cinemavistodame.com di Roberto Bernabò

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  Una questione d’immagin e / i

Il cinema nelle aziende       

 

Se ne fa un gran parlare del cinema dentro le aziende.

Ed allora parliamone.

In fondo, una volta l’anno, è un po’ il mio lavoro.

Cinema e comunicazione interna

Perché è entrato il cinema nelle aziende?

Molto semplice.

Perché comunicare, anche internamente, è sempre più un processo critico.

Ma cosa significa critico?

Che è diventato più importante di prima.

Perché è maggiormente impattante sul successo delle strategie.

Eh già prima bastava la gerarchia.

Ma oggi nuove generazioni di lavoratori sono entrate a fare parte rilevante di molte organizzazioni.

Un cambio generazionale

Un cambio generazionale è in atto in molte grandi Corporations.

E questa generazione è cresciuta in un mondo in cui sono gradualmente caduti molti dei valori fondanti il mondo del secolo scorso.

Non vorrei banalizzare ma considerate i seguenti, relativamente recenti, eventi sotrici e sociali, solo per citare quelli più famosi, e che elenco in ordine assolutamente casuale:

  • l’abbattimento del muro di Berlino
  • l’introduzione dell’€uro 
  • la fine del comunismo (che residua solo in taluni discorsi elettorali di una persona molto importante in Italia…)
  • l’11 settembre 2001
  • la guerra in Iraq
  • l’acuirsi degli integralismi religiosi, e non solo di quelli di matrice islamica
  • il processo di globalizzazione dei mercati
  • il diffondersi di culture no global
  • l’aumento della consapevolezza di ingiustizie sociali ed ecnomiche (il problema del terzo mondo)
  • l’aumento dei fenomeni d’emigrazione

Queste generazioni hanno appartenenze culturali molto diverse da quelle che le hanno precedute.

Non necessariamente amano il lavoro.

Sono meno rispettose dei dogmi, delle istituzioni, non lavorano perché qualcuno impartisce loro degli ordini.

Amano sentirsi parte di un disegno.

Avvertono, maggiormente dei loro predecessori, il bisogno di condividere una prospettiva.

Allineare strategicamente

Non è difficile comprendere, pertanto, come sia progressivamente divenuto un elemento di forte complessità quello che in management viene definito il processo di allineamento strategico.

Tutti i dipendenti:

  • manager
  • quadri
  • impiegati
  • operai
  • operatori del call center, ecc.,

devono convergere verso la cosiddetta vision aziendale.

Anche senza il problema del ricambio generazionale, è evidente che tale processo cresce significativamente in complessità, all’aumentare della disomogeneità di composizione del target della comunicazione.

Paradossalmente un target uniforme dal punto di vista generazionale e di appartenenza culturale, anche se numeroso, è meno difficile da allineare di uno, ridotto numericamente, ma disomogeneo in quanto:

  • provenieiza geografica
  • ceto sociale
  • scolarità
  • età.

Eccio perchè, nelle aziende di grandi dimensioni, dove più probabili sono tali disallineamenti, vengono allocati specifici budget per la realizzazione di Convention dedicate alla comunicazione interna.

Perché è stato ormai provato che la condivisione delle strategie ha un’incidenza diretta sul risultato operativo.

Altri vantaggi che derivano da tali eventi sono:

  • abilitazione di un clima favorevole a piani di migrazione culturale
  • conesguente attenuazione delle resistenze al cambiamento
  • miglioramento di quella che oggi viene definita employee satisfaction (la soddisfazione dei dipendenti), ormai universalmente riconosciuta quale proxy della customer satisfaction.

Ecco che in tali contesti il nostro caro vecchio amico viene letteralmente riscoperto.

Short cuts e metafore

Da sempre l’immagine è il linguaggio dei linguaggi.

Una squadra che vince al football è una metafora universale.

Facilmente comprensibile.

Un coach che parla in uno spogliatoio è molto più efficace di mille corsi sulla leadership.

Esistono consulenti che sono in grado di sciorinare titoli e titoli, da cui trarre brevi clip, per agevolare i processi di comunicazione interna e non solo.

Esistono libri sul tema.

E va precisato che non esistono generi, la causa è trasversale rispetto a tali catalogazioni.

Grazie al cinema ed attraverso il cinema, tutti possono agevolmente afferrare il senso della comunicazione, del significante, come lo chiamerebbero gli psicanalisti.

Cinema e messaggio

Va detto che negli eventi di comunicazione interna tipo Convention è sempre più avvertita l’esigenza di parlare oltre che alla testa, anche al cuore, dei partecipanti invitati.

Troppo spesso, infatti, la nostra cultura mostra una forte inclinazione per l’approccio analitico e cerebrale.

Dunque non c’è da sorprendersi se presentatori – ed anche molti business writer – si concentrano sulla logica delle loro argomentazioni e sui dati quantitativi che le supportano.

La componenete emotiva è spesso del tutto assente o se c’è non viene riconosciuta.

PM del marketing finiscono inevitabilmente per snocciolare una quantità di specifiche tecniche, di previsioni finanziarie e di altri fuochi di artificio numerici: tutte informazioni che mirano esclusivamente alla testa!

Molte problematiche aziendali, invece, hanno componenti personali e emozionali che passano inosservate.

Benché ignorate, quelle componenti, possono esercitare un potere rilevante sugli ascoltatori.

Prendiamo il concetto di una nuova linea di prodotti.

A prima vista, è tutta una questione di:

  • ricavi potenziali
  • stime di costi
  • scelte di marketing
  • ed efficace integrazione nella strategia dell’azienda.

A ben guardare, però, la nuova linea di prodotti può condizionare i singoli ascoltatori sotto diversi profili, tra cui i seguenti:

  • come minaccia: se la nuova linea di prodotti andrà secondo le previsioni, l’importanza dela mia linea di prodotto verrà a diminuire;
  • come opportunità di conseguire dei benefici personali: se questo progetto funzionerà i nostri bonus si triplicheranno. Potrei aiutare i miei figli a ripagarsi i prestiti per il pagamento delle tasse universitarie, oppure potrei andare in pensione prima;
  • come cambiamento nell’ambiente organizzativo: se funzionerà secondo i piani, la nuova linea di prodotti farebbe cambiare il cima interno. Non dovremmo più preoccuparci di licenziamenti e dei tagli al budget. Le persone sarebbero contente di venire a lavorare per il cambiamento.

Aldilà delle tecniche più coerenti per comunicare, correttamente, ognuna delle tre diverse declinazioni del messaggio, oggi i manager si farebbero certo aiutare da una clip di un film.

Qesto amplificherebbe notevolmente la potenzialità di raggiungere il cuore degli intervenuti, chiarendo subito, ad esempio, in che direzione verrà indirizzato il messaggio, spostando, così, il piano della condivisione da uno tradizionalmente cerebrale ad uno più profondo, convincente ed emozionale.

Un utilizzo pervasivo

Chi utilizza le immagini per comunicare?

Tutti.

Persino il Papa Woitila produsse video per la diffusione dei valori cristiani.

Pare che la P di P2, la famosa loggia massonica, intendesse evocare la P di Promotion.

Inquietante ma comprensibile rispetto alla causa. Oserei dire ineccepibile. Anche se questo però è un discorso che porterebbe davvero troppo lontano.

Insomma l’immagine o le immagini, decidete voi, è / sono uno degli elementi fondanti della civiltà o società dell’informazione.

Le usano i politici, le usano, in maniera sempre più consapevole, tutti quelli che hanno il bisogno di raggiungere velocemente masse critiche di persone.

Ma attenzione, in questa specifica destinazione d’uso s’intravede il ribaltamento del paradigma dei mass media.

Questi ultimi,  infatti, ci bombardano con milioni d’immagini, un eccedenza tale che non può che non svuotarle del loro ancestrale potere evocativo

Potere che, al contrario, i comunicatori tendono a recuperare.

Bhe meno male, direte voi.

Non lo so … il rischio, il solito vecchio rischio, è quello della eccessiva semplificazione.

Di cadere nello stereotipo, di banalizzare.

Ma se usate con sapienza, con competenza, da un bravo oratore, le immagini hanno un potere comunicativo veramente incredibile.

Costituiscono un’enorme forza potenziante.

Non sto scherzando, credetemi, un messaggio di comunicazione veicolato bene anche tramite le immagini, abilita un incremento della chiarezza espositiva nella comunicazione, che viene apprezzato, dagli esperti, fino al 200% più efficace di un disocorso fatto senza l’ausilio di supporti visivi.

La pubblicità, che è il linguaggio del nostro tempo, giacché siamo tutti costretti a vendere qualcosa, ne è il più fulgdo esempio.

Non a caso gli esperti di Advertising sono tra i consulenti più pagati dal mercato del lavoro.

Gli altri supporti visivi

A proposito di supporti visivi non posso tacere, in questo contesto, anche l‘integrazione di altri strumenti, come le slides ed i loro concept grafici, che possono fare molto, ma questa è un’atra storia.

Di cui potrei palrare per giorni. Davvero, ahimé, è quasi una malattia, di cui sono un portatore neanche tanto sano ;-)

Ma invaderei il campo di azone di altre persone più titolate di me in questa piattaforma. Come lui.

Chissà, magari un giorno vi parlerò di un soggetto cinematografico chiamato "Power Point".

Non ne sono certo, ma, secondo me, sbancherebbe al box office, voi che dite?

14 commenti

  1. Nonostantetutto ha detto:

    Ed io ti consiglio un libro molto interessante di Ron Ashhenas, Dave Ulrich, Todd Jich e Steve Herr:

    The Boundaryless Organization

    Breaking the chains of organizational structure

    Consigliato da C. H. Prahalad and Lawrence A. Bossiidy

    Ma che lavoro fai?

    Un saluto ;-))

    Rob.

  2. ruckert ha detto:

    E’ vero. Spesso succede che l’azienda non sia in grado di patrimonializzare le proprie conoscenze e informazioni, anche questo è un problema che può essere ricondotto a problematiche di comunicazione interna, con tutto ciò che ne consegue in termini di sfiducia fra le risorse dell’organizzazione. Gli enti pubblici sono paradigmatici sotto questo profilo. E’ vero anche che l’eccesso di frammentazione di responsabilità anzichè risolvere può generare nuovi problemi, specialmente nelle strutture elefantiache in cui la trasmissione dell’informazione dal vertice alla base deve affrontare troppi passaggi, giungendo magari alterata nei suoi contenuti. Alla fine non esiste un modello certo cui far riferimento, quanto una serie di modelli in evoluzione che si integrano tra loro e dal confronto con il caso concreto generano le soluzioni possibili. E’ un argomento interessante. Se non lo conosci già ti lascio il link di un sito interessantissimo su queste ed altre tematiche: http://www.bloom.it/ Ciao e buona giornata :)

  3. Nonostantetutto ha detto:

    Ammazza rukert ma che lavoro fai l’ammistratore delgato? qusto non è un commento è una lezione di menagement, complimenti.

    Si le grandi aziende sono più evolute ma spesso più dispersive.

    Hanno molte conoscenze implicite che vengono sfruttate pochissimo.

    Le crisi e le fasi di sviluppo organizzativo certo sollecitano questi processi ma spesso generano un senso di sfiducia che è sempre più difficile da recuperare.

    In realtà a volte è proprio la divisione e la frammentazione di responsabilità che genera complessità nei processi di comunicazione intrna e se è vero che la divisione consente interventi mirati è vero che sorgono nuovi problemi come la capcità d’integrzione e di visione olistica dei processi.

    La piccola azienda, immagino, viva con maggiori difficoltà le necessità di comunicare internamente anche se credo che nell’univeralmente piccolo esistano tutte le componenti dell’universalmente grande…

    Il marketing è un tema aperto e sono d’accordo con te bisogna vedere caso per cso addirittura nella stesa azienda.

  4. ruckert ha detto:

    Difficile parlare di questi temi in questi spazi e con poco tempo. Comunque … sai non è detto che la complessità organizzativa sia direttamente proporzionale alla dimensione aziendale. Ci sono piccole realtà che denotano livelli di complessità notevoli (indescrivibili e incredibili). Una grande azienda spesso è più evoluta sotto questi profili nel suo complesso (avendo già affrontato numerose fasi/crisi di sviluppo organizzativo) ed essendo strutturata su livelli gerarchici e funzionali consente interventi mirati, che in una piccola realtà sono complicati, dovendo affrontare problematiche che coinvolgono l’intero assetto aziendale, come una specie di magma indefinito. Sui supporti visivi la penso esattamente come te. Quanto al marketing e all’organizzazione, le discipline in sè e per sè non sottovalutano i fattori che evidenzi, forse determinati consulenti lo hanno fatto e lo fanno. Ma bisogna vedere caso per caso, dato che ogni azienda deve mettere in scala le proprie criticità per determinare gli interventi necessari. Ciao :)

  5. Nonostantetutto ha detto:

    Caro rukert grazie i tuoi commenti sono sempre interessanti.

    Provo a risponderti punto per punto.

    Innanzitutto sono d’accordo con te.

    Anche nelle imprese di piccole dimensioni è importante condividere le strategie e comunicare internamente, ammetterai che è meno complesso che in quelle di grndi dimensioni, anche se lo ametto: di pari importanza.

    Io ho un piccolo gruppo di collaboratori e posso confermarti che non è sempre facile comunicare chiaramente convincendo le persone.

    Non si finisce mai d’imparare a farlo.

    Per quanto riguarda quella esterna sono convinto che dobbiamo ancora fare molto per far conoscere i prodotti italiani al mercato e non solo in Italia, soprattutto all’estero ed in Europa, in particolare …

    Credo che se molte delle nostre aziende focalizzassero meglio questo tema, aiuterebbero a dare impulsi imporanti alla nostra economia.

    Non lo so, a me pare che il marketing sottovaluti gli impatti che le strategie possono avere all’interno.

    Il bilanciamento delle politiche sui diversi canali, ad esempio, è spesso un tema gestito con margini di miglioramento.

    Si fa poco o nulla per aiutare gli operatori dei call center a condividere i lanci di nuove offerte, di nuovi prodotti.

    Avrei molto da dire al riguardo sulle carenze del marketing …

    I supporti visivi diventano un fine se rimangono confinati ad aspetti di forma.

    Dietro un’accattivante presentazione ci deve sempre essere un progetto di sostanza.

    In quel caso, e solo in quel caso, il supporto visivo aiuta il deployment, ed evita il rischio di quello che in comunicazione chiamiamo “effetto boomerang”.

    Grazie della tua attenzione.

    Un saluto.

    Rob.

  6. ruckert ha detto:

    Chissà perchè leggendo immaginavo Homer Simpson difronte all’ennesimo film dove Troy Mclure dice “Salve sono Troy Mclure forse vi ricorderete di me per l’interpretazione del film “comunicare in un’azienda termonucleare” o in “il profitto del capo è anche il mio profitto”. Il post è come sempre interessante. Alcuni rilievi in disordine ed al volo. 1. La comunicazione interna/esterna non è un problema solo nelle azienda di grandi dimensioni, anche quelle piccole e medie devono affrontare e risolvere la questione. 2. la condivisione di mission e vision aziendale forse è necessaria ancor di più nella piccola impresa. 3. le questioni emozionali/personali non sono trascurate dal marketing, anzi spesso sono una leva importante per comprendere la gestione dei gruppi e delle leadership al loro interno. 4. i supporti visivi all’interno dell’azienda sono strumenti fondamentali per la comunicazione, purchè non diventino fini. Ciao

  7. Nonostantetutto ha detto:

    Ma il cinema è nato in mille modi e poi qualcuno ha pensato che se ne potesse fare un’industria … e in questi casi gli americani la fanno da padrone….;-))

  8. pacociak ha detto:

    Il cinema è nato industriale, poi qualcuno ha pensato che ci si potesse fare anche arte. :D

  9. Nonostantetutto ha detto:

    Grazie Serena, grazie ;-))

  10. utente anonimo ha detto:

    “Amano sentirsi parte di un disegno.

    Avvertono, maggiormente dei loro predecessori, il bisogno di condividere una prospettiva”.

    Verissimo.

    L’ultima litigatona con il mio capo ha riguardato questo.

    Non appartengo a una grandissima azienda, ma è importante che anche qui non si smarrisca il senso della “condivisione”.

    Non so seguire la scia…mi devo sporcare le mani…questo il sunto.

    Comunque quello che hai scritto io glielo mando…chissà che non serva a rafforzare il messaggio.

    :o)

    Ciao Robbbbèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèè*

  11. Nonostantetutto ha detto:

    E il Natale dove lo mettiamo il Natale???

  12. 22settembre2003 ha detto:

    …non mi sono arrabbiata…sono molto critica nei miei confronti e ho voluto usare un pò di autoironia definendomi “stupida romantica”.A volte mi rendo conto di essere un pò troppo sdolcinata, tutto qui…Ma quello che mi premeva sottolineare (e che forse non è venuto fuori) è che anche a me non piace san valentino per il suo lato consumistico (così come odio ancor di più la festa della donna)

  13. Nonostantetutto ha detto:

    Ma che ti sei arrabbiata?

    I romantici non sono mai stupidi.

    Sono stupidi se ri romanticizzano a S. Valentino soltanto. Tutto quì.

    Se uno è romantico lo è tutti i giorni.

    Che eri donna me lo ricordavo…

  14. 22settembre2003 ha detto:

    Se fossi un uomo sarei perfettamente d’accordo con ciò che hai lasciato scitto nel mio blog…ma sono una donna, anzi: una vent’enne per l’esattezza…e per di più innamorata. Sono ben cosciente della stupidità insita nel festeggiare il 14 di febbraio, poichè se si è innamorati lo si è tutti i giorni e perciò bisognerebbe festeggiare quotidianamente (non a caso dico sempre che bisogna vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo)… Però che vuoi farci? a noi stupide romantiche piace in ogni caso festeggiare in qualche modo. Un abbraccio

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