cinemavistodame.com di Roberto Bernabò

Il destino nel nome – di Mira Nair

 Il destino nel nome – di Mira Nair

analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo


Il destino nel nome
The Namesake
Durata: 122 minuti
Regia: Mira Nair
Con: Tabu, Irfan Khan,
Kal Penn, Jacinda Barrett
Genere: Drammatico
Nazionalità: India/Usa
Distribuzione: 20th Century Fox

"I viaggi più belli sono quelli che ti riportano a casa."
"Due Mondi. Un viaggio."

A parte queste due suggestive ed appropriate tagline del film (la prima italiana, l’altra americana), non aspettatevi molto di più dall’ultima fatica di Mira Nair.

Certo troverete molto di personale della vita della regista che, proprio come la famiglia protagonista, vive tra New York e Calcutta.

Certo c’è da dire che non è un caso se la scelta di questo film è ricaduta proprio sull’omonimo romanzo del Premio Pulitzer Jhumpa Lahiri, di cui la regista aveva già letto altre cose, e che è stato presentato in anteprima al Festival del Cinema di Roma l’autunno scorso.

Ma non c’è dubbio che – anche non avendo letto il romanzo – i problemi di questo film sono tutti racchiusi nell’operazione, mai facile, di trasporre dal letterario al filmico un romanzo, forse più adatto alla lettura che non al racconto cinematografico.

In questo post.

1. La difficoltà di trasporre dal letterario al filmico un’opera che attraversa oltre trent’anni

                    1.1 Limiti del film rispetto al romanzo

                    1.2 Plot Outline

2. Una storia molto letteraria e poco filmica – i limiti oggettivi del racconto

        2.1 Quello che ho trovato funzionare della trasposizione

3. Le rese attoriali

4. Conclusioni 

1. La difficoltà di trasporre dal letterario al filmico un’opera che attraversa oltre trent’anni

Il racconto del film The Namesake attraversa la vita della famiglia Ganguli che – in onore alla tradizione indiana dei matrimoni combinati -si crea proprio all’inizio del film, e della sua graduale integrazione nel contesto della società americana dove Ashoke Ganguli, interpretato splendidamente dall’attore Irfan Khan ha deciso di andare a vivere dopo avere visto la morte in faccia in un incidente ferroviario dal quale si salva.

Ed è  proprio durante questo primo viaggio in treno (quello dell’incidente), che Ashoke conoscerà, perché lo stava leggendo su consiglio del nonnolo scrittore russo Nickolay Gogol che, dopo aver attirato le ire di Nicola I per aver portato in scena la satira di "L’ispettore" andò a vivere all’estero (a Roma, dove scrisse "Il cappotto" Ashoke il romanzo che leggeva prima dell’incidente) integrandosi nella nuova cultura senza però perdere di vista le proprie origini ucraino-russe.

Questo elemento, ovviamente cieco per lo spettatore ignaro dell’opera di Gogol, deciderà invece, ed in maniera assai profonda, la vita del figlio di Ashoke che in onore allo scrittore, ed all’esperienza del padre associata all’incidente ferroviario, porterà il suo nome per il resto della sua vita.

Senza svelare altro della storia cerchiamo meglio, però, di analizzare i limiti del film rispetto al romanzo.

§§§

1.1 Limiti del film rispetto al romanzo

Nell’opera di trasposizione dal letterario al filmico accade un po’ quello che avviene nell’operazione di montaggio del materiale girato.

Si legge, in questo blog, che il montaggio opera sul materiale girato quello che la morte opera sulla vita.

Vale anche per la trasposizione dal letterario al filmico, dove è sempre necessario operare scelte a volte anche drastiche perché non è proprio possibile portare sullo schermo tutto quello che è scritto in un romanzo.

Anche qui vale la metafora della morte. Chi seleziona il materiale decide quali eventi ed esistenti del romanzo lasciare vivere nel film e cosa, eventualmente, aggiungere in termini di elementi dello specifico filmico, che agevolino la comprensione visiva degli accadimenti di ciò che, al momento della prima stesura, è ancora solo letterario.

Un’operazione che non è arduo definire alchemica dal momento che avviene, in questo processo, una sorta di trasformazione.

E per quanti angoli diversi di visuale si affronti questo tema, resterà sempre vero che da un bellissimo romanzo non sempre è detto che venga fuori un buon film, e questo non sempre è una colpa, sempre se di colpa è possibile parlare in questi casi, dello sceneggiatore adattatore.

Nascono così i problemi specifici dell’adattamento.

Quello che credo, dopo la visione del film di Mira Nair, è che lei era troppo sentimentalmente coinvolta dalla lettura del romanzo di Jhumpa Lahiri, che ha lei stessa dichiarato di aver letto in un momento molto doloroso della sua vita, per decidere di adattarlo a film, perché molto affine a tutto ciò che era la sua stessa vita in quel momento, valgano su tutti gli espliciti riferimenti al tema del lutto, alla sua elaborazione, a quello dell’integrazione negli USA, ed al senso di disagio che si prova nel contesto di un processo d’emigrazione in una pese così diverso dal proprio. Un tema sempre attuale pensando, che so, al cinema di Emanuele Crialese, anche se narrato in tempi e con propsettive diverse, ma che sempre annunzia quello del crash culturale.

Insomma – da questo punto di vista – il film è sicuramente fedele al racconto non meno di quanto lo sia verso la vita della stessa Mira Nair e della sua sceneggiatrice Sooni Taraporevala anche lei indiana naturalizzatasi a New York.

Come si legge in una intervista infatti:

Avete incontrato difficoltà nella stesura della sceneggiatura per rimanere fedeli al romanzo?

Mira Nair: Nel complesso l’adattamento è rimasto molto vicino al libro e al suo spirito, anche se devo dire che ho preso anche alcune idee dal romanzo precedente di Jhumpa Lahiri, Interpreter of Maladies.

Certo, è una vera sfida cercare di trasformare una storia che copre trenta anni in un film di due ore, abbiamo dovuto prendere qualche decisione dolorosa e abbiamo anche fatto qualche aggiunta per dare senso di coesione: ad esempio è mia l’idea che Ashima sia una cantante.

E’ molto comune che nelle famiglia indiane si canti – o si legga o si dipinga – e Ashima come madre americana si trova a poter cantare solo le ninnenanne ai suoi bambini: la musica diventa la voce della protagonista, che le viene restituita per dimostrare che non era una persona sconfitta.

Di Sooni è invece l’idea di fare rasare Gogol da un barbiere di Harlem: là dove ci si rade la testa per moda, lui lo fa per rispetto. Mi ha molto commosso quella scena quando ho letto per la prima volta lo script. E’ uno di quegli elementi che servono a mostrare le insormontabili differenze tra i due mondi, come quando la ragazza di Gogol va alla cerimonia funebre vestita di nero, quando invece il colore del lutto in India è il bianco.

Sooni Taraporevala: E’ stato un lavoro stimolante e impegnativo perché nel romanzo non c’è un vero e proprio svolgimento, avremmo dovuto creare un plot o seguire solo Gogol lasciando il resto sullo sfondo, ma noi volevamo ogni cosa che c’era nel libro e non era facile: ci sono personaggi che vanno e vengono magari restando solo per qualche scena, e questo può sembrare strano, ma era il nostro modo di essere fedeli al libro. Inoltre la storia è molto intima e interiore e non ha uno svolgimento classico. Abbiamo fatto il possibile e credo che siamo riuscite nel nostro intento.

Mira Nair: Io ho cercato di creare la mia personale transizione sovrapponendo le due città, New York e Calcutta, fondendo gli elementi architettonici e i fiumi e gli alberi per sovrapporre i due mondi; come quando Ashima guarda fuori dalla finestra dell’ospedale e invece dell’Hudson vede il Gange, e così si sente di nuovo vicina alla sua famiglia.

Io personalmente aggiungerei un ulteriore problematica sottovalutata in sede di screenplay, e più propriamente afferente la sua messa in scena.

In 30 anni i genitori invecchiano, i figli crescono.

Nel romanzo esiste, come dire, un tempo di svolgimento assai più dilatato.

Racchiudere questi stessi 30 anni in due ore, facendo rimanere fermi gli esistenti e facendo scorrere gli eventi, non sempre risulta un’operazione credibile se non supportata da precise strategie anche di trucco.

Così è a mio avviso in questa pellicola dove questo aspetto è come tenuto in scarsa considerazione dalla regista. I personaggi, infatti, risultano, secondo me, troppo uguali a loro stessi sempre.

§§§

1.2 Plot Outline

Certo che il tema dell’integrazione non è solo l’unica fonte per lo sviluppo narrativo che riguarda, sicuramente inseriti in questo contesto i seguenti altri plot outline:

  • il rapporto tra padre e figlio,
  • il rapporto tra madre e figlio,
  • gli inevitabili conflitti generazionali, ma anche, come nel romanzo di Gogol,
  • la difficile opera d’integrazione che affronta chi immigra nel contesto di una cultura diversa senza volere perdere quella di origine.

Tutti questi temi, senza dubbio sviluppati bene, sono però narrati con uno stile che non riesce a scrollarsi di dosso il letterario e che stenta a decollare nel filmico.

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2. Una storia molto letteraria e poco filmica – i limiti oggettivi del racconto

Vediamo di capire la portata e l’ampiezza di questa mia affermazione critica.

Il romanzo abbiamo visto copre oltre 30 anni di vita di una  famiglia.

Il problema che la vita di questa famiglia è assolutamente ordinaria.

Tutto nelle loro vite è molto normale.

Sicuramente, intendiamoci, questa della normalità, è un’opzione ed una cifra precisa dell’opera letteraria, ma che al cinema paga un prezzo troppo alto nel rapporto crisi-climax.

Va detto, infatti, che il romanzo va avanti attraverso soluzioni narrative molto prevedibili.

Certo nel racconto scritto molto sarà dedicato al tema sentimentale, molto intenso, in tutte le relazioni familiari. Ma filmicamente il non avere a disposizione grossi colpi di scena rende la narrazione, oltre che estremamente lenta, anche abbastanza scontata, anzi troppo.

E questo è un altro limite con il quale la sceneggiatrice ha fatto male i conti.

Perché  se è vero che il romanzo arriva  in alcune intensità sentimentali, si perde in certe prevedibilità narrative.

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2.1 Quello che ho trovato funzionare della trasposizione

Quello che, sinceramente, ho trovato comunque funzionante nella trasposizione è la progressione del cambiamento di Gogol.

Un progressione che ha forse qualche leziosità di troppo (la rasatura dei capelli risulta un po’ eccessiva ad esempio) ma che si svela e si rivela con intensità crescente, proprio come, immagino, avvenga nel romanzo, al quale Mira Nair ha deciso di rimanere fedele.

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3. Le rese attoriali

Le interpretazioni e le rese attoriali sono tutte molto buone questo va detto. Convince molto la protagonista Ashima della bella attrice Tabu, assolutamente notevole.

Tabu, qual è stato il suo apporto personale al personaggio di Ashima?

Tabu: Io ho cercato di contribuire dando tutto quello che avevo al film; non ho l’esperienza della maternità, ma mi sono ispirata al rapporto con mia madre identificandomi con il suo punto di vista. Prendo sempre in giro mia madre sulla sua pronuncia o sulle cose che dimentica. Noi pensiamo che i nostri gentitori non sappiano niente, ma sanno certo più di noi.

Ho diverse sorelle e cugine che sono emigrate in USA e potevo attingere a quella esperienza, ma è l’aiuto di Mira che è stato fondamentale, anche se solo rivedendo il film ho capito tutto quello che voleva dire, perché mi diceva di parlare con un certo tono quando interpretavo la Ashimi ventenne, con uno diverso quando ero la Ashimi quarantenne…

Ma anche tutti gli atri esistenti sono resi molto bene dagli attori.

§§§

4. Conclusioni

Insomma "Il destino nel nome" lo ricorderemo come un film che commuove per alcune battute assolutamente imperdibili, senza però entusiasmare e senza che, dal punto di vista specificamente filmico, riesca ad essere stupefacente più di tanto.

A parte, sempre a proposito di specifico filmico, una certa qual accortezza/delicatezza nel montaggio.

I fiumi Hudson e Gange che si sovrappongono così come i cieli di New York e di Calcutta. Troppo poco.

Concludo con una battuta sul cinema indiano che andrebbe presa in maggiore considerazione ed è della regista.

Il cinema indiano diventerà il più importante del mondo?

Mira Nair:  Il cinema indiano è già il maggiore al mondo, è l’occidente che ha tardato ad accorgersene. In India si fanno film da cento anni, ma solo negli ultimi cinque si è iniziato a capire il fenomeno che viene tristemente definito "Bollywood".

C’è di che riflettere. Alla prossima.

Fonte dei brani della intervista: http://cinema.castlerock.it

6 commenti

  1. sarathehutt ha detto:

    Ciao Rob, scusa se rompo, ma potresti aggiungere il mio voto per Il Destino nel Nome sulla connection?

    Grazie, grazie, grazie

  2. utente anonimo ha detto:

    Vedendo blog come questi, mi viene la voglia di chidere il mio!!!

    :(

    Il mio blog sul cinema e viaggi: sei invitato!

  3. utente anonimo ha detto:

    Sono davvero rari i film che non hanno limiti rispetto ai romanzi. Ma chissà se è giusto fare dei dei confronti. Non sono due cose che dovrebbero a questo punto viaggiano separate? Non sono due linguaggi diversi e a se stanti? Me lo chiedo sempre, sai.

    Ciao Rob… Mapi

  4. utente anonimo ha detto:

    A partire da lunedì 28 maggio 2007 sarà on line su http://www.playthelab.it NseriesLovesCinema, il primo progetto nato dalla convergenza tra diversi media e strumenti di comunicazione che vedrà gli spettatori partecipare attivamente allo sviluppo e realizzazione della storia come autori o come attori.

    Collegandosi al laboratorio creativo http://www.playthelab.it si potrà accedere alla prima traccia da seguire per partecipare come autori o come attori all’episodio iniziale di “Tigri di carta”, l’unico serial movie interamente realizzato dali utenti.

    Un serial-movie, in 14 episodi della durata di 3 minuti ciascuno, che fonde il cinema con il fumetto. Due grandi attori italiani come Alessandro Haber e Rocco Papaleo saranno i protagonisti di questo serial che nasce sotto il segno del noir e porterà il pubblico in un mondo tanto surreale da essere reale. Sarà solo grazie ai contributi che gli spettatori vorranno fornire sia in qualità di autori che di attori che la storia prenderà vita nella sua forma più completa e finale. Il serial sarà coprodotto con On my Own di Roberto Cicutto e Luigi Musini, già fondatori della Mikado ed in collaborazione con Medusa Multicinema.

    Il risultato finale sarà una contaminazione di stili e tecniche: in fase di lavorazione del serial, alcune ambientazioni fotografate con il multimedia computer Nokia N95 o filmate con il Nokia N93i, saranno trattate in post produzione e integrate con il girato realizzato con la tecnica Chroma key che, inserendo gli attori in un ambiente costituito unicamente da un fondale verde, permette di ottenere effetti speciali di grande suggestione che imprimeranno al serial-movie un tono da Graphic Novel.

    Il fumetto diventa così uno degli elementi fondamentali nella realizzazione di questa sperimentazione e per questo Nokia Nseries non poteva che coinvolgere due grandi protagonisti di questo mondo. A “guidare” tutti i partecipanti sul sito http://www.playthelab.it , che da anni si è avvalso della partecipazione di alcuni grandi protagonisti del cinema internazionale tra i quali Terry Gilliam, Wim Wenders, Ferzan Ozpetek, Valeria Golino , ci saranno infatti Lorenzo Bartoli, autore del famosissimo fumetto cult John Doe, e Daniel Zezelj, visionario e poetico illustratore nonché autore di famosissime “graphic novels” per il New York Times Book Review, la DC Comics e non solo.

  5. Nonostantetutto ha detto:

    @AmosGitai addirittura …

    Non lo chiudere ognuno ha diritto di scrivere quello che vuole ci mancherebbe ;-)

    Grazie per le belle cose che mi dici.

    un saluto.

    Rob.

  6. utente anonimo ha detto:

    Ciao… a vedere il tuo blog, la qualità delle recensioni, mi viene voglia di chiudere il mio.

    Quando vuoi passa a trovarmi (se non lo avessi ancora chiuso!), accetto qualsiasi commento, giudizio o consiglio.

    Ciao!!!

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