cinemavistodame.com di Roberto Bernabò

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   "ciak si gira" – l’integrazione sul set

l’intervista di Francesca Impecora al regista Daniele Vicari.

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Daniele Vicari

Volentieri pubblico nel mio blog questa interessante intervista a Daniele Vicari nato nel 1967, a Castel di Tora (Rieti), di cui ho avuto, dall’autrice, Francesca Impecora – che ringrazio ancora una volta pubblicamente, unitamente al caro amico e collega Fabio Galluccio – l’autorizzazione alla diffusione su internet.

Uno degli obiettivi di questo spazio è, infatti, parlare di cinema e non solo di film, e farlo per dare visibilità a cose che nonrmalmente non ce l’hanno, come ciò che avviene dietro la macchina da presa che, come scoprirete, non è sempre tutte rose e fiori, come uno immagina.

Ricordo un film di François Truffaut: "Effetto Notte", dove il mai abbastanza compianto maestro, metteva in luce, proprio attraverso l’allegorico effetto della notte ricreata nelle riprese girate, invece, di giorno, la finzione, e le difficoltà, del mondo che gravitano nell’intorno di un set.

E poi, perché no, trovo molto stimolante impieghi altri della metafora cinema, e voi?

Buona lettura.

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Una troupe cinematografica come metafora dell’integrazione? Perché no? In fondo, il cinema è un’arte che, fin dalla sua nascita, è sempre stata il frutto di un complesso lavoro di squadra. Un film oltre ad essere una creazione artistica è anche il prodotto finale risultante dall’unione di knowhow e talenti diversi, che confluiscono, si armonizzano e si integrano nella realizzazione della pellicola che vedremo al cinema o a casa nostra.

Da sempre il backstage cinematografico, dalla scelta del soggetto al mitico “ciak, si gira”, con il contorno di scenografia, luci, costumi, suono etc, ha attratto la curiosa attenzione del pubblico, cinefili e non.

Ne parliamo con Daniele Vicari, giovane regista che ha firmato diversi cortometraggi e documentari ed ha partecipato nel 1997 al film collettivo "Partigiani”. Insieme a Guido Chiesa ha co-diretto il documentario "Non mi basta mai", sulla vita di cinque operai licenziati dalla Fiat nel 1980. "Velocità massima", presentato alla 59ma Mostra del Cinema di Venezia (2002), rappresenta il suo esordio alla regia di lungometraggi cinematografici e gli vale anche il David di Donatello 2003 come miglior regista emergente. Nel 2004 ha diretto per la Fandango "L’orizzonte degli eventi" ancora con Valerio Mastandrea protagonista, il film è stato presentato in concorso alla “Semaine de la critique” del festival di Cannes 2005.

Nel 2005 ha pubblicato un libro didattico sul cinema, scritto in collaborazione  con Antonio Medici, “L’alfabeto dello sguardo”, Carocci editore.

1)    Daniele, grazie per aver accettato questa mini-intervista. Il set cinematografico come metafora del lavoro di squadra, dell’integrazione di professionalità diverse, oltre che di talenti artistici complementari. Che ne pensi? 

Integrazione

R. Penso che nel cinema il lavoro di squadra, inteso come condivisione di obiettivi e metodi, sia insostituibile tranne in casi assolutamente eccezionali. Un film, anche piccolo, ha sempre bisogno di una dimensione  organizzativa adeguata allo scopo che si vuole raggiungere. Nel mio ultimo film, “L’orizzonte degli eventi”, ci sono stati giorni in cui sul set tra attori, tecnici e comparse agivano centocinquanta persone. Senza un coordinamento razionale e condiviso non si riesce a dominare il caos, trasformandolo in una scena che abbia una sua armonia ed un significato chiaro e certo.

Forse vi è stato suggerito il mio nome perché ho partecipato a molti progetti collettivi, in vari gruppi e associazioni, e in alcuni casi ho condiviso anche la regia, una cosa difficilissima ma non impossibile. Difficilissima perché chi si esprime ha sempre una visione “particolare” “personale” “soggettiva”. Se devo essere sincero credo che senza quelle esperienze, a volte anche molto complicate, forse ora non farei il regista, perché quel confronto così serrato con persone spesso più preparate di me, mi ha permesso di mettere meglio a fuoco le mie aspirazioni e la mia visione del cinema.

2)    Ci racconti un po’ dal tuo punto di vista  il percorso di vita del film, come nasce l’idea, il soggetto e  la sceneggiatura, come si mettono insieme i professionisti che lo realizzeranno. Come si fa a far funzionare questa complessa macchina, a coordinare il tutto? 

Michelangelo Antonioni

R. L’idea di un film può nascere da qualunque spunto, Michalangelo Antonioni sostiene che l’idea del film “La notte” gli è venuta guardando un muro scrostato! L’idea ha quasi sempre a che vedere con la personalità di un autore (uno sceneggiatore, un regista ma anche un produttore) che sulla base di un’esperienza personale significativa pensa di poter trarne spunto per un’opera cinematografica. Nel mio caso, i due lungometraggi di finzione che ho realizzato nascono da due documentari. Realizzando i documentari ho conosciuto una determinata situazione che mi ha dato l’opportunità di scrivere una storia del tutto originale. Questa spunto si chiama “soggetto”, o idea. Anche se nell’industria cinematografica per soggetto si intende ormai generalmente una racconto di alcune pagine, che ha già una sua struttura narrativa ed i personaggi più importanti già delineati. Generalmente, ma non sempre, nel cinema italiano è il regista stesso l’autore del soggetto.

sceneggiatura

Altra cosa è la sceneggiatura. Qui raramente un regista si cimenta nella scrittura da solo. Fondamentale in questa fase è la condivisione del lavoro con uno o più sceneggiatori. Il principale problema nella scrittura di una sceneggiatura è immaginare e scrivere passaggi narrativi efficaci per condurre la vicenda narrata nella direzione giusta. Ed è nella discussione di ogni dettaglio che si cercano soluzioni. In questo caso un collettivo è capace di produrre molte più idee di un singolo individuo, fatte salve anche qui le eccezioni di “geni” isolati e rari. Ma spesso anche i geni devono ricorrere al lavoro di squadra, basti vedere i film di Kubrick per scoprire che oltre al regista, nei titoli viene sempre citato almeno uno sceneggiatore. Nel film di De Sica e ZavattiniLadri di biciclettecompaiono ben sette nomi tra gli sceneggiatori.

il regista e produttore Peter Jakson

Anche il produttore, se è davvero tale, è solitamente un compagno di viaggio del regista, il produttore interviene sulla sceneggiatura, sulla scelta degli attori e sulle decisioni finali di montaggio. Il rapporto tra regista e produttore può essere anche conflittuale e se lo è in maniera sana, può portare ad un miglioramento del film. Infatti il lavoro di gruppo è basato proprio su una particolare forma di conflitto, accettato da tutti. Ovviamente questo conflitto può degenerare e dare luogo a rotture dolorose. Per il bene dell’opera spesso qualcuno deve mediare il conflitto. In qualche situazione eccezionale, per il bene dell’opera la rottura può essere la salvezza, perché non è detto che un regista (un produttore uno sceneggiatore ecc.) sappia o voglia necessariamente fare quel film.

Forotogafia

Gli altri collaboratori del regista, il direttore della fotografia, lo scenografo, il costumista ecc vengono coinvolti a vari livelli nel film. A volte anche in fase di scrittura si chiede un parere in merito alla realizzabilità effettiva di una determinata soluzione tecnica o figurativa. Questi collaboratori devono saper interpretare le motivazioni profonde di ogni passaggio narrativo per poi aggiungere qualcosa di personale nella realizzazione, qui il regista può facilitare questo contributo oppure frustrarlo. Io generalmente credo che sia importante far esprimere al massimo i collaboratori, solo così si possono trovare soluzioni innovative, vitali, che possono migliorare il film. Inoltre un coinvolgimento emotivo ed intellettuale da parte di tutti permette anche di trovare efficaci soluzioni alle gravi carenze di budget di cui soffre cronicamente il nostro cinema.

Tengo a dire che questa forma così intensa di collaborazione, se ben gestita, fornisce impagabili strumenti per realizzare al meglio le idee del regista, permettendogli di realizzare l’opera nella maniera più  personale possibile. Forse lo strumento principale nelle mani del regista è proprio questa collaborazione.

3)    Come avviene questa integrazione? Quali sono i problemi più comuni che si presentano? Come vengono risolti? 

R. Ho già accennato alla questione del conflitto. Secondo me un certo livello di conflittualità in un ambiente creativo e vitale deve esserci, deve essere accettata da tutti, ovviamente poi bisogna fare una sintesi dei vari punti di vista, ed in ultima analisi, su due sponde spesso contrapposte ma non nemiche, la sintesi devono farla il regista ed il produttore.

regia

I guai più seri nascono quando il conflitto tra queste due figure si radicalizza. In un film ci sono varie figure che “mediano” in questo caso: l’aiuto regista e l’organizzatore generale. Sono loro che devono conciliare le esigenze espressive (a volte anche le nevrosi) del primo e quelle più prosaiche del secondo (anche in questo caso non si possono escludere nevrosi). La retorica del set vuole che si faccia tutto “per il bene del film”. Ovviamente non sempre questo è il vero scopo di certe frizioni.

Gruppi di lavoro

Nei gruppi di lavoro ci sono dinamiche complesse che non sempre hanno una loro origine nel merito della cosa che si sta facendo, allora sono guai seri! Perché è difficile condividere un percorso creativo se non c’è fiducia e stima reciproca. A quel punto arriva la rottura insanabile.

Spesso i registi, come gli attori, sono persone particolari, hanno una loro visione del mondo, grandi fragilità, paure, quindi è difficile lavorarci insieme. Però se a queste fragilità si accompagna una certa dose di generosità nel rendere tutti partecipi, allora la troupe “adotta” il film e lo porta a compimento “nonostante” il caratteraccio del regista.

4)    Puoi raccontarci un aneddoto o situazione curiosa che ti sia mai capitato a proposito dell’integrazione… 

locandina film "L'orizzonte degli eventi".

R. Durante la lavorazione dell’”Orizzonte degli eventi”, per una serie di coincidenze nefaste, dopo aver passato una intera giornata (30.000 euro circa di costo)  nella preparazione di una scena con la pioggia artificiale, con una illuminazione molto complessa perché la scena era notturna ed ambientata in un luogo totalmente buio, sul Gran Sasso, inspiegabilmente l’acqua dell’autobotte finisce durante il primo ciak. Panico. Fine delle riprese. La scena rischia di essere tagliata, ce ne torniamo tutti in albergo con la faccia da cani bastonati. Una scena per me importante, e per la quale avevo ingaggiato una “battaglia” con la produzione, studiata attentamente dal direttore della fotografia. Ora, al di la delle colpe bisognava cercare una soluzione per evitare che fosse un massacro economico ma che allo stesso tempo non fosse cancellata. Studiando la sceneggiatura con il mio direttore della fotografia, Gherardo Gossi, abbiamo pensato di fare dei cambiamenti sullo svolgimento dell’azione, infatti realizzando la scena precedente al tramonto, avremmo potuto evitare la notte sfruttando l’imbrunire. In questo modo, senza predisporre di nuovo l’intero parco luci (una rinuncia da parte di Gherardo e una da parte mia), il giorno successivo abbiamo fatto molto velocemente ciò di cui avevamo bisogno facendo quadrare il cerchio. Questo è un esempio di profonda e fattiva collaborazione. Purtroppo, bisogna dirlo, le cose non vanno sempre così.

Chi è Daniele Vicari? Clicca qui.

tag correlati  Daniele Vicari; L’alfabeto dello sguardo.

3 commenti

  1. Nonostantetutto ha detto:

    @ marzia è sempre un piacere leggere i tuoi commenti ;-))

    Antonioni si cibava di fasinazioni assurde … come il semplice nome di un luogo … pare che l’idea di girare Zabriskie Point, in cui la sequenza finale dell’esplosione del ponte è ripresa da 18 macchine da presa differenti, gli sia venuta per l’evocativo nome di quel posto.

    Un caro saluto.

    Rob.

  2. marzia ha detto:

    ps. non mi stupisce che Michelangelo Antonioni abbia ricevuto idea per il suo film “La notte” da un muro scrostato.

    Il genio si nutre di cose insusuali!

  3. marzia ha detto:

    A parte che ingoravo lesistenza di Daniele Vicari ( e che ora clicco su e mi informo) mi sono fermata a leggere compiaciuta di questa idea della integrazione. La collaborazione tra colleghi non è la norma, secondo me: leggere di rapporti così fertili fa piacere.

    E che il conflitto delle parti, spesso la dialettica lo genera e non solo sui set, venga risolto brillantemente è un segno di civiltà indiscutibile.

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