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L’etoile du suldat di Christophe de Ponfilly

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 L’etoile du suldat di Christophe de Ponfilly

Venezia 63 a Roma 2006

Le visioni delle opere di Venezia 63 a Roma 

 Christophe de Ponfilly

Regia: Christophe de Ponfilly
Sceneggiatura: Christophe de Ponfilly e RimTurki
Cast: Sacha Bourdo (Nikolai), Patrick Chauvel (Vergos), Mohammad Amin (Najmoudine), Igor Naryshkin
Fotografia: Laurent Fleutot
Montaggio: Anja Ludcke
Musiche: Jean-Baptiste Loussier
Scenografia: François Chavaud
Origine: Francia /Germania /Afghanistan, 2006
Durata: 100′

In primo luogo va data qualche notizia biografica.

1 maggio 2006. Il regista, giornalista e scrittore francese Christophe de Ponfilly si è tolto la vita martedì a 55 anni.

Aveva realizzato numerosi documentari sull’Afghhanistan, tra i quali Massoud, l’Afgano che era uscito nelle sale. Aveva appena terminato il suo primo film di finzione, L’étoile du soldat, una produzione Films du Losange sostenuta da Eurimages e CNC. Véronique Cayla, direttrice del CNC ha salutato oggi "la forza e la costanza " del regista che "ha permesso a tutti di scoprire un paese raccontando non solo la storia di questa regione, ma soprattutto concentrandosi su chi la soffre e la fa, gli uomini e le donne che la vivono quotidianamente". (Fonte CineEuropa.org).

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L’11 settembre del 2001 un uomo solo sulle impervie montagne dell’Afghanistan apprende del sanguinoso attacco alle Torri Gemelle ma non ne sembra stupito. Quasi come se l’aspettasse…20 anni prima di quel terribile giorno che avrebbe segnato (e cambiato) per sempre la storia del mondo quest’uomo era sempre in Afghanistan. Quest’uomo è Vergos, un giornalista francese che ha sempre girato documentari in questo Paese ed ha imparato delle verità rimaste fin troppo nell’ombra.

L’etoile du soldat” è un reportage di finzione. E’ strutturato cioè come un documentario ma non è reale. O meglio la storia che porta sullo schermo si basa su fatti realmente accaduti ma è frutto della fantasia del regista-sceneggiatore Christophe De Ponfilly, peraltro scomparso proprio di recente. Vergos è il suo alter ego ed è attraverso i suoi occhi, filtrati dalla sua inseparabile cinepresa, che lancia uno sguardo sul passato raccontando la storia di Nikolai, un giovane soldato sovietico che viene imprigionato dai Moudjahidin afgani e che instaura con i suoi aguzzini un rapporto di intimitàtale da perdere la propria identità originaria e diventare Ahmad l’Afgano. Una volta liberato oltrepasserà i confini e arriverà in Pakistan. La storia di questo soldato russo è vera. De Ponfilly in uno dei suoi viaggi clandestini in Afghanistan aveva assistito alla liberazione da parte di Moussad di un prigioniero russo che era riuscito poi ad oltrepassare i confini. L’unica differenza è che il prigioniero nella realtà purtroppo venne ucciso mentre nel film si salva.

Al di là che si tratti di finzione o meno, il film di De Ponfilly è comunque necessario. Dopo l’11 settembre sull’Afghanistan è calato un velo di orrore e di menzogne. La follia mediatica conseguente agli attentati delle Torri Gemelle e l’ossessione del terrorismo che da quel momento si è diffusa ovunque ha gettato un’ombra indelebile sul popolo afgano. Chi pensa che gli afgani siano dei pericolosi fanatici, chi dei sanguinosi guerrieri, chi dei violenti pastori fermi all’età feudale. In realtà forse sono solo un popolo che tiene alla propria libertà. E alla propria dignità. E di fronte all’invasione delle proprie terre lotta con tutte le sue forze per non arrendersi al nemico. De Ponfilly, dopo numerosi documentari sull’Afghanistan, ricorre al cinema di finzione. Ma questo perché solo la fiction gli poteva permettere di ricostruire il passato, di unire universi differenti come quello russo e quello afgano, e coniugare più generi in una sola opera.

Interessante più eticamente e moralmente che non cinematograficamente, “L’etoile du soldat” apre uno spiraglio di verità nei confronti di una situazione culturale e sociopolitica che a tutt’oggi resta uno dei buchi neri più profondi della nostra storia ma ha il coraggio di insinuare anche il dubbio che forse il presente è quello che è perché il passato è stato quello che è stato. E nessuno, americani e russi compresi, è senza responsabilità. La verità è scritta nel passato. Non dimentichiamolo.

 Khadak di Jessica Woodworth e Peter Brosens

Regia: Jessica Woodworth e Peter Brosens
Sceneggiatura: Jessica Woodworth e Peter Brosens
Cast: Khayankhyarvaa Batzul (Bagi), Dagvadorj Dugarsuren (Madre), Byamba Tsetsegee (Zolzaya),
Banzar Damchaa (Nonno), Dashnyam Tserendarizav (Shamana), Enkhtaivan Uuriintuya (Nara), Namsrai Otgontogos
Fotografia: Rimvydas Leipus
Origine: Belgio/Germania /Olanda, 2006
Durata:110′
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Presentata nell’ambito della sezione "Giornate degli autori", La pelicola si è aggiudicata il Leone del FuturoPremio "Luigi De Laurentiis" per la migliore opera prima.
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Khadak” racconta la storia epica di Bagi, un giovane nomade che fa il pastore nelle sterminate lande della Mongolia. Bagi ha un misterioso dono: è in grado di udire a distanza gli animali. Durante un pascolo ha un’inquietante premonizione e viene colpito da una crisi epilettica. Una sciamana lo soccorre e al suo risveglio gli annuncia che il suo destino è diventare egli stesso uno sciamano. Bagi non le crede ma nel frattempo qualcosa di terribile sta per accadere. Una tremenda epidemia colpisce la sua regione, i suoi animali vengono messi in quarantena e i nomadi sono costretti a spostarsi verso desolate città minerarie. Bagi salva la vita di una giovane ladra di carbone, Zolzaya, insieme alla quale scoprirà l’epidemia era solo un inganno messo in scena per debellare il nomadismo. Ne seguirà una sublime rivoluzione…
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Ambientato nelle gelide steppe della Mongolia, “Khadak” è un meraviglioso viaggio attraverso il cuore e la mente di un giovane verso il suo destino di sciamano. Bagi non accetta la sua identità e la rifugge. Continue visioni gli preannunciano il suo legame eterno con il cielo ma Bagi sembra non fidarsi del proprio istinto. In realtà non è ancora in grado di rapportarsi con l’universo naturale che lo circonda. Come tutti i giovani ha perso il contatto con le tradizioni del luogo e si è progressivamente allontanato dalla natura. Le sue crisi epilettiche lo rendono un diverso da curare e rinchiudere. La flebile soglia che separa la sanità dalla follia è facile da superare. Ma l’anelito alla libertà è più forte di qualsiasi isolamento. Bagi finisce in un ospedale psichiatrico ma il suo dono gli permetterà di ribellarsi al sistema che lo vuole malato a tutti i costi.
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Khadak” è una favola moderna che è sì frutto della fantasia dei due registi-sceneggiatori ma che affonda le sue radici nel reale. In Mongolia sciamanesimo ed epilessia sono stati intrecciati per secoli. Il film ha una struttura tutt’altro che semplice tesa ad indagare la realtà mongola sotto due aspetti: uno puramente politico (il passaggio dal socialismo al capitalismo) e l’altro squisitamente spirituale. E quest’ultimo è decisamente più suggestivo, quasi impercettibile, evasivo. Volutamente estraneo al nostro modo di concepire la vita. Più simile alla dimensione onirica, delirante, immaginaria. A tratti anche indecifrabile.
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Khadak è il drappo blu che viene usato per i rituali buddisti e che è simbolo del cielo, giudice supremo della verità e delle azioni umane.

 Infamous di Douglas McGrath

ORIZZONTI

INFAMOUS

Regia: Douglas McGrath
Sceneggiatura: Douglas McGrath
Cast: Toby Jones, Sandra Bullock, Gwyneth Paltrow, Daniel Craig, Sigourney Weaver, Jeff Daniels, Isabella Rossellini, Hope Davis, Peter Bogdanovich, Brett Brock, Brady Coleman
Fotografia: Bruno Delbonnel
Montaggio: Camilla Toniolo   
Musiche: Rachel Portman
Scenografia: Laura Ballinger  
Costumi: Ruth Myers
Origine: Usa, 2006
Durata: 118’
Si scrive “Infamous” ma si legga “Capote”. E intendo il “Capote” di Bennet Miller, il film con Philip Seymour Hoffman su Truman Capote uscito un anno fa. E’incredibile ma ad Hollywood può succedere che non ci siano idee per un decennio e allora si tende a rifare quello che è già stato fatto in passato (il terribile trend del remake) oppure come in questo caso che due sceneggiatori scrivano la stessa storia a distanza di un mese. Il paradosso vuole che i due manoscritti siano pressoché identici e contemporanei ma solo uno sia stato letto in tempo da Bingham Ray, produttore di “Nicholas Nickleby”, precedente film di McGrath. E purtroppo per McGrath non è stato il suo ad avere la precedenza ma quello di Dan Futterman. Poco male tanto a produrglielo ci ha pensato la Killer Films, la stessa che ha prodotto tanti grandi film indipendenti come “Far from heaven”, “Happiness” e “Boys, don’t cry”. E la Warner Indipendent a distribuirglielo.
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La trama del film è dunque la stessa di “Capote”: un feroce massacro perpetrato ai danni dei Clutter, una famigliola di contadini del Kansas, suscita l’interesse del grande scrittore newyorkese Truman Capote tanto da spingerlo a trasferirsi sul luogo del delitto per indagare sul caso. Il rapporto che instaurerà con i due criminali responsabili del truce omicidio gli permetterà di scrivere il suo romanzo “In cold blood” ma ne segnerà anche l’inarrestabile declino.
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Non c’è molto da aggiungere: Capote, qui interpretato da un sublime Toby Jones che non fa rimpiangere Seymour Hoffman, è diviso tra le fisime maniacali per il gossip metropolitano e la naturale predisposizione all’ascolto della cronaca dei fatti. E’forse accentuato l’aspetto più ammaliante del suo carattere, la sua inconfondibile (auto)ironia, dote che gli ha permesso di sopravvivere in mezzo ai grandi, lui che proprio grande non era (fisicamente intendo).
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Il film di McGrath è più un film sull’uomo Capote che non sui fatti che lo spinsero a scrivere il suo bestseller. McGrath tende a spiegare tutto quello che nel film di Miller veniva solo accennato o semplicemente lasciato intendere. Nel rapporto intimo tra Capote e Perry Smith, uno dei due assassini, si fa riferimento apertamente ad un irresistibile omoerotismo tra i due e ad un presunto travisamento da parte di Capote della strana relazione che si è costruito. Smith lo chiama sempre amico Truman e Capote racconta invece che si amavano. C’è quasi una sorta di distorsione della realtà, una distorsione legata alla passionalità di due uomini soli che per la prima volta nella vita si sentono reciprocamente amati.
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Il compagno di Capote parla addirittura di tradimento sostenendo che si era innamorato di Smith e non semplicemente invaghito come spesso succedeva ad entrambi nel corso della loro routine amorosa di coppia aperta. Scavando nella psicologia dei due assassini Capote scava dentro se stesso, rivive i suoi traumi e si avvicina ai (con)dannati. Compromette se stesso e la propria carriera senza sapere se ne valga davvero la pena. Certo, “In cold blood” è un capolavoro ma a che prezzo? Dopo l’incontro con Smith la sua vita non è stata più la stessa. E come dice nelle ultime battute del film l’amica del cuore di Capote, Harper Lee, la sera dell’esecuzione dei due assassini non furono due ma tre i morti.

2 commenti

  1. Nonostantetutto ha detto:

    @clos quanto alla prima non lo sapremo mai, certo una sclta formale insolita. Avrei molto da dire sulle voci fuori campo e sulla narrazione filmica, ma sarebbe un discorso davvero troppo lungo per un commento ad un post.

    Quanto alla seconda: che succede siamo d’accordo su qualcosa?

    ;-)

    Rob.

  2. claudioossani ha detto:

    ma perchè la voce fuori campo de l’etoile du soldat a volte è del reporter e altre è onnisciente?

    ecco, bravo, diciamolo “a tratti anche indecifrabile”. khadak è un film pieno zeppo di simboli.

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