’ la stessa è racchiusa nella considerazione che Marco ha parlato di quei fatti per farci riflettere sulla deriva etica, che da troppi decenni il nostro paese vive.

Ci sono alcune sequenze che mi piace ricordare che sono tutte, credo, recuperate dalla ricostruzione che gli sceneggiatori, ritengo ottimamente, hanno svolto, e che sono da considerare molto indicative della troppa acqua corsa sotto i ponti della storia.

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La chiacchierata che Giancarlo svolge con il caporedattore di Torre Annunziata, che lo invita a riflettere sulla differenza ontologica tra il giornalista giornalista (mestiere assai pericoloso, e praticamente a rischio di estinzione), ed il giornalista impiegato. Figura alquanto dilagante nella stampa contemporanea, non trovate?

O quella in cui Giancarlo si reca nella villa del sindaco, vorrebbe scoprire se alla festa del suo compleanno sono invitati anche alcuni esponenti di una certa Ditta. Bene il sindaco lo invita a farsi un bagno in piscina, “stia con noi c’è anche il cantalupo freschissimo, le mozzarelle“. Ma Giancarlo rifiuta. Come non riflettere sull’importanza, nel mestiere dell’informazione, di quel rigore istintivo che anche Indro Montanelli, spesso citava come ineludibile?

O ancora quando viene trasferito alla sede di Via Chiatamone, ed il giornalista più anziano, mentre gli corregge il pezzo, gli chiede “ma perchè non ti sei firmato?

O ancora la sequenza in cui Giancarlo parla dell’acqua piovana che a Torre, subito, diventava fango.

Sono tutte evocazioni di un’etica del mestiere del giornalista che vedo ormai sparita per sempre.

Lo stesso Marco Risi ha dichiarato in conferenza stampa, che per lavare quel fango, di pioggia, ancora oggi, in quella terra, ne dovrebbe cadere davvero tanta … ma così tanta che ormai ci siamo tutti, me compreso sia chiaro, abituati a pensarla una cosa impossibile.

Ed allora, invece, mi chiedo e vi chiedo: “Ma non dovremmo forse proprio noi, persone oneste, pulite, che vogliamo che i nostri figli vivano in un mondo, non dico tanto, ma solo un po’ migliore del nostro, ad essere quell’acqua?

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4. Certo dovrei parlarvi

Degli attori tutti bravissimi. Molti presi proprio dal cast di Gomorra di Matteo Garrone. E raramente, come in questo film, la resa attoriale costituisce uno degli elementi centrali del linguaggio usato dal regista, che, proprio grazie alla forza delle interpretazioni, riesce a conferire a tutti gli esistenti quello spessore umano necessario per stabilire un rapporto empatico con lo spettatore, che era forse uno dei principali obiettivi del regista e del film, presupposto ineludibile proprio per raccontare la vicenda umana di Giancarlo, oltre che denunciare, in maniera documentarista, i fatti che lo riguardarono.

[Libero De Rienzo su tutti, impressionante la sua trasformazione. Ma mi piace anche citare il sempre efficace Ennio Fantastichini, Eernesto Mahieux, sempre convincente, Gianfelice Imparato, e la conferma dell’eclettico e quasi irriconoscibile Michele Riondino, che molto avevo già apprezzato ne “Il passato è una terra straniera” di Daniele Vicari, qui nella parte di Rico, il reporter tossicodipendente, amico di Giancarlo. Doveroso, ancora, citare Massimiliano Gallo – notevole è, infatti, il suo Valentino Gionta, quasi un Tony Montana made in Torre Annunziata.

Appena sopra la sopra la sufficienza, almeno secondo il mio personale punto di vista, la prova dell’attrice Valentina Lodovini, nel non facile ruolo della ragazza del protagonista].

Di come Marco, con la sua regia, sia stato capace di fare emergere i valori che ispiravano l’azione di Giancarlo, senza però rappresentarcelo come un eroe.

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Anzi rappresentandolo, giustamente, per quello che era: un ragazzo con dei principi morali, ma, anche, con le sue insicurezze, le sue paure, le sue fragilità, riuscendo, proprio per questo, a far emergere una figura in grado di farci cogliere, a mio modo di vedere, l’imbarbarimento del contesto avvenuto dopo la sua morte, che comprende anche l’assurda attesa dei lunghi 12 anni che ci sono voluti per arrestare mandanti ed esecutori materiali del suo assassinio.

Non Giancarlo, dunque, un eroe, ma noi gli ignavi che abbiamo anestetizzato le nostre coscienze.

Forse è questa la sensazione che, nella sequenza finale dell’omicidio, nella quale lo sguardo di Libero de Rienzo – Giancarlo Siani verso i suoi assassini ti lascia letteralmente senza fiato, mi ha fatto piangere lacrime campane ed amare, come le ho definite la sera di venerdì per gli amici di Facebook.

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5. Annotazioni a margine

Chiudo con due annotazioni a margine.

Giancarlo Siani

Esiste un premio per giovani giornalisti Giancarlo Siani.

E’ stato creato grazie al “Comitato Giancarlo Siani”: Ordine Giornalisti della Campania, Associazione Napoletana della Stampa, Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, Associazione Giancarlo Siani e quotidiano “Il Mattino”.

Tra i vincitori del Premio Siani negli anni passati: Roberto Saviano con Gomorra.

L’altra è il video che ho recuperato su un sito creato in sua memoria: http://www.giancarlosiani.it/.

Da leggere ascoltando: Canzone-del-maggio – di Fabrizio de Andrè.

C’è un’ultima cosa. Non posso, ogni volta che vedo in strada una Citroën Méhari, non pensare a Giancarlo, ed ho scoperto che esiste anche un corto dal titolo Mehari Italia 1999, diretto e prodotto da Gianfranco De Rosa, sempre ispirato alla vita ed alla morte di Giancarlo Siani.

5 commenti

  1. Roberto Bernabo' ha detto:

    @fuoridalmucchio … anche io le preferisco le mie analisi di pancia (e di cuore), ma non sempre i film che vedo toccano così in profondità. E poi in questo momento io vivo, con un’affezione particolare, il senso dell’ingiustizia.

    Grazie del commento, mi trovi d’accordo … l’alternare il consiglio comunale e la stalla è un esercizio notevole di regia.

    Marco è tornato a mordere con questo film, quello su Maradona, direi che potremmo archiviarlo come un incidente di percorso, ci può stare, le intenzioni, infondo erano nobili, si tentava di fare cogliere, e di documentare, le ingiustizie subite dal campione e di mostrarne il lato umano, le fragilità. Concordo sul fatto che fosse un po’ lacunoso.

    Qui la collaborazione con la famiglia Siani, straordinariamente generosa nella accuratezza della ricostruzione, credo sia stata determinate, bravi anche gli sceneggiatori.

    Napoli ha bisogno di un riscatto.

    A presto.

    Rob.

  2. fuoridalmucchio ha detto:

    Bella analisi: come al solito preferisco le tue riflessioni più… (diciamo?) personali, emozionate. Quando ci metti la pancia più che la testa!

    Io l’ho visto Giovedì pomeriggio: cinque in sala, me compreso.

    Ho subito amato la carrellata iniziale (sotto i titoli di testa) col passaggio dall’acqua del mare alla Napoli (vista) dal mare.

    Ho trovato efficacissimo il montaggio alternato della sequenza della doppia parlamentazione: quella “legale” in Consiglio Comunale e quella camorristica nella stalla. Il contrasto tra le inutili e urlate chiacchiere politiche e quelle molto più pacate ma anche più violentemente concrete dei vertici di camorra è raggelante!

    Ottima anche la connotazione dell’universo esistenziale dei boss di camorra: vite di merda (che altro?), come ci ricorda Roberto Saviano.

    Case come gabbie dorate che, anche se caratterizzate da un lusso sfrenato, restano pur sempre GABBIE. Fughe nelle fogne, tra la merda, come ratti. Fine vita pressoché certa e violenta. Alternativa: carcere!

    Fantastica la scena dello schiaffo a Giancarlo al suo ritorno a Torre.

    Un buon film, davvero!

    Il ritorno di Marco Risi a qualcosa di valido dopo l’inutile sforzo con Maradona.

  3. […] star al ricordo di Giancarlo. Qui la mia analisi al film dopo la visione in […]

  4. Roberto Bernabò ha detto:

    @Dom … ;) Grazie. Ben venuto qui.

    Rob.

  5. Dom ha detto:

    complimenti, davvero una stupenda recensione!

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