cinemavistodame.com di Roberto Bernabò

“To Shoot Pictures …” di Wim Wenders

Dopo la categoria Storia e Discorso do oggi inizio alla categoria Cinema e Immagine.

Decido, dopo mille perplessità e mille ipotesi di dotte motivazioni per giustificare la nuova categoria, di cedere la parola al grande Wim Wenders.  

Lo faccio, in verità, oltre che per la pregnanza delle argomentazioni, per due motivi altri, molto laterali al tema.

Leggendo una sua biografia, non autorizzata come si dice adesso, su internet, ho scoperto, infatti, che, come me, il giovane Wim, mi sembra di parlare di un detersivo, ha avuto, un’infanzia abbastanza disimpegnata e interessante, condizionata, tra l’altro, da un’incombente educazione cattolica.

L’altro è che, ho scoperto che, sempre come me, ha iniziato la sua carriera nel mondo del cinema scrivendo critiche cinematografiche, proprio come un’altro dei miei registi preferiti: Francoise Truffaut. Di cui, sia chiaro, ritengo di essere la reincarnazione.

Il brano che da, molto immodestamente, il titolo al post, è tratto dal suo libro “Una volta” edito dall’introvabile casa editrice “Edizioni Socrates“. Una raccolta di sue splendide fotografie con dentro una storia. Dopo che avrete familiarizzato con la visione bidirezionale dell’atto di fotografare riconsiderate tutte le foto che avete visto e fatto, nonché quella che è immortalata in questo blog come immagine del cinemavistodame. Buona lettura.

§§§

Quello del fotografare è un atto del tempo, nel quale qualcosa viene strappato al suo momento e trasferito in una diversa forma di continuità.

Si pensa sempre che ciò che viene strappato al tempo si trovi davanti alla macchina fotografica.

Ma non è del tutto vero.

Fotografare è, infatti, un atto bidirezionale in avanti e all’indietro.

Certo si procede anche “all’indietro”.

Il paragone non è poi stravagante.

Come il cacciatore appoggia il suo fucile, mira alla selvaggina davanti a lui e, quando parte il proiettile, viene spinto indietro dal contraccolpo, così anche il fotografo viene ri-sospinto verso se stesso premendo il dispositivo dello scatto.

Una fotografia è un’immagine duplice: mostra il suo oggetto e – più o meno visibile – “dietro”, il “controscatto”: l’mmagine che lui fotografa al momento della ripresa.

Questa controimmagine, presente in ogni fotografia, non viene fissata dall’obiettivo, così come il cacciatore non viene colpito dal suo proiettile, ma ne avverte soltanto il contraccolpo.

Cos’è dunque il “contraccolpo” del fotografo?

Come viene percepito, come si riporoduce nell’immagine fotografata?

Che cosa lo rende, per così dire, evidente nella fotografia?

In tedesco c’è una parola molto significativa per indicare questo concetto, una parola che conosciamo da contesti del tutto diversi: Einstellung (disposizione).

In senso psicologico o morale s’intende con essa sottolineare l’atteggiamento con il quale qualcuno si “dispone a qualcosa”, ovvero ci si prepara a qualcosa per poi ri-prenderla.

La “disposizione” è però anche un concetto della fotografia o nel film, e definisce l’immagine e il suo taglio, ma anche il modo in cui si dispone la macchina fotografica rispetto ai valori della luce e dei tempi, con i quali l’operatore poi si dispone alla “ripresa”.

Naturalmente non è un caso che la stessa parola definisca tanto l’atteggiamento quanto l’immagine prodotta mediante lo stesso.

Ogni “disposizione” (e quindi immagine) di colui che ha “ripreso” questa immagine.

Al contraccolpo del cacciatore corrisponde nella fotografia il ritratto, più o meno visibile, di colui che fotografa.

Non vengono fissati i tratti del volto, bensì il suo atteggiamento, la sua disposizione verso ciò che gli stava davanti. La macchina fotografica (ma anche la MDP, n.d.r.) è dunque un occhio che può guardare nel contempo davanti e dietro di sé.

Davanti scatta una fotografia, dietro traccia una silhouette dell’animo del fotografo: ovvero coglie, attraverso il suo occhio, ciò che lo motiva. Una macchina fotografica vede perciò davanti il suo oggetto e dietro il motivo per cui questo oggetto doveva essere fissato.

Mostra le cose d il desiderio di esse. Verso ciò che è davanti asume un atteggiamento, e altrettanto verso ciò che sta dietro.

Ecco.

Ogni secondo in qualche parte del mondo qualcuno fa uno scatto e fissa qualcosa, perché lui, o lei, sono affascinati da:

  • una certa luce,
  • da un volto,
  • da un gesto,
  • da un panorama,
  • o da un’atmosfera,
  • o più semplicemente perché una situazione doveva essere fissata.

Gli oggetti delle fotografia questo è evidente, sono innumerevoli. Ogni secondo li moltiplica di nuovo all’infinito. Ogni istante del fotografare, in qualche parte del mondo, è però unico e incomparabile (ed irripetibile aggiungo io). Il tempo, il tempo inarrestabile ne è un garante. Perfino le migliaia e migliaia di istantanee dei turisti, le “photo opportunities” appositamente segnalate, sono, prese in sé, incomparabile ed uniche.

Il tempo perfino nei suoi momenti più banali e lapidari, come nello “scatto” dei turisti, è unico e irripetibile.

Ciò che straordinario in ogni fotografia non è tanto il fatto che la, secondo opinione corrente, sarebbe stato fissato il tempo”,bensì il contrario che proprio in ogni foto esso torna a dar prova di quanto sia in-arrestabile e continuo.

Ogni foto è una rievocazione della nostra mortalità. Ogni foto tratta della vita e della morte. Ogni foto ha una sacralità. Ogni foto è più dello sguardo di un uomo, è superiore alle capacità del suo stesso fotografo. Ogni foto è anche un aspetto della creazione al di fuori del tempo, da una visione divina.

Di fatto il fotografare (o meglio il poter fotografare) è “troppo bello” per essere vero. Ma è anche altrettanto “troppo vero” per per essere bello. Perciò fotografare è sempre un atto di presunzione e di ribellione.

Fotografare insegna l’intemperanza o l’umiltà. (Dietro alle foto veramente “buone”, però, si scorge sempre l’occhio umile).

Se una macchina fotografica riprende in ambedue le direzioni, in avanti e all’indietro, fondendo le due immagini tra loro, in modo che il “dietro” si dissolva nel “davanti”, allora essa permette al fotografo già nell’istante della ripresa, di essere davanti, dentro alle cose, e non separato da loro.

Attraverso il mirino colui che fotografa può uscire da sé ed essere dall’altra parte, al mondo, può meglio comprendere, vedere meglio, sentire meglio, amare di più. (E certo, purtroppo, anche disprezzare di più. C’è anche quello infatti, lo“sguardo cattivo”.

Ogni fotografia, ogni “Una volta” nel tempo, è anche l’inizio di una storia che comincia con “C’era una volta…” .

Ogni foto è anche la prima chiave di un film. Spesso poi il momento successivo, i piccoli progressi, il nuovo scatto, l’immagine che segue, sono le tracce del procedere di questa storia nel suo spazio e nel suo proprio tempo.

Per me in ogni caso il fotografare era diventato “nel corso del tempo” sempre più uno “scovare tracce di storie“.

In ogni immagine ha inizio il montaggio, si muovo la storia che era annunciata ella prima immagine, il suo senso dello spazio che si svolge, nella direzione che gli è propria, lasciando presagire il suo senso del tempo.

Nelle foto le cose possono essere tragiche, terribilmente buffe, divertenti o tristi. Per non parlare dei capi di vestiario!

Nulla può apparire più eccitante nelle foto

La calza che scende sulla gamba di un bambino! Il bavero rivoltato di un uomo, che si vede solo da dietro.

Macchie di sudore.

Pieghe.

Bottoni che mancano.

Cosa appena stirate.

La storia della vita di una donna riepilogata nel suo vestito.

Il dramma di un uomo espresso nel suo cappotto sdrucito.

Il vestiario indica la temperatura di un’immagine.

La data, l’ora, periodi di guerra e pace. Periodi intermedi.

E tutto appare soltanto “una volta!” e di “quell’una volta”, la foto fa poi un sempre.

Soltanto attraverso la fotografia il tempo diventa visibile. Nel tempo, tra la prima e la seconda foto, appare la storia, che senza queste due foto sarebbe caduta nell’oblio di un altro sempre.
Così come io mentre fotografavo volevo perdermi fuori, nel mondo e dentro le cose, allo stesso modo ora il mondo e le cose scaturiscono dalla fotografia per entrare in me (e ogni altro osservatore).

E la vogliono continuare ad agire.

Soltanto “là” nascono le storie.

Lì nell’occhio di colui che osserva.

Spero che questo libro di fotografie diventi un libro di storie.

Non lo è ancora, ma lo può diventare attraverso chiunque abbia voglia di ascoltare il suo vedere.

5 commenti

  1. Roberto Bernabò ha detto:

    all’utente anonimo faccio i complimenti per l’originalità del post che si comprende solo cliccando sul link … ahahah ;-)

  2. utente anonimo ha detto:

    wonderfoul!!!!!!!!!!!

  3. Roberto Bernabò ha detto:

    Si certo la foto è anche questo. Ma anche ciò che dice WIM non è sbagliato se ci rifletti. Esite il mondo. Esistono le Persone che lo guardano con occhi diversi. In mezzo, talvolta, si frappone una macchina fotografica o una macchina da presa. In entrambi casi quello che rimane impressionato nelle pellicole non è più il mondo ma una sua rappresntazione. Non è più le persone ma il loro sentimento di quel momento unico e irripetibile, la loro disposizione, tanto per parafrasare il maestro. E questo malgrado il grado di consapevolezza di ciò da parte del mondo e da parte dei fotografi, talvolta ignari di compiere un così sacrale atto.

  4. absinthfreespirit ha detto:

    mah, a me piace la fotografia, penso sia un modo come un altro di esprimere una sua visione del mondo

  5. kekkoz ha detto:

    ciao… scoperto ora il tuo blog (via fringe) – passa a trovarmi – ciao ciao

Lascia un commento