cinemavistodame.com di Roberto Bernabò

Quattro minuti – di Chris Kraus

Quattro minuti – di Chris Kraus

analisi di eventi esistenti e linguaggio audiovisivo

4 minuti – squarci di una Germania che si riscatta

Titolo originale:  Vier Minuten
Nazione:  Germania
Anno:  2006
Genere:  Drammatico
Durata:  100′
Regia:  Chris Kraus
Sito ufficiale:   

Cast:  Monica Bleibtreu, Hannah Herzsprung, Sven Pippig, Richy Müller, Amber Bongard, Vadim Glowna, Christian Koerner, Stefan Kurt
Produzione:  Kordes & Kordes Film GmbH
Distribuzione:  Ladyfilm
Data di uscita:  04 Maggio 2007 (cinema)

 

Credo che sia raro assistere ad un film che si costruisce così bene. Che fonde, mescolandole alchemicamente:

  • la seduzione delle immagini,
  • la musica classica,
  • la musica che non saprei se definire rock, pop, progressiva,
  • un sonoro sgradevole che mi ha portato alla mente le atmosfere urticanti di Tornatore in "Una pura formalità".

Del resto come si deve essere davvero bravi per raccontare la vita di un’amicizia impossibile tra due donne che non hanno niente in comune se non un atavico talento, ed un ancestrale, primordiale e viscerale attrazione verso il pianoforte.

E un impresa così la si può raccontare solo come è riuscito a fare un regista/sceneggiatore, Chris Kraus che va a collocarsi, e giustamente, in prima fila in questa nouvelle vague di nuovi autori tedeschi, che ci restituiscono squarci di riflessioni su una Germania che, per noi italiani è stata davvero una nazione ingombrante, ma con la quale, grazie anche ad opere come questa, è possibile riconciliarsi.

In questo post.

  • Lo sviluppo del conflitto e rapporto tra suspance e sorpresa – due componenti ossessive ed intimamente legate
  • Squarci di passato – le allegoriche scelte anacroniche del racconto
  • Linguaggio audiovisivo e specifico filmico
    •  la scelta delle inquadrature
    •  il montaggio del sonoro
    • le rese attoriali
  • I premi al German Film Awards
§§§

1. Lo sviluppo del conflitto e rapporto tra suspance e sorpresa – due componenti ossessive ed intimamente legate



A guardare bene il pregevole impianto narrativo dell’opera dobbiamo subito notare che se è vero che lo sviluppo del conflitto deve essere sempre una parte fondante la definizione di sceneggiature valide, bisogna ammettere che in "Quattro minuti" questo specifico aspetto dello screenplay viene portato avanti in maniera quasi maniacale, oserei dire quasi come una nevrosi.

Cerchiamo innanzitutto di comprendere bene l’ambientazione del film.

Parliamo di un carcere di massima sicurezza.

Parliamo di un complesso rapporto tra due donne:

Traude Krüger – Monica Bleibtreu un’anziana insegnate di pianoforte del carcere, e Jenny von Loeben, un assassina reclusa nel medesimo penitenziario, interpretata dalla sensazionale Hannah Herzsprung.

Entrambe le esistenti, che svilupperanno l’intreccio del racconto, hanno un rapporto complesso con il loro passato.

Uno relativamente prossimo per Jenny, ed uno considerevolmente remoto per Traude, ma entrambi significativamente traumatici.

Mentre per Jenny, scopriremo infatti, è stata oggetto di rapporti incestuosi con il padre, Traude – alias la signora Krüger, come verrà spesso nominata nel film – verremo a sapere, è stata l’amante omosessuale di una ragazza oggetto dello sterminio degli ebrei da parte delle SS.

Queste due donne, le loro vite, dovranno incontrarsi/scontrarsi per poter compiutamente sviluppare un rapporto educatrice – allieva, ed è proprio grazie a questa specifica chiave narrativa e di relazione che Kraus agisce, senza requie, il tema dello sviluppo del conflitto e nel quale parallelamente risolve, e molto brillantemente anche, a guardare bene, quello dell’altrettanto complessa dinamica tra suspance e sorpresa.

E’ come se, per tutta la durata del film, lo spettatore ignaro si continuasse a chiedere:

"riuscirà Traude a convincere Jenny a prepararsi per il concorso per giovani pianiste esordienti ed a piegarla ai suoi metodi tanto competenti quanto anaffettivi?

A complicare questa già complessa e difficile missione interverranno ovviamente ostacoli progressivi.

L’odio che il secondino Mütze, interpretato direi magnificamente da Sven Pipping, svilupperà verso Jenny e che condizionerà, e non poco, l’evolversi della sua esistenza nel carcere;

la ricomparsa del padre di Jenny, ed alti eventi che lasciamo ancora al lettore / futuro potenziale spettatore, che fosse, incautamente, arrivato fin qui nella mia analisi molto spoiler come sempre.

Non basta.

Diciamo che tutti gli esistenti protagonisti sviluppano un conflitto infra-personale.

Jenny, manco a dirlo, nella matassa intorcinata che è la sua coscienza, Traude bloccata per un’intera vita dallo struggente ricordo del suo amore lesbico perduto, ed il secondino Mütze che non sa convivere con i limiti del suo talento e della sua carente predisposizione allo studio.

Insomma gli ingredienti di una sorta di psico-dramma ci sono tutti.

2. Squarci di passato – le allegoriche scelete anacroniche del racconto

Riflettendo attentamente sullo specifico filmico di Chris Kraus che non a caso non è solo il regista ma anche lo sceneggiatore della pellicola, è come se intravedessi il termine squarci.

L’impianto narrativo, infatti, non si snoda solo progressivamente nel racconto dal presente filmico al futuro dell’intreccio.

No, è come se Kraus usasse il pretesto del presente, per raccontarci, e svelarci, invece, il passato.

Curiosa analogia che lega questo film a "Le vite degli altri" di Florian Henckel von Donnersmarck.

Provo a spiegarmi meglio.

Il termine squarci mi è venuto in mente proprio perché vengono offerti allo spettatore frequenti salti anacronici extra-diegetici (che nulla, cioè, hanno a che fare con lo sviluppo della storia del presente filmico), che lo catapultano nel passato di entrambe le esistenti protagoniste, e soprattutto in quello di Traude (donna realmente esistita nella conoscenza di Kraus ed alla quale si è ispirato nella lunga opera di stesura della sceneggiatura e di definzione del personaggio).

E’ così che apprendiamo, ad esempio, l’amore lesbico di Traude, o i traumi del passato di Jenny.

In questi squarci è come se il regista intendesse evocare lo spettro di un passato che ancora incombe sulla Germania. E con il quale però è considerevole il desiderio di fare definitivamente i conti.

E’ forse proprio per questo che Traude avverte così urgente la sua missione di riscattare la giovane vita di Jenny, in un’azione, da questo punto di vista, molto evocativamente simbolica, metaforica, e forse addirittura allegorica.

3. Il linguaggio audiovisivo e lo specifico filmico

Entrando nel merito dello specifico filmico del linguaggio audiovisivo credo che le cose di pregio siano tre.

3.1. Le scelte delle inquadrature

Coerentemente con l’impostazione filologica del racconto, nonché del rilevante ruolo agito sia dallo sviluppo del conflitto infra-personale e di quello inter-personale, la macchina da presa indugia spesso su dettagli in primo piano dei volti delle due esistenti protagoniste.

Non solo, la MDP a spalla è spesso usata per seguire l’azione singola delle due donne, in soggettive molto ben montate.

Ne ricordo una lentissima che segue Traude che esce dalla stanza dove, poco prima, Jenny ha appena aggredito Mütze, ed una, invece, molto veloce, che segue una fuga di Jenny.

Niente male, non vi pare?

Quando la macchina non "film la psiche" delle due, quasi antagoniste protagoniste (altro tema di screenplay brillantemente risolto nell’impianto narrativo), indugia invece in sequenze che ci restituiscono lo squallore di certe ambientazioni, o come nell’indimenticabile sequenza girata dall’alto, l’impenetrabilità della vita di un carcere.

3.2 Il montaggio del sonoro

Sapiente è poi l’uso del sonoro che alterna, suggellandoli, nei climax narrativi, gli acuti suoni sgradevoli, i rumori, le urla dei feriti del passato di Traude, alle struggenti melodie di Shuman, o a quelle della musica "negra" di Jenny, nelle sequenze che la riprendono al pianoforte. Bellissime.



Anche lo spettatore meno esperto di linguaggio riuscirà a cogliere questo aspetto, che non rende semplice, peraltro, il rapporto empatico con il contesto, ma che, proprio per questo, amplifica i momenti sentimentali, di armonia, come nell’indimenticabile sequenza finale, di cui non scorderemo neanche un istante, e che chiude con un inchino che è un vero e proprio capolavoro in se.

Bravo Kraus, i miei più sinceri complimenti.

3.3. La resa attoriale degli esistenti



Che altro aggiungere se non che anche le rese attoriali sono di pregio assoluto e che il film va assaporato come un frutto selvatico raro.

E che nonostante il titolo brevissimo, Quattro Minuti, Kraus ha passato più di otto anni a sviluppare il progetto prima di fargli vedere la luce di un proiettore, alla sua anteprima mondiale allo Shanghai International Film Festival, l’anno scorso:

"Ho avuto l’idea del film da una cosa che avevo letto sul giornale, ma volevo farne una pellicola molto personale" ricorda.

"Ero stato attratto dalla biografia di un’anziana signora che aveva insegnato per 60 anni in prigione di Berlino. La storia mi aveva spinto a cercare un avversario, una persona che fosse l’esatto opposto della signora".

Notevole, infine, e chiudo, anche la colonna sonora, anch’essa da considerare parte integrante del linguaggio audiovisivo della pellicola.

4. I premi al German Film Awards

Non deve pertanto stupire che ai German Film Awards, i LOLA, per i quali Quattro Minuti ha potuto vantare ben otto nominations, la pellicola abbia vinto tale riconoscimento sia come "miglior film" e sia per la "migliore interpretazione per l’attrice protagonista" andata a Monica Bleibtreu, letteralmente straordinaria.

E nemmeno che il film è in programmazione a Roma nel cinema Nuovo Sacher quello di Nanni Moretti, volato a Cannes proprio in questi giorni.

6 commenti

  1. gahan ha detto:

    Apprezzo sempre ogni tua analisi, compresa questa sul cui giudizio di valore sono in totale e certo disaccordo. Che filmaccio– L’uso del primo piano si spiega molto facilmente: questo è un film tv. E quanta tragica carne al fuoco– Mi meraviglia davvero come sia stato accolto in giro per il mondo, sono basito.

  2. Nonostantetutto ha detto:

    @didolasplendida

    Si Dido, davvero un film noteovole.

    Anche “Le vite degli altri – di Florian Henckel von Donnersmarck” mi è piaciuto molto.

    Comunque io scrivo solo analisi … il merito ei miei post è tutto di chi realizza opere come queste.

    Grazie comunque per la stima.

    ;-)

    A presto.

    Rob.

  3. didolasplendida ha detto:

    mi è sembrato un film di una volta

    indubbiamente un buon prodotto

    ma perchè poi il figlio lo aveva chiamato Oscar?

    mi inchino alle sue recensioni Rob

    :-)

  4. Nonostantetutto ha detto:

    @Chiara a presto anche a te, ;-)

    Un saluto.

    Rob.

  5. utente anonimo ha detto:

    Ogni film che posti sembra imperdibile… è anche merito tuo… non ne dubito… a presto ;)

    Chiara

  6. Petarda ha detto:

    è il secondo post che vedo su questo film: toccherà vederlo…

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