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Il Divo – di Paolo Sorrentino (2008)

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Il Divo – di Paolo Sorrentino (2008)

analisi di eventi esistenti e linguaggio audiovisivo



titolo originale: Il divo
tagline: La spettacolare vita di Giulio Andreotti
nazione: Italia
anno: 2008
regia: Paolo Sorrentino
genere: Biografico
durata: 110 min.
distribuzione: Lucky Red Distribuzione
sito ufficiale:
http://www.luckyred.it/ildivo
cast: Tony Servillo (Giulio Andreotti) • Anna Bonaiuto (Livia Andreotti) • Giulio Bosetti (Eugenio Scalfari) • Flavio Bucci (Franco Evangelisti) • P. Graziosi (Aldo Moro) • Carlo Buccirosso (Paolo Cirino Pomicino) • Giulio Colangeli (Salvo Lima) • A. Ralli (Giuseppe Ciarrapico) • Marco Popolizio (Vittorio Sbardella) • G. Imparato (Vincenzo Scotti) • G. Vettorazzo (Magistrato Scarpinato)
sceneggiatura: Paolo Sorrentino
musiche: T. Teardo
fotografia: Luca Bigazzi
montaggio; C. Travagliolo


Trama: A Roma, all’alba, quando tutti dormono, c’è un uomo che non dorme. Quell’uomo si chiama Giulio Andreotti. Non dorme perché deve lavorare, scrivere libri, fare vita mondana e, in ultima analisi, pregare. Pacato, sornione, imperscrutabile, Andreotti è il potere in Italia da quattro decenni. Agli inizi degli anni novanta, senza arroganza e senza umiltà, immobile e sussurrante, ambiguo e rassicurante, avanza inarrestabile verso il settimo mandato come Presidente del Consiglio. Alla soglia dei settant’anni, Andreotti è un gerontocrate che, equipaggiato come Dio, non teme nessuno e non sa cosa sia il timore reverenziale.

§§§

"Se è vero che un cristiano deve porgere l’altra guancia, è anche vero che il Signore, con molta intelligenza, di guance ce ne ha date soltanto due".
Giulio Andreotti




Introduzione

Sarà che attribuisco al regista napoletano Paolo Sorrentino una fiducia che non esito a definire dogmatica.

Sarà che avevo riposto su questo film su Giulio Andreotti, premiato a Cannes, delle aspettative enormi.

Sarà che ho amato molto il cinema impegnato politicamente di Elio Petri anche per gli aspetti formali.

Ma il fatto è che ieri all’uscita dal multisala Eurcine – nel quale il film veniva proiettato ad orari sfalsati in ben due sale su cinque, lo stesso nel quale vidi, il giorno in cui uscì, "Il Caimano di Nanni Moretti" – non ero così fantasticamente colpito, emozionalmente rapito, visivamente visceralmente attratto da questo film, quanto lo fui quando assistei, per la prima volta, ad una proiezione de "Le conseguenze dell’amore", che rimane ancora oggi, per me, il vero capolavoro del regista napoletano.

Lo so che tutti i critici, compresi quelli di Cannes, sono entusiasti di quest’opera, come lo sono i cinebloggers per lo più. Eppure.

Eppure, pur riconoscendo degli indubbi meriti al film sia formali che di linguaggio, ricordiamoci che il cinema è espressione artistica e non solo una storia, manca qualcosa a questo biopic sull’uomo di potere più discusso della prima repubblica.

Certo è geniale comprendere che nella spettacolare vita di Giulio Andreotti c’è materiale infinito per restituirne, cinematograficamente, il mito. Ma in questa operazione complessa, difficile, ambiziosa esistono come dei limiti emotivi che  la sceneggiatura prima, e le riprese ed il montaggio poi, tradiscono.

Questi limiti li vedremo nello sviluppo dell’analisi di questo film che si baserà sui seguenti pilars:

I meriti del film:

1. Uno stile filmico innovativo, ed ambiguo, che non si rifà ad alcun regista preesistente
2. Le citazioni buñuelliane
3. La personale visione di Paolo Sorrentino sulla storia e forse sulla chiesa
4. La deformazione grottesca degli esistenti e le rese attoriali
5. La direzione della fotografia di Luca Bigazzi

I limiti del film:

6. Una presa di posizione ambigua come il suo personaggio
7. La mancanza di un intreccio narrativo
8. Le carenze del finale
9. Conclusioni

§§§


I meriti del film:

1. Uno stile filmico innovativo, ambiguo, che non si rifà ad alcun regista preesistente

Molto si è detto e molto si è scritto sullo specifico filmico di quest’opera, vincitrice del gran premio della critica al sessantunesimo Festival di Cannes.

Errate citazioni di Elio Petri, che girava un cinema di tutt’altro genere. O errate classificazioni di questo film nel genere documentarista.

Il film di Paolo Sorrentino su Giulio Andreotti, e gliene va dato atto, è, invece, un’opera unica nel suo genere.

E’ una pellicola surreale che cita, ma lo vedremo meglio dopo, Luis Buñuel, ma che esprime una personale visione onirica del personaggio forse più riconducibile al cinema di Federico Fellini, che non ai registi politici italiani.

In realtà Sorrentino e come se pur citandolo attenuasse il dato storico, e, quasi come un regista satirico, si divertisse a dileggiare il potere, a metterne i piazza il lato che non vediamo mai. Il volto umano, con le sue piccolezze, le sue vanità, le sue allucinate stravaganze.

Ed ecco che Giulio chiama a tarda ora la moglie per ascoltare la sua erre moscia.

Che Cirino Pomicino organizza feste oniriche e sfarzose, alle quali Andreotti partecipa flemmatico restando seduto in disparte con la moglie.
 

Che Sbardella "Lo Squalo", tanto all’epoca discusso dai settimanali come "L’Espresso", si prende gioco della corrente andreottiana della DC e riesce, con le sue oscure trame, a far fallire l’elezione di Andreotti a Presidente della Repubblica,  proprio quando, al termine del settimo governo Andreotti, ha inizio il terremoto di "Mani Pulite".

E via via tutti gli attori sia primari che secondari della prima repubblica italiana daranno, agli occhi dello spettatore, il peggio di se.

Tutto questo Sorrentino lo fa senza mai abbandonare un preciso point of concetration, non tanto e non solo, del suo personaggio quanto del suo personale punto di vista narrativo, che è come guidato dall’ambiguità.

Come se l’equazione registica fosse:

Se è verso che Andreotti è un personaggio ambiguo io non posso che realizzare un film ambiguo.

§§§

Le connessioni tra i fatti delittuosi, ed una possibile tesi Sorrentino le mostra. E sarebbe da ciechi pensare che non propone, anche se con stile filmico diverso ad esempio da Oliver Stone, una versione della verità storica e politica.

Solo che la tesi non è dimostrata, dovrà essere lo spettatore a dedurla.

Sorrentino pensa solo ad accelerare o a dilatare i bit del racconto.

Come nella sequenza in cui all’inizio della pellicola troviamo collocati tutti gli omicidi dei cadaveri eccellenti della prima repubblica che gravitano intorno al personaggio Andreotti.

Quelli dell’onorevole Salvo Lima, del giornalista Mimmo Pecorelli, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, del magistrato Giovanni Falcone.

Tutti uomini che cercavano la verità come dice anche il Divo Giulio nella assai poco catartica sequenza finale, quella che pare abbia fatto proprio alterare il vero Senatore a vita.

Ma anche i sospetti suicidi di Calvi e di Sindona che, più che cercarla, furono parte di quella verità.

Mentre, invece, la complessità della situazione politica esigeva perpetrare il male per ottenere il bene.

§§§

2. Le citazioni buñuelliane

Ed in questo continuo alternarsi tra bene e male.

In questo ambiguo giuoco evocativo che, in alcune sequenze, si ritrovano le citazioni formali del cinema di Luis Buñuel.

Quella dell’auto che precipita e poi esplode.

Un’auto che è ormai un rottame ma che con la sua esplosione può deflagrare ancora molte cose.

Nella formica che appare sulla mano di Andreotti.

Nel rapporto incubale che mette in relazione Giulio Andreotti con Aldo Moro.

Una sorta di alter ego della coscienza sporca della DC.

Il rimorso evocativo di quella morte. Probabilmente evitabile come tanti credono oggi e credevano a quel tempo. Come il socialista e delfino di Bettino Craxi, Martelli.

Nell’implicito riferimento al tema del ribaltamento alchemico dove il bene si ottiene appunto attraverso il male. Come anche la Chiesa sa.

Sono considerazioni appena accennate, ma che in realtà, proprio perché semi nascoste, sono, a mio giudizio, molto espressione, peraltro, del punto di vista più intimo del regista.

§§§

3. La personale visione di Paolo Sorrentino sulla storia e forse sulla Chiesa


E qui si arriva in realtà all’abile dissimulazione del linguaggio utilizzato nel film.

Che non è una pellicola smarcatamente politica, cosa assai difficile da realizzare in Italia in questo specifico momento storico, soprattutto parlando di un personaggio ancora in vita ingombrante come Giulio Andreotti, le cui verità non possono che essere raccontate in codice.

Ed allora è più semplice girare un film in chiave surreale per avere così la libertà di far si che Andreotti baci veramente Totò Reina. Conosca veramente Badalamenti.

Insomma tutte le cose a cui assistiamo non sono dichiaratamente la realtà, si limitano ad indicarne, però, una possibile.

Non potendo essere la realtà, in quanto molte scene non sono frutto di prove accertate dai processi, ma, al contrario, tesi ed antitesi tra accusa e difesa, ecco l’estro del regista, che, con uno scarto quantico, unisce tesi ed antitesi in un unico mainstream che sottolinea ed amplifica l’ambiguità del personaggio ed, al tempo stesso, offre allo spettatore tutti gli elementi per esprimere il proprio verdetto.


x

Un verdetto che non risparmia nessuno dei personaggi espressione della corrente Andreottiana della Democrazia Cristiana.

E che non risparmia nemmeno un giudizio assai caustico sul Vaticano che è sempre rimasto vicino al senatore del quale sembra condividerne le conclusioni etiche, mistiche, e persino religiose arrivo a dire.

Un dato su tutti.

Spesso viene posta la questione, quasi filosofica, del caso.

E’ un caso che in tutte le più orrende stragi della prima repubblica si aggiri il nome di Andreotti?

Ma il senatore risponde sempre: "Non credo al caso credo alla volontà di Dio". E’ un tema, fateci caso, che ritorna.

Ed è in nome questa volontà che alcune mosse dettate da un etica che lo allontana dalla purezza, come confessa alla moglie in un degli ultimi monologhi del film, che il giudizio sul senatore e sulla Chiesa cattolica sembrano convergere.

§§§


4. La deformazione grottesca degli esistenti e le rese attoriali
 

In questa opera di dissimulazione un agente fondamentale è il rendere grotteschi gli esistenti.

Ed ecco che le orecchie di Andreotti vengono deformate, amplificate, in modo da non rendere mai chiaro il limite della ricostruzione documentarista e il ricorso ad una maschera melodrammatica.

E’ così per tutti gli altri personaggi politici.

Fateci caso sono sempre solo i politici ad essere narrati, filmicamente, in chiave grottesca.

Assiduo è il ricorso al rallenty. Un’opzione che il regista usa proprio per suggellare l’idea che quello a cui assistiamo non è la realtà. Il rallenty altera il rapporto tra il girato e la sua reale velocità.

Ed è proprio questa alterazione della realtà l’obiettivo drammaturgico più rilevante, intelligente, ed innovativo dell’opera che, al contrario, si basa – direi quasi esclusivamente, fino al punto di ringraziarli nei titoli di coda – sul racconto dei cronisti dell’epoca.

Le rese attoriali sono in questa prospettiva, tutte, devo riconoscere, notevoli.



Giganteggia, ovviamente, quella di Tony Servillo che riesce, come al solito, in maniera superlativa non solo ad interpretare il difficile personaggio di Giulio Andreotti, ma a farlo attraverso una sintonizzazione quasi simbiotica con il punto di vista narrativo del regista.

In questo genere di operazioni l’attore casertano si colloca oramai al vertice del mercato cinematografico italiano, forse anche per lo spleen ed al pathos teatrale e drammaturgico, che riesce, sempre, a conferire ai suoi esistenti, senza nulla togliere, in questo, al loro specifico filmico, peraltro.

 

Notevoli sono anche quelle di Carlo Buccirosso sull’eterno ragazzo Cirino Pomicino, di Flavio BucciFranco Evangelisti il segretario ossequioso e fedele del Divo, di Piera degli Esposti nella sua segretaria, che riesce a conferire al personaggio la serietà ed al tempo stesso la discrezione che pare le fossero proprie, e che sfoga in un pianto in un autobus l’ingiusta condanna al ritorno al paese natio ed all’amara sua cicoria, Anna Bonaiuto nel ruolo di Livia, la moglie del Divo, impeccabile, e tutto il cast degli attori che, plasmato dalla sapiente regia di Sorrentino, trasforma il materiale di cronaca in un potente film surreale.

§§§

 

5. La direzione della fotografia di Luca Bigazzi

Uno dei meriti della pellicola e dell’atmosfera che la stessa riesce ad evocare va sicuramente ascritto alla notevole opera di direzione della fotografia di Luca Bigazzi che ci restituisce un Divo quasi cavaraggesco.

I chiaroscuri, o, meglio, le luci e le ombre della vita del personaggio diventano le luci e le ombre di un’azione quasi sempre ripresa di notte. In un’oscura e claustrofobica atmosfera che sembra, in qualche modo, evocare l’assenza di una luce, di quella luce che troppo avrebbe svelato, troppo avrebbe consentito di vedere. Direi che anche in questa componente la pellicola di Sorrentino sia assolutamente degna di nota.

§§§


I demeriti del film:

6. Una presa di posizione ambigua come il suo personaggio


Insomma qui è difficile trasferire il mio percepito.

Se uno dei meriti del film è l’ambiguità uno dei demeriti del film permane l’ambiguità.

Il j’accuse di Paolo Sorrentino rimane in qualche modo troppo in superficie.

Pur aggiungendo elementi interpretativi alle cronache dell’epoca, le stesse sono aggiunte che risultano troppo palesemente traslate su un piano di narrazione che apertamente si distacca dalla cronaca che rimane, peraltro, il materiale prevalente dello screenplay.

Insomma in questo il cinema di Sorrentino è anni luce distante da quello politico girato dai suoi predecessori, da Elio Petri a Francesco Rosi a Marco Tullio Giordana. Una distanza che a mio parere non gioca a favore della sua opera.

Che rimane unica nel suo genere ma che risulta l’ibridazione di genere documentarista e genere surreale che alla fine però colpisce meno nel segno. Resta timido ed appunto ambiguo nella sua formulazione. Accattivante dal punto di vista formale meno incisivo e meno coraggioso di quello di altri registi. Elio Petri su tutti.

§§§


7. La mancanza di un intreccio narrativo

Un’altra sostanziale differenza con il genere biopic al quale la pellicola ontologicamente si rifà è l’assoluta mancanza di un intreccio narrativo, di una storia, che leghi le vicende del personaggio e dei suoi satelliti.

Questo restituisce al film una certa qual non sempre fluidità nell’azione e nel ritmo che, sebbene ben congegnato, manca di quella cattura implicita dello spettatore che l’assenza di una struttura narrativa fa avvertire.

In questo la pellicola denuncia qualche limite, troppo affidandosi sull’estro, la genialità, la mancanza di un punto di vista stereotipato che Sorrentino sa conferire alla sua narrazione.

Sono intendiamoci peccati veniali sui quali però è la seconda volta che torniamo. Magari farsi assistere da uno sceneggiatore non sarebbe un’idea sbagliata.

Conosco al riguardo l’idea che ha di questo aspetto il regista. Gli sceneggiatori italiani sono carenti, e spesso hanno troppe pretese anche economiche, ma fare un film non avvalendosi di una storia è pur sempre un rischio, anche se calcolato come nel caso di specie. Ovviamente almeno secondo me. Non si può far leva sempre e solo sull’intimismo.

§§§


8. Le carenze nel finale

Sono tutte legate al punto precedente.

Riesce difficile ri-annodare i fili di un discorso che non c’è.

Il monologo del Divo rimane senza una connessione con gli eventi e gli esistenti.

Un esercizio di stile superlativo, che esalta le capacità attoriali di Tony Servillo, e che suggella in maniera direi definitiva l’ambiguità perseguita, con ossessività, durante tutto il film ma che manca di una qualsivoglia catarsi.


Catarsi, intendiamoci, quasi impossibile da aspettarsi in un film sulla spettacolare vita di Giulio Andreotti, ma comunque e pur sempre necessaria al linguaggio audiovisivo, e, forse, anche alla spettacolarità della vita del protagonista del film.

Il film si chiude, invece, come Gomorra di Matteo Garrone con dei cartelli, così come iniziato, che restituiscono le ambigue indagini sulle collusioni tra Andreotti e la Mafia.

Nulla che aggiunga verità o valore a quello che già sapevamo al riguardo.

Un ripasso. L’ennesimo senza soluzione.

Solo ambiguità anche qui.

Come ambigua, e mi ripeto citando Giorgio Gaber, è quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia.

§§§


9. Conclusioni

Che dire. Il film alla fine, nonostante le sue pecche, mi è piaciuto. Non quanto mi aspettavo, ma non così tanto da collocare il mio giudizio tra i detrattori di quest’opera del regista napoletano, che rimane notevole per più ragioni, in un paese dove i media e l’editoria giornalistica hanno, progressivamente, abbandonato se non addirittura abdicato il loro invece irrinunciabile ruolo di garanti e di controllori del potere.

Elio Petri

Ben vengano, allora, registi, se non proprio coraggiosi come lo furono altri (Elio Petri su tutti), se non altro meno reticenti, meno comodi, meno politically correct, è proprio il caso di dirlo.

Certo siamo lontani dal cinema sociale e di denuncia ma siamo comunque nelle latitudini di un cinema di spessore.

Un’ultima considerazione riguarda il sistema dei poteri occulti del nostro paese.

Il film sembra ammiccare ad una tesi, citazione della loggia P2 a parte.

E’ come se esistesse nel piano più alto della cupola di falconiana memoria un livello ultimo.

Superiore.

Un livello che avrebbe mosso la magistratura negli anni ’90.

Che avrebbe curato la regia della distruzione della prima repubblica.

Un livello che non potendo attaccare Andreotti sul pano delle tangenti e della sua rettitudine come pubblico amministratore, lo abbia delegittimato orchestrando un complotto sulle sue collusioni con la mafia.

Questa tesi la si evince da alcune dichiarazioni del Divo quando parlando in uno degli ultimi colloqui con Cossiga, fa riferimento ad altri che lo starebbero delegittimando sul piano culturale.

O quando alla stampa che chiede come sia possibile che le tesi dei supertestimoni, che non hanno possibilità di comunicare  tra di loro, convergano, invece, tutte contro di lui, lui risponde che, invece, la tesi del complotto è possibile.

Se esiste questo potere noi non lo sappiamo.

Quello che sappiamo è che, ad esempio, il magistrato icona di mani pulite oggi fa il deputato dell’Italia dei valori.

E che il principale indiziato come responsabile politico delle stragi italiane è oggi uno stimato senatore a vita.

E’ una tesi dunque suggestivamente possibile?

Verosimile?

Esiste un grande vecchio che manovra la politica italiana fino al punto di esautorarla?

Non credo che lo sapremo mai.

Anche noi non crediamo al caso, ma una cosa è certa questo film non aiuta a ristabilire un rapporto definitivo con la verità. E’ in questo e lo diciamo per un’ultima volta ambiguo.

La verità sulla Democrazia Cristiana e sugli anni bui della nostra prima repubblica è racchiusa, assai più probabilmente, nelle conoscenze dei tanti cadaveri eccellenti che ebbero, forse, in mano alcuni pezzi di un puzzle che scomparirà, chissà forse per sempre, con la morte di Giulio Andreotti e del suo inquietante archivio.

Che il Dio della politica le protegga se non può farle venire alla luce.

Links

Mia recensione a "L’amico di famiglia": qui.
Mia recensione a "Le conseguenze dell’amore" qui.

Mia recensione a "Elio Petri – appunti su un autore" qui.

13 commenti

  1. Nonostantetutto ha detto:

    @didolasplendida Mairsé, comunque resto dell’idea che questo Sorrentino rimane nu’ regista grande assai, anche se denuncia, a mio parere, qualche piccolissimo peccato veniale, … magari legato o al budget o al tempo …

    Intendiamoci, Paolo – in questo momento – rimane, anche per me, il miglior italiano regista contemporaneo, per tanti motivi, e non certo solo perché è napoletano.

    Ma questo non lo esime da una riflessione circa l’eccellenza degli aspetti formali, attinenti il linguaggio audiovisivo, talvolta nu’ poco troppo disgiunta da quelli inerenti le esigenze specifiche dello screenplay.

    Na’ lacrima lucente.

    Rob.

  2. didolasplendida ha detto:

    l’ho trovato un film onesto

    Sorrentino ha messo in risalto degli aspetti della sua umanità che me lo hanno reso per certi versi simpatico

    cmq strepitosa – a parte Servillo- è l’interpretazione di Carlo Buccirosso di Cirino Pomicino

    a me è piaciuto molto

    i migliori anni della nostra vitaaaaa

  3. Cinemasema ha detto:

    Complimenti per questa ottima ed esauriente recensione. Un’analisi precisa e stimolante. Mi sembra che in generale il film ti sia piaciuto e che i pregi superino di gran lunga i difetti. Per quanto riguarda Petri… per me il suo miglior film è Un cittadino al di sopra di ogni sospetto, ma non me la sento di paragonarlo a questo film di Sorrentino. Sono due epoche diverse e due stili non proprio paragonabili. Naturalmente per l’epoca il coraggio di Petri era notevole ma in fondo si criticava il “potere” per le sue malefatte “private” (Grande film e Oscar). caso mai mi sembra più coraggioso “La classe operaia va in Paradiso” (Palma d’oro) ma in generale non sono in grado di coniugare il coraggio né al passato né al presente. Resta il fatto che Petri ha girato almeno cinque film stupendi. Se però si pensa che Bertolucci venne privato dei diritti civili per il suo Ultimo tango a Parigi, allora proprio non si capisce (ragionando diacronicamente) cosa deve fare un regista per non suscitare le “ire” del potere. Forse il Caso Mattei di Rosi (per l’argomento trattato) è paragonabile a Il Divo? (La mia è solo una domanda, perché ovviamente non è facile discutere su questi argomenti che coinvolgono storia e politica). Grazie per questa tua mirabile recensione. A presto.

  4. akiro75 ha detto:

    >Un ripasso. L’ennesimo senza soluzione.

    non credo, la soluzione c’è basta leggere le sentenze che parlano di prescrizione…

    Poi certo, il film non sembra nemmeno italiano per come è girato bene e di sicuro non vuole essere una puntata di report su Andreotti per cui le pecche sulla comprensione della trama ci sono, ma nel complesso si intuisce dove vuole andare a parare.

  5. gahan ha detto:

    Apprezzo la tua analisi, soprattutto per come mette davanti la tua onestà personale e i tuoi punti di riserva. Stessa cosa che ho apprezzato leggendo l’analisi de L’amico di famiglia. Io Il Divo lo vedrò oggi, però conoscendo Sorrentino so già che sarò d’accordo con te e che dovrò a mia volta cercare di trovare un modo per parlarne con tutta calma, e spiegare quello che penso non vada. Penso per questo film, ma soprattutto per il cinema di Sorrentino in generale, ci sia, almeno fra i cinebloggers, un entusiasmo un po’ eccessivo–

  6. Nonostantetutto ha detto:

    @ParaLa querela se l’è beccata lo stesso. Per i danni all’immagine. E pare che il Senatore devolverà tutto in beneficenza.

    Forse un film così con lui in vita è davvero inutile.

    Forse era meglio davvero aspettare che fosse morto, come lui dichiarò all’Espresso quando seppe del film.

    Per il resto lo ripeto è un buon film ma resta a mio parere un’operazione che non aggiunge molto alle tesi che negli anni sono state formulate su questo tema.

    Grazie.

  7. Nonostantetutto ha detto:

    Chiedo scusa Conte. Va bene così. L’ho riletto altre volte. Probabilmente abbiamo solo modi diversi di scrivere di cinema. Tutti quei riferimenti alla televisione mi avevano tratto in inganno. Un saluto.

    Rob.

  8. parachimy ha detto:

    Confesso di non conoscere il cinema di Petri, ma su quello rimedierò.

    Però credo che essenzialmente non si può fare un’accusa pesante, rischiare di prendersi una querela e smettere di girare film. Voglio dire, se fossi stato tu il regista, al di la di quello che andrebbe fatto, cosa avresti fatto? Fai un film che dall’inizio alla fine dice “Andreotti mafioso”, quando, prescrizione o non prescrizione, lui per la legge italiana non lo è? Voglio dire, in casi come questi l’ambiguità è il miglior modo per dire le cose come stanno senza causar(si) troppi problemi. Può essere un atteggiamento discutibile, certo, ma la realtà è questa, ci si deve vivere e si deve fare di tutto per sfruttarla, nel bene o nel male. “Il divo” è coraggioso nel nostro tempo e in relazione di chi si parla. Che poi non lo sia in maniera assoluta quello può essere vero. Ma meglio fare i film così che non farli affatto. Saluti.

    Para

  9. contenebbia ha detto:

    Intervento off: nell’inserire il link sulla cineblogger connection avevo scritto “non è una rcensione, ma un atto d’amore”. e se ha hai avuto il buon cuore di legger la seconda parte, avrai compreso perfettamente

  10. Nonostantetutto ha detto:

    @ParaOggi l’ambiguità è coraggio, forse è a questo che probabilmente non mi voglio rassegnare.

    Ti consiglio di rivedere il cinema di Elio Petri per capire meglio a cosa alludo.

    Insomma il cinema deve essere libero non censurato. O peggio auto censurato.

    Perché il cinema è una forma di espressione, e non ci può essere un limite alla libera manifestazione del pensiero artistico, altrimenti non siamo più in una democrazia, ma siamo in un regime.

    Rileggiti, al riguardo, il mio post su “Le vite degli altri” ed in particolare la frase di Alberto Moravia.

    Non dobbiamo fare confusione l’ambiguità non può essere paragonata al coraggio.

    Mai.

    Se ci siamo ridotti a questo è il momento di rialzare la testa e di riappropriarci della nostra dignità di esseri liberi e pensanti.

    Con stima.

    Rob.

  11. parachimy ha detto:

    Ma figurati Rob, qua dialogare è un piacere immenso, e “Il divo”, anche per quanto riguarda le “discussioni”, sta regalando un sacco di soddisfazioni.

    Concludo dicendo che in fondo, e purtroppo, quando un film non regala emozioni non ci si può fare niente. Per me è un compito perfetto che mi ha anche emozionato, ma in quella maniera rara per cui l’emozione è mossa dall’assistere ad un cinema grande.

    Ripeto, ma qui è una questione di gusti, sensazioni ed interpretazioni (e quindi del tutto soggettive), per me l’ambiguità de “Il divo” è coraggiosa.

    Saluti.

    Para

  12. Nonostantetutto ha detto:

    @Para Ecco l’hai detto.

    Io non mi aspetto il piano sequenza è un giro completo in tutte le scelte stilistiche di Sorrentino da lui mi aspetto appunto, in un film che per molti versi valuto come innovativo, qualcosa di diverso. di Nuovo. Che mi sorprenda.

    Non un compito perfetto che però non mi arriva ad emozionare.

    Nei lunghi tunnel attraversati in auto mi è parso proprio di assistere ad una delle sequenze finali de”Le conseguenze dell’amore“, quando Titta di Girolamo veniva condotto alla cava perché non avrebbe rivelato alla mafia a chi aveva dato i loro soldi.

    Lì però intravidi il coraggio, qui l’ambiguità. Anche la citazione è, in parte, ribaltata.

    Io, da un Sorrentino in 340 sale, pretendo il massimo e non una vita di rendita al 4° film.

    Grazie dei tuoi commenti che mi aiutano a confrontarmi e che completano ed arricchiscono i miei post.

    Un caro saluto.

    Rob.

  13. parachimy ha detto:

    Guarda, complimenti davvero per l’analisi.

    Tutto sommato siamo d’accordo, solo con più entusiasmo da parte mia.

    Condivido appieno i pregi che elenchi, e alcuni di quelli che tu chiami limiti per me sono altri punti a favore.

    Il fatto che non ci sia presa di posizione è gustissimo, anche perchè non si può accusare qualcuno con “leggerezza”. Non prendere posizione ferma, ma indicare come e perchè è stato coinvolto in tutti i casini è un buon, ottimo, modo per mettere dubbi nello spettatore. Cosa più che buona, direi.

    L’intreccio narrativo invece secondo me è bilanciatissimo, ci sono una marea di cose, incastrate bene e a cui si da la giusta attenzione.

    Per quanto riguarda il finale, a me è piaciuto da impazzire, il piano sequenza è un giro completo in tutte le scelte stilistiche di Sorrentino e soprattutto il fatto che il film sia ambiguo e finisca ambiguo rimane sempre legato al fatto che si è scelto di parlare dell’Andreotti colpito e accusato, ambiguo e misterioso. Mi sembra normale, direi, seguire e portare fino in fondo l’idea su cui è stato costruito il personaggio.

    Saluti.

    Para

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