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Dogville – di Lars von Trier

analisi di eventi esistenti e linguaggio audiovisivo

2003 – Danimarca/Svezia/France/Norvegia

Dogville = America – il ribaltamento alchemico come chiave di lettura dell’opera di Lars von Trier – a cura di Roberto Bernabò

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Dogville

Titolo originale: Dogville
Nazione: Danimarca/Svezia/France/Norvegia
Anno: 2003
Genere: Drammatico
Durata: 165
Regia: Lars Von Trier
Cast: Nicole Kidman, Harriet Andersson, Lauren Bacall, Jean-Marc Barr, Paul Bettany, Chloe Sevigny, Patricia Clarkson
Produzione: Lars Jönsson, Vibeke Windeløv
Distribuzione: Medusa

Trama: Promettendo di lavorare per la comunità, Grace, riesce a rifugiarsi nella cittadina di Dogville. Ma quando si sparge la voce che la donna é ricercata, gli abitanti della cittadina si dimostrano ostili nei suoi confronti …

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Un vecchio post del 2004 che non è stato salvato dallo strumento di porting splinder-wordpress. Lo ripubblico oggi in quanto l’ennesima visione di Donnie Darko di Richard Kelly, me lo ha, ovviamente, riportato alla mente. E’ tutto per voi e per gli appassionati del mio blog … ammesso che ne esistano ;)

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Comprendere il meta messaggio di DOGVILLE del regista danese Lars Von Trier è un’operazione complessa.

Che va affrontata, per essere efficace, da più punti di vista.

Il linguaggio allegorico del film è rivoluzione pura ad ogni fotogramma.

Ribaltamento alchemico.

Già cos’è il ribaltamento alchemico?

Inserito in un film che forse, e sottolineo forse, ci vuole parlare non tanto e non solo di quello che l’America è, ma credo di quello che l’America rappresenti, almeno secondo Lars von Trier?

Andiamo con ordine.

Ribaltare alchemicamente, in etica, significa che, ad esempio, bene e male non sono più due valori che possono essere rappresentati come opposti di un continuum.

Nella prospettiva del ribaltamento alchemico non sarebbe neanche corretto parlare d’inversione dei valori (cioè ciò che è bene è male e viceversa), quanto, piuttosto, del superamento del modo con cui gli stessi sono, normalmente, considerati.

Un atto può essere bene e male contemporaneamente e l’etica viene guidata non da ciò che bene, o da ciò che male, ma il ribaltamento alchemico pone l’individuo di fronte alla possibilità di considerare quell’atto bene o male, per quello che appare più giusto in quel momento. In quella circostanza.

L’operazione presuppone un esercizio nel quale si rende necessario partire, comunque e sempre, dal ribaltamento del sistema preesistente.

Palais Des Festival

Fatta questa premessa proviamo ad applicare tale chiave di lettura all’opera di Lars von Trier.

Il primo atto di ribaltamento alchemico l’autore lo compie rispetto al suo stesso dogma ’95.

Uno degli obiettivi primari del ribaltamento è quello, infatti, di superare i dogmi.

Ecco che quindi, per rendere credibile, ab origine, l’approccio verso tale prospettiva, von Trier ribalta i suoi stessi dogmi.

Non più, quindi, riprese d’interni assolutamente reali.

Non più luci rigorosamente reali bensì:

completo ribaltamento!

Non solo, ad esempio, risultano gli interni ad essere riprodotti in studio, senza, pertanto, più neanche i muri e le porte, ma fedele alla prospettiva di ribaltamento, persino gli esterni nel film sono assolutamente “ricreati” nello studio dove ha costretto la troupe a lavorare per più di 2 mesi.

Con tanto di scritte sulla terra, che alterano, in maniera ancora più che evidente, la simulazione del reale.

Tutto il linguaggio cinematografico di Dogville è, a guardarlo bene, una sorta di rigoroso studio d’inversione.

Oltre quelli più evidenti citati, molti ulteriori elementi svuotano il dogma:

  1. la musica
  2. l’utilizzo di ottiche e di lenti
  3. le riprese degli omicidi, la visione delle armi
  4. il ricorso, massivo e sarcastico, alla voce narrante
  5. l’alienazione temporale e geografica. Non sappiamo in quale anno si svolge la storia ne precisamente dove si svolga, sappiamo che è in America solo perché gli abitanti di Dogville festeggiano il 4 luglio, dopotutto.

Entriamo nell’impianto narrativo.

E’ evidente che la prospettiva del ribaltamento alchemico riguarda molto i personaggi e ciò che li muove all’azione.

Grace, in effetti, alterna sia in attivo che in positivo, nei diversi capitoli, atteggiamenti ambigui che appunto, alchemicamente, è difficile collocare con riferimenti etici certi.

Questo elemento, mutatis mutandis, lo potrete facilmente, e anche con divertimento, ritrovare in ogni personaggio.

E’ lo stupido Tom a studiare ed a dilettarsi con gli scacchi e non l’intelligente sorella.

E’ il cieco che narra delle bellezze della luce.

E’ il buono Giasone che chiederà di essere sculacciato altrimenti dirà di essere stato sculacciato.

Insomma il giuoco del ribaltamento è impresso, con un rigore degno di miglior causa, ad ogni fotogramma.

Gli stupri di Grace appaiono come le uniche vie d’uscita per i protagonisti che quasi se ne scusano. Non pulsioni animalesche, ma sottili ragionamenti di sovversione etica.

Il tema di fondo è l’accettazione.

Lars vuole parlarci dell’America.

E del bisogno che, dopo l’11 settembre, ha di accettazione.

Ma credo, anche che veda nell’America, il deus ex machina, di questa inversione di valori.

Nel mondo.

Dogville rappresenta, forse, e sottolineo forse, giacché la metafora potrebbe addirittura riguardare l’intero genere umano viste le caratterizzazioni di Grace e di suo padre, l’America e l’utilizzo invertito, rispetto ai cliché del cinema hollywoodiano, basti pensare a come ci appare Ben Gazzara, dei suoi migliori attori, sembra argomentare, anche con un vezzo stilistico, questa prospettiva.

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Nella sua logica semplificata, ad esempio, lo scrittore filosofo che all’inizio del film aveva scritto solo 2 parole buono e cattivo, sembra essere un sottile riferimento al lup nel quale il regista vede ferma l’America, che attende un dono.

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Metaforicamente il dono è Grace, corretta assunzione se non si trattasse della figlia del gangster.

Perché se Grace è la Grazia ed il padre non è DIO, la vera domanda che il film pone allo spettatore è: chi è il padre di Grace?

Che cosa, allegoricamente simboleggia, la scena conclusiva del nono capitolo?

Può un fantomatico, quanto satanico, Gangaster parlare alla figlia di arroganza?

Può la figlia rivolgere le medesime accuse al padre?

L’evocativo trasferimento di poteri che avviene all’interno dell’auto ha qualche riferimento neanche, tanto vago, al ribaltamento alchemico?

La scena infernale dell’incendio di Dogville sembra rievocare, anche nel finale, gli iniziali riferimenti danteschi.

C’è qualcosa di divinamente ribaltato eticamente in tutta la sequenza finale.

Dal momento dell’attacco del dialogo tra Grace ed il padre il film sale allegoricamente di livello.

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Grace non potrà più incontrare gli abitanti di Dogville.

Il piano nel quale si pone, entrando in macchina, la eleva ad una sorta di angelo sterminatore. Non più umano, non più indulgente.

Ma emblema salvifico, secondo la voce narrante, altro strappo al dogma ’95, del genere umano.

Prima fra tutti, la protagonista, Grace, (che si perde in una sorta di selva oscura, donna e non uomo, forse un riferimento ribaltato alla Divina Commedia?), Grazia che risulterà essere figlia di un gangaster.

E per concludere in questa ipotesi interpretativa manca ancora un ultimo tassello: il riferimento al titolo “Dog-ville” che (anche se si ritiene che ciò sia come dire obbligatorio) qui il titolo e’ molto significativo:

Dog – il cane ma anche ribaltato – God !!!

Mentre ville (sembra derivare dal village) ma, nello stesso tempo, potrebbe essere una esplicita allusione fonetica a “will” (volontà) o “vile” (vile).

6 commenti

  1. Roberto Bernabò ha detto:

    Grazie a te.

  2. liuis ha detto:

    Quando vuoi Roberto, e con piacere.

    A presto.
    liuis

  3. Roberto Bernabò ha detto:

    @liuis … non intendevo fare un paragone su chi aveva ragione, o chi aveva approfondito di più ;)

    Tutte le analisi di un film sono valide per definizione per quel che mi riguarda.

    Intendevo dire semmai che anzi di fatto coincidevano ;) anche se la concezione animalesca, cui alludo, credo sia da intendere in un’accezione pura, visto che l’unico animale, a quanto pare, non sia il cane … quanto piuttosto l’uomo, ed anche qui, pertanto, le nostre, solo apparentemente differenti definizioni del lemma animalesco, di fatto, coincidono.

    Sulla questione del tuo blog … hai perfettamente ragione, non avendo mai commentato questo blog, e ritenendo che potevi esserci finito per puro caso, ho commentato anche da te.

    Non accadrà più … e mi scuso se la cosa ti ha infastidito non era nelle mie intenzioni ;)

    Prometto, con il capo cosparso di cenere, di tornare a commentare il tuo blog con considerazioni più contestualizzate ai tuoi post, come è giusto che sia ;)

    Con stima,

    Rob.

  4. liuis ha detto:

    Questo è quello che dici tu: “Non pulsioni animalesche, ma sottili ragionamenti di sovversione etica.”
    Occupandomi io di diritto ed intendendomene poco di filosofia uso un approccio più pragmatico alle cose non cercando significati nascosti dove magari non ce ne sono. La mia interpretazione non credo sia “esoterica” ma mi pare piuttosto la più immediata che il film suggerisce.

    Ma non ho mancato di dire che la tua analisi fosse approfondita (leggi “più approfondita della mia”) in quello che possibilmente è il passo successivo in una riflessione che parte dai medesimi presupposti.

    Concludo dicendoti che non è necessario rispondermi anche sul mio blog in post non inerenti alla questione dato che leggo periodicamente e con interesse il tuo anche sul mio feed reader.

    Un saluto.

  5. Roberto Bernabò ha detto:

    @liuis Il ribaltamento alchemico ed in generale l’esoterismo a cui allude von Trier, è esattamente una scaturigine circa la riflessione della condizione dell’uomo sulla terra ;)

    Le nostre chiavi di lettura, pertanto, coincidono … solo che, senza magari saperlo, hai una visone della questione alquanto esoterica.

    Ti consiglio, se desideri approfondire, di iniziare la lettura dei testi di René Guénon.

    Il film? Un capolavoro assoluto del cinema.

    Un caro saluto.

    Rob.

  6. liuis ha detto:

    Ho sempre guardato a Dogville come ad una grande metafora della viltà dell’Uomo. Dog inteso come l’istinto animalesco ai quali sembrano rispondere tutti gli abitanti della borgata. La tua interpretazione la trovo comunque approfondita e a ben guardare anche calzante. In ogni caso, un gran film.

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