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La sconosciuta | di Giuseppe Tornatore

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analisi di eventi, esistenti e linguaggio audiovisivo

Peppuccio Tornatore

Ambiguo è il bene che si mistifica nel male – a cura di Roberto Bernabò

La sconosciuta

Titolo originale: La sconosciuta
Nazione: Italia
Anno: 2006
Genere: Drammatico
Durata: 115′
Regia: Giuseppe Tornatore

Cast: Ksenia Rappoport, Claudia Gerini, Michele Placido, Margherita Buy, Alessandro Haber, Piera Degli Esposti, Pierfrancesco Favino, Angela Molina, Clara Dossena,
Produzione: Medusa, Miramax
Distribuzione: Medusa
Data di uscita: Festival di Roma 2006 | 20 Ottobre 2006 (cinema)

Personaggi ed interpreti 

Valeria: Claudia Gerini
Portiere: Alessandro Haber
Muffa: Michele Placido
Lucrezia: Angela Molina
Irena: Ksenia Rappoport
Gina: Piera Degli Esposti
Donato: Pierfrancesco Favino
Avvocato: Margherita Buy

In questo post:

1. Introduzione – che cosa è un buon film

1.1. Screenplay
1.2. Linguaggio audiovisivo

2. Analisi del film (molto spoiler)

2.1. Elementi di contesto storico – l’11 settembre e l’immigrazione
2.2. Cosa è bene e cosa è male?
2.3. Ambivalenze alchemiche in una prospettiva salvifica
2.4. Una difficile catalogazione di genere
2.5. Ambientazioni allegoriche
2.6. Irena sola contro tutti
2.7. L’inadeguatezza della legge terrena

3. Le accuse di errori nella sceneggiatura

4. Conclusioni

5. Notazioni a margine sulla festa del Cinema di Roma

6. Il premio parallelo blockbuster

§§§

1. Introduzione – che cosa è un buon film

Ma che cosa è un buon film? Cosa porta dire di un film che è un buon film? Mi domandavo ieri sera al termine della proiezione dell’ultima fatica del regista siciliano Giuseppe TornatoreLa sconosciuta” da lui scritto e diretto?

1.1. Screenplay

In primo luogo una buona sceneggiatura.

E cosa caratterizza una buona sceneggiatura?

Un nucleo forte. Un’idea che lo sceneggiatore deve sviluppare.

Una dinamica protagonismo/antagonismo, ovvio.

Un conflitto da sviluppare su più piani (etico, sociale, economico, inter-personale, infra-personale, valoriale, etc.).

Esistenti che aiuteranno l’eroe nel suo viaggio, e sopravvolerei sui tanti e differenti archetipi di tale categoria. Altri che, invece, l’ostacoleranno.

Colpi di scena, in numero giusto e bilanciato rispetto al genere, collocati sapientemente nei punti di snodo del racconto.

Una sostenibile alternanza di crisi e di climax nel racconto.

Cos’altro?

Un piano etico.

Dei messaggi verso l’alto.

Dei convincenti point of concentration degli esistenti, che renderanno coerente la loro azione nello sviluppo dell’intreccio.

Un finale bene costruito, possibilmente catartico, che riannodi, come amo dire, tutti i fili lasciati appesi dalla narrazione.

§§§

1.2. Linguaggio audiovisivo

Ma esistono altri elementi che caratterizzano un buon film.

La regia (che, nel caso di specie, coincide con chi ha curato la sceneggiatura, e scusate se è poco), cui spetta il compito di trasporre la sceneggiatura nel linguaggio audiovisivo.

In pratica.

Scelte giuste e coerenti per le inquadrature. Resa coerente delle ambientazioni, abile controllo delle masse in movimento nelle diverse sequenze.

Corrette sottolineature formali della drammaturgia sia della storia che del discorso nelle accezioni date a tali termini da Seymour Chatman.

Sapiente utilizzo non solo delle immagini, peraltro in movimento, ma anche coordinamento della fotografia, e dell’altro elemento fondante il linguaggio: il sonoro, che in questa opera, diventa ad esempio, quasi un linguaggio nel linguaggio.

Ancora la resa attoriale dei personaggi (e non è un caso che il film di Tornatore si poggi molto sulle notevoli capacità di questa attrice russa di estrazione teatrale: le bella e brava Ksenia Rappoport), una giusta fotografia che sappia accompagnare le scelte del regista ed una colonna sonora che amplifichi, sottolinei, componga completandola, la drammaturgia delle sequenze. E con un maestro come Ennio Morricone, autore delle seguenti tracce, poi, come fallire?

Titoli Tracce
1. La Sconosciuta; 2. Entrata; 3. Canzone per dormire; 4. Giochi infantili; 5. Con scioltezza; 6. Un’arpa per Lei; 7. Flauto, violino e orchestra; 8. Primo tempo; 9. Chiaro-Scuro; 10. Rapido; 11. Insopportabile ansia; 12. Ambiguità; 13. Quella ninna nanna; 14. Un violino e un pianoforte insinuanti; 15. Preludio al silenzio; 16. Le scale della casa; 17. Tre archi d’amore; 18. Dietro gli indizi; 19. Il dopo; 20. Esercizio di stile; 21. Le forbici; 22. Voglia di semplicità; 23. Una vita serena; 24. Reiterazione; 25. Cromatismi diatonici; 26. Andare e non tornare; 27. Archi bianchi.

Ed allora, mi sono detto oggi, se tutti questi sono gli elementi fondanti un buon film, dobbiamo proprio riconoscere che “La sconosciuta” sotto tutti questi profili, sia disgiuntamente che congiuntamente considerati, è un film non buono, ma addirittura eccellente.

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2. Analisi del film (molto spoiler)

Proviamo quindi, con questi rudimentali ed ancora molto approssimativi strumenti d’indagine, a restituire un’analisi critica del film.

2.1. Elementi di contesto storico – l’11 settembre e l’immigrazione

Dopo l’11 settembre, dobbiamo ammetterlo, viviamo nell’era del “sospetto“. Non ci fidiamo più di niente e di nessuno, viviamo con dubbi, incertezze di ogni genere. Siamo tutti diventati più fragili, più impauriti. Non riusciamo più ad intravedere nell’altro il fratello, il prossimo d’amare.

Viviamo, inoltre, in Italia (ma anche in Europa), l’era della immigrazione. Abbiamo accolto nelle nostre famiglie filippini, ucraini, polacchi. Conviviamo con loro, spesso siamo loro affezionati, eppure.

Eppure questo della immigrazione rimane, nella nostra coscienza, un tema complesso, che sollecita ogni giorno titoli, con segni, peraltro, contrapposti, sui giornali.

Esistono precisi flussi che fanno dell’Italia, peraltro, una sorta di nuovomondo per molte genti e non solo europee.

Ribaltare quindi, intorno a questo argomento così scottantemente attuale, quasi alchemicamente ed ontologicamente, l’equilibrio delle forze in campo tra bene e male, è un’operazione che ha in se del geniale, bisogna pur riconoscerlo. E Tornatore adotta un po’ questa strategia tra la protagonista Irena, ucraina, e l’Italia che l’accoglie.

§§§

2.2. Cosa è bene e cosa è male?

Esiste un bene inalienabile oggi?

E’ un figlio, l’amore di una madre verso di lui, qualcosa che possano essere oggetto di compravendita?

Ed il carnefice è la madre che accetta questa sorte contro natura, o è l’aguzzino che la costringe a tale gesto?E prima ancora dell’aguzzino, esiste qualcosa di assai più elevato ed antecedente, qualcosa che noi a volte chiamiamo destino, ad essere crudele con certe persone?

Qui le implicazioni potrebbero portare a conclusioni ed evocazioni di matrice esoterica, che noi però tralasceremo e lasceremo fuori dal contesto di questa analisi.

Ci limiteremo a dire che Tornatore giuoca, in questo film, l’ambiguità.

Non lascia intravedere allo spettatore, fino alla fine dell’intreccio, le giuste ed appropriate valenze etiche degli eventi che gli esistenti vivono sotto i suoi occhi.

In una sapiente costruzione narrativa egli nasconde, cela, e svela con una lenta progressione, l’arcano costrutto della verità.

§§§

2.3. Ambivalenze alchemiche in una prospettiva salvifica

Irena è un donna che riunisce in se passato e futuro, sottomissione, abiezione a ribellione feroce e coraggio.

Irena ha un passato indicibile dal quale, solo attraverso un atto altissimo di ribellione, ella crede di riuscire a liberarsi.

Ma non esiste posto sicuro per le anime sulla terra.

Il passato non si cancella con un colpo di pugnale (agito con delle grandi forbici in una delle sequenze più cruente del film). Non è sempre il male che può cancellare il male.

Perché il passato non è solo nella carne, ma è anche nell’anima.

Con questa storia salvifica Tornatore ci riporta ai valori fondanti della vita.

Agli atti più esecrandi ed al tempo stesso più elevati che un essere umano possa compiere.

Ksenia Rappoport - Irena ne "La sconosciuta" di Giuseppe Tornatore

Irena è una donna che non ha paura. Non teme la vendetta (altro tema registicamente molto indagato dopo l’11 settembre). Non teme agirla. Non teme subirla.

Irena è una donna che si ribella alla sua condizione esistenziale. In questo è un eroe romantico. E la ribellione di Irena, la sua vendetta, é agita nel nome dell’unico amore innocente della sua vita, e proprio per questo brutalmente impedito, ed in quello del suo più puro frutto.

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2.4. Una difficile catalogazione di genere

Il film attraversa, per la peculiare struttura narrativa, più generi rendendone difficile una classificazione univoca.

E’ un trhiller, ma è anche uno psicodramma (e ritorniamo sulla sapiente scelta dell’attrice teatrale della scuola russa Irena – Ksenia Rappoport che riesce a rendere, del suo ambiguo e complesso personaggio, l’ampio spettro di forze, di contrastanti stati animo, di cui si nutre la sua tormentata battaglia esistenziale), ed è ancora noir.

§§§

2.5. Ambientazioni allegoriche

Tornatore sceglie di girare il film in una splendida cornice triestina riuscendo a collocare l’intreccio quasi come sospeso tra l’attualità degli esistenti e la bellezza classica dei palazzi, un conflitto visivo ossessivamente suggellato nelle lente carrellate degli interni, nelle suggestive prospettive dei piani alti, delle vie, dei giardini, delle ville, dove gli eventi, resi così a tratti quasi ancestrali ed universali, si svolgono.

Un ambientazione allegoricamente borghese (il palazzo degli orafi), tesa a sottolineare lo sperequato divario economico tra la protagonista ed il mondo nel quale tenterà d’integrarsi, nel mettere in atto il suo tentativo di ribellione e riconquista del futuro.

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2.6. Irena sola contro tutti

>il cast alla festa internazionale del cinema di Roma

Intorno all’esistente protagonista Irena, che è sola, ma veramente sola nel suo viaggio disperato e disperante, gli altri esistenti della storia.

L’antagonista Muffa, l’aguzzino siciliano capace di ogni nefandezza, il male impersonificato. Un Michele Placido calvo e caravaggesco che restituisce al film significanti quasi horror in una interpretazione da annoverare tra i classici del genere.

Giuseppe Tornatore con Claudia Gerini e Ksenia Rappoport

La famiglia Adacher, l’allegorica coppia di orafi, (convincente Claudia Gerini) stereotipo di una borghesia che crede con i soldi di poter risolvere ogni problema, ma che attraversa, invece e paradossalmente, una profonda crisi familiare.

La loro piccola figlia, (bravissima l’attrice per la prima volta sullo schermo che l’interpreta), affetta da una cronica incapacità di difendersi, vero motore del film ed esistente che nuove all’azione un po’ tutti i personaggi triestini.

La loro governante Gina, una straordinaria Piera degli Esposti, attrice che amo molto.

Il portinaio, avido e al tempo stesso capace di slanci umani e generosi, forse davvero l’unico esistente che, a suo modo, aiuterà Irena, ed interpretato direi abbastanza bene, da un redivivo e dimagritissimo Alessandro Haber.

Ed infine una Sicilia, quella descritta da Peppuccio, capace sia dell’amore più puro tra Irena ed il suo giovane amante, sie delle più atroci nefandezze, come il commercio di bambini sottratti alle immigrate sottomesse e fatte oggetto di una violenza tanto feroce quanto assurda.

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2.7. L’inadeguatezza della legge terrena

Il cammeo che ci regala Margherita Buy, avvocato difensore d’Irena, ci restituisce una delle verità del film.

Quando i giudici chiamati ad indagare sul passato della vita di Irena arriveranno lentamente a ricomporne passato, si renderanno conto di quanto inadeguata possa essere la legge degli uomini nel giudicare vicende del genere, e molto significative e rivelatrici saranno, in questo senso, le parole dell’avvocato Buy quando dirà: “I giudici non potranno non tenere conto di troppe cose“.

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3. Le accuse di errori nella sceneggiatura

Secondo qualcuno il film conterebbe errori nella sceneggiatura. In particolare EddieValiantritiene che le scelte adottate nel finale smentirebbero quelle fatte in precedenza. Proviamo ad analizzare le critiche Eddie ne segnala almeno tre.

  1. L’ommicidio di Muffa svelato attraverso un’anacronia completiva (un flashback per l’esattezza), successivamente rispetto all’adesso filmico. In particolare. […] La prima è sicuramente la scelta del flashback per l’omicidio di Placido. Non ha senso: si è fino a quel momento scelto di narrare alternando i flashback non cronologici, ma legati da un punto di vista emozionale, alla “nuova vita” nel paesino della protagonista narrata stavolta in maniera cronologica. Perché dell’omicidio dobbiamo scoprire durante l’interrogatorio? A qual pro? E’ un errore stupido visto che ci allontana dal punto di vista della protagonista (con cui dovremmo esserci almeno un pochino immedesimati), solo per creare un momento di suspance maggiore (tentativo fallito). […]
    L’obiezione non è di poco conto anche se mi corre l’obbligo di riferire che: […] Le anacronie, possono essere di due tipi: retrospettive (analessi) nelle quali il discorso rompe il flusso della storia per richiamare eventi precedenti (2.1.3.4.), e anticipatorie (prolessi) nelle quali il discorso fa un salto in avanti ad eventi successivi ed intermedi. Questi eventi intermedi debbono, inoltre, essere raccontati anche in un momento successivo, altrimenti il salto costituirebbe una semplice ellissi. Genette distingue, inoltre, tra la “portata” di un’anacronia e la sua “ampiezza“.La portata è l’intervallo di tempo tra l’adesso, anticipato o retrospettivo, e l’inizio dell’anacronia, l’ampiezza è invece la durata dell’anacronia stessa. Vi sono, inoltre, mezzi differenti per congiungere l’anacronia con la storia che procede. Mezzi “interni“, mezzi “esterni” e mezzi “misti“. In un anacronia “esterna“, inizio e fine si verificano prima dell’adesso (si pensi proprio alle sequenze durante la carcerazione), una anacronia “interna” inizia dopo l’adesso, ed infine un’anacronia “mista” inizia prima e finisce dopo l’adesso.
    Le anacronie interne possono, inoltre, distinguersi in quelle che non interferiscono con la storia interrotta (“etereodiegetiche“) e quelle che invece interferiscono (“omodiegetiche“). In questo ultimo caso si può distinguere tra anacronie “completive” e “iterative.
    Le anacronie “completive” riempiono lacune passate o future. Quelle future possono essere, a loro volta, ellissi dirette o “frontali“, o ellissilaterali” o paraellissi, in cui le omissioni non riguardano gli eventi che si verificano, ma piuttosto gli elementi di una situazione di fatto (es. i tranelli che durante la prigionia la protagonista agisce).
    Le anacronie “iterative”, viceversa, ripetono quanto è già stato detto, in quanto il racconto torna apertamente ed esplicitamente sui propri passi, sebbene con un diverso modo di vedere gli eventi. Espediente che è divenuto familiare nel cinema dopo Ejzenststejn.[…] Secondo me pertanto, non intravedendo erorri dal punto di vista strutturale, in quanto Tornatore usa sempre e solo anacronie esterne, ve detto che questa scelta relativa al celare la morte del Muffa, supporta, invece, proprio il finale giallo, che verebbe totalmente ad essere inficiato qualora questo espediente narrativo non fosse agito. Senza peraltro volere considerare inoltre (vedi infra) le tante variazioni sul tema dell’ambiguità del personaggio Irena, che risulta molto arricchita da tale opzione. Concludo dicendo che allo spettatore attento vengono forniti due aiuti: 1) il fatto che Irene non trova una delle due scarpe rosse quando decide di traslocare a casa degli Adacher, 2) il fatto stesso che vi si rechi, mettendo potenzialmente a rischio quella che lei crede essere ancora sua figlia (ella evidentemente non teme più la vendetta di Muffa, sapendolo morto).
  2. La seconda critica viene mossa alla morte del personaggio della Gerini. In particolare: […] L’altra causa, è sempre nella sceneggiatura, e non sono tanto alcune pseudo-incongruenze nella storia (tipo: perché viene uccisa la Gerini? Solo perché sa di un uomo con il giornale? Bah…) […]
    Che dire al riguardo se non che, a mio modo di vedere, Muffa uccide il personaggio della Gerini non perché tema qualcosa, ma solo per compiere l’ennesimo atto cruento e spietato di vendetta (altra oscura protagonista del film) nei confronti di Irena, e questo non tanto per impedirle di avvicinarsi a quelle che lei crede la figlia (giacché questa si che sarebbe un’incongruenza dal momento che Muffa se benissimo che non è così), ma solo per impedirle la costruzione di un futuro diverso. Così come la stessa Irena dichiara all’avvocato-Buy ed al magistrato.
  3. Viene anche segnalata una sorta di carente ortodossia dell’etica blockbuster che vieta scene di violenza su bambini, viceversa presenti nelle scene sul parquet. Eddie, inoltre, ritiene che l’empatia che lo spettatore dovrebbe sviluppare nei confronti di Irena verrebbe, di fatto, pregiudicata sia da questi atti non giustificati, e sia dal cambio di obiettivo, sul finale di tale esistente. […] La seconda è quella legata all’empatia: fa male vedere cadere la bambina sul parquet (una delle leggi del cinema blockbuster americano è mai far vedere violenze sui bambini …) e fa male lo sgambetto alla brava vecchietta (la precedente governante di casa Adacher – Piera Degli Esposti n.d.r.). Eppure lo giustifichiamo. E proprio per questo fa più male. La sopravvivenza dopotutto è questo, ci sembra che Tornatore ci stia dicendo. Eppure nel finale, tutto questo viene smentito: il senso non sembra più essere questo, ma la ricerca di affetto, la necessità di ognuno di noi di trovare una ragione per cui vivere. E così il tema della maternità cambia di prospettiva, ridando al tutto quell’atmosfera melodrammatica che fa pensare di aver travisato tutto, e che in fondo c’era solo tanta confusione in Tornatore. Peccato. […]
    Devo riconoscere che le sequenze sul parquet danno effettivamente molto fastidio, ma va detto che Tornatore mistifica il genere per parlarci dell’ambiguità del nostro tempo, dove dietro quello che crediamo il bene scopriamo il male e viceversa. Senza considerare che proprio agendo questa ambiguità quelle spinte e quelle cadute potrebbero essere, addirittura, una cura agita da Irena per fortificare la figlia dal suo male. Insomma un atto d’amore. Ma l’ambiguità è probabilmente un tema confuso (il tema non la mente di Tornatore) pervasivo che ha impatti anche sulla struttura narrativa. Quanto conosciamo l’intima intenzione degli altri? Di noi stessi a volte? E non dimentichiamoci che anche nei confronti degli immigrati le nostre stesse opinioni non sono sempre così chiaramente univoche. Ed è questo suggello, questo espediente quanto mai coerente alla causa dell’ambiguità – vero tema centrale dell’opera – ad essere centrato con una precisione quasi maniacale sia dalla sceneggiatura che dalle capacità recitative della bellissima e bravissima attrice Ksenia Rappoport. Un film sui sentimenti? Ma la dichiarazione andrebbe rapportata, oltre che all’epoca dei fatti, anche alla struttura di quei sentimenti narrati.

Un grazie comunque alle considerevoli contro-argomentazioni di Eddie che dimostra molta competenza negli elementi fondanti lo screenplay che rimane una delle cose più importanti di ogni buon film.

§§§

4. Conclusioni

E sono proprio le troppe cose (citate dall’avvocato-Buy) di cui Tornatore grava l’esistente protagonista Irena, a rendere questo film più inquietante di “Una pura formalità“, pellicola ricca di riferimenti d’ispirazione dantesca, e struggente almeno quanto “Nuovo Cinema Paradiso“, due pellicole che, per motivi assai diversi tra loro, ho amato molto in due momenti della mia vita molto differenti.

Un lungometraggio, quello di Tornatore – lungamente rimasto sospeso per gli impegni dell’attrice russa – che c’invita a ricominciare nuovamente a vedere nell’altro un fratello, anche se ha le sembianze di una sconosciuta della quale non riusciamo a comprendere tutte le ragioni del suo cuore che la muovono all’azione.

E per quanto violenta, la pellicola è una storia che si apre alla speranza di una rivalsa, di una rinascita, forse anche di un perdono attraverso l’espiazione, in cui l’amore tra una madre ed una figlia riesce a ritrovare la sua più appropriata collocazione sentimentale, affettiva e valoriale. Sarà per questo che commuove il pubblico fino all’applauso ed alle lacrime.

L’interpretazione di Ksenia Rappoport Irena poi rimane per noi un esperienza imperdibile.

Così come la regia di Peppuccio, che lascia il passo, per una volta, alla storia ed ai suoi contraddittori sentimenti, senza eccedere mai nel virtuosismo formale, ragione per cui, personalmente, abbiamo amato molto questo film.

Sono altresì certo che certe sottolineature formali di genere (la scala a chiocciola, il gioco delle luci nelle scene di violenza, le illuminazioni notturne dei luoghi dove le madri venivano scelte, i campi di ambientazione tra passato e futuro), potranno anche fare storcere il naso ai puristi del genere o dei generi. Noi però sottolineiamo questi passaggi come pure citazioni che non inquinano minimamente l’originalità totale della storia, che rimane, a nostro giudizio, straordinariamente toccante sotto il profilo sentimentale.

5. Notazioni a margine sulla festa del Cinema di Roma

La pellicola presentata nella sezione “Premiere” della Festa internazionale del CINEMA  di Roma – conclusasi oggi con il Premio al miglior film che è andato alla pellicola Izobrajaya Zhertvy / Playing the Victim di Kirill Serebrennikov – è stata accolta molto bene sia dalla critica che dal pubblico. E giustamente, secondo noi, giacché la stessa è d’annoverare, secondo il nostro personale metro di giudizio ovviamente, tra i capolavori assoluti del regista siciliano.

6. Il premio parallelo blockbuster

E’ stato consegnato dall’Amministratore delegato di Blockbuster Paolo Penati a Giuseppe Tornatore per “La sconosciutaIl Premio parallelo Blockbuster, alla migliore anteprima della Festa.

La sconosciuta” di Giuseppe Tornatore sbaraglia i contendenti nella sezione Premiere della Festa del cinema di Roma. A decretare il verdetto la Giuria Blockbuster presieduta dal regista Giovanni Veronesi e composta da 20 clienti Blockbuster. Prima di proclamare il vincitore, i giurati hanno discusso molto animatamente. In lizza per il premio, infatti, figurava anche il bellissimo “Namesacke” di Mira Nair.

Veronesi, commentando il verdetto, ha così spiegato: “Sono onorato di aver fatto parte di una giuria popolare che ha votato sinceramente, valutando i film senza alcun pregiudizio. Ho lavorato volentieri con i giurati Blockbuster, apprezzandone la preparazione e la passione per il mondo cinematografico. Penso di essere stato un presidente imparziale, non ho votato, ho lasciato che fossero i giurati a fare la loro scelta”.

A bientot.

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8 commenti

  1. Roberto Bernabò ha detto:

    @didolasplendida questa storia del finale io non la condivido.

    Per me è verosimile tutto.

    L’attaccamento alla figlia ultima, non è legato al legame madre figlia in senso generale, altrimenti sarebbe si un errore davvero parchiano, ma al legame madre figlia particolare dell’unico frutto dell’amore e non del mercato del sesso nella quale Irina cade.

    Esiste un problema sociale sull’immigrazione a fini di sesso di cui la storia di Irina potrebbe essere solo la punta di un iceberg, e bene fa un regista siciliano ad inserire un elemento di denuncia in un film drammatico.

    Si continua a criticare questo film guardando il dito senza vedere la luna che lo stesso indica.

    L’integrazione razziale e culturale è il tema del prossimo millennio sorella cara, e quello della mentalità Ucraina non è quella più difficile ;)

    Il finale vuole probabilmente essere un segnale di speranza … ed è probabilmente in quest’accezione, un errore cercato.

    Sulla simbologia della spirale sono molto d’accordo. Belli spunti grazie.

    Forse anche un riferimento allo strumento contraccettivo ribaltato?

    Chissà.

    Un saluto.

    Rob.

  2. didolasplendida ha detto:

    anche a me è piaciuto, però il finale non è all’altezza del film, come se fosse stato messo lì così tanto per chiudere e per di più in bellezza, in controtendenza a quanto affermato in precedenza.

    Inverosimile ho trovato il numero di figli sfornati e venduti dalla povera Irena, ben 9 e lei si preoccupa solo dell’ultima perchè nata dal suo unico amore, mentalità ucraina lontano molto lontano dalla nostra. Il simbolo della spirale della scala e della medaglia di Muffa. significa situazione senza via d’uscita, circolo vizioso, tunnel, pessimismo sul futuro di queste emigrazioni o che.

    Come torna la bambina a casa, quando Irena ne ha temuto il rapimento da parte di Muffa ?

    L’assassinio della Gerini troppo firmato da Muffa che avrebbe anche potuto farlo su indicazione della stessa Irena o per un atto di amore nei suoi confronti, della serie anche le bestie hanno un cuore, o su indicazione del marito ripetutamente cornificato, e poi le 3 piante che si inaridiscono in continuazione

    cmq bello bello bello

    grazie a sorrentino e tornatore ho trascorso un bel week end e mi sono riconciliata col cinema

    fratello caro :-)

  3. Roberto Bernabò ha detto:

    @Giggi76 A me il film è piaciuto. Certo dall’allievo di un maestro si deve pretendere sempre il massimo.

    Sono abbastanza d’accordo con te.

    E’ che un certo cinema italiano è e sporattutto si considera una sorta di casta. E questo è sempre un errore.

    Bisognerebbe avere il coraggio di rinnovare qualcosa qui e lì.

    Ma il film rimane comunque, a mio modo di vedere, notevole.

    Per dire. Un plot del genere dato in mano ai mezzi made in USA sarebbe osannato assai più che in Italia.

    E’ proprio vero: nemo profeta in patria. Forse.

    Rob.

  4. Giggi76 ha detto:

    Ottima sceneggiatura, svolgimento pieno di pugni nello stomaco, alcuni necessari altri molto meno.

    Punti deboli: eccessiva lunghezza (il film andava concluso almeno 20 minuti prima), musica brutta brutta brutta (basta con Morricone per pietà!) e ossessiva, qualche luogo comune qua e là (il giovinotto siciliano tanto bello e tanto moro che offre le fragole, mah).

    Nel complesso comunque siamo ANNI LUCE AVANTI all’orrido Malèna.

  5. minstrel ha detto:

    Che meraviglia di post Rob! Sono arrivato a circa un quarto e poi ho deciso di salvare il pdf (grazie! grazie!! grazie!!!), stamparlo e portarmelo a pranzo!

    Il film non credo di andarlo a vedere, ma ho sentito anche io pareri discordi.

    Ti farò sapere. Per ora di nuovo grazie!

    yours

    MAURO

  6. Roberto Bernabò ha detto:

    @EddieValiant

    In parte ti ho risposto integrando con brani del tuo post il mio e dedicando a queste critiche un intero paragrafo.

    Nel merito.

    Non credo che Tornatore smentisca se stesso.

    Immagino che abbia riflettutto e a lungo sulla sceneggiatura.

    La sua scelta secondo me è stata duplice.

    Narrare un crash culturale, un’afasia comunicativa tra chi ritiene, con la sua borghese conquista della solidità economica, di poter governare ogni elemento della vita, e chi immigra da altre culture nel nuovo mondo, solo perché la nostra società conferisce ai soldi questo potere.

    I soldi, proprio i soldi, sono a guardare bene, oggetto di sequenze molto evocative (quelli che quasi piovono dal cielo nell’abitazione di Irena).

    Un falso mito.

    Nulla a che vedere con la matrice dei sentimenti.

    L’altra è ricondurre ad una duplice ambiguità quella proprio dei sentimenti:

    Sia dentro la famiglia Adacher (la possiamo toccare con mano: i coniugi sono in crisi), sia fuori: (la faslità del portinaio, la vera ragione per cui Irena vuole entrare nella casa degli Adacher), persino quelli intercorrenti tra Irena e Muffa.

    L’unico conflitto tra i sentimenti, l’unico nucleo puro è sapientemente narrato, in anacronia in falshback, giacchè nell’adesso filmico quella purezza, quella totale assenza di ambiguità, è morta e sepolta nell’omicidio del suo unico tenero amante siciliano (e qui il confronto tra questo esistente e Muffa ci riparla di ambiguità).

    Insomma io non vedo come supportare analiticamente le tue critiche.

    Anche se le riconosco frutto di uno studio e di una competenza.

    Linkerò il tuo blog dopo questo aperto confronto.

    Con molta stima.

    Rob.

  7. EddieValiant ha detto:

    Rob, sulle due segnalaizoni, mi tocca fare una precisazione:

    -quel hce io dico a riguardo dell’etica dello spettatore, non lo critico affatto. Anzi, mi è sembrata una scelta giustificata da parte di Tornatore, fatta proprio per creare fastidio. E’ il finale che invece la smentisce, che quasi la rinnega, così come rinnega molto di quanto fatto emergere in precedenza.

    Tutta quella suspance legata coem tu dici all’ambiguità, ma anche e soprattutto alla “cattiveria” della società si sbrodola sempre più da quel primo piano sulla Rapparot che parla con la vecchia immobilizzata. Da lì in poi, lo svolgimento si fa sempre più superficiale, senza più quell’autorialità che c’era prima, fiendo col mancare di coerenza. 3/4 del film dicono uina cosa e lo fanno con una costruzione particolare, l’ultimo quarto invece utilizza un flashback che non c’entra nulla, un espediente davvero misero che fa perdere di vista il centro della vicenda, e non solo. Non più un noir sull’inadeguatezza e sull’ambighità (coem dici te), ma un semplice dramma della maternità, che non nascondendo più nulla con sceneggiatura,fotografia o regia, trova in quel flashback l’unico riallaccio con il genere “giallo”, e risoelve il tutto con una scena (l’incontro di lei furoi dala priogione e la piccola da grande) da libro cuore.

    Io sono deluso da Tornatore perchè non ha avuto le palle di fare un film cattivo, di chiuderlo mezz’ora prima.

    Allora si che sarebbe stato un grande film.

    Lo stesso Tornatore ha detto di aver fatto “un film sugli affetti”. Il che mi preoccupa ancora di più.

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