cinemavistodame.com di Roberto Bernabò

La samaritana di Kim Ki-duk

Il tempo stimato per la lettura di questo post è di 4 minuti e di 4 secondi

 non ricordo montagne verdi

Così ho deciso di andarci per qualche giorno.

Silenzio, passeggiate in montagna, lettura, contemplazione, sauna, idromassaggio, relax.

Vado sperando di trovare questo e qualche location per il mio corto.

Porterò macchina digitale e cavalletto.

Chissà.

Sono sempre stato affascinato dai racconti di montagne silenti, dei rumori del vento, di alberi che parlano con voce umana, e dal fascino che si cela nelle cime e degli ultimi raggi di sole che le battono.

So che, per chi svolge l’attività di alpinista, esiste una linea ideale.

Quella che, pare, conduca alla vetta … senza correre particolari rischi, sicura, efficiente.

Solo i migliori scalatori sanno dove cercarla, come imboccarla.

E’ quasi una disciplina Zen.

In una scena di Matrix viene pronunciata la seguente frase:

"Un conto è conoscere il sentiero giusto, un altro è imboccarlo".

Riflettevo, inoltre, su come la vita sia, infondo, una lentissima salita.

Il più delle volte lieve, alcune altre no.

Ci fu un tempo la paragonai al perdono.

Credevo che percorrendo la salita del perdono s’imparasse a diventare uomo.

Banale, e arrivo a dire, riduttivo, persino.

Trovare la linea ideale è piuttosto un’arte che spero contamini un po’ tutto nella mia vita.

Non posterò più fino a fine agosto.

Il concetto di salita come metafora della vita e lo stesso, quasi inconscio, rieferimento al perdono rappresentano entrambi, a pensarci bene, due eccellenti agganci per parlarvi dell’ultimo film che ho visto: La samaritana di Kim Ki-duk.

 = Bellissimo film

Titolo originale: SAMARIA

Interpreti: Uhl Lee, Ji min Kwak, Min-jung Seo

Durata: h 1,35

Nazionalità: Corea del Sud

Genere: drammatico

Kim ci sa fare con la macchina da presa, non c’è che dire.

Ed anche con il sonoro, ricordo, infatti, che l’arte del cinema è audiovisiva, come ho avuto modo di apprendere al recente corso di ripresa digitale.

Delicata e, al tempo stesso, cruenta storia di amicizia tra due giovani donne alle prese con esperienze di strane e diverse, più esattamente palindrome direi (nel senso di ambivalenza delle opposte motivazioni verso uno stesso atto), iniziazioni alla prostituzione.

Prostituzione che, in se, diventa quasi una metafora del desiderio consumistico che muove all’azione una umanità sempre più distratta, così cinicamente smarrita da trovare riferimenti etici in azioni liberate, improvvisamente, dal peso di un giudizio morale.

Fabrizio De Andrè

Si arriva quasi, curiosamente, a tangere le atmosfere di alcune tra le più belle ballate del lirico genovese Fabrizio De Andrè.  

L’opera, che andrebbe vista almeno due o tre volte data la sua delicata complessità, si compone di tre parti distinte:

Vasumitra, Samaria, e Sonata.

Brevemente i significanti principali dei tre atti.

Vasumitra è il nome di una prostituta indiana che convinceva i suoi clienti ad abbracciare il buddhismo attraverso la perfezione del suo agire sessuale, e che è anche, ovviamente, il nome prescelto dalla più determinata delle due giovanissime amiche, per la sua arte, che culminerà, dando la stura all’intero impianto drammaturgico, in un suicidio.

Samaria, vero cuore del film, è la successiva peregrinazione dell’amica che decide di restituire i soldi guadagnati da Vasumitra, e che introduce il tema dell’espiazione e della gnosi attraverso il peccato.

Ed infine il catartico episodio Sonata, che culmina con il viaggio di padre e figlia verso la riconciliazione ed il perdono appunto.

Una complessa calibratura d’innocenza e drammaturgico ruolo dell’atto sessuale.

Ma anche del difficile dialogo tra padre e figlia, e tra giusto e sbagliato.

Dell’alienazione in cui vive l’uomo moderno metropolitano.

Dovrei, forse, anche accennare alle eccessive costrizioni di qualsiasi ortodossia religiosa, tema, quasi ossessivamente, ricorrente in moltissimi esistenti cinematografici dopo l’undici settembre, indipendentemente dalle latitudini della provenienza, … c’è di che riflettere.

Del valore etico e morale sia del peccato che dell’espiazione, e del loro gnostico e complementare ruolo.

Ed anche qui la lunga passeggiata in auto, in salita appunto, verso la tomba della madre e della moglie, sembrerebbe confermare le mie intuizioni iconografiche circa la linea ideale che il padre, senza la figlia, Samaria anche in questo, non riuscirebbe a trovare.

Gli eventi e gli esistenti di Kim Ki-duk si muovono sempre in un equilibrio che appare precario, ma che è invece assai stabile, quasi come sospesi, adagiati, su di una sorta di sottilissimo filo etico, sul quale il regista, progressivamente, trasla il piano della narrazione e l’azione dei personaggi.

Un linguaggio filmico fatto di precisi riferimenti simbolici sia in chiave iconografica, sia nei dialoghi.

Come nella battuta: "sei un poliziotto?" … "se non lo sei tu allora nessuno di noi due lo è".

Eros e Thanatos, il sempreverde e antinomico connubio ancestrale, topos delle tragedie umane, rivisto dalla tormentata personalità del regista sud coreano, contaminato da esperienza di vita militare, vocazione religiosa poi abbandonata (che trasferisce al suo cinema improvvise atmosfere sacrali), due anni di vita a Parigi, grande amore per la pittura (il linguaggio cromatico dei colori è sicuramente agito in alcune bellissime sequenze del film, come quella, di un blu predominante, del sogno della giovane ragazza sul finire del terzo episodio), e vero e proprio talento per la macchina da presa.

E’ un film che consiglio.

Come del resto quasi tutti i cineblogger (qui).

A presto.

Rob.

20 commenti

  1. Nonostantetutto ha detto:

    bentornato rukert :D

  2. ruckert ha detto:

    OT: vacanze finite roberto – peccato c’è un sole così bello oggi – ma vedo che invece tu sei stato attivo in questi giorni, ripasserò per leggere con la consueta calma. Ciao :)

  3. utente anonimo ha detto:

    …dimenticavo…

    sarai a Venezia?

  4. utente anonimo ha detto:

    La montagna ha avuto effetti benefici?

  5. Nonostantetutto ha detto:

    rientrato stasera sigh … un saluto a Petarda poi mi dirai del tuo Trentino, unasaluto a festen, è sempre un piacere, ed un ben arrivato a dieBouleversant.

    Rob.

  6. dieBouleversant ha detto:

    mi piace molto qui. quasi aria di casa. Penso che ti loggherò.

    b.

  7. Petarda ha detto:

    qui a torino quel film l’hanno già dato; e me lo sono perso.

    in trentino troverai ciò che cerchi, ritengo… spero ne godrai a lungo!!!

    p.s. e tu saresti quello che non mette gli ads di google? te credo: 1. non sapresti dove trovare un posticino in cui metterli; 2. bastano e avanzano ‘sti 4 miliardi di popup che continuano a saltar fuori per mezz’ora da quando si apre il tuo blog! (ihihih)

  8. Nonostantetutto ha detto:

    Grazie del bel commento che aumenta tantissimo la bellezza, se c’è, del mio post.

    Davvero grazie, Phil, bentornata;-)

    A presto.

    Rob.

  9. Philosofia ha detto:

    Leggerti è sempre un grande piacere: alla fine ci si sente meglio e allo stesso ci si sente più ricchi…e quando manchi si sente la tua mancanza!

    La salita del perdono… non è uno scherzo! soprattutto quando si sono subiti torti molto profondi, e ti chiedi perchè, e che non hai la forza nemmeno di descrivere ma che ti danno un dolore indelebile che ti porterai dentro per tutta la vita…: ne so qualcosa e anche più di qualcosa! però perdonare è una forza… è trasformare il male ricevuto in amore e amore da dare…: ed è bello sentirsi più forti proprio per aver avuto la forza di riciclare il male trasformandolo in bene…

    La tua recensione del film è perfetta come sempre ed invita a seguire il tuo consiglio di andare a vederlo!

    Bello riascoltare questa musica di Via del campo di Fabrizio de Andrè…

    Ama e ridi se amor risponde

    piangi forte se non ti sente

    dai diamanti non nasce niente

    dal letame nascono i fior

    dai diamanti non nasce niente

    dal letame nascono i fior.

    Sempre tutto bello nel tuo blog, insomma!

    a presto, Phil…

  10. FulviaLeopardi ha detto:

    :P la musica classica l’ascoltavo io

  11. Nonostantetutto ha detto:

    @ Fulvia, Fulvia, ma che musica classica e musica classica … è un vecchissimo pezzo delle “Orme”.

    Già … ma forse tu non eri neanche nata ;-)).

  12. FulviaLeopardi ha detto:

    molto bello il midi :) stona con la musica classica però :O

  13. Nonostantetutto ha detto:

    Ed allora che il link sia reciproco …

    e con vero piacere ;-))

    Rob.

  14. Twentythird ha detto:

    Essì:-)

    Antipixel question: sto sistemando il blog sul cinema collegato al sito; le schede dei film saranno le stesse, però ci sarà la possibilità di commentare, che sul sito non c’è; ecco, ti inkerò lì, del resto ti avevo già in mente:-)

  15. Nonostantetutto ha detto:

    @ Twentythird sono assolutamente d’accordo con te, Kim Ki-Duk è un grnade ;-))

  16. Twentythird ha detto:

    Gran bel film, sono d’accordo. Mi permetto però di dissentire con Saltino…sia perchè secondo me Samaria non è assolutamente inferiore a Bin-Jip, anzi, sia perchè credo, sono fermamente convinto che Ki-Duk abbia già ampiamente dimostrato che la sua vena creativa è all’incirca inesauribile [vedi la sua filmografia, tutta a livelli pressochè alti – escludo The Bow, chè ancora non l’ho visto]. Questo mi induce a credere che sfornerà buoni [ottimi] prodotti anche in futuro. Almeno, è quello che spero [e che speriamo un pò tutti, credo]:-)

  17. Nonostantetutto ha detto:

    Non lo so anche io trovo che Ferr3 aveva una poesia unica.

    Non accumunerei il cinema di Kitano con quello di Wong Kar Wai e nemmeno con quello di Kim Ki-Duk.

    Diverse le motivazioni, diversi gli esistenti. Hanno provenienze diverse e vengono entrambi dal mondo della televisione.

    Uno vive a Shanghai, l’atro è di Tokio, insomma a me paiono cinema diversi. Ognuno ha il suo stile.

    A me Kim Ki-Duk è piaciuto fino ad ora e molto.

    Tra i tre il migliore è comunque Wong Kar Wai, almeno secondo me.

    Kitano ha una vena più ironica.

    Ecco Kim è più sacrale, Wong è più letterario, Kitano più surrealmente ironico.

    Comunque fanno tutti e tre dell’ottimo cinema;-))

    Rob.

  18. saltino ha detto:

    Roberto,

    cogli ‘inaspettatamente’ due aspetti che mi appartengono, vette & schermi. Strano!

    Kim Ki Duk, tralasciando la montagna che oltre la rispetto merita poche parole e molta passione, dicevo di KKD, la Samaritana è un buon film, non all’altezza del celebratissimo Ferro3, ovvio, ma con pesanti implicazioni autocelebrative e referenziali, temo che presto la vena aurifica del ottimo cineasta koreano si estingua, ci sono delle sottili differenze con Wong Kar Wai e T. Kitano che mi fanno presagire un lento esaurimento “narrativo” a differenza della tensione che gli altri due sanno esprimere con regolarità, per il resto l’abilità dietro la macchina da presa è indiscutibile, avrei voluto assistere ad uno sviluppo della vicenda, amicizia, eros, prostituzione, morte, autorità, onore più “sviluppata”, oserei dire più iconoclastica, mentre la direzione del cinema di KKD sempra opposta a quella intrapresa in, primavera, estate… però mi piace da morire e lo rivedrei volentieri mille volte!

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